* Domenica 3a per annum – B
– 25 Gennaio 2009 –

Domenica scorsa abbiamo vissuto e sperimentato la «chiamata» di due discepoli del Battista dalla prospettiva del IV vangelo che vede la loro vocazione come prolungamento dell’incarnazione del Lògos di cui sono i testimoni accreditati: «Venite e vedrete. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). Abbiamo anche spiegato il senso di questa indicazione di tempo così puntuale, ma anche originale nella metodologia del IV vangelo.

Cercare … andare … vedere … abitare … fermarsi … sono tutti verbi che formano il vocabolario del discepolo, del testimone e in primo luogo del testimone per eccellenza: il Lògos che è la chiave del senso della vita. In greco il termine Lògos è tradotto con «Verbo/Parola», ma è riduttivo perché il suo ventaglio semantico è molto ampio: significa «ragionamento/discorso/ motivazione» e quindi per estensione anche senso/spiegazione.

Oggi proseguiamo in questa prospettiva vocazionale, ma dal punto di vista dei Sinottici, in modo particolare del primo evangelista in senso cronologico, Marco, che è il punto di partenza e una delle fonti degli altri due evangelisti, Matteo e Luca. Quest’anno,  che è l’anno B, Marco è l’evangelista guida come Mt lo è per l’anno A e Lc per l’anno C. Tutti e tre i Sinottici riportano la chiamata dei primi discepoli, ma ognuno con contenuti e prospettive diverse, all’interno però di un quadro molto più ampio che la liturgia di oggi ci illustra in modo sublime, obbligandoci a soffermarci sulla chiamata dei primi discepoli secondo la versione di Marco.

Al tempo in cui scrive Mc ,  la divisione tra Giudei-giudei e Giudei-cristiani è ormai cosa fatta. Nelle sinagoghe si commina la scomunica per i Giudei-cristiani che riconoscono Gesù come Messia (Gv 9,22), mentre diventano cristiani coloro che provengono dal paganesimo. Le comunità fuori della Palestina sono fiorenti e in espansione. La corrente farisaica, l’unica sopravvissuta alla distruzione del Tempio, si chiude in se stessa a difesa della identità ebraica, ormai in serio pericolo, dopo la proibizione ai Giudei di dimorare in Gerusalemme e in Giudea. Inizia una diaspora diversificata: per i cristiani diaspora di espansione anche se con persecuzioni; per i Giudei diaspora di persecuzione sistematica perché diventano sempre più il capro espiatorio della storia che culminerà nell’orrido diabolico della Shoàh. Tra i cristiani si struttura la missione «ad Gentes». La liturgia oggi fa un quadro di tutto questo, ma in termini biblici.

Da una parte vi è Giona, che è una figura narrativa di un autore del sec. V. a.C. Egli riflette su alcune idee del profeta Geremia che pone in evidenza l’accessibilità del mondo pagano allo stesso trattamento del popolo eletto. Ninive, capitale di Babilonia, è condannata dal giudizio di Dio alla distruzione. Il profeta Giona va a portare questo messaggio di morte, certo che il castigo di Dio non avrebbe tardato a distruggere quei «senza Dio» dei Niniviti. Per sua disgrazia, però, si scontra con un evento imprevedibile e che la sua «religione» non aveva previsto: tutta la città fa penitenza e si converte inaspettatamente. Questo «cambiamento» sconvolge la «teologia da manuale» del profeta che reagisce accusando Dio di essere «troppo» giusto e quasi … di venir meno alla sua parola. Che Dio è un Dio che non distrugge i pagani?

Dall’altra vi sono i primi apostoli, chiamati a coppie di fratelli (come in Gv), quasi a dire che Dio «pesca» là dove le relazioni umane sono profonde e autentiche. Egli non cerca solitari e individualisti, ma persone «esperte di umanità»  che sappiano aiutare i loro contemporanei a valutare con sapienza i criteri per le scelte della vita. L’apostolo Paolo nella 2a lettura ridimensiona lo statuto del matrimonio in quanto valore assoluto come era inteso nella cultura e nel costume dell’AT e dall’altra invita a cogliere la «novità» che ha accorciato il tempo: la risurrezione. Cristo risorto svuota il tempo della sua ossessiva ripetitività e ineluttabilità e lo riempie di «kairòi/occasioni/momenti propizi» (cf v. 15) che ora bisogna cercare perché nascosti a chi si ferma alla superficie della vita. Introducendovi il tempo, la risurrezione allarga la dimensione dell’eternità, per cui anche i criteri di valutazione e di discernimento propri della storia che si svolge nel tempo devono essere nuovi e adeguati. Paolo propone il criterio del «come se non …»: Vivere ogni cosa, scelta, fatto, accadimento, ecc. come se non … fosse definitivo e quello che sembra assoluto come se fosse relativo.

