RITORNO ALL’ANTICA MESSA TRA STORIA E PROBLEMI

di Paolo Farinella

Conferenza tenuta dall’autore
venerdì 14 settembre 2007, giorno dell’entrata in vigore del motu proprio papale,
ore 17,30 nella chiesa di San Torpete in Genova, Piazza San Giorgio


PREMESSA


1.  Oggi 14 settembre entra il vigore il motu proprio del papa sul ripristino della Messa preconciliare se-condo il rito del messale di Pio V del 1570 nell’edizione ultima nel 1962, quando papa Giovanni vi ap-portò due modifiche, di cui parleremo dopo. Il documento che porta la data del 7 luglio 2007, si chiama «Summorum pontificum» (dalle due prima parole del testo latino, come è d’uso per i documenti papali) e si compone di n. 12 articoli. Caso unico nella storia dei documenti papali, è accompagnato da una «Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il “motu proprio” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970».

2.  Nel mese di gennaio 2007 raccolsi 1.200 firme che spedii al papa con una lettera con questo titolo: «Un papa non può abrogare un concilio». Dopo un mese fui chiamato dal vescovo di Genova, Mons. Ange-lo Bagnasco, il quale mi informò di avere ricevuto l’invito a riprendermi con le dovute cautele.

3.  Appena pubblicato il documento in latino con animo tumultuoso in 20 ore scrissi un libretto di 80 pagine che inviai al Vescovo pregandolo di farlo avere al papa. Lo informai anche che allo scadere di otto giorni lo avrei consegnato all’editore per farne un documento di risposta pubblica. Chiesi la prefazione al più grande liturgista italiano vivente, P. Rinaldo Falsini, che al tempo del concilio, fece parte della commissione liturgica come verbalista e che pertanto ha il carisma di un testimone non solo della lette-ra, ma anche della mens del concilio. L’editore Il Segno dei Gabrielli di Verona, con cui avevo pubbli-cato lo scorso anno, il mio precedente libro su «Dio e la civiltà occidentale», un mese e mezzo dopo lo mise in diffusione (i due libri si trovano in fondo alla chiesa).

4.  Nel libro dopo avere messo in luce i problemi di ordine teologico e liturgico, mi dichiaro obiettore di coscienza per questo motu proprio. Ciò significa che non celebrerò mai con il rito preconciliare a meno che il papa non m’impegni con la sua autorità apostolica come dirò fra breve.

5.  Otto giorni dopo l’uscita del mio libretto, il cardinale Carlo Maria Martini fece una dichiarazione in cui disse le stesse cose: non celebrerò mai con il vecchio rito. Mons. Brandolini, vescovo di Sora e Frosinone piangendo in pubblico dichiarò che il 7 luglio era un giorno amaro e triste. Il vescovo di Pisa mons. Alessandro Plotti ha avocato a sé ogni decisione contro il motu proprio del papa che obbliga il parroco a concedere il ripristino della liturgia preconciliare. Potrei continuare in questa lista, ma credo che questi esempi siano sufficienti per mettere in luce la problematicità del documento papale.

6.  Ciò premesso vorrei passare ad alcune riflessioni con una avvertenza. Sono un prete cattolico e ci tengo a dichiararlo pubblicamente, ma ciò non significa che devo rinunciare al pensare con la mia testa e a riflettere con la mia coscienza. Nella chiesa non vi è un solo cattolicesimo, ma vi sono tanti modi di essere cattolici, dentro un quadro di riferimento comune che è la Parola di Dio e il Concilio ecumenico Vaticano II. Tutti i miei vescovi da Siri a Canestri, a Tettamanzi, a Bertone e a Bagnasco mi hanno sempre riconosciuto la piena e totale cattolicità del mio essere e pensare. Spesso siamo stati in disaccordo, anche veemente, specialmente con Bertone, ma per motivi di opportunità che fino a prova contraria però non fanno parte della dottrina.

7.  Qui dichiaro apertamente e con piena e deliberata coscienza che io Paolo Farinella, prete cattolico, obiettore di coscienza dichiarato per questo atto, voglio bene al papa, ne riconosco l’autorità apostolica e non metto in dubbio la sua successione petrina. Riconosco che egli su di me ha piena e totale autorità su due piani: la fede e la morale. Questo insegna la dottrina tradizionale della chiesa cattolica. Al di fuori di questi due ambiti, tutto ciò che il papa dice o fa può essere criticato cattolicamente, purché nel rispetto della persona.

8.  La dottrina tradizionale della chiesa insegna che il papa può vincolare la mia coscienza con un atto in cui impegna espressamente la sua autorità apostolica, impegnandomi all’ubbidienza senza riserve. Se il papa fa questo, con un atto scritto e assumendosi tutta la responsabilità davanti a Dio e alla sua coscienza, io ubbidisco e celebro la messa non solo in latino, ma anche in greco, in ebraico, aramaico o come vuole il papa. Non tutto ciò che il papa dice o fa è vincolante. Il concilio insegna: «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana» (Unit. Redint. 11). Lo stesso Benedetto XVI nel pubblicare il suo «Gesù di Nazaret» ha detto espressamente che può essere criticato: «Ognuno è libero di criticarmi» (p. 20).

9.  Amo il latino, lingua con la quale ho studiato i primi anni di teologia e che coltivo ancora oggi Chiunque legga il motu proprio scopre immediatamente che non si tratta di Messa in latino: ciò è una banalizzazione del problema. E’ un fatto squisitamente teologico che pone molti interrogativi e sui quali è bene che i credenti riflettano. Per dimostrare che non sono avverso al latino, informo che il 1 novembre in questa chiesa celebreremo la Messa in italiano, ma canteremo le parti variabili in latino con una Schola cantorum di professionisti. In seguito lo faremo in quattro occasioni annuali.

10.  Se tra il pubblico vi è qualcuno o qualcuna che vuole intervenire, anche in modo opposto, sappia che ha diritto di esprimersi, lo faccia con stile, esponendo le sue ragioni. Tutto ciò premesso, permettetemi di passare alle questioni vive.


Introduzione

Tutti i mass-media, nessuno escluso, hanno ridotto il ripristino del messale di Pio V (1570) o rito tridentino al «ritorno della messa in latino», deformando il contenuto del documento che invece pone un problema squisito di ermeneutica: quale è l’interpretazione da dare al concilio ecumenico Vaticano II?


