RITORNO ALL’ANTICA MESSA TRA STORIA E
PROBLEMI
di Paolo Farinella
Conferenza tenuta dall’autore
venerdì 14 settembre 2007, giorno dell’entrata in vigore
del motu proprio papale,
ore 17,30 nella chiesa di San Torpete in Genova, Piazza San Giorgio
PREMESSA
1. Oggi 14 settembre entra il vigore il motu proprio del papa sul
ripristino della Messa preconciliare se-condo il rito del messale di
Pio V del 1570 nell’edizione ultima nel 1962, quando papa Giovanni vi
ap-portò due modifiche, di cui parleremo dopo. Il documento che
porta la data del 7 luglio 2007, si chiama «Summorum
pontificum» (dalle due prima parole del testo latino, come
è d’uso per i documenti papali) e si compone di n. 12 articoli.
Caso unico nella storia dei documenti papali, è accompagnato da
una «Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi di tutto il
mondo per presentare il “motu proprio” sull’uso della liturgia romana
anteriore alla riforma del 1970».
2. Nel mese di gennaio 2007 raccolsi 1.200 firme che spedii al
papa con una lettera con questo titolo: «Un papa non può
abrogare un concilio». Dopo un mese fui chiamato dal vescovo di
Genova, Mons. Ange-lo Bagnasco, il quale mi informò di avere
ricevuto l’invito a riprendermi con le dovute cautele.
3. Appena pubblicato il documento in latino con animo tumultuoso
in 20 ore scrissi un libretto di 80 pagine che inviai al Vescovo
pregandolo di farlo avere al papa. Lo informai anche che allo scadere
di otto giorni lo avrei consegnato all’editore per farne un documento
di risposta pubblica. Chiesi la prefazione al più grande
liturgista italiano vivente, P. Rinaldo Falsini, che al tempo del
concilio, fece parte della commissione liturgica come verbalista e che
pertanto ha il carisma di un testimone non solo della lette-ra, ma
anche della mens del concilio. L’editore Il Segno dei Gabrielli di
Verona, con cui avevo pubbli-cato lo scorso anno, il mio precedente
libro su «Dio e la civiltà occidentale», un mese e
mezzo dopo lo mise in diffusione (i due libri si trovano in fondo alla
chiesa).
4. Nel libro dopo avere messo in luce i problemi di ordine
teologico e liturgico, mi dichiaro obiettore di coscienza per questo
motu proprio. Ciò significa che non celebrerò mai con il
rito preconciliare a meno che il papa non m’impegni con la sua
autorità apostolica come dirò fra breve.
5. Otto giorni dopo l’uscita del mio libretto, il cardinale Carlo
Maria Martini fece una dichiarazione in cui disse le stesse cose: non
celebrerò mai con il vecchio rito. Mons. Brandolini, vescovo di
Sora e Frosinone piangendo in pubblico dichiarò che il 7 luglio
era un giorno amaro e triste. Il vescovo di Pisa mons. Alessandro
Plotti ha avocato a sé ogni decisione contro il motu proprio del
papa che obbliga il parroco a concedere il ripristino della liturgia
preconciliare. Potrei continuare in questa lista, ma credo che questi
esempi siano sufficienti per mettere in luce la problematicità
del documento papale.
6. Ciò premesso vorrei passare ad alcune riflessioni con
una avvertenza. Sono un prete cattolico e ci tengo a dichiararlo
pubblicamente, ma ciò non significa che devo rinunciare al
pensare con la mia testa e a riflettere con la mia coscienza. Nella
chiesa non vi è un solo cattolicesimo, ma vi sono tanti modi di
essere cattolici, dentro un quadro di riferimento comune che è
la Parola di Dio e il Concilio ecumenico Vaticano II. Tutti i miei
vescovi da Siri a Canestri, a Tettamanzi, a Bertone e a Bagnasco mi
hanno sempre riconosciuto la piena e totale cattolicità del mio
essere e pensare. Spesso siamo stati in disaccordo, anche veemente,
specialmente con Bertone, ma per motivi di opportunità che fino
a prova contraria però non fanno parte della dottrina.
7. Qui dichiaro apertamente e con piena e deliberata coscienza
che io Paolo Farinella, prete cattolico, obiettore di coscienza
dichiarato per questo atto, voglio bene al papa, ne riconosco
l’autorità apostolica e non metto in dubbio la sua successione
petrina. Riconosco che egli su di me ha piena e totale autorità
su due piani: la fede e la morale. Questo insegna la dottrina
tradizionale della chiesa cattolica. Al di fuori di questi due ambiti,
tutto ciò che il papa dice o fa può essere criticato
cattolicamente, purché nel rispetto della persona.
8. La dottrina tradizionale della chiesa insegna che il papa
può vincolare la mia coscienza con un atto in cui impegna
espressamente la sua autorità apostolica, impegnandomi
all’ubbidienza senza riserve. Se il papa fa questo, con un atto scritto
e assumendosi tutta la responsabilità davanti a Dio e alla sua
coscienza, io ubbidisco e celebro la messa non solo in latino, ma
anche in greco, in ebraico, aramaico o come vuole il papa. Non tutto
ciò che il papa dice o fa è vincolante. Il concilio
insegna: «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che
esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina
cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della
fede cristiana» (Unit. Redint. 11). Lo stesso Benedetto XVI nel
pubblicare il suo «Gesù di Nazaret» ha detto
espressamente che può essere criticato: «Ognuno è
libero di criticarmi» (p. 20).
9. Amo il latino, lingua con la quale ho studiato i primi anni di
teologia e che coltivo ancora oggi Chiunque legga il motu proprio
scopre immediatamente che non si tratta di Messa in latino: ciò
è una banalizzazione del problema. E’ un fatto squisitamente
teologico che pone molti interrogativi e sui quali è bene che i
credenti riflettano. Per dimostrare che non sono avverso al latino,
informo che il 1 novembre in questa chiesa celebreremo la Messa in
italiano, ma canteremo le parti variabili in latino con una Schola
cantorum di professionisti. In seguito lo faremo in quattro occasioni
annuali.
10. Se tra il pubblico vi è qualcuno o qualcuna che vuole
intervenire, anche in modo opposto, sappia che ha diritto di
esprimersi, lo faccia con stile, esponendo le sue ragioni. Tutto
ciò premesso, permettetemi di passare alle questioni vive.
Introduzione
Tutti i mass-media, nessuno escluso, hanno ridotto il ripristino
del messale di Pio V (1570) o rito tridentino al «ritorno della
messa in latino», deformando il contenuto del documento che
invece pone un problema squisito di ermeneutica: quale è
l’interpretazione da dare al concilio ecumenico Vaticano II?
Interrogativi
La posta in gioco non è il latino, ma la visione della
natura della Chiesa e della stessa preghiera. Secondo la famosa
espressione di Prospero d’Aquitania (390c.[?]-463c.[?]) il
«messale» esprime la natura stessa della chiesa, «lex
orandi statuat legem credendi» che si può tradurre con un
popolare: dimmi come preghi e ti dirò che chiesa sei. In questo
contesto il «messale» acquista anche un forte valore
simbolico: gli scismatici di Marcel Lefebvre, infatti, assumono il
messale tridentino come stendardo per la battaglia della restaurazione.
