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In tristitia ilaris, in ilaritate tristis
Il nome di Giordano Bruno è storicamente legato alla morte sul rogo per opera dell'Inquisizione cattolica e alla sua vita piuttosto turbolenta.
Nato a Nola, entrò a soli 15 anni nel convento domenicano di Napoli dove fu accusato di aver ucciso un confratello, decise allora di fuggire a Ginevra dove, abbandonata la tonaca, si fece calvinista per potervi risiedere. Nel 1583 si recò in Inghilterra per insegnare all'Università di Oxford (qui venne accusato di plagiare le tesi di Ficino).
Dopo avere vissuto in molte altre città, tra le quali Praga, Francoforte e Zurigo, decise di tornare in Italia (dove già l'Inquisizione lo stava "tenendo d'occhio") per insegnare le tecniche mnemoniche a un nobile locale (Giovanni Mocenigo). E' proprio Mocenigo, insoddisfatto dell'insegnamento e dal carattere scostante di Bruno, che lo denuncia all'Inquisizione veneziana. La difesa del filosofo (allora considerato non più che un mago eretico) dura sette anni, dopodiché, stanchi del personaggio scomodo, i veneziani decidono di trasferire il processo a Roma.
Bruno rifiuterà di abiurare le sue tesi eretiche e verrà così messo al rogo Il 17 febbraio del 1600 a Campo dei Fiori.
Opere principali: Le ombre delle Idee (De umbiris idearum, 1582); Dell'infinito universo et mondi (1584), Dell'immenso e degli innumerevoli (1591), Della monade, del suo numero e della sua forma (1592)
1. Tutte le cose hanno un'anima
La tesi fondamentale di Giordano Bruno è che tutte le cose hanno un'anima. Tale affermazione è il frutto di considerazioni neoplatoniche portate alle estreme conseguenze: se il principio che muove ogni cosa è lo spirito, in veste di "nocchiere della nave", ovvero di guida che dà l'intelligenza ai corpi, allora ogni ente terreno, sia esso animale, vegetale o minerale è dotato di questo spirito, di questa intelligenza, in varia misura rispetto alla consapevolezza che compete a ciascun ente (l'uomo è più consapevole del proprio spirito rispetto agli animali, gli animali ne sono più consapevoli rispetto ai vegetali, i vegetali lo sono più dei minerali).
Le affermazioni di Bruno non sono il frutto di semplici elucubrazioni magiche (seppure egli fosse considerato dai suoi contemporanei niente di più che un mago), ma traggono forza proprio dalla constatazione spiritualista che il principio che rende le cose vive non può essere generato solamente da fattori fisico-meccanici, ma mostra invece l'evidenza di un'intelligenza sottesa alle cose, per cui esse sono in un certo modo e si relazionano tra loro secondo un preciso ordine naturale che rappresenta lo stesso principio divino.
Questa intuizione sarà poi alla base della Naturphilosophie di Shelling, il quale si occuperà del filosofo di Nola nel suo Bruno. Del principio divino e naturale delle cose (1802), ma tutto il pensiero di Shelling presenterà forti analogie con quello di Bruno.
Le cose non sono animate solo per il fatto di essere vive e in movimento, ma lo sono anche e soprattutto per avere in sé quel proprio principio strutturale interno che permette loro di acquisire una certa forma e non un'altra. Questo principio strutturale di tutte le cose è l'anima divina che si palesa nella materia (l'anima plasma quindi la materia eterna e le dà una forma finita e mortale). La materia è incorruttibile e indistruttibile, come del resto l'anima, e quest'anima interviene dando una forma sempre diversa alla stessa materia. Il mutamento nel mondo è allora il mutamento delle forme, mentre lo spirito che le anima rimane fermo a plasmare le cose secondo la propria intelligenza. Questo processo è simile a quello che Platone attribuisce al Demiurgo.
Questa visione di un mondo animato dalla presenza del principio divino nella materia organica come in quella inorganica dà al creato un'interpetrazione fortemente panteista: Dio è in ogni cosa come principio vitale, entro le pietre come negli uomini, l'intera natura è un grande organismo unitario il quale è esso stesso evidenza dell'intelligenza divina.
2. Il rapporto con la magia
La magia, ovvero la convinzione che la materia abbia in sé un principio spirituale che interagisca con l'uomo e il suo intelletto, è una delle caratteristiche salienti dell'umanesimo rinascimentale, in particolare nell'ambito della riscoperta dell'indagine naturale. Bruno fu senz'altro un mago relativamente a tale accezione, interessato com'era ad attribuire un principio spirituale ad ogni ente e a scoprire e mettere in evidenza il segreto formale della materia.
Tutto nel mondo è animato, poiché la forma che il mondo assume è conseguenza di un'azione spirituale superiore. Questa evidenza viene dimostrata, secondo Bruno, nel fatto che certi farmaci e certe erbe medicinali influiscono anche sullo spirito, tale evidenza dimostra quindi un nesso che lega ogni cosa creata alle altre.
