A Mons. Giancarlo Bregantini


già Vescovo di Locri, Calabria, Italia




Caro Padre dei figli della Locride,

sono un prete di Genova e non so se congratularmi con lei o farle le mie più sentite condoglianze.

Di certo, ha tutta la mia stima e solidarietà in questo momento in cui come in un disegno oscuro le si chiede di uccidere il suo figlio primogenito, il suo unico, quello che ama, i figli della Madre Locride.

Come Abramo lei ora  è solo e tutta la solidarietà e ammirazione non saranno sufficienti a farle compagnia. Solo sul monte Moria della coscienza e di Dio.


Lei ha già detto che "obbedisce". Concordo. Lei deve obbedire se vuole compiere l'ultimo atto d'amore verso i suoi figli e la porzione di Italia che ha servito con amore. Altrimenti non sarebbe credibile. Molto sovente Dio stravolge i disegni del potere: la sua partenza potrebbe anche avere l'effetto contrario a quello forse preventivato da chi l'allontana. La partenza del Padre può suscitare un immenso dinamismo di fraternità e fare crescere di colpo anche coscienze fino ad oggi sopite. La sua obbedienza, però, fa risaltare ancora di più l'ingiustizia di ciò che sta accadendo. Mi  riferisco al "metodo" che ancora una volta ci tocca sperimentare sulla nostra carne.

Se lei doveva in qualche modo e per motivi a noi sconosciuti essere trasferito, bastava che lei stesso fosse incaricato nell'arco di un tempo congruo a preparare con la sua chiesa e la sua gente un passaggio di testimonianza e di fedeltà al Vangelo e alla chiesa della Locride. Bastava cioè riconoscere ai figli della chiesa il diritto di sapere e condividere con il loro padre la sua sorte e la sua partenza e programmare insieme il "dopo". Così non è.

Quando fu fatto vescovo della Locride, i simboli sponsali si sprecarono: l'anello, la chiesa-sposa, matrimonio, ecc. Poi osserviamo quotidianamente nel balletto dei vescovi che gli interessi della chiesa sono relegati all'ultimo posto, preceduti sempre dagli interessi di parte, dal carrierismo diffuso e dalla vanagloria degli ecclesiastici. Ora ciò che accade è peggio di un divorzio obbligato. Sono convinto che un vescovo debba, in linea di principio, morire nella chiesa ha "ha sposato" perché non è un luogotenente del Papa, ma un Sacramento vivente di Gesù Cristo.

Questo spostamento mi inorridisce perché è pensato e letto con categorie pagane e atee: è promosso; Campobasso è più importante di Locri; fa carriera; diventa metropolita. Come siamo distanti dal Vangelo, che non ci ha insegnato a cercare o realizzare carriere, ma a morire in croce per quella porzione di "mondo" a cui siamo mandati.
 
Tanti sentimenti si affollano nella mia anima, ma mi fermo qui. Avrei preferito mille volte che lei fosse ammazzato dalla 'ndrangheta piuttosto che vedere come la gente si allontana sempre di più da una gerarchia che ormai da tempo ha divorziato dal suo popolo ed è costretta a  camminare da sola. Sì, siamo una chiesa senza pastori. Acefala. San Giovanni Crisostomo commentando il vangelo applicato al suo tempo - nessun riferimento al nostro, absit iniuria verbis - diceva che ai tempi degli apostoli la chiesa aveva ministri d'oro e calici di legno, mentre ai giorni del Crisostomo, la chiesa ha calici d'oro e ministri di legno.

Mi auguro che non le diano mai la scorta armata, come è uso ormai abituale presso il mondo senza fede anche ecclesiastico, e prego dall'intimo che lei non l'accetti mai preferendo essere ucciso piuttosto che presentarsi con il simbolo stesso della morte a coloro verso i quali invece deve andare carico della Croce di Cristo e profeta disarmato. Le basti lo scudo dello Spirito, l'armatura della fede, il coraggio del suo popolo che vivrà ogni giorno ancora più debole perché orfano di colui che infondeva coraggio e li aiutava a cambiare le cose. Dio la consoli con il dono del Paràclito e benedica il suo popolo, la sua terra.

In unione di preghiera e d'impegno, con affetto, suo

Paolo Farinella , prete

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