In gioco vi sono:
-
l’ermeneutica, cioè quale interpretazione dare del
concilio ecumenico Vaticano II? Fu un concilio che segnò un
salto di qualità oppure si situa nella stessa linea dei
precedenti, senza alcuna rottura?
- la prospettiva teologica
ed ecclesiologica: quale visione di
Chiesa c’è dietro al riforma di Paolo VI e quale visione di
chiesa c’è dietro il messale di Pio V del 1570? Le due visioni
sono compatibili?
- la natura della liturgia:
il tridentino parla di riti e
rubriche, il Vaticano II di liturgia. Se le parole hanno un senso,
quale differenza vi è in questa terminologia? E’ sufficiente
«assistere alla Messa» oppure è necessario
«partecipare alla liturgia comunitaria»?
- la preghiera eucaristica
è un atto individuale di culto
a Dio del solo sacerdote, oppure è un atto ecclesiale di culto
a Dio? Secondo il Targum ebraico a Cantico dei Cantici (2,8) nella
preghiera non è il l’orante che sta davanti a Dio, ma è
Dio che contempla l’assemblea orante.
- il prete può
celebrare da solo, separato dal popolo? Non
è scritto che il sacerdote è preso di tra gli uomini per
essere costituito a favore degli uomini (Ebr 5,1)? La Chiesa popolo di
Dio ha ancora senso oppure i battezzati sono una massa anonima e
passiva?
- qual è il ruolo
della «Chiesa nel mondo» se
la liturgia è incomprensibile e non si esprime con la
sensibilità dei tempi in cui si celebra? E’ l’enorme tema del
rapporto tra chiesa e mondo. La chiesa non è stata istituita per
gli angeli, ma per gli uomini e le donne e se vuole essere fedele a
Dio, deve parlare il linguaggio del suo tempo, in base al principio
biblico-teologico del «Verbo incarnato».
- il ritorno alla messa
tridentina offre spunti per un ritorno
alla «cristianità» medioevale quando il potere
spirituale che esercitava il suo dominio attraverso la spada del potere
temporale, eliminando così qualsiasi concetto moderno di
laicità nel desiderio di instaurare una società
teocratica. Scrive Leone XIII nell’enciclica Immortale Dei del 1885
(appena 122 anni fa):
«Vi
fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la
società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito
divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei
popoli, in ogni ordine e settore dello Stato… col favore dei Principi e
sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero
procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e
scambievoli servigi… Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i
popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla
superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le
invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della
civiltà… tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse
durata la concordia tra i due poteri… e a ragione se ne sarebbero
potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci
si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della
Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella
grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale
II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il
governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la
concordia viene meno, non soltanto non crescono le picco-le cose, ma
anche le grandi volgono miseramente in rovina”… Coerentemente, si
permetterà al singolo di giudicare secondo coscienza su ogni
questione religiosa; a ciascuno sarà lecito seguire la religione
che preferisce, o anche nessuna, se nessuna gli aggrada. Di qui
nascono dunque libertà di coscienza per chiunque, libertà
di culto, illimitata libertà di pensiero e di stampa»
(Leone XIII, Enc. Immortale Dei, 1 novembre 1885).
Gli studi di sociologia applicata sul dato religioso dicono che nei
prossimi 30 anni in Europa vi saranno due grandi religioni: il
Cattolicesimo e l’Islam che per numero e attraverso la democrazia
potranno condizionare gli Stati, riducendo fortemente lo spazio del
mondo laico. Un’alleanza tra cattolicesimo e islamismo su basi di un
comune fondamentalismo, potrebbe imporre una visione religiosa del
mondo.
Il risultato finale sarà una religione civile fondata su
«valori» esteriori che non lascerà spazio alla
coscienza individuale e alle ragioni della fede. In Europa,
Cristianesimo e Islam in quanto religioni maggioritarie, troveranno
una convergenza su tre categorie: monoteismo religioso, eticità
dello stato (o stato etico), tradizione nei costumi e nelle forme
rituali. Per questo il ritorno a rituali immutabili diventa quasi un
passaggio obbligato a questo appuntamento nel breve periodo. Viviamo in
un tempo di transizione e gli scenari geopolitici e religiosi che si
prospettano sono complessi: non possono essere banalizzati. A me pare
che anche questo documento debba inserirsi in una prospettiva di lungo
respiro. Sono convinto che il papa voglia giungere a questa svolta in
condizioni di vantaggio con una chiesa organizzata e governata
attraverso anche con lo strumento della liturgia che bene o male
raggiunge circa il 30% del popolo italiano.
Ratisbona non fu un incidente
L’appuntamento europeo dei prossimi 50 anni può essere solo o
uno scontro frontale o un accordo strategico. Molti commentatori hanno
visto nella lectio magistralis di Ratisbona un ballon d’essai per
misurare la portata di un eventuale conflitto. Il papa aveva il
diritto di citare l’imperatore Manuele II Paleologo, ma sarebbe
bastato che si fosse distanziato dal contenuto. Non lo fece. Non credo
ad un errore di valutazione, perché a quel livello nulla
avviene per caso. Con quella lezione il papa mise il mondo intero di
fronte all’aggressiva vivacità del mondo musulmano e il mondo
intero vide la portata di un eventuale scontro tra religioni. La
reazione del mondo musulmano, strumentalizzata dagli Stati politici,
dimostrò anche il limite dell’Islam in difficoltà
profonda dentro la modernità. Molti musulmani in Europa sono
atei di fatto, anche se esteriormente non lo dimostrano.
La conferma di questa chiave di lettura viene da Mons. Georg
Gänswein, segretario personale del papa, che dieci mesi dopo, il
27 luglio 2007, a freddo, in una intervista concessa a Peter Seewald
del Süddeutsche Zeitung, dichiara:
«Non si possono nascondere i tentativi di islamizzazione
dell’occidente. E il pericolo per l’identità dell’Europa, che vi
è legato, non deve essere negato per una malintesa idea di
rispetto. I Cattolici vedono chiaramente questo pericolo e lo dicono
anche. Giustamente il discorso di Ratisbona doveva contrastare una
certa ingenuità».
Lo scopo “espresso” del motu proprio
Il papa dice espressamente, senza mai nominarla, che vuole
recuperare
la «Fraternità di San Pio X», fondata dal vescovo
scismatico Marcel Lefebvre e quelli che da essa si sono separati
costituendo un altro gruppo di irriducibili dentro la chiesa cattolica.
Per essi il papa stesso ha fondato un Istituto detto del «Buon
Pastore» con sede a Bordeaux.
Lefebvre in pieno concilio sognava il ritorno ai tempi in cui la
«religione era religione di Stato» e non nascose mai che il
suo modello di governo era quello di Francisco Paulino Hermenegildo
Teódulo Franco y Bahamonde Salgado Pardo de Andrade de
España, per gli amici detto il caudillo o generalísimo
Francisco Franco (1892-1975) .