Da una parte vi è Giona che avanza verso i Niniviti sicuro che la «giustizia di Dio» avrebbe operato la loro distruzione. Egli però è costretto a modificare la sua immagine di Dio che invece riscopre completamente estraneo al cliché che egli ne aveva e di cui era portatore perché chiuso a qualsiasi novità. Dall’altra parte vi sono alcuni uomini scelti apposta per andare incontro agli altri uomini «affinché» producano consapevolmente questa «occasione di novità» (v. 15: kairòs) per ribaltare il giudizio inevitabile; novità di fronte alla quale anche Dio sospende il suo giudizio perché nel NT invia gli apostoli a suscitare la «metànoia/cambiamento-di-pensiero» (v. 15) che è un radicale mutamento di pensiero. Graficamente si raffigura come una inversione a U. La conversione non riguarda gli atteggiamenti o i comportamenti, ma il centro vitale e decisionale della persona, che la Bibbia chiama cuore, e noi coscienza: il fulcro dove si forma la convinzione che presiede le scelte di vita e determina i comportamenti.


Spunti di omelia

Giona è il tipico credente che, avendo uno schema di Dio, pensa che non possa esistere altro Dio se non quello della sua immaginazione. Questo tipo di credente è esperto nell’insegnare a Dio il suo mestiere: gli dice chi deve assolvere, chi deve condannare, con chi deve stare e con chi non deve stare. Giona è l’emblema di quei credenti che hanno rovesciato la parole della Genesi 1,27: non è più Dio che crea Adam a sua immagine e somiglianza, ora è l’uomo che crea Dio a propria immagine e somiglianza. E’ quello che accade anche in un certo ambito della Chiesa: vi sono i guerrieri sempre pronti a difendere a spada tratta l’ortodossia della Chiesa … finché questa coincide con il proprio modo di concepire l’ortodossia. Quando la Chiesa fa scelte che non combaciano con questi difensori d’ufficio, allora la Chiesa sbaglia. LO storia, anche recente della Chiesa, è piena di esempi di questo tipo.

Tutto ciò nasce da una religione del «possesso»: Dio è un prodotto del pensiero, oggi si direbbe «un valore» da custodire gelosamente secondo criteri e valutazioni che si basano su un approccio di dominio: il Dio vero è quello e solo quello che dico o annuncio io. Questo Dio non può uscire dai confini che gli sono stati assegnati, non può mai agire fuori campo: è un Dio sempre sotto osservazione, un Dio a libertà vigilata, o meglio a schiavitù controllata. Nella concezione di Giona, non c’è posto per la novità, per gli avvenimenti, per l’imprevisto, per un «kairòs/occasione» di salvezza. Tutto è deciso con imperturbabile fermezza: i peccatori devono bruciare all’inferno, i giusti, che poi s’identificano con chi pensa in questo modo, devono essere premiati e coccolati.

Giona però non sa che il Dio dell’Esodo, dei patriarchi e dei profeti non può essere imbrigliato perché nessuno può possedere Dio e tanto meno prevederlo: Dio è sempre oltre. Oltre ciò appare. Di fronte al pentimento repentino dei Niniviti, Dio «si pente» (v. 10) del male che aveva minacciato di fare e accoglie la conversione, mutando la condanna di distruzione in accoglienza di amore e di perdono. Noi sappiamo come va a finire: Giona si arrabbia con Dio e lo accusa di non essere di parola, mentre Dio rende lo rende ridicolo con la storiella del ricino che fa ombra. Credere è essere aperti e sempre attenti alle novità di Dio che rotolano sul nostro cammino e forse neanche ce ne rendiamo conto, tanto siamo presi dall’idea di un Dio immaginario. In questo contesto «convertirsi» significa essere capaci di purificare l’immagine o il pensiero che abbiamo di Dio, confrontandolo con il volto del Dio di Gesù Cristo come ce lo dipingono i vangeli.

Nel NT al contrario, Gesù chiama alcuni uomini per andare espressamente in mezzo agli altri uomini e donne, grandi e piccoli, e invitarli alla «metànoia/conversione». Essi hanno il compito di annunciare un supplemento di tempo per dare tempo agli uomini di decidersi se convertirsi o meno. Gesù non viene ad annunciare una condanna, ma «un anno di misericordia» (Lc 4, ) perché «Dio, infatti, non inviò il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma affinché il mondo fosse salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17): «affinché di tutto ciò che mi ha dato nulla vada perduto» (Gv 6,39).

«Il tempo è compiuto» (v. 15) nel senso che è finito il tempo di Giovanni, cioè il tempo dell’attesa e della preparazione e nel senso più profondo che la traduzione superficiale non fa apparire. Il testo greco usa il perfetto passivo che indica un’azione  passiva i cui effetti perdurano ancora oggi: «Il tempo è stato compiuto (peplērōtai)», cioè è stato portato a maturazione per una svolta decisiva e definitiva. Gesù è così rispettoso del ritmo di crescita di ciò che accade che non inizia il suo ministero mentre opera Giovanni il Battezzante, ma  «dopo che Giovanni fu arrestato» (v. 14). Quando pensiamo di essere indispensabili, quando siamo tentati di vivere come se il mondo intero dipendesse dalla nostra indispensabile necessità, forse faremmo bene a pensare  a Gesù che attende che Giovanni finisca il suo compito per sostituirlo non appena egli esce di scena.