Interrogativi

La posta in gioco non è il latino, ma la visione della natura della Chiesa e della stessa preghiera. Secondo la famosa espressione di Prospero d’Aquitania (390c.[?]-463c.[?]) il «messale» esprime la natura stessa della chiesa, «lex orandi statuat legem credendi» che si può tradurre con un popolare: dimmi come preghi e ti dirò che chiesa sei. In questo contesto il «messale» acquista anche un forte valore simbolico: gli scismatici di Marcel Lefebvre, infatti, assumono il messale tridentino come stendardo per la battaglia della restaurazione. In gioco vi sono:

-  l’ermeneutica, cioè quale interpretazione dare del concilio ecumenico Vaticano II? Fu un concilio che segnò un salto di qualità oppure si situa nella stessa linea dei precedenti, senza alcuna rottura?
-  la prospettiva teologica ed ecclesiologica: quale visione di Chiesa c’è dietro al riforma di Paolo VI e quale visione di chiesa c’è dietro il messale di Pio V del 1570? Le due visioni sono compatibili?
-  la natura della liturgia: il tridentino parla di riti e rubriche, il Vaticano II di liturgia. Se le parole hanno un senso, quale differenza vi è in questa terminologia? E’ sufficiente «assistere alla Messa» oppure è necessario «partecipare alla liturgia comunitaria»?
-  la preghiera eucaristica è un atto individuale di culto a Dio del solo sacerdote, oppure è un atto ecclesiale di culto a Dio? Secondo il Targum ebraico a Cantico dei Cantici (2,8) nella preghiera non è il l’orante che sta davanti a Dio, ma è Dio che contempla l’assemblea orante.
-  il prete può celebrare da solo, separato dal popolo? Non è scritto che il sacerdote è preso di tra gli uomini per essere costituito a favore degli uomini (Ebr 5,1)? La Chiesa popolo di Dio ha ancora senso oppure i battezzati sono una massa anonima e passiva?
-  qual è il ruolo della «Chiesa nel mondo» se la liturgia è incomprensibile e non si esprime con la sensibilità dei tempi in cui si celebra? E’ l’enorme tema del rapporto tra chiesa e mondo. La chiesa non è stata istituita per gli angeli, ma per gli uomini e le donne e se vuole essere fedele a Dio, deve parlare il linguaggio del suo tempo, in base al principio biblico-teologico del «Verbo incarnato».
-  il ritorno alla messa tridentina offre spunti per un ritorno alla «cristianità» medioevale quando il potere spirituale che esercitava il suo dominio attraverso la spada del potere temporale, eliminando così qualsiasi concetto moderno di laicità nel desiderio di instaurare una società teocratica. Scrive Leone XIII nell’enciclica Immortale Dei del 1885 (appena 122 anni fa):

«Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato… col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi… Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà… tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri… e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le picco-le cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina”… Coerentemente, si permetterà al singolo di giudicare secondo coscienza su ogni questione religiosa; a ciascuno sarà lecito seguire la religione che preferisce, o anche nessuna, se nessuna gli aggrada. Di qui nascono dunque libertà di coscienza per chiunque, libertà di culto, illimitata libertà di pensiero e di stampa» (Leone XIII, Enc. Immortale Dei, 1 novembre 1885).
 
Gli studi di sociologia applicata sul dato religioso dicono che nei prossimi 30 anni in Europa vi saranno due grandi religioni: il Cattolicesimo e l’Islam che per numero e attraverso la democrazia potranno condizionare gli Stati, riducendo fortemente lo spazio del mondo laico. Un’alleanza tra cattolicesimo e islamismo su basi di un comune fondamentalismo, potrebbe imporre una visione religiosa del mondo.
Il risultato finale sarà una religione civile fondata su «valori» esteriori che non lascerà spazio alla coscienza individuale e alle ragioni della fede. In Europa, Cristianesimo e Islam in quanto religioni maggioritarie, troveranno una convergenza su tre categorie: monoteismo religioso, eticità dello stato (o stato etico), tradizione nei costumi e nelle forme rituali. Per questo il ritorno a rituali immutabili diventa quasi un passaggio obbligato a questo appuntamento nel breve periodo. Viviamo in un tempo di transizione e gli scenari geopolitici e religiosi che si prospettano sono complessi: non possono essere banalizzati. A me pare che anche questo documento debba inserirsi in una prospettiva di lungo respiro. Sono convinto che il papa voglia giungere a questa svolta in condizioni di vantaggio con una chiesa organizzata e governata attraverso anche con lo strumento della liturgia che bene o male raggiunge circa il 30% del popolo italiano.

Ratisbona non fu un incidente

L’appuntamento europeo dei prossimi 50 anni può essere solo o uno scontro frontale o un accordo strategico. Molti commentatori hanno visto nella lectio magistralis di Ratisbona un ballon d’essai per misurare la portata di un eventuale conflitto. Il papa aveva il diritto di citare l’imperatore Manuele II Paleologo, ma sarebbe bastato che si fosse distanziato dal contenuto. Non lo fece. Non credo ad un errore di valutazione, perché a quel livello nulla avviene per caso. Con quella lezione il papa mise il mondo intero di fronte all’aggressiva vivacità del mondo musulmano e il mondo intero vide la portata di un eventuale scontro tra religioni. La reazione del mondo musulmano, strumentalizzata dagli Stati politici, dimostrò anche il limite dell’Islam in difficoltà profonda dentro la modernità. Molti musulmani in Europa sono atei di fatto, anche se esteriormente non lo dimostrano.
La conferma di questa chiave di lettura viene da Mons. Georg Gänswein, segretario personale del papa, che dieci mesi dopo, il 27 luglio 2007, a freddo, in una intervista concessa a Peter Seewald del Süddeutsche Zeitung, dichiara:

«Non si possono nascondere i tentativi di islamizzazione dell’occidente. E il pericolo per l’identità dell’Europa, che vi è legato, non deve essere negato per una malintesa idea di rispetto. I Cattolici vedono chiaramente questo pericolo e lo dicono anche. Giustamente il discorso di Ratisbona doveva contrastare una certa ingenuità».