Marcel Lefebvre, già a concilio in corso, fu il primo a rendersi
conto della dirompente innovazione del Vaticano II. Si oppose alla
riforma liturgica e coerentemente rifiutò in blocco il concilio
perché lo riteneva in rottura e in contrasto con i concili e i
papi precedenti. Issò la bandiera della «Messa
tradizionale» o «Messa di sempre» che mise in
contrapposizione con la «Messa eretica di Paolo VI»,
facendone un simbolo magico e sentimentale, dicendo che il concilio
aveva operato una rottura con la tradizione precedente. In un periodico
della Fraternità si legge :
«Per disarmarci, le autorità religiose attuali
delegittimizzano gli insegnamenti dei Papi e dei Concili di prima.
Mentre la nostra CIVILTA’ va allo scontro più importante della
sua storia… Ecco come è cambiata la dottrina cattolica: Quale
sarà il comportamento delle autorità religiose nei
prossimi anni di fronte alla: islamizzazione?… al mondialismo?… al
modernismo? Siamo preoccupati. Saremo disarmati dottrinalmente dal Papa
e dai Vescovi pacifisti?… Perché si pentono delle Crociate
volute da tanti Papi e santi? Perché il Papa bacia il Corano?
Perché i Vescovi favoriscono la costruzione di moschee?
Perché danno le nostre chiese ai musulmani? (Assisi 1986…). La
globalizzazione che distrugge la nostra Patria, la nostra cultura,
è accompagnata dalla unificazione delle religioni, ma per fare
questo i modernisti devono togliere o sminuire gradualmente i nostri
dogmi… ci stanno cambiando la Religione senza dircelo».
Per questi nostalgici del ritorno alla «cristianità»
il mondo finisce con i due concili di Trento e Vaticano I, come se
dopo, lo Spirito Santo non operasse più e il Signore se ne fosse
andato in vacanza. Il movimento lefebvriano ha anche inventato una tesi
teologica detta di «Cassiaciacum» sulla «sede
vacante» secondo la quale «Paolo VI ed i suoi successori
(di fatto Giovanni Paolo II), «benché canonicamente eletti
al pontificato, non hanno però l’autorità
pontificia» perché si sono separati dalla Chiesa di Cristo
che è la chiesa del concilio di Trento e del Vaticano I .
Ancora Lèpanto?
Negli
anni ’60-’70, il vescovo Lefebvre non fu un isolato, ma ebbe
sostenitori sia nella curia romana (cardinali Antonio Bacci, Silvio
Oddi e Alfredo Ottavini e altri) sia nell’episcopato italiano, tra i
quali, i cardinali Ermenegildo Florit di Firenze, Ernesto Ruffini di
Palermo e il card. Giuseppe Siri di Genova. Siri fu sostenitore e
istigatore di Lefebvre fino alla soglia dello scisma. Poi non potendolo
più governare, si ritrasse. Soleva dire: «Ci vorranno
cinquant’anni per riparare gli errori commessi da papa Giovanni XXIII e
dal concilio». Profezia avverata.
Costoro sognano una nuova
battaglia di Lepanto come baluardo della difesa della «Tradizione
Cattolica» sintetizzata nel trinomio: Dio, Patria, Famiglia. Il
«messale tridentino» porta il nome di San Pio V
(1566-1572), il papa che promosse la Lega Santa degli Stati cristiani
che a Lepanto schierarono la flotta a forma di croce. Prima della
battaglia, una croce venne levata su ogni galea e i combattenti
ricevettero l’assoluzione plenaria, secondo l’indulgenza concessa
appositamente da Pio V. Subito dopo, ammainando tutte le bandiere
tranne lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso, domenica 7
ottobre 1571, la flotta sconfisse quella islamica guidata da Mehemet
Alì Pascià. Il ritorno al «messale di Pio V»
è intriso di significati che vanno oltre la semplice
reintroduzione dell’innocua e incolpevole lingua latina.
Giovanni, il profeta
Papa
Giovanni XXIII il 29 gennaio del 1959 nella basilica di San Paolo fuori
le mura in Roma annunciò la convocazione del concilio per dare
alla chiesa un respiro universale, cioè «cattolico»,
aprendola al mondo moderno perché parlasse le lingue degli
uomini e dei popoli, specialmente del Terzo Mondo, che negli anni ’60
cominciavano ad essere indipendenti da ogni colonizzazione, in cammino
verso quella che J. F. Kennedy indicò come la «nuova
frontiera». Il vecchio papa, storico di fine intuito, disse che
la chiesa non poteva limitarsi ad essere un museo del passato, ma
doveva aprirsi al vento nuovo della «novella Pentecoste»
come egli stesso definì il Vaticano II.
«Novella
Pentecoste»
e «nuova Pasqua» esprimono bene la
«novità» che il concilio intendeva annunciare:
uscire dalla cittadella assediata in cui si era rintanato Pio IX dopo
la breccia di Porta Pia del 1870, dando origine alla «questione
romana» che sarà risolta, ahimè! solo con il
trattato-concordato del 1929 con il governo fascista di Mussolini. Papa
Giovanni fece uscire la Chiesa sulle strade del mondo, con
atteggiamento benevolo perché: Dio ha tanto amato il mondo da
mandare il suo Figlio unigenito (cf Gv 3,16). Dopo 92 anni dal 1870
egli fu il papa che viaggiò in treno: il 4 ottobre del 1962,
sette giorni prima dell’apertura del concilio, si recò a Loreto
e ad Assisi. Il papa buono levò il ponte levatoio e aprì
le finestre perché entrasse aria fresca. Molti gli furono
contro, specialmente dentro la curia romana. Lo stesso Giovanni XXIII,
quasi prevenendo «i profeti di sventura», nella
costituzione apostolica «Humanae salutis» con cui
convocò il concilio, constata:
«Sappiamo che gli animi di
alcuni non scorgono altro che tenebre, dalle quali pensano che il mondo
sia interamente avvolto. Noi invece amiamo riaffermare la Nostra
incrollabile fiducia nel divino Salvatore del genere umano, che non ha
affatto abbandonato i mortali da lui redenti. Anzi, seguendo gli
ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare “i segni
dei tempi” (Mt 16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non
pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e
per l’umanità» (Cost. Apost. Humanae Salutis del
25-12-1961, in Enchiridion Vaticanum I, n. 4*).
Lo stesso giorno
dell’inaugurazione del concilio, l’11 ottobre 1962, con la sua
tranquilla determinazione, mette in guardia i 2500 padri provenienti da
tutto dai «profeti di sventura, che annunziano eventi sempre
infausti, quasi che incombesse la fine del mondo» . Il documento
di Ratzinger sembra porre fine a questo processo di rinnovamento.
Paolo VI, il dubbio e la paura
Paolo
VI, animo tormentato e rispettoso delle persone e degli eventi, fu un
grande papa, ma fu anche schiacciato dalla paura tra chi vedeva
nell’attuazione del concilio «prevaricazione e rovina» e
chi voleva portare fino in fondo le intuizioni accennate dal concilio .
Paolo VI, temendo un fuga all’indietro dei tradizionalisti capeggiati
da Marcel Lefebvre e in avanti da coloro che chiedevano una maggiore
coerenza con le intuizioni del concilio, fu preso dall’angoscia e
frenò, scontentando tutti: il Vaticano II rimase incompleto e
invischiato nelle contraddizioni proprie di un tempo d’incertezze che
furono causa per un verso di eccessi superficiali e per l’altro di
rifiuto totale. Sul piano della liturgia, è opinione comune tra
i liturgisti (per tutti, Enrico Mazza, docente di Liturgia alla
Cattolica) e gli Istituti di ricerca che la riforma di Paolo VI fu una
mezza riforma, rimase in mezzo al guado e non ebbe il coraggio di
andare fino in fondo.