Se dunque lo spirito, l'anima, la vita si ritrova in tutte le cose e, secondo certi gradi, empie tutta la materia, viene certamente a essere il vero atto e la vera forma di tutte le cose. L'anima, dunque, del mondo è il principio formale costitutivo, dell'universo e di ciò che in quello contiene (G. Bruno, dal dialogo De la causa, principio et uno)
La magia, contrariamente all'opinione comune, non fu molto diffusa nell'epoca classica, per tutto il medioevo rimase poi ai confini della scienza, ma sempre gravata dal peso dell'accusa di satanismo che le muoveva la Chiesa. Bruno era un mago in quanto i suoi studi sull'anima dei minerali confluivano necessariamente nella pratica alchemica, inoltre Bruno si occupava di mnemonica (le tecniche di potenziamento della memoria), di numerologia e di geometria.
L'interesse per la numerologia e per la geometria era per Bruno una conseguenza inevitabile della teoria atta a mostrare l'intelligenza della materia, e in questo si può senz'altro scorgere un eco delle dottrine pitagoriche. La numerologia attribuiva ai numeri e alle loro combinazioni poteri magici in forza delle relazioni matematiche tra le cose, relazioni che esprimevano, in un'ultima analisi, quella armonia tra le parti sulla quale tutto l'universo poggiava necessariamente. Ecco perché i rapporti numerologici erano in grado, secondo Bruno, di esprimere verità metafisiche.
Per quanto riguarda la geometria, essa rappresentava l'inevitabile collegamento tra la struttura numerica e quella formale delle cose, per cui ogni cosa assumeva una certa forma assecondando il codice numerico suo proprio, codice nel quale si rispecchiava necessariamente la presenza di un'intelligenza divina superiore e costituente (si pensi, come esempio contemporaneo, al codice genetico).
3. La mnemonica, l' 'ars inveniendi'
Bruno si può considerare il primo studioso moderno della memoria. Già coltivata dai sofisti (Ippia si vantava di esserne il maestro), la mnemonica è l'arte di utilizzare al meglio la memoria, facendone uno strumento portentoso di catalogazione.
Già nel Ad Caium Herennium (un trattato anonimo dell'82 d.C.), si dimostra come gli eventi che maggiormente ci restano impressi siano quelli ai quali vengono associate forte emozioni, o comunque particolari stati emotivi (è per questo che la mente non ricorda a volte gli avvenimenti ordinari come la cena o il pranzo del giorno prima, ma può tenere in sé il ricordo di eventi legati all'infanzia o a particolari esperienze vissute).
Una delle tecniche più usate per aumentare le capacità della memoria sono le immagini mnemoniche: queste sono disegni fortemente surreali dettati dall'esigenza di creare figure che abbiano in sé tutti gli elementi che permettono di ricordare qualcosa (ad esempio, per ricordarci del nome di pura invenzione "Alba Forestieri", l'immagine da associare potrebbe essere un sole che sorge su una foresta, e questo è uno dei casi più semplici).
La mnemonica era uno strumento dell'ars inveniendi:
l'arte di trovare il metodo più adatto a favorire nuove
scoperte in modo subliminale e inconscio. Bruno ideò una
"macchina per inventare", nel suo De umbris idearum,
la quale consisteva in un sistema di ruote mnemonico-associative,
nelle quali al centro venivano poste immagini archetipe, mentre
lettere, numeri e simboli su diversi livelli di circonferenze
ruotavano trovando le giuste combinazioni tra tutte le infinite
possibilità.
L'idea era che immagini archetipe legate alla nascita del cosmo
e ai suoi significati (schemi di talismani, immagini celesti e
mitologiche, segni astrologici, tracce di orbite planetarie),
potessero inconsciamente influenzare la mente nella ricerca di
quelle verità che ancora non erano state portate alla luce.
La verità dei meccanismi divini era nascosta in tutte le cose, grazie all'aiuto di una adeguata simbologia, la mente umana, entro la quale molto platonicamente (si veda la reminescenza di Platone) vi sarebbero racchiuse, se non le verità stesse, le possibilità potenziali per raggiungerle, poteva conoscere l'inconosciuto. L'idea di Bruno era che la mente fosse un potente strumento di ricerca: l'uomo ha dunque la possibilità, nel pieno rispetto dello spirito rinascimentale, di utilizzare al meglio capacità mentali in lui sopite ma potenzialmente infinite.
4. L'universo infinito è popolato da mondi infiniti
Bruno fu anche il sostenitore di una nuova visione del cosmo. Radicalizzando la teoria copernicana (la quale sosteneva pur sempre che il Sole fosse immobile al centro dell'universo), Bruno affermò che l'universo è infinito e la Terra non è altro che uno dei molti pianeti che popolano l'immensità di questo infinito.