Lo scopo “espresso” del motu proprio

Il papa dice espressamente, senza mai nominarla, che vuole recuperare la «Fraternità di San Pio X», fondata dal vescovo scismatico Marcel Lefebvre e quelli che da essa si sono separati costituendo un altro gruppo di irriducibili dentro la chiesa cattolica. Per essi il papa stesso ha fondato un Istituto detto del «Buon Pastore» con sede a Bordeaux.
 Lefebvre in pieno concilio sognava il ritorno ai tempi in cui la «religione era religione di Stato» e non nascose mai che il suo modello di governo era quello di Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde Salgado Pardo de Andrade de España, per gli amici detto il caudillo o generalísimo Francisco Franco (1892-1975) .
Marcel Lefebvre, già a concilio in corso, fu il primo a rendersi conto della dirompente innovazione del Vaticano II. Si oppose alla riforma liturgica e coerentemente rifiutò in blocco il concilio perché lo riteneva in rottura e in contrasto con i concili e i papi precedenti. Issò la bandiera della «Messa tradizionale» o «Messa di sempre» che mise in contrapposizione con la «Messa eretica di Paolo VI», facendone un simbolo magico e sentimentale, dicendo che il concilio aveva operato una rottura con la tradizione precedente. In un periodico della Fraternità si legge :

«Per disarmarci, le autorità religiose attuali delegittimizzano gli insegnamenti dei Papi e dei Concili di prima. Mentre la nostra CIVILTA’ va allo scontro più importante della sua storia… Ecco come è cambiata la dottrina cattolica: Quale sarà il comportamento delle autorità religiose nei prossimi anni di fronte alla: islamizzazione?… al mondialismo?… al modernismo? Siamo preoccupati. Saremo disarmati dottrinalmente dal Papa e dai Vescovi pacifisti?… Perché si pentono delle Crociate volute da tanti Papi e santi? Perché il Papa bacia il Corano? Perché i Vescovi favoriscono la costruzione di moschee? Perché danno le nostre chiese ai musulmani? (Assisi 1986…). La globalizzazione che distrugge la nostra Patria, la nostra cultura, è accompagnata dalla unificazione delle religioni, ma per fare questo i modernisti devono togliere o sminuire gradualmente i nostri dogmi… ci stanno cambiando la Religione senza dircelo».
 
Per questi nostalgici del ritorno alla «cristianità» il mondo finisce con i due concili di Trento e Vaticano I, come se dopo, lo Spirito Santo non operasse più e il Signore se ne fosse andato in vacanza. Il movimento lefebvriano ha anche inventato una tesi teologica detta di «Cassiaciacum» sulla «sede vacante» secondo la quale «Paolo VI ed i suoi successori (di fatto Giovanni Paolo II), «benché canonicamente eletti al pontificato, non hanno però l’autorità pontificia» perché si sono separati dalla Chiesa di Cristo che è la chiesa del concilio di Trento e del Vaticano I .

Ancora Lèpanto?

Negli anni ’60-’70, il vescovo Lefebvre non fu un isolato, ma ebbe sostenitori sia nella curia romana (cardinali Antonio Bacci, Silvio Oddi e Alfredo Ottavini e altri) sia nell’episcopato italiano, tra i quali, i cardinali Ermenegildo Florit di Firenze, Ernesto Ruffini di Palermo e il card. Giuseppe Siri di Genova. Siri fu sostenitore e istigatore di Lefebvre fino alla soglia dello scisma. Poi non potendolo più governare, si ritrasse. Soleva dire: «Ci vorranno cinquant’anni per riparare gli errori commessi da papa Giovanni XXIII e dal concilio». Profezia avverata.

Costoro sognano una nuova battaglia di Lepanto come baluardo della difesa della «Tradizione Cattolica» sintetizzata nel trinomio: Dio, Patria, Famiglia. Il «messale tridentino» porta il nome di San Pio V (1566-1572), il papa che promosse la Lega Santa degli Stati cristiani che a Lepanto schierarono la flotta a forma di croce. Prima della battaglia, una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione plenaria, secondo l’indulgenza concessa appositamente da Pio V. Subito dopo, ammainando tutte le bandiere tranne lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso, domenica 7 ottobre 1571, la flotta sconfisse quella islamica guidata da Mehemet Alì Pascià. Il ritorno al «messale di Pio V» è intriso di significati che vanno oltre la semplice reintroduzione dell’innocua e incolpevole lingua latina.

Giovanni, il profeta

Papa Giovanni XXIII il 29 gennaio del 1959 nella basilica di San Paolo fuori le mura in Roma annunciò la convocazione del concilio per dare alla chiesa un respiro universale, cioè «cattolico», aprendola al mondo moderno perché parlasse le lingue degli uomini e dei popoli, specialmente del Terzo Mondo, che negli anni ’60 cominciavano ad essere indipendenti da ogni colonizzazione, in cammino verso quella che J. F. Kennedy indicò come la «nuova frontiera». Il vecchio papa, storico di fine intuito, disse che la chiesa non poteva limitarsi ad essere un museo del passato, ma doveva aprirsi al vento nuovo della «novella Pentecoste» come egli stesso definì il Vaticano II.

«Novella Pentecoste» e «nuova Pasqua» esprimono bene la «novità» che il concilio intendeva annunciare: uscire dalla cittadella assediata in cui si era rintanato Pio IX dopo la breccia di Porta Pia del 1870, dando origine alla «questione romana» che sarà risolta, ahimè! solo con il trattato-concordato del 1929 con il governo fascista di Mussolini. Papa Giovanni fece uscire la Chiesa sulle strade del mondo, con atteggiamento benevolo perché: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito (cf Gv 3,16). Dopo 92 anni dal 1870 egli fu il papa che viaggiò in treno: il 4 ottobre del 1962, sette giorni prima dell’apertura del concilio, si recò a Loreto e ad Assisi. Il papa buono levò il ponte levatoio e aprì le finestre perché entrasse aria fresca. Molti gli furono contro, specialmente dentro la curia romana. Lo stesso Giovanni XXIII, quasi prevenendo «i profeti di sventura», nella costituzione apostolica «Humanae salutis» con cui convocò il concilio, constata:

«Sappiamo che gli animi di alcuni non scorgono altro che tenebre, dalle quali pensano che il mondo sia interamente avvolto. Noi invece amiamo riaffermare la Nostra incrollabile fiducia nel divino Salvatore del genere umano, che non ha affatto abbandonato i mortali da lui redenti. Anzi, seguendo gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare “i segni dei tempi” (Mt 16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità» (Cost. Apost. Humanae Salutis del 25-12-1961, in Enchiridion Vaticanum I, n. 4*).

 Lo stesso giorno dell’inaugurazione del concilio, l’11 ottobre 1962, con la sua tranquilla determinazione, mette in guardia i 2500 padri provenienti da tutto dai «profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo» . Il documento di Ratzinger sembra porre fine a questo processo di rinnovamento.

Paolo VI, il dubbio e la paura

Paolo VI, animo tormentato e rispettoso delle persone e degli eventi, fu un grande papa, ma fu anche schiacciato dalla paura tra chi vedeva nell’attuazione del concilio «prevaricazione e rovina» e chi voleva portare fino in fondo le intuizioni accennate dal concilio . Paolo VI, temendo un fuga all’indietro dei tradizionalisti capeggiati da Marcel Lefebvre e in avanti da coloro che chiedevano una maggiore coerenza con le intuizioni del concilio, fu preso dall’angoscia e frenò, scontentando tutti: il Vaticano II rimase incompleto e invischiato nelle contraddizioni proprie di un tempo d’incertezze che furono causa per un verso di eccessi superficiali e per l’altro di rifiuto totale. Sul piano della liturgia, è opinione comune tra i liturgisti (per tutti, Enrico Mazza, docente di Liturgia alla Cattolica) e gli Istituti di ricerca che la riforma di Paolo VI fu una mezza riforma, rimase in mezzo al guado e non ebbe il coraggio di andare fino in fondo.

Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, attraverso le ordinazioni episcopali in tutto il mondo, operò una lenta e costante «restaurazione», mettendo a tacere ogni voce di dissenso, anche legittimo, ogni esperimento teologico (es. la teologia della liberazione) e ogni fermento conciliare: per l’Italia il punto culminante fu il Convengo di Loreto del 1985 che fu la consacrazione dei movimenti e il ridimensionamento dell’Azione Cattolica e la fine della sua «scelta religiosa».
Acquistano peso e riconoscimento ufficiale gruppi fortemente identitari che segneranno la chiesa degli ultimi trent’anni e la segnano ancora adesso: Comunione e Liberazione di don Giussani ; l’Opus Dei ; la Legione di Cristo del messicano Marcial Maciel e la Legio Mariae; Rinnovamento Cattolico Carismatico , il Cammino Neocatecumenale , senza tacere «Radio Maria» che in tutto il mondo diffonde idee preconciliare e auspica un ritorno al passato, con forti toni antisemiti come avviene in Polonia.

Tutti questi gruppi fanno esplicita o implicita professione di adesione alla chiesa preconciliare, con un forte dominino sulle coscienze e considerano il concilio come un fatto archiviato. Essi vedono in papa Ratzinger un condottiero per la battaglia apocalittica di Armagheddon contro la modernità e il pericolo d’invasione dell’Europa da parte dei nuovi barbari, identificati negli arabi musulmani che secondo Oriana Fallaci hanno trasformato l’Europa in «Eurabia» . Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco disapprovò alcuni di costoro che insieme alle forze politiche di destra, il 12 settembre 2007, primo giorno di Ramadan, indicono la recita del Rosario davanti alla costruendo moschea di Genova, la sua diocesi.

La reintroduzione del messale tridentino fu iniziata da Giovanni Paolo II che concesse l’indulto, cioè il permesso eccezionale di usare i riti tridentini ai gruppi di nostalgici che ne facevano espressa richiesta al vescovo, dopo lo scisma di Léfebvre (1988). Giovanni Paolo però escluse la celebrazione nelle chiese parrocchiali e vietò che si facesse «ogni mescolanza tra i testi ed i riti dei due Messali»: il tridentino [ed. 1962] e quello di Paolo VI del 1970 . Giovanni Paolo II vieta la mescolanza tra i due messali, Benedetto XVI nega che vi siano due messali. L’uno o l’altro pari non sono.
 

Conflitto di ermeneutiche 
Tra il 1995 e il 2001, sotto la direzione di Giuseppe Alberigo, discepolo di don Giuseppe Dossetti, professore di storia della Chiesa all’Università di Bologna e direttore dell’Istituto per le Scienze Religiose, conosciuto come l’«officina di Bologna», la casa editrice il Mulino pubblica la monumentale «Storia del Concilio ecumenico Vaticano II», in cinque volumi, editi in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e russo. Il curatore, che fa parte dello stesso gruppo di studiosi, è Alberto Melloni, storico stimato di fama mondiale.

La tesi della «scuola bolognese» è la seguente: il vero patrimonio lasciato in eredità dal concilio non sono i suoi documenti, pure importanti, anche se superati dalla forza degli eventi del post-concilio, ma «lo spirito del concilio» che va di gran lunga oltre la «lettera materiale» del suo magistero. Lo spirito conciliare risale alla «novella Pentecoste» auspicata da papa Giovanni XXIII. Paolo VI, papa alquanto introverso e timido, si sarebbe lasciato condizionare dalla paura di una rottura e quindi ha smorzato quello spirito iniziale. Ciononostante, con tutti i limiti del caso, il concilio rappresenta una cesura inequivocabile tra ciò che lo precede e quanto lo segue.
La risposta alla tesi bolognese non si fece attendere e giunse direttamente dal cardinale Camillo Ruini vicario del papa e allora anche presidente della Cei. Il 22 giugno 2005, presentando un libro di risposta alla tesi bolognese il cardinale attacca frontalmente l’opera di Alberigo-Melloni contestando la lettura «innovativa» dell’officina bolognese , a cui segue il 29 novembre 2005 su «Avvenire», quotidiano della Cei, l’articolo dello storico tedesco Walter Brandmüller «Il Vaticano II nella storia dei Concili» con cui si cerca di dare veste scientifica alle affermazioni di Ruini. La restaurazione è cominciata.

Si può però stabilire una data precisa per la svolta benedettino-ratzingeriana: è giovedì 22 dicembre 2005. Incontrando la curia vaticana per lo scambio degli auguri di Natale, Benedetto XVI parla espressamente di due «ermeneutiche» contrapposte nella lettura del concilio Vaticano II:

«Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c'è l’”ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato. È un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino».

Alla luce di questi fatti, il motu proprio «Summorum Pontificum» altro non è che l’applicazione concreta dell’ermeneutica del «rinnovamento nella continuità». Se il concilio ecumenico Vaticano II è uno dei tanti della storia della chiesa: un concilio vale l’altro e non vi è, né vi può essere, contraddizione tra di loro. Qui è il cuore della questione che riprende e fa propria radicalmente l’accusa del movimento lefebvriano: per i continuisti, tra cui il papa, il concilio Vaticano II non ha deviato dalla Tradizione, semmai sono state le riforme del post-concilio che sono andate oltre le prescrizioni del concilio per cui si possono cambiare senza rinnegare il concilio; per i lefebvriani invece non solo il post-concilio, ma anche il concilio ha deviato dalla tradizione della Chiesa per cuid eve essere abrogato.
Il primo passo di questo raddrizzamento passa attraverso la riforma liturgica che ha pervaso l’intera chiesa: mettere sullo stesso piano i due messali significa affermare che vi è la stessa teologia, la stessa ecclesiologia e lo stesso intento di religione del dovere, dell’ubbidienza, della passività: la religione della presenza sostituisce quella della coscienza.