Il lungo pontificato di
Giovanni
Paolo II, attraverso le ordinazioni episcopali in tutto il mondo,
operò una lenta e costante «restaurazione», mettendo
a tacere ogni voce di dissenso, anche legittimo, ogni esperimento
teologico (es. la teologia della liberazione) e ogni fermento
conciliare: per l’Italia il punto culminante fu il Convengo di Loreto
del 1985 che fu la consacrazione dei movimenti e il ridimensionamento
dell’Azione Cattolica e la fine della sua «scelta
religiosa».
Acquistano peso e riconoscimento
ufficiale gruppi fortemente identitari che segneranno la chiesa degli
ultimi trent’anni e la segnano ancora adesso: Comunione e Liberazione
di don Giussani ; l’Opus Dei ; la Legione di Cristo del messicano
Marcial Maciel e la Legio Mariae; Rinnovamento Cattolico Carismatico ,
il Cammino Neocatecumenale , senza tacere «Radio Maria» che
in tutto il mondo diffonde idee preconciliare e auspica un ritorno al
passato, con forti toni antisemiti come avviene in Polonia.
Tutti questi gruppi fanno
esplicita o implicita professione di adesione alla chiesa
preconciliare, con un forte dominino sulle coscienze e considerano il
concilio come un fatto archiviato. Essi vedono in papa Ratzinger un
condottiero per la battaglia apocalittica di Armagheddon contro la
modernità e il pericolo d’invasione dell’Europa da parte dei
nuovi barbari, identificati negli arabi musulmani che secondo Oriana
Fallaci hanno trasformato l’Europa in «Eurabia» . Il
presidente della Cei, Angelo Bagnasco disapprovò alcuni di
costoro che insieme alle forze politiche di destra, il 12 settembre
2007, primo giorno di Ramadan, indicono la recita del Rosario davanti
alla costruendo moschea di Genova, la sua diocesi.
La reintroduzione del
messale
tridentino fu iniziata da Giovanni Paolo II che concesse l’indulto,
cioè il permesso eccezionale di usare i riti tridentini ai
gruppi di nostalgici che ne facevano espressa richiesta al vescovo,
dopo lo scisma di Léfebvre (1988). Giovanni Paolo però
escluse la celebrazione nelle chiese parrocchiali e vietò che si
facesse «ogni mescolanza tra i testi ed i riti dei due
Messali»: il tridentino [ed. 1962] e quello di Paolo VI del 1970
. Giovanni Paolo II vieta la mescolanza tra i due messali, Benedetto
XVI nega che vi siano due messali. L’uno o l’altro pari non sono.
Conflitto di ermeneutiche
Tra
il 1995 e il 2001, sotto la direzione di Giuseppe Alberigo, discepolo
di don Giuseppe Dossetti, professore di storia della Chiesa
all’Università di Bologna e direttore dell’Istituto per le
Scienze Religiose, conosciuto come l’«officina di Bologna»,
la casa editrice il Mulino pubblica la monumentale «Storia del
Concilio ecumenico Vaticano II», in cinque volumi, editi in
italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e russo. Il
curatore, che fa parte dello stesso gruppo di studiosi, è
Alberto Melloni, storico stimato di fama mondiale.
La tesi della «scuola
bolognese» è la seguente: il vero patrimonio lasciato in
eredità dal concilio non sono i suoi documenti, pure importanti,
anche se superati dalla forza degli eventi del post-concilio, ma
«lo spirito del concilio» che va di gran lunga oltre la
«lettera materiale» del suo magistero. Lo spirito
conciliare risale alla «novella Pentecoste» auspicata da
papa Giovanni XXIII. Paolo VI, papa alquanto introverso e timido, si
sarebbe lasciato condizionare dalla paura di una rottura e quindi ha
smorzato quello spirito iniziale. Ciononostante, con tutti i limiti del
caso, il concilio rappresenta una cesura inequivocabile tra ciò
che lo precede e quanto lo segue.
La risposta alla tesi bolognese
non si fece attendere e giunse direttamente dal cardinale Camillo Ruini
vicario del papa e allora anche presidente della Cei. Il 22 giugno
2005, presentando un libro di risposta alla tesi bolognese il cardinale
attacca frontalmente l’opera di Alberigo-Melloni contestando la lettura
«innovativa» dell’officina bolognese , a cui segue il 29
novembre 2005 su «Avvenire», quotidiano della Cei,
l’articolo dello storico tedesco Walter Brandmüller «Il
Vaticano II nella storia dei Concili» con cui si cerca di dare
veste scientifica alle affermazioni di Ruini. La restaurazione è
cominciata.
Si può però
stabilire una data precisa per la svolta benedettino-ratzingeriana:
è giovedì 22 dicembre 2005. Incontrando la curia vaticana
per lo scambio degli auguri di Natale, Benedetto XVI parla
espressamente di due «ermeneutiche» contrapposte nella
lettura del concilio Vaticano II:
«Da una parte esiste
un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della
discontinuità e della rottura”. Essa non di rado si è
potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte
della teologia moderna. Dall’altra parte c'è l’”ermeneutica
della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico
soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato. È un soggetto che
cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso,
unico soggetto del Popolo di Dio in cammino».
Alla luce di questi fatti, il
motu proprio «Summorum Pontificum» altro non è che
l’applicazione concreta dell’ermeneutica del «rinnovamento nella
continuità». Se il concilio ecumenico Vaticano II è
uno dei tanti della storia della chiesa: un concilio vale l’altro e non
vi è, né vi può essere, contraddizione tra di
loro. Qui è il cuore della questione che riprende e fa propria
radicalmente l’accusa del movimento lefebvriano: per i continuisti, tra
cui il papa, il concilio Vaticano II non ha deviato dalla Tradizione,
semmai sono state le riforme del post-concilio che sono andate oltre le
prescrizioni del concilio per cui si possono cambiare senza rinnegare
il concilio; per i lefebvriani invece non solo il post-concilio, ma
anche il concilio ha deviato dalla tradizione della Chiesa per cuid eve
essere abrogato.
Il primo passo di questo
raddrizzamento passa attraverso la riforma liturgica che ha pervaso
l’intera chiesa: mettere sullo stesso piano i due messali significa
affermare che vi è la stessa teologia, la stessa ecclesiologia e
lo stesso intento di religione del dovere, dell’ubbidienza, della
passività: la religione della presenza sostituisce quella della
coscienza.