A chi affermava che era la Terra ad essere al centro dell'Universo, Bruno rispondeva adducendo il fatto che in un universo infinito vi sono infiniti centri, vista l'impossibilità di definire in modo certo un centro in mancanza di confini. A chi afferma invece che l'universo era limitato dall'Ultimo Cielo (l'Empireo aristotelico-tolemaico), Bruno rispondeva che ogni limite che si crede ovvio per il fatto di non vedere nulla oltre, è solo una limitazione della capacità visiva, come se l'uomo affermasse di vedere la fine di un bosco per il fatto di non vedere più alberi all'orizzonte.
In particolare questa infinità del cosmo, che ne sottolineava
la perfezione divina, costituisce un luogo entro il quale tutti
i corpi sono soggetti alle stesse leggi fisiche in modo omogeneo
(non così per la visione aristotelica che differenziava
le leggi fisico-cosmologiche in ragione delle diverse sfere).
L'infinità dello spazio è un concetto necessario
a rendere giustizia della sua perfezione, qualità che rispecchia
la stessa perfezione divina, la quale è lo stesso universo,
lo stesso mondo, la stessa natura.
Inoltre a chi sosteneva che le stelle fossero fisse e immobili
entro delle sfere di materiale concreto, Bruno opponeva il fatto
che l'osservazione degli astri dimostra che ve ne sono certi più
grandi di altri, e tale varietà di dimensioni contrasta
con l'idea che vuole le stelle degli oggetti di egual misura posti
a egual distanza dalla Terra in ragione di una loro fissità
impressa nelle sfere.
Tali dimostrazioni mettevano in evidenza un concetto fondamentale: Bruno riteneva che la verità attorno alla struttura della realtà non può essere decisa dalla sola percezione sensibile, i sensi non percepiscono necessariamente la verità quando, ad esempio, si afferma che l'universo è finito perché non se ne scorge l'ampiezza ad occhio nudo. Dunque è da notare, per finire, che Bruno, partendo da presupposti neoplatonici legati all'opportunità metafisica dell'infinità dello spazio, arrivò a definire un concetto di Universo molto vicino a quello odierno.
a cura di Jonathan Fanesi
Telesio assieme al Bruno e al Campanella è uno dei più importanti rappresentanti della filosofia umanistico rinascimentale italiana.
La filosofia del pensatore di Cosenza è strettamente connessa alla magia e alla cabala, la sua speculazione parte dalla studio delle natura. Secondo Telesio la natura ha una realtà autonoma, un organismo a se stante che si regge su principi a priori, privo di ogni implicazione metafisica
Un ordine oggettivamente valido per ogni individuo. Ma come può l'uomo conoscere tale natura? La gnoseologia empirica è attuabile grazie ad una piena armonia tra il microcosmo, l'essere umano e il macrocosmo, l'universo.
L'uomo è parte delle natura che la conosce tramite la sfera sensoriale, quindi non si tratta che di farla parlare, o meglio risvegliare la nostra vera essenza.
Telesio, spiega la natura in termini qualitativi, attraverso i concetti di caldo e freddo (i primi due principi attivi), il caldo ha sede nel sole, dilata le cose e le rende leggere; invece il freddo risiede nella terra e ha l'effetto contrario.
Il caldo e il freddo come forze incorporee e sensibili ( sensibili, perché percepiscono le impressioni del principio opposto ) hanno bisogno di una massa corporea che possa subire l'azione, questa massa passiva dotata di inerzia è il terzo principio naturale.
Come già detto in precedenza, il pensatore di Cosenza privilegia l'aspetto qualitativo della gnoseologia a discapito di quello quantitativo, nonostante ciò lo stesso autore afferma la superiorità dell'indagine quantitativa, poiché essa si presenta più precisa.
La parte più viva e verace delle dissertazioni di Telesio è la critica alla fisica dello Stagirita. Aristotele nella Metafisica parla di Dio come di prima causa incausata, di primo motore immobile e come entelechia, Bernardino replica dicendo che l'azione di Dio non si esaurisce solamente a questi fatti. Dio, è il conservatore dell'ordine supremo delle cose e dell'autonomia della natura. Dal punto di vista puramente antropologico l'anima umana è il prodotto del seme naturale, essa è conoscenza sensibile delle cose esterne attraverso un contatto, ma allo stesso tempo presa di coscienza di tale contatto. L'intelligenza è la capacità di conoscere, o anticipare la conoscenza in base ai dati già in possesso dell'uomo.
L'etica è di forte sapore stoico, essa si configura come un vivere secondo natura, un attenersi e conformarsi al macrocosmo. Il piacere è ciò che aiuta nel compito di conservazione, il dolore è fondamentalmente tendenza alla distruzione e alla subordinazione dell'ordine naturale delle cose. Ridotti a principi naturali la gnoseologia e la morale, solo la sfera religiosa trascende la stessa natura, supera la sfera sensoriale, abbraccia il tema metafisico per antonomasia : Dio.
Jonathan Fanesi è studente di filosofia presso l' università di Bologna, s' interessa di teoretica, con particolare interesse verso le problematiche relative al linguaggio e alla logica