Cerchio e quadrato non coincidono

Riammettendo in forma indiscriminata il «messale di Pio V», papa Ratzinger fa sue le posizioni dei lefebvriani, indebolendo così, anche inconsciamente, il magistero del concilio e dei papi che lo hanno presieduto e realizzato. La teoria dell’ermeneutica della continuità non regge da un punto di vista teologico, in base al principio scolastico che «contra factum non datur argumentum» e il «factum» qui sono i documenti ufficiali, non le opinioni dei singoli teologi. Alcuni esempi:

-  la dichiarazione «Dignitatis Humane» sulla libertà religiosa (7 dicembre 1965), riconosce ufficialmente la libertà di coscienza, ma ciò è incompatibile con le dichiarazioni di Leone XIII sopra riportate e con quelle degli altri papi che vedremo subito;

-  la dichiarazione «Nostra Aetate» sulle religioni non cristiane (28 ottobre 1965) e il decreto «Unitatis Redintegratio» sull’ecumenismo (21 novembre 1964) di fatto relativizzano la tesi che vuole esaurire il concetto di «chiesa di Cristo» nella sola chiesa cattolica e si oppongono alle dichiarazioni vincolanti del «Sillabo o Catalogo dei principali errori del nostro tempo» di Pio IX (1864).

Su questo punto hanno ragione i lefebvriani: Tra Vaticano II e magistero precedente non c’è linearità, ma spesso contraddizione. L’insegnamento di Pio IX, di Gregorio XVI, di Leone XIII e di Pio X sono incompatibili con la dottrina del concilio ecumenico Vaticano II ,
Ecco una breve una breve comparazione di testi a confronto (sottolineature mie):


Papi precedenti al Vaticano II

Libertà di coscienza

«Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla Religione» (Gregorio XVI, Enc. Mirari Vos 1832).  «Il Concilio Vaticano II dichiara che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Questa libertà comporta che tutti gli uomini devono essere immuni da ogni costrizione da parte di individui, o gruppi sociali o di qualsiasi altro potere umano, di modo che nessuno sia costretto ad agire contro la propria coscienza» (Dignitatis Humanae, 2).
«I Cattolici non possono sostenere questa opinione erronea, funesta per la salvezza delle anime: [che] la libertà di coscienza e di culto è un diritto proprio di ogni uomo. [che] Questo diritto deve essere proclamato e garantito dalla legge in ogni società ben organizzata. [che] I cittadini hanno il diritto alla piena libertà di manifestare ad alta voce e pubblicamente le proprie opinioni qualunque esse siano, con la parola, la stampa o qualunque altro mezzo senza che l’autorità civile o ecclesiastica possa imporre un limite» (Pio IX, Enc. Quanta Cura 1864).

[E' un errore affermare che] «ogni uomo è libero di abbracciare e di professare la religione che egli riterrà essere vera ai lumi della ragione». (Pio IX, Sillabo 1864)  «Il Concilio Vaticano II dichiara, inoltre, che il diritto alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità stessa della persona umana come ci è stato trasmesso dalla Parola di Dio e dalla ragione stessa. Il diritto della persona umana alla libertà religiosa nell’ordine giuridico della società deve essere riconosciuto in modo che esso costituisca un diritto civile... L’esercizio di questo diritto non può essere impedito... La verità deve essere cercata… con una ricerca libera, con l’insegnamento, lo scambio ed il dialogo» (Dignitatis Humanae 1 e 2).

La salvezza fuori dalla Chiesa

 [E’ un errore affermare che] «gli uomini possono trovare il cammino della salvezza eterna ed ottenere questa salvezza nel culto di qualsiasi religione» (Pio IX, Sillabo1864).
[E’ un errore affermare che] almeno si deve bene sperare della eterna salvezza di tutti coloro che non sono nella vera Chiesa di Cristo» (Pio IX, Sillabo 1864).  «Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna» (Lumen Gentium, 16).
Le religioni non cristiane
[E' un errore affermare che] «la Chiesa non ha potestà di definire dogmaticamente che la religione della Chiesa cattolica sia l’unica vera religione» (Pio IX, Sillabo 1864).  «La Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che c’è di vero e santo nelle altre religioni. Essa considera con rispetto sincero qui modi di agire e di vivere, quelle regole e quelle dottrine che, benché siano diverse in molti punti con quelli che essa stessa sostiene e propone, tuttavia hanno spesso dei raggi di verità che illuminano tutti gli uomini (Nostra Aetate [1965 § 2).
[E' un errore affermare che] «in questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti, quali che si vogliano» (Pio IX, Sillabo 1864).  «Non è consentito al potere pubblico, con la forza, l’intimidazione, o con qualunque altro mezzo, imporre ai cittadini la professione o l’abiura di una religione qualunque essa sia, o di impedire a qualcuno di entrare in una comunità religiosa o lasciarla» (Dignitatis Humanae 6).
Le altre Chiese cristiane
[E’ un errore affermare che] «il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella quale egualmente che nella Chiesa cattolica si può piacere a Dio» (Pio IX, Sillabo 1864).

«Tra gli elementi ed i beni con i quali la Chiesa si costruisce e si vivifica, diversi se non persino molti, possono essere fuori dai confini visibili della Chiesa cattolica: la Parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità , altri doni interiori dello Spirito Santo ed altri elementi visibili. Di conseguenza, queste Chiese e Comunità separate non sono per nulla prive di significato e di valore nel mistero della salvezza» (Unitatis Redintegratio, 3).

La società moderna

«Socialismo e democrazia sono una sorta di flagello» (Pio IX, Sillabo 1864).
«La Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali… Di qui viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro benessere materiale e morale» (cf Leone XIII, Encycl. Quod Apostolici muneris, citato da Pio X, motu proprio Fin dalla prima o Sillabo Sociale, nn. I e III).  “È pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo degli affari pubblici, sia alla determinazione del campo d'azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti (Gaudium et Spes, 75).

La schiavitù

«La schiavitù in quanto tale,considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento... Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato» (Pio IX, Instruzioni 1866).

Costoro [i Socialisti, ndr] invero non smettono di blaterare… che tutti gli uomini sono per natura uguali fra loro… l’ineguaglianza di diritti e di potestà proviene dall’Autore medesimo della natura (Leone XIII, Enc. Quod Apostolici Muneris 1878). «Tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Le umane istituzioni, sia private che pubbliche, si sforzino di mettersi al servizio della dignità e del fine dell’uomo. Nello stesso tempo combattano strenuamente contro ogni forma di servitù sociale e politica, e garantiscano i fondamentali diritti degli uomini sotto qualsiasi regime politico» (Gaudium et Spes, 27 e 29).

Con questi testi non si può parlare di «ermeneutica della riforma» che per il papa è sinonimo di «ermeneutica della continuità». Nessuno può «spegnere lo Spirito» (1Tm 5,19). Certo, se non si accetta che ogni concilio, come ogni papa vivono nel contesto del loro tempo con i limiti e il relativismo proprio di quel tempo, è naturale attribuire a qualsiasi affermazione un valore atemporale e definitivo, emanazione diretta della volontà di Dio .