Cerchio e quadrato non coincidono
Riammettendo
in forma indiscriminata il «messale di Pio V», papa
Ratzinger fa sue le posizioni dei lefebvriani, indebolendo così,
anche inconsciamente, il magistero del concilio e dei papi che lo hanno
presieduto e realizzato. La teoria dell’ermeneutica della
continuità non regge da un punto di vista teologico, in base al
principio scolastico che «contra factum non datur
argumentum» e il «factum» qui sono i documenti
ufficiali, non le opinioni dei singoli teologi. Alcuni esempi:
- la dichiarazione
«Dignitatis Humane» sulla libertà religiosa (7
dicembre 1965), riconosce ufficialmente la libertà di coscienza,
ma ciò è incompatibile con le dichiarazioni di Leone XIII
sopra riportate e con quelle degli altri papi che vedremo subito;
- la dichiarazione
«Nostra Aetate» sulle religioni non cristiane (28 ottobre
1965) e il decreto «Unitatis Redintegratio» sull’ecumenismo
(21 novembre 1964) di fatto relativizzano la tesi che vuole esaurire il
concetto di «chiesa di Cristo» nella sola chiesa cattolica
e si oppongono alle dichiarazioni vincolanti del «Sillabo o
Catalogo dei principali errori del nostro tempo» di Pio IX
(1864).
Su questo punto hanno
ragione i
lefebvriani: Tra Vaticano II e magistero precedente non c’è
linearità, ma spesso contraddizione. L’insegnamento di Pio IX,
di Gregorio XVI, di Leone XIII e di Pio X sono incompatibili con la
dottrina del concilio ecumenico Vaticano II ,
Ecco una breve una breve
comparazione di testi a confronto (sottolineature mie):
Papi precedenti al Vaticano II
Libertà di coscienza
«Da
questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce
quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba
ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore
velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata
libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della
Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza
sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla
Religione» (Gregorio XVI, Enc. Mirari Vos 1832). «Il
Concilio Vaticano II dichiara che la persona umana ha diritto alla
libertà religiosa. Questa libertà comporta che tutti gli
uomini devono essere immuni da ogni costrizione da parte di individui,
o gruppi sociali o di qualsiasi altro potere umano, di modo che nessuno
sia costretto ad agire contro la propria coscienza» (Dignitatis
Humanae, 2).
«I Cattolici non possono
sostenere questa opinione erronea, funesta per la salvezza delle anime:
[che] la libertà di coscienza e di culto è un diritto
proprio di ogni uomo. [che] Questo diritto deve essere proclamato e
garantito dalla legge in ogni società ben organizzata. [che] I
cittadini hanno il diritto alla piena libertà di manifestare ad
alta voce e pubblicamente le proprie opinioni qualunque esse siano, con
la parola, la stampa o qualunque altro mezzo senza che
l’autorità civile o ecclesiastica possa imporre un limite»
(Pio IX, Enc. Quanta Cura 1864).
[E' un errore affermare che] «ogni uomo è libero di
abbracciare e di professare la religione che egli riterrà essere
vera ai lumi della ragione». (Pio IX, Sillabo 1864)
«Il Concilio Vaticano II dichiara, inoltre, che il diritto alla
libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità
stessa della persona umana come ci è stato trasmesso dalla
Parola di Dio e dalla ragione stessa. Il diritto della persona umana
alla libertà religiosa nell’ordine giuridico della
società deve essere riconosciuto in modo che esso costituisca un
diritto civile... L’esercizio di questo diritto non può essere
impedito... La verità deve essere cercata… con una ricerca
libera, con
l’insegnamento, lo scambio ed il dialogo» (Dignitatis Humanae 1 e
2).
La salvezza fuori dalla Chiesa
[E’ un errore affermare che] «gli uomini possono trovare il
cammino della salvezza eterna ed ottenere questa salvezza nel culto di
qualsiasi religione» (Pio IX, Sillabo1864).
[E’ un errore affermare che] almeno si deve bene sperare della eterna
salvezza di tutti coloro che non sono nella vera Chiesa di
Cristo» (Pio IX, Sillabo 1864). «Quelli che senza
colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia
cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di
compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso
il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza
eterna» (Lumen Gentium, 16).
Le religioni non cristiane
[E' un errore affermare che] «la Chiesa non ha potestà di
definire dogmaticamente che la religione della Chiesa cattolica sia
l’unica vera religione» (Pio IX, Sillabo 1864). «La
Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che c’è di vero
e santo nelle altre religioni. Essa considera con rispetto sincero qui
modi di agire e di vivere, quelle regole e quelle dottrine che,
benché siano diverse in molti punti con quelli che essa stessa
sostiene e propone, tuttavia hanno spesso dei raggi di verità
che illuminano tutti gli uomini (Nostra Aetate [1965 § 2).
[E' un errore affermare che] «in questa nostra età non
conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica
religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti, quali che si
vogliano» (Pio IX, Sillabo 1864). «Non è
consentito al potere pubblico, con la forza, l’intimidazione, o con
qualunque altro mezzo, imporre ai cittadini la professione o l’abiura
di una religione qualunque essa sia, o di impedire a qualcuno di
entrare in una comunità religiosa o lasciarla» (Dignitatis
Humanae 6).
Le altre Chiese cristiane
[E’ un errore affermare che] «il protestantesimo non è
altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana,
nella quale egualmente che nella Chiesa cattolica si può piacere
a Dio» (Pio IX, Sillabo 1864).
«Tra gli elementi ed i beni con i quali la Chiesa si costruisce e
si vivifica, diversi se non persino molti, possono essere fuori dai
confini visibili della Chiesa cattolica: la Parola di Dio scritta, la
vita della grazia, la fede, la speranza e la carità , altri doni
interiori dello Spirito Santo ed altri elementi visibili. Di
conseguenza, queste Chiese e Comunità separate non sono per
nulla prive di significato e di valore nel mistero della
salvezza» (Unitatis Redintegratio, 3).
La società moderna
«Socialismo
e democrazia sono una sorta di flagello» (Pio IX, Sillabo 1864).
«La Società umana,
quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali… Di
qui viene che, nella umana Società, è secondo la
ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e
proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i
quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a
conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro
benessere materiale e morale» (cf Leone XIII, Encycl. Quod
Apostolici muneris, citato da Pio X, motu proprio Fin dalla prima o
Sillabo Sociale, nn. I e III). “È pienamente conforme alla
natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre
meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, la
possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente
sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità
politica, sia al governo degli affari pubblici, sia alla determinazione
del campo d'azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla
elezione dei governanti (Gaudium et Spes, 75).
La schiavitù
«La
schiavitù in quanto tale,considerata nella sua natura
fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e
divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e
sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto
riferimento... Non è contrario alla legge naturale e divina
che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o
regalato» (Pio IX, Instruzioni 1866).
Costoro [i Socialisti, ndr] invero non smettono di blaterare… che tutti
gli uomini sono per natura uguali fra loro… l’ineguaglianza di diritti
e di potestà proviene dall’Autore medesimo della natura (Leone
XIII, Enc. Quod Apostolici Muneris 1878). «Tutto ciò
che offende la dignità umana, come le condizioni di vita
subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la
schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei
giovani: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose.
Le umane istituzioni, sia private che pubbliche, si sforzino di
mettersi al servizio della dignità e del fine dell’uomo. Nello
stesso tempo combattano strenuamente contro ogni forma di
servitù sociale e politica, e garantiscano i fondamentali
diritti degli uomini sotto qualsiasi regime politico» (Gaudium et
Spes, 27 e 29).