«Convertitevi e credete al vangelo» (v. 15). Conversione, fede e vangelo sono qui sinonimi in stretta connessione. Se la conversione è un cambiamento di pensiero, anzi un rovesciamento di valutazione e di criteri, la fede è un’adesione ad un progetto di esistenza il cui codice è il vangelo e il cui obiettivo è Gesù Cristo che è il contenuto e il messaggero del vangelo. In questo senso diciamo che il Vangelo è la Persona di Gesù Cristo. Credere però non è un atto che si fa una volta per tutte, ma un fatica lenta e progressiva legata al cammino di crescita della persona umana nella sua reale condizione spirituale, ma anche  psicologica. Per questo, di conseguenza, la conversione non è un atto «unico», ma una serie di scelte che investono lo svolgimento della vita come impariamo a viverlo dopo avere incontrato il Vangelo vivente che è il Signore Gesù.

Convertirsi allora significa abituarsi al cambiamento come condizione di vita perenne. Solo chi si abitua al cambiamento si educa ad essere abitualmente aperto alle novità di Dio che, quasi sempre senza chiedercene il permesso, irrompono negli eventi che popolano la nostra vita. La tradizione giudaica al tema della conversione, in ebraico teshuvàh, dedica addirittura due solennità annuali, legati tra loro: la festa di Capodanno, Rosh Hashanàh,  che dura dieci giorni e sfocia nella solennità del grande giorno dell’espiazione o Yom Kippur. La liturgia ebraica conserva la raccolta detta  Pesiqta [sezioni] di Rav Kahana (sec. V d.C.) appartenenti al genere dei Midrashim. Si tratta della più antica raccolta di «omelie per i sabati speciali e per le feste dell’anno liturgico ebraico» «Erano pescatori… vi farò pescatori di uomini» (vv. 16.17). Il mestiere del pescatore è un mestiere di morte perché egli prende i pesci, li sottrae al loro ambiente vitale e li fa morire. Sarà questa la sorte degli uomini a cui sono mandati gli apostoli-pescatori? La conversione dunque conduce alla morte? Mc è uno scrittore senza pretese e quindi usa la lingua senza particolari accorgimenti: egli infatti per dire «pescatore» usa il termine «halièîs» che etimologicamente deriva da «hals/sale» e letteralmente significa «uno che si guadagna la vita con i pesci».

Lc invece che è un letterato, uno specialista delle sfumature verbali, che conosce le differenze dei vocaboli, in 5,1-11 usa un vocabolario articolato. Al v. 2 dice che i pescatori  scendevano dalle barche e si mettevano a lavare le reti. La parola pescatore ha un significato ordinario e quindi Lc usa lo stesso termine di Mc: «halièîs». Al v. 10, però, quando Gesù dice a Pietro di non temere perché da adesso in poi muterà la sua attività, non dice più: «sarai pescatore-halièus di uomini», ma usa un termine che prende in prestito dalla caccia con l’arco e la freccia che colpiscono la preda, la feriscono, ma la lasciano in vita. Nel testo greco quindi Gesù dice: «Tu sarai colui che prende/cattura uomini vivi». Il termine zōgrôn infatti deriva da «zōê-vita». La conversione non un passeggiata amena, ma una lacerazione per la vita, essa comporta una ferita perché esige un capovolgimento di pensiero e quindi comporta tagli e abbandoni, non porta la morte come avviene per la pesca dei pesci, ma è finalizzata alla guarigione della vita perché conduce ad una vita maggiore e più piena.

Come nel vangelo di domenica scorsa (Gv 1, 35-42), anche oggi Mc ci fa assistere alla chiamata delle stesse coppie di fratelli, segno che il fatto è unico, ma l’interpretazione è diversa secondo la prospettiva e la teologia che ognuno vuole comunicare.  Nella didascalia al vangelo abbiamo appena ascoltato che la Toràh imponeva la presenza di due o tre testimoni per la validità giuridica di atti e parole (Dt 17,6; 19,15; 2Cor 13,1; 1Ti 5,19). La scopo per cui gli evangelisti pongono la chiamata degli apostoli/inviati/pescatori è in funzione della validità giuridica della predicazione del Signore.

Celebrare l’Eucaristia significa «ritornare» sempre alla fonte della teshuvàh/conversione perché non è frutto della volontà umana, ma opera della mani di Dio perché è qui l’abbondanza della Parola e del cibo con cui veniamo sommersi dalla misericordia divina affinché la nostra conversione ogni domenica faccia un passo avanti e si rafforzi nel lento e costante cammino dell’abituarsi a cambiare.


© Paolo Farinella, prete – 25/1/2009 - Genova - Domenica seconda del tempo ordinario-B – 25-01-2009 – Parrocchia di S. M. Immacolata e S. Torpete