Il testo del motu proprio

Il motu proprio generalizza il ritorno al messale di Pio V, eliminando le riserve dell’indulto di Giovanni Paolo II, prima fra tutti il divieto di fare confusione tra i due messali. I gruppi stabili presenti in una parrocchia possono chiedere la Messa di Pio V; il parroco deve accogliere generosamente la richiesta. La messa preconciliare può essere «detta», una volta al giorno, anche di domenica; chi vuole può usare le letture del lezionario riformato di Paolo VI, ma non c’è obbligo.
Coloro che chiedono il messale di Pio V, rifiutano in modo specifico il lezionario di Paolo VI che considerano un abuso e quindi eliminano la Mensa della Parola che è il frutto più bello del concilio che volle imbandita in modo abbondante e ricco. Accanto alla Messa, il papa concede anche l’uso preconciliare di tutti i riti per la celebrazione dei sacramenti a gentile richiesta, come Battesimo, cresima, funerali, matrimoni, ecc. compreso il breviario sia individuale che comunitario. Non è più un’eccezione, ma una restaurazione in piena regola, il ritorno in forma globale alla forma e alla mentalità del preconcilio.

Una svista?

Il documento reintroduce il messale precedente il concilio come «messale di Giovanni XXIII». Non si parla mai di Messale di Pio V o delle revisioni apportate da Benedetto XV o da Pio X o delle parziali riforme di Pio XII relative alla settimana santa, come sarebbe giusto, ma presenta il messale come se fosse quello del «papa buono». Il «papa buono», in attesa della riforma del concilio, si limitò solo a due ritocchi: aggiunse il nome di San Giuseppe nel canone della Messa, detto «Canone Romano» allora considerato intangibile, tanto che il cardinale Siri lo riteneva anche «dogmaticamente» vincolante e, in secondo luogo, tolse il «pro perfidis Iudaeis» dalla preghiera del venerdì santo . Questi due interventi non giustificano l’attribuzione del messale a Giovanni XXIII, perché esso è rimasto quello di Pio V del 1570, rivisitato da Pio X e Benedetto XV. D’altra parte, mentre in concilio pendeva una discussione sulla riforma liturgica, era inconcepibile che il papa potesse pensare ad un nuovo messale al di fuori delle competenze del concilio.


Cedimento ai nemici del concilio

Un gruppo sparuto di aderenti al movimento di Lefebvre, dopo avere abbandonato il movimento, ha chiesto di rientrare nella chiesa cattolica a determinate condizioni, tra le quali l’uso esclusivo del messale tridentino e nessuna richiesta di adesione formale al concilio Vaticano II, che per loro è e resta eretico. Forse sarebbe stato opportuno chiedere a tutti una adesione totale e senza riserve al concilio e alle riforme di Paolo Vi e solo dopo prendere in considerazione eventuali concessioni. Senza una accettazione del Vaticano II viviamo in una chiesa di fatto scismatica in modo permanente, in cui si fa finta di essere uniti, ma si appartiene a due chiese distinte e separate.

Il papa sancisce due forme di messale: una è la «forma ordinaria» ed è la messa riformata di Paolo VI, l’altra è la «forma extraordinaria», lasciata però alla discrezione dei richiedenti, senza alcun vincolo, visto che il parroco deve concederla, ed è la messa tridentina. Se è un obbligo o un atto dovuto, cessa di essere forma «extraordinaria» che comporta almeno l’idea di eccezionalità. In questo modo chi la chiede non deve fare atto di sottomissione al magistero del concilio. Si viene a creare questo «monstrum» teologico: alcuni celebrano con il Messale di Pio V che è «forma extraordinaria» della celebrazione ordinaria che resta quella di Paolo VI, ma ritengono Paolo VI e il concilio eretici.

Il 7 luglio 2007, tre ore dopo la pubblicazione del motu proprio, il capo del lefebvriani, il vescovo Bernard Fellay, successore di Lefebvre, pubblica in internet un comunicato ufficiale della «Fraternità San Pio X», in cui, preso atto con soddisfazione del ritorno all’antica messa, chiede di sedersi ad un tavolo per affrontare le «questioni teologiche aperte dal concilio Vaticano II», di cui in sostanza pretende la pura e semplice abrogazione.

La questione è posta esplicitamente da Fernando Rifan, vescovo lefebvriano dell’Amministrazione Apostolica Personale San Giovanni Maria Vianney nella diocesi di Campos in Brasile, che in una intervista alla rivista ITEM del 14 gennaio 2004, dichiarò:

«Noi conserviamo la stessa posizione cattolica, la nostra posizione di sempre. Siamo per la regalità sociale di Cristo Re, siamo contro la libertà religiosa in quanto relativismo dottrinale, laicismo dello Stato, indifferentismo e sincretismo religioso, uguaglianza di tutte le religioni davanti alla legge; in una parola siamo contro la libertà religiosa condannata da Gregorio XVI, Pio IX e Pio XII. Noi siamo contro l’ecumenismo di complementarietà, o l’irenismo, e siamo per il ritorno o la conversione dei separati. Siamo contro la democratizzazione della Chiesa a tutti i livelli. Evidentemente, noi abbiamo il diritto di criticare gli errori e di presentare le nostre critiche costruttive, nel rispetto delle persone, alle autorità della Chiesa!… siamo contro il Magistero postconciliare”, o quantomeno contro una parte del Magistero postconciliare».

Per il buon senso e la logica teologica, l’espediente della forma «ordianria» e «extraordinaria» non regge perché dietro due messali vi sono due modelli diversi preghiera, di chiesa, e di fatto due riti diversi, con due mentalità diverse e contrapposte. Nella parrocchia dove si useranno i due messali, si avranno due altari, due liturgie, due forme diverse di catechesi, due armadi per i vestiti diversi, due suppellettili diversi, due organizzazioni diverse, ecc.
La prova la dà lo stesso papa che proibisce l’uso del messale di Pio V durante il triduo pasquale, perché nella preghiera del venerdì santo del rito tridentino vi sono ancora formule irriguardose e offensive nei confronti degli Ebrei che possono alimentare un antisemitismo mai spento in larga parte del mondo cattolico, specialmente negli ambienti legati alla destra e al messale di Pio V. Se non c’è differenza di messali e si ha un solo rito come afferma il papa, perché proibire l’uso del messale di Pio V nella settimana santa? Vuol dire che almeno in questo c’è una differenza abissale con quello di Paolo VI.