Con questi testi non si può parlare di «ermeneutica della
riforma» che per il papa è sinonimo di «ermeneutica
della continuità». Nessuno può «spegnere lo
Spirito» (1Tm 5,19). Certo, se non si accetta che ogni concilio,
come ogni papa vivono nel contesto del loro tempo con i limiti e il
relativismo proprio di quel tempo, è naturale attribuire a
qualsiasi affermazione un valore atemporale e definitivo, emanazione
diretta della volontà di Dio .
Il testo del motu proprio
Il
motu proprio generalizza il
ritorno al messale di Pio V, eliminando le riserve dell’indulto di
Giovanni Paolo II, prima fra tutti il divieto di fare confusione tra i
due messali. I gruppi stabili presenti in una parrocchia possono
chiedere la Messa di Pio V; il parroco deve accogliere generosamente la
richiesta. La messa preconciliare può essere
«detta», una volta al giorno, anche di domenica; chi vuole
può usare le letture del lezionario riformato di Paolo VI, ma
non c’è obbligo.
Coloro che chiedono il messale di
Pio V, rifiutano in modo specifico il lezionario di Paolo VI che
considerano un abuso e quindi eliminano la Mensa della Parola che
è il frutto più bello del concilio che volle imbandita in
modo abbondante e ricco. Accanto alla Messa, il papa concede anche
l’uso preconciliare di tutti i riti per la celebrazione dei sacramenti
a gentile richiesta, come Battesimo, cresima, funerali, matrimoni, ecc.
compreso il breviario sia individuale che comunitario. Non è
più un’eccezione, ma una restaurazione in piena regola, il
ritorno in forma globale alla forma e alla mentalità del
preconcilio.
Una svista?
Il
documento reintroduce il messale precedente il concilio come
«messale di Giovanni XXIII». Non si parla mai di Messale di
Pio V o delle revisioni apportate da Benedetto XV o da Pio X o delle
parziali riforme di Pio XII relative alla settimana santa, come sarebbe
giusto, ma presenta il messale come se fosse quello del «papa
buono». Il
«papa buono», in
attesa della riforma del concilio, si limitò solo a due
ritocchi: aggiunse il nome di San Giuseppe nel canone della Messa,
detto «Canone Romano» allora considerato intangibile, tanto
che il cardinale Siri lo riteneva anche «dogmaticamente»
vincolante e, in secondo luogo, tolse il «pro perfidis
Iudaeis» dalla preghiera del venerdì santo . Questi due
interventi non giustificano l’attribuzione del messale a Giovanni
XXIII, perché esso è rimasto quello di Pio V del 1570,
rivisitato da Pio X e Benedetto XV. D’altra parte, mentre in concilio
pendeva una discussione sulla riforma liturgica, era inconcepibile che
il papa potesse pensare ad un nuovo messale al di fuori delle
competenze del concilio.
Cedimento ai nemici del concilio
Un
gruppo sparuto di aderenti al movimento di Lefebvre, dopo avere
abbandonato il movimento, ha chiesto di rientrare nella chiesa
cattolica a determinate condizioni, tra le quali l’uso esclusivo del
messale tridentino e nessuna richiesta di adesione formale al concilio
Vaticano II, che per loro è e resta eretico. Forse sarebbe stato
opportuno chiedere a tutti una adesione totale e senza riserve al
concilio e alle riforme di Paolo Vi e solo dopo prendere in
considerazione eventuali concessioni. Senza una accettazione del
Vaticano II viviamo in una chiesa di fatto scismatica in modo
permanente, in cui si fa finta di essere uniti, ma si appartiene a due
chiese distinte e separate.
Il papa sancisce due forme
di
messale: una è la «forma ordinaria» ed è la
messa riformata di Paolo VI, l’altra è la «forma
extraordinaria», lasciata però alla discrezione dei
richiedenti, senza alcun vincolo, visto che il parroco deve concederla,
ed è la messa tridentina. Se è un obbligo o un atto
dovuto, cessa di essere forma «extraordinaria» che comporta
almeno l’idea di eccezionalità. In questo modo chi la chiede non
deve fare atto di sottomissione al magistero del concilio. Si viene a
creare questo «monstrum» teologico: alcuni celebrano con il
Messale di Pio V che è «forma extraordinaria» della
celebrazione ordinaria che resta quella di Paolo VI, ma ritengono Paolo
VI e il concilio eretici.
Il 7 luglio 2007, tre ore
dopo la
pubblicazione del motu proprio, il capo del lefebvriani, il vescovo
Bernard Fellay, successore di Lefebvre, pubblica in internet un
comunicato ufficiale della «Fraternità San Pio X»,
in cui, preso atto con soddisfazione del ritorno all’antica messa,
chiede di sedersi ad un tavolo per affrontare le «questioni
teologiche aperte dal concilio Vaticano II», di cui in sostanza
pretende la pura e semplice abrogazione.
La questione è posta
esplicitamente da Fernando Rifan, vescovo lefebvriano
dell’Amministrazione Apostolica Personale San Giovanni Maria Vianney
nella diocesi di Campos in Brasile, che in una intervista alla rivista
ITEM del 14 gennaio 2004, dichiarò:
«Noi
conserviamo la stessa
posizione cattolica, la nostra posizione di sempre. Siamo per la
regalità sociale di Cristo Re, siamo contro la libertà
religiosa in quanto relativismo dottrinale, laicismo dello Stato,
indifferentismo e sincretismo religioso, uguaglianza di tutte le
religioni davanti alla legge; in una parola siamo contro la
libertà religiosa condannata da Gregorio XVI, Pio IX e Pio XII.
Noi siamo contro l’ecumenismo di complementarietà, o l’irenismo,
e siamo per il ritorno o la conversione dei separati. Siamo contro la
democratizzazione della Chiesa a tutti i livelli. Evidentemente, noi
abbiamo il diritto di criticare gli errori e di presentare le nostre
critiche costruttive, nel rispetto delle persone, alle autorità
della Chiesa!… siamo contro il Magistero postconciliare”, o quantomeno
contro una parte del Magistero postconciliare».
Per il buon senso e la
logica
teologica, l’espediente della forma «ordianria» e
«extraordinaria» non regge perché dietro due messali
vi sono due modelli diversi preghiera, di chiesa, e di fatto due riti
diversi, con due mentalità diverse e contrapposte. Nella
parrocchia dove si useranno i due messali, si avranno due altari, due
liturgie, due forme diverse di catechesi, due armadi per i vestiti
diversi, due suppellettili diversi, due organizzazioni diverse, ecc.
La prova la dà lo stesso
papa che proibisce l’uso del messale di Pio V durante il triduo
pasquale, perché nella preghiera del venerdì santo del
rito tridentino vi sono ancora formule irriguardose e offensive nei
confronti degli Ebrei che possono alimentare un antisemitismo mai
spento in larga parte del mondo cattolico, specialmente negli ambienti
legati alla destra e al messale di Pio V. Se non c’è differenza di
messali e si ha un solo rito come afferma il papa, perché
proibire l’uso del messale di Pio V nella settimana santa? Vuol dire
che almeno in questo c’è una differenza abissale con quello di
Paolo VI.
I lefebvriani sono rimasti
inorriditi quando Giovanni Paolo II visitando la sinagoga ebraica di
Trastevere, il 13 aprile 1986, disse davanti al popolo ebraico:
«Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si
potrebbe dire i nostri fratelli maggiori». Per i cultori della
tradizione, gli Ebrei di tutti i tempi sono «deicidi» e
complottatori a livello mondiale contro l’avvento del regno di Cristo.
Sarebbe interessante verificare se i tradizionalisti oseranno usare il
messale di Paolo VI almeno nella santa. Il gruppo di fuoriusciti dalla
fraternità di Lefebvre di Bordeaux hanno già detto per
es. che non andranno mai il giovedì santo in cattedrale per la
messa crismale perché dovrebbero concelebrare che per loro
è una bestemmia.
Contraddizioni
Il papa dice espressamente che (cito): il «Messale Romano
promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato», per
cui coesistono due messali (di Pio V e Paolo VI), ma come «due
stesure del Messale Romano: non due riti, ma un uso duplice dell’unico
e medesimo Rito» e ancora: «non è appropriato
parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due
Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo
Rito» (Lettera di accompagnamento al motu proprio). Le reazioni
sia in Italia e nel mondo sono improntate a cautela, ma puntuali ferme.
I liturgisti, i teologi, i giuristi e gli storici della liturgia che
ho interpellato dicono che è un’affermazione senza senso, per
diversi motivi.
Da un punto di vista giuridico, la legge successiva abroga quella
precedente, a meno che il legislatore non dichiari espressamente
ciò che della precedente resta in vigore (cf Codice Diritto
Canonico, can. 19). E’ un principio basilare di giurisprudenza. Il motu
proprio afferma il contrario. Paolo VI, nella costituzione apostolica
«Missale romanum» dice espressamente di porre mano al
riordino del messale di Pio V (non parla mai di messale di Giovanni
XXIII) che viene così sostituito da quello riformato per ordine
del concilio Vaticano II, come ebbe a dire espressamente la
Congregazione per il Culto Divino:
«Sebbene
nella Costituzione Apostolica Missale Romanum del Papa
Paolo VI, non si trovi una formula esplicita di abrogazione del Missale
Romanum di S. Pio V, è tuttavia chiara la volontà del
supremo Legislatore liturgico di promulgare un testo rinnovato del
«Missale Romanum» che prendesse il posto di quello fino ad
allora in uso. Se la volontà del Pontefice fosse stata quella di
lasciare in vigore le precedenti forme liturgiche come una alternativa
di libera scelta, avrebbe dovuto dirlo esplicitamente. Rebus sic
stantibus e alla luce della documentazione posteriore, come
della
prassi, si deve asserire che il «Missale Romanum» anteriore
al Concilio Vaticano II non è piú in vigore come una
alternativa di libera scelta per l’insieme delle Chiese che
appartengono la Rito romano» (Risposta a Mon Gaetano Bonicelli,
vescovo di Siena, Protocollo n. 947/99L dell’11 giugno 1999).
C’è inoltre un testimone autorevole e garantito dal punto di
vista della tradizione: è il cardinale di Genova Giuseppe Siri
che afferma senza ombra di dubbio che l’approvazione di un nuovo rito
romano porta alla sostituzione del precedente. Egli infatti 25 anni fa,
a distanza di 17 anni dalla chiusura del concilio, ad un monaco inglese
che gli chiedeva come si dovesse comportare in campo liturgico nel
dubbio tra vecchio e nuovo rito rispondeva: «Il potere col quale
Pio V ha fissato la sua riforma liturgica è lo stesso potere di
Paolo VI. L’aver riformato l’Ordo implica la sua sostituzione
all’antico» (lettera del 6.9.1982).
Interpretazioni contrapposte
Nel 1968 a qualche mese di distanza dalla pubblicazione
del Novus Ordo Missae di Paolo VI, due calibri del tradizionalismo
intransigente, il card. Alfredo Ottaviani, predecessore di Ratzinger
all’allora Sant’Uffizio, e il card. Antonio Bacci inviarono al papa un
«Breve esame critico del Novus Ordo Missae», scritto da
membri del gruppo di Lefebvre, in cui dichiarano ufficialmente che
questo [l’Ordo] «rappresenta un impressionante allontanamento
dalla teologia cattolica della Santa Messa quale fu formulata dal
Concilio di Tridentino».
Nel suo libro autobiografico «La mia vita: ricordi,
1927-1977 , Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la
Dottrina della Fede, attribuisce al concilio Vaticano II la causa dei
mali della chiesa: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui
oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della
liturgia», cioè dalla riforma conciliare, e facendo una
strana sintesi della storia liturgica afferma senza addurre alcuna
prova:
«Pio
V si era limitato a fare rielaborare il messale romano
allora in uso... Non diversamente da lui, anche molti dei suoi
successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai
contrapporre un messale a un altro… Un
messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è
solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo
di crescita storica». Ne consegue che il Messale di Paolo VI
è una contrapposizione a
quello precedente. Come si concilia questa asserzione con il motu
proprio dove Benedetto afferma che non vi è differenza alcuna
tra i due Messali, che anzi sono due espressioni di un solo rito?
Potrei portare decine di altre affermazioni del cardinale Ratzinger in
contrasto con Benedetto XVI, ma credo ne basti una.
Due anni dopo, nel 1999, mentre Ratzinger era ancora prefetto
della Congregazione per la Dottrina della Fede, il vescovo di Siena,
Mons. Gaetano Bonicelli inviò un quesito alla Congregazione
Pontificia per il Culto Divino in cui chiedeva espressamente:
«Ogni sacerdote può usare il Messale tridentino senza
permesso, posto che S. Pio V gliene assicura la facoltà in
perpetuo?». La Congregazione con protocollo n. 947/99L in data 11
giugno 1999, rispose telegraficamente: «No, poiché il
“Missale Romanum” detto di S. Pio V è da ritenersi non
più in vigore» (sottolineatura mia). Nella lettera di
risposta al quesito, la stessa Congregazione aggiunge che Paolo VI nel
porre mano alla riforma del messale di Pio V, volle «promulgare
un testo rinnovato che prendesse il posto di quello fino ad allora in
vigore» e se avesse avuto intenzione di lasciare il doppio uso,
«avrebbe dovuto dirlo esplicitamente». (v. supra, testo al
paragrafo «Contraddizioni»). Quattro mesi dopo, il
18 ottobre 1999, a quanti protestavano per la risposta precedente, la
medesima Congregazione per il Culto Divino dava la giustificazione che
il Messale di Paolo VI era «l’unica forma in vigore di
celebrazione secondo il Rito romano» e che la concessione di
qualche deroga (indulto) su richiesta, «non significa affatto che
le due forme abbiano un ugual valore» (sottolineatura mia). Se le
parole hanno un senso, è l’esatto opposto di quanto afferma il
motu proprio.
Quale ideologia?
Al messale tridentino corrisponde un’immagine di un Dio astorico
e disincarnato, del tutto relegato nei piani superiori del cielo,
inaccessibile e inavvicinabile: il Dio giansenista da adorare e che
Jacques Prevért pregava: «Padre nostro, che sei nei cieli…
restaci». Il Dio della rivelazione che è un Dio
incarnato relegato fuori dai confini della storia. In nome di questo
Dio la chiesa, intesa come «christianitas» condiziona la
vita e la morte, la politica, l’economia, i governi, le leggi
perché accetta una sola regola: l’obbligo di credere in Dio.