I lefebvriani sono rimasti inorriditi quando Giovanni Paolo II visitando la sinagoga ebraica di Trastevere, il 13 aprile 1986, disse davanti al popolo ebraico: «Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori». Per i cultori della tradizione, gli Ebrei di tutti i tempi sono «deicidi» e complottatori a livello mondiale contro l’avvento del regno di Cristo. Sarebbe interessante verificare se i tradizionalisti oseranno usare il messale di Paolo VI almeno nella santa. Il gruppo di fuoriusciti dalla fraternità di Lefebvre di Bordeaux hanno già detto per es. che non andranno mai il giovedì santo in cattedrale per la messa crismale perché dovrebbero concelebrare che per loro è una bestemmia.


Contraddizioni

Il papa dice espressamente che (cito): il «Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato», per cui coesistono due messali (di Pio V e Paolo VI), ma come «due stesure del Messale Romano: non due riti, ma un uso duplice dell’unico e medesimo Rito» e ancora: «non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito» (Lettera di accompagnamento al motu proprio). Le reazioni sia in Italia e nel mondo sono improntate a cautela, ma puntuali ferme. I liturgisti, i teologi, i giuristi e gli storici della liturgia che ho interpellato dicono che è un’affermazione senza senso, per diversi motivi.

Da un punto di vista giuridico, la legge successiva abroga quella precedente, a meno che il legislatore non dichiari espressamente ciò che della precedente resta in vigore (cf Codice Diritto Canonico, can. 19). E’ un principio basilare di giurisprudenza. Il motu proprio afferma il contrario. Paolo VI, nella costituzione apostolica «Missale romanum» dice espressamente di porre mano al riordino del messale di Pio V (non parla mai di messale di Giovanni XXIII) che viene così sostituito da quello riformato per ordine del concilio Vaticano II, come ebbe a dire espressamente la Congregazione per il Culto Divino:

«Sebbene nella Costituzione Apostolica Missale Romanum del Papa Paolo VI, non si trovi una formula esplicita di abrogazione del Missale Romanum di S. Pio V, è tuttavia chiara la volontà del supremo Legislatore liturgico di promulgare un testo rinnovato del «Missale Romanum» che prendesse il posto di quello fino ad allora in uso. Se la volontà del Pontefice fosse stata quella di lasciare in vigore le precedenti forme liturgiche come una alternativa di libera scelta, avrebbe dovuto dirlo esplicitamente. Rebus sic stantibus e alla luce della documentazione posteriore, come della prassi, si deve asserire che il «Missale Romanum» anteriore al Concilio Vaticano II non è piú in vigore come una alternativa di libera scelta per l’insieme delle Chiese che appartengono la Rito romano» (Risposta a Mon Gaetano Bonicelli, vescovo di Siena, Protocollo n. 947/99L dell’11 giugno 1999).

C’è inoltre un testimone autorevole e garantito dal punto di vista della tradizione: è il cardinale di Genova Giuseppe Siri che afferma senza ombra di dubbio che l’approvazione di un nuovo rito romano porta alla sostituzione del precedente. Egli infatti 25 anni fa, a distanza di 17 anni dalla chiusura del concilio, ad un monaco inglese che gli chiedeva come si dovesse comportare in campo liturgico nel dubbio tra vecchio e nuovo rito rispondeva: «Il potere col quale Pio V ha fissato la sua riforma liturgica è lo stesso potere di Paolo VI. L’aver riformato l’Ordo implica la sua sostituzione all’antico» (lettera del 6.9.1982).


Interpretazioni contrapposte

Nel 1968 a qualche mese di distanza dalla pubblicazione del Novus Ordo Missae di Paolo VI, due calibri del tradizionalismo intransigente, il card. Alfredo Ottaviani, predecessore di Ratzinger all’allora Sant’Uffizio, e il card. Antonio Bacci inviarono al papa un «Breve esame critico del Novus Ordo Missae», scritto da membri del gruppo di Lefebvre, in cui dichiarano ufficialmente che questo [l’Ordo] «rappresenta un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa quale fu formulata dal Concilio di Tridentino».

Nel suo libro autobiografico «La mia vita: ricordi, 1927-1977 , Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, attribuisce al concilio Vaticano II la causa dei mali della chiesa: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia», cioè dalla riforma conciliare, e facendo una strana sintesi della storia liturgica afferma senza addurre alcuna prova:

«Pio V si era limitato a fare rielaborare il messale romano allora in uso... Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro… Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica». Ne consegue che il Messale di Paolo VI è una contrapposizione a quello precedente. Come si concilia questa asserzione con il motu proprio dove Benedetto afferma che non vi è differenza alcuna tra i due Messali, che anzi sono due espressioni di un solo rito? Potrei portare decine di altre affermazioni del cardinale Ratzinger in contrasto con Benedetto XVI, ma credo ne basti una.

Due anni dopo, nel 1999, mentre Ratzinger era ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il vescovo di Siena, Mons. Gaetano Bonicelli inviò un quesito alla Congregazione Pontificia per il Culto Divino in cui chiedeva espressamente: «Ogni sacerdote può usare il Messale tridentino senza permesso, posto che S. Pio V gliene assicura la facoltà in perpetuo?». La Congregazione con protocollo n. 947/99L in data 11 giugno 1999, rispose telegraficamente: «No, poiché il “Missale Romanum” detto di S. Pio V è da ritenersi non più in vigore» (sottolineatura mia). Nella lettera di risposta al quesito, la stessa Congregazione aggiunge che Paolo VI nel porre mano alla riforma del messale di Pio V, volle «promulgare un testo rinnovato che prendesse il posto di quello fino ad allora in vigore» e se avesse avuto intenzione di lasciare il doppio uso, «avrebbe dovuto dirlo esplicitamente». (v. supra, testo al paragrafo «Contraddizioni»).   Quattro mesi dopo, il 18 ottobre 1999, a quanti protestavano per la risposta precedente, la medesima Congregazione per il Culto Divino dava la giustificazione che il Messale di Paolo VI era «l’unica forma in vigore di celebrazione secondo il Rito romano» e che la concessione di qualche deroga (indulto) su richiesta, «non significa affatto che le due forme abbiano un ugual valore» (sottolineatura mia). Se le parole hanno un senso, è l’esatto opposto di quanto afferma il motu proprio.


Quale ideologia?

Al messale tridentino corrisponde un’immagine di un Dio astorico e disincarnato, del tutto relegato nei piani superiori del cielo, inaccessibile e inavvicinabile: il Dio giansenista da adorare e che Jacques Prevért pregava: «Padre nostro, che sei nei cieli… restaci».  Il Dio della rivelazione che è un Dio incarnato relegato fuori dai confini della storia. In nome di questo Dio la chiesa, intesa come «christianitas» condiziona la vita e la morte, la politica, l’economia, i governi, le leggi perché accetta una sola regola: l’obbligo di credere in Dio.