Di conseguenza dietro il messale di Pio V vi è anche un progetto
di ecclesiologia che può essere solo clericale, perché
solo il clero è detentore della volontà di Dio. I laici
dentro la chiesa sono una longa manus del clero per giungere là
dove i chierici non possono arrivare. Scompare la teologia del
sacerdozio battesimale perché i laici hanno uno statuto di pura
supplenza. I laici fuori della chiesa, cioè i non credenti, i
diversamente credenti, gli atei, ecc. non sono previsti perché
sono un errore marginale: essi non hanno diritti, ma possono essere
perseguitati. L’espressione massima simbolica di questa chiesa,
è il celebrante chino sull’altare che «recita» la
«sua» Messa con le spalle al popolo che a sua volta,
«assiste» alla Messa mentre prega per conto suo. E’
l’apogeo dell’individualismo: la Chiesa trasformata in monadi.
Dietro il messale tridentino, non esiste Chiesa, ma solo folla anonima
e amorfa impegnata ad eseguire riti in una lingua (latino) ai
più incomprensibile. Ciò che conta è salvaguardare
il «mistero» in senso magico che si snoda in formule e
gesti spesso senza senso e privi di un’anima. Il messale di Pio V ha
formato per cinque secoli generazioni di fedeli, spesso con una
adesione esteriore che è crollata al primo attacco di
secolarismo. In compenso è stato anche portatore di
antisemitismo viscerale che ritiene ancora oggi il popolo ebreo di
tutti i tempi responsabile della morte dell’ebreo Gesù. I
fautori del ritorno al messale tridentino, dimenticano troppo spesso
che Gesù era ebreo, che Maria era ebrea che gli apostoli e i
primi cristiani e le prime donne cristiane erano ebrei.
Dietro al messale di Pio V c’è la visione del mondo come nemico
e la democrazia, intesa come arte del nobile compromesso tra gruppi
portatori di valori diversi, è vista come un pericolo, una
abiezione. Non esiste lo Stato laico che è una aberrazione
inaccettabile: lo Stato ha il dovere di imporre la religione cattolica,
se necessario, anche con la forza. I fautori della Messa antica non
accettano la modernità e tollerano gli Stati laici, in attesa di
scalzarli con le armi stesse della democrazia, cioè attraverso
il voto. Gli Stati totalitari sono più consoni a visione
perché garantiscono ordine, impongono una morale pubblica e,
anche se atei, pongono la religione facendone la religione dello Stato.
Dietro il Messale di Pio V c’è la visione e il desiderio forte
di giungere ad uno stato teocratico, dove il peccato diventi reato e i
cittadini sudditi, ai quali resta il valore dell’obbedienza gioiosa e
libera. E’ la versione cattolica della sharìa islamica.
Dietro il Messale di Pio V vi è il rifiuto della scienza biblica
come si è sviluppata negli ultimi quattro secoli, perché
l’unico modo consentito di leggere le Scritture è quello
fondamentalista, alla lettera e alla luce dell’interpretazione che i
tradizionalisti danno del Concilio di Trento. Il cardinale Giuseppe
Siri, contro ogni evidenza di critica testuale, soleva affermare che il
vangelo di Matteo «doveva» essere il primo vangelo
«perché lo afferma dogmaticamente il concilio di
Trento». Per i fautori del messale tridentino, la storia si ferma
a Trento e al Vaticano I: Trento perché si contrappone alla
riforma di Lutero, il Vaticano I perché dichiara il dogma
dell’infallibilità del papa, interpretata in modo estensivo.
Conseguenze logiche
Appena due giorni dopo la pubblicazione del
motu proprio, il 9 luglio 2007, viene pubblicato un «Documento
della Congregazione per la Dottrina della Fede su “Alcuni aspetti circa
la dottrina sulla chiesa”» (porta la data ufficiale del 29 giugno
2007). In esso si sancisce in modo teologicamente strutturata la
negazione che il Vaticano II è stato una rottura perché
afferma le stesse cose dei concili precedenti
sull’«esclusività» del concetto di
«chiesa» che «subsistit» pienamente solo nella
chiesa cattolica, in modo imperfetto in quella ortodossa e per nulla
nelle realtà derivate dalla riforma luterana che non si possono
chiamare “chiese”, ridimensionando così il processo ecumenico
come cammino di «chiese sorelle» verso la pienezza
dell’unità come frutto della conversione vicendevole a Cristo
Signore, secondo la felice espressione del patriarca ecumenico
ortodosso di Costantinopoli, Atenagora, e ripresa dal concilio Vaticano
II (Unitatis Redintegratio, 14).
Se si ripristina, attraverso i riti, la teologia tridentina, si deve
essere logici e coerenti: nessun dialogo è possibile in una
disparità di posizione. Lo dice lo stesso Joseph Ratzinger che
dichiara: «L’ecclesiologia ha a che fare per sua natura con la
liturgia». Il ripristino del messale antico è denso di
conseguenze che ora
non è nemmeno possibile prevedere in un elenco esaustivo. Una
cosa è certa: il pontificato benedettino di Ratzinger guarda al
passato e ritiene che l’attuazione delle direttive del concilio, come
realizzate da Paolo VI sono andate oltre il dettato del concilio stesso
e quindi non sono vincolanti. In questo modo riconosce una patente di
ragionevolezza a tutti i
nostalgici che hanno visto nel concilio la rovina della chiesa
cattolica e ora brandendo il «messale di PioV» come una
spada vanno alla conquista della nuova Europa, dichiarando finita
l’epoca della rivoluzione francese del 1749 che secondo loro è
penetrata nella chiesa con il concilio.
Noi abbiamo fede nello Spirito Santo e sappiamo che anche i papi (ad
esempio Pio X) possono frenare e ritardare il cammino della Chiesa
verso la Gerusalemme celeste,m ma non possono fermare la storia, dentro
il cui ventre siamo obbligati, in forza del comando del Signore a
leggere «i segni dei tempi», come comandamenti dello
«Spirito che soffia dove vuole» (Gv 3,8), Nemmeno Dio
può farlo e questa volta, ne sono certo, «Deus non lo
volt». Alcuni appai indissero le crociate, un papa, mille anni
dopo chiese perdono per gli orrori ed errori che le crociate
comportarono.
I nostalgici del passato sono «atei» perché negano
la presenza di Dio nei tempi a loro contemporanei e che, invece, sono
portatori come quelli passati, di nuove istanze e nuovi traguardi. Non
riuscire a superare il limite della propria esperienza è la
tragedia di chi afferma di credere nel Dio di Gesù Cristo che
identifica solo con l’immagine che egli se ne è fatto, ma che
non corrisponde al volto del Dio del vangelo (cf Conc. Vaticano II,
Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” 19-20). Noi vogliamo guardare
avanti e confidiamo nella Presenza del Signore e procediamo con fiducia
con le parole dello stemma di Paolo VI: «In nomine Domini».
Paolo Farinella,
prete
Parrocchia S. M. Immacolata e S.
Torpete
Via delle Grazie 27/3
16128 Genova