Di conseguenza dietro il messale di Pio V vi è anche un progetto di ecclesiologia che può essere solo clericale, perché solo il clero è detentore della volontà di Dio. I laici dentro la chiesa sono una longa manus del clero per giungere là dove i chierici non possono arrivare. Scompare la teologia del sacerdozio battesimale perché i laici hanno uno statuto di pura supplenza. I laici fuori della chiesa, cioè i non credenti, i diversamente credenti, gli atei, ecc. non sono previsti perché sono un errore marginale: essi non hanno diritti, ma possono essere perseguitati. L’espressione massima simbolica di questa chiesa, è il celebrante chino sull’altare che «recita» la «sua» Messa con le spalle al popolo che a sua volta, «assiste» alla Messa mentre prega per conto suo. E’ l’apogeo dell’individualismo: la Chiesa trasformata in monadi.

Dietro il messale tridentino, non esiste Chiesa, ma solo folla anonima e amorfa impegnata ad eseguire riti in una lingua (latino) ai più incomprensibile. Ciò che conta è salvaguardare il «mistero» in senso magico che si snoda in formule e gesti spesso senza senso e privi di un’anima. Il messale di Pio V ha formato per cinque secoli generazioni di fedeli, spesso con una adesione esteriore che è crollata al primo attacco di secolarismo. In compenso è stato anche portatore di antisemitismo viscerale che ritiene ancora oggi il popolo ebreo di tutti i tempi responsabile della morte dell’ebreo Gesù. I fautori del ritorno al messale tridentino, dimenticano troppo spesso che Gesù era ebreo, che Maria era ebrea che gli apostoli e i primi cristiani e le prime donne cristiane erano ebrei.

Dietro al messale di Pio V c’è la visione del mondo come nemico e la democrazia, intesa come arte del nobile compromesso tra gruppi portatori di valori diversi, è vista come un pericolo, una abiezione. Non esiste lo Stato laico che è una aberrazione inaccettabile: lo Stato ha il dovere di imporre la religione cattolica, se necessario, anche con la forza. I fautori della Messa antica non accettano la modernità e tollerano gli Stati laici, in attesa di scalzarli con le armi stesse della democrazia, cioè attraverso il voto. Gli Stati totalitari sono più consoni a visione perché garantiscono ordine, impongono una morale pubblica e, anche se atei, pongono la religione facendone la religione dello Stato.
Dietro il Messale di Pio V c’è la visione e il desiderio forte di giungere ad uno stato teocratico, dove il peccato diventi reato e i cittadini sudditi, ai quali resta il valore dell’obbedienza gioiosa e libera. E’ la versione cattolica della sharìa islamica.

Dietro il Messale di Pio V vi è il rifiuto della scienza biblica come si è sviluppata negli ultimi quattro secoli, perché l’unico modo consentito di leggere le Scritture è quello fondamentalista, alla lettera e alla luce dell’interpretazione che i tradizionalisti danno del Concilio di Trento. Il cardinale Giuseppe Siri, contro ogni evidenza di critica testuale, soleva affermare che il vangelo di Matteo «doveva» essere il primo vangelo «perché lo afferma dogmaticamente il concilio di Trento». Per i fautori del messale tridentino, la storia si ferma a Trento e al Vaticano I: Trento perché si contrappone alla riforma di Lutero, il Vaticano I perché dichiara il dogma dell’infallibilità del papa, interpretata in modo estensivo.  


Conseguenze logiche

Appena due giorni dopo la pubblicazione del motu proprio, il 9 luglio 2007, viene pubblicato un «Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede su “Alcuni aspetti circa la dottrina sulla chiesa”» (porta la data ufficiale del 29 giugno 2007). In esso si sancisce in modo teologicamente strutturata la negazione che il Vaticano II è stato una rottura perché afferma le stesse cose dei concili precedenti sull’«esclusività» del concetto di «chiesa» che «subsistit» pienamente solo nella chiesa cattolica, in modo imperfetto in quella ortodossa e per nulla nelle realtà derivate dalla riforma luterana che non si possono chiamare “chiese”, ridimensionando così il processo ecumenico come cammino di «chiese sorelle» verso la pienezza dell’unità come frutto della conversione vicendevole a Cristo Signore, secondo la felice espressione del patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, Atenagora, e ripresa dal concilio Vaticano II (Unitatis Redintegratio, 14).

Se si ripristina, attraverso i riti, la teologia tridentina, si deve essere logici e coerenti: nessun dialogo è possibile in una disparità di posizione. Lo dice lo stesso Joseph Ratzinger che dichiara: «L’ecclesiologia ha a che fare per sua natura con la liturgia». Il ripristino del messale antico è denso di conseguenze che ora non è nemmeno possibile prevedere in un elenco esaustivo. Una cosa è certa: il pontificato benedettino di Ratzinger guarda al passato e ritiene che l’attuazione delle direttive del concilio, come realizzate da Paolo VI sono andate oltre il dettato del concilio stesso e quindi non sono vincolanti. In questo modo riconosce una patente di ragionevolezza a tutti i nostalgici che hanno visto nel concilio la rovina della chiesa cattolica e ora brandendo il «messale di PioV» come una spada vanno alla conquista della nuova Europa, dichiarando finita l’epoca della rivoluzione francese del 1749 che secondo loro è penetrata nella chiesa con il concilio.

Noi abbiamo fede nello Spirito Santo e sappiamo che anche i papi (ad esempio Pio X) possono frenare e ritardare il cammino della Chiesa verso la Gerusalemme celeste,m ma non possono fermare la storia, dentro il cui ventre siamo obbligati, in forza del comando del Signore a leggere «i segni dei tempi», come comandamenti dello «Spirito che soffia dove vuole» (Gv 3,8), Nemmeno Dio può farlo e questa volta, ne sono certo, «Deus non lo volt». Alcuni appai indissero le crociate, un papa, mille anni dopo chiese perdono per gli orrori ed errori che le crociate comportarono.

I nostalgici del passato sono «atei» perché negano la presenza di Dio nei tempi a loro contemporanei e che, invece, sono portatori come quelli passati, di nuove istanze e nuovi traguardi. Non riuscire a superare il limite della propria esperienza è la tragedia di chi afferma di credere nel Dio di Gesù Cristo che identifica solo con l’immagine che egli se ne è fatto, ma che non corrisponde al volto del Dio del vangelo (cf Conc. Vaticano II, Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” 19-20). Noi vogliamo guardare avanti e confidiamo nella Presenza del Signore e procediamo con fiducia con le parole dello stemma di Paolo VI: «In nomine Domini».


Paolo Farinella, prete
Parrocchia S. M. Immacolata e S. Torpete
Via delle Grazie 27/3
16128 Genova