Esperanto, una lingua europea
Tra le infinite pagine di Internet che sfiorano in
qualche modo
l'universo militare, si segnala una breve analisi sulle prospettive del
cosiddetto "universal networking
language", ovvero "un
linguaggio
speciale, invisibile all'utilizzatore umano ma adatto ad essere
processato da server e calcolatori in rete”. L'aspetto
più
interessante della pagina in questione risiede tuttavia nella proposta
- apparentemente estemporanea - "di
attivare una sperimentazione di
apprendimento dell'Esperanto a livello delle scuole militari liceali di
tutta Europa", con l'obiettivo di attuare "una sperimentazione non solo
fine a se stessa, ma anche immediatamente utile per creare il futuro
ufficiale dell'esercito europeo”.
Prima di analizzare più a fondo questa proposta, una rapida
digressione storica. L'Esperanto è una lingua pianificata -
spesso definita a torto "lingua
artificiale" - ideata nel 1887 dal
polacco Zamenhof con l'obiettivo di creare una lingua franca
sovranazionale e di facile apprendimento. Nel corso degli anni,
l'Esperanto si è sviluppato e si è mantenuto vivo
nell'ambito di una comunità che viene oggi stimata in circa due
milioni di persone, sparse nei quattro angoli del pianeta ma unite da
una fitta rete di scambi e di iniziative.
Tutti gli esperti sono unanimi nel dire che la "lingvo internacia" del
dott. Zamenhof sia di gran lunga più facile di qualunque altro
idioma. Questo vuol dire ad esempio che, a parità di grado di
padronanza, l'Esperanto richiede mediamente un decimo delle ore di
studio necessarie per apprendere l'Inglese. E non è solo una
questione di regole grammaticali (solo sedici quelle di base per
l'Esperanto, che pure è una lingua completa e ovviamente non
esistono le eccezioni), ma anche di regole di pronuncia: un fonema per
ogni lettera dell'alfabeto e l'accento che cade sempre sulla penultima
sillaba di qualunque parola.
I critici imputano all'Esperanto sostanzialmente tre difetti
principali. Primo, si tratta di una lingua ideata oltre un secolo fa
con scelte talvolta arbitrarie (soprattutto per quanto riguarda il
vocabolario) e che oggi potrebbero essere riviste alla luce di criteri
più razionali.
Secondo, il fatto che dal 1887 ad oggi il numero
dei conoscitori non abbia superato i due milioni potrebbe essere il
sintomo di una qualche inadeguatezza della lingua. Terzo, l'Esperanto
non suonerebbe un granché bene.
Per quanto riguarda il primo punto, va osservato che nel corso del
tempo sono state proposte molte altre lingue pianificate, ma nessuna ha
avuto la stessa diffusione dell'Esperanto. L'impianto di questa lingua
- a prescindere da eventuali sbavature linguistiche di fondo - è
ormai un patrimonio acquisito da gruppi di esperantisti sparsi in oltre
100 Paesi nel mondo (in Italia si trovano gruppi in diverse
città medio-grandi).
L'aspetto principale su cui infuria il dibattito riguarda tuttavia la
reale diffusione dell'Esperanto. Questa lingua ad oggi non è
ancora esplosa semplicemente perché non è lingua
ufficiale in nessuno Stato e non è mai stata sostenuta da
nessuna forza economica, culturale e politica (si pensi alla fortuna
del latino rapportata con la potenza di Roma imperiale prima e il
potere della Chiesa poi, o a quella dell'inglese nell'era
anglo-americana).
Ma l'Esperanto guarda all'Unione europea, dove convivono oggi qualcosa
come 20 lingue ufficiali. Il recente tentativo di estrarre da queste un
sottoinsieme limitato di lingue di lavoro ha generato due risultati
evidenti: la discriminazione di decine di lingue (inclusa quella di
Dante) e l'aver risolto il problema in modo insufficiente (3-4 lingue
di lavoro sono comunque troppe). Da qui la proposta degli esperantisti:
perché non adottare l'Esperanto come unica lingua di lavoro,
così da non provocare discriminazioni tra le culture europee e
semplificare la vita di chi deve darsi allo studio di una lingua di
lavoro?
Se il dibattito sul futuro linguistico dell'Unione europea esula dagli
scopi di queste Pagine di Difesa - né chi scrive ha la pretesa
di avere le competenze per alimentarlo nel dettaglio -, la proposta
relativa all'introduzione dell'Esperanto nell'universo militare europeo
merita di essere analizzato per due ragioni fondamentali.
Innanzitutto, l'Esperanto è già stato sperimentato con
successo dai militari sul campo. Così riporta il testo di un
progetto di legge "per la promozione
e l'insegnamento della lingua
internazionale Esperanto" presentato nel 2005 alla Camera dei
Deputati:
"A proposito di tale facilità
di apprendimento, giova ricordare
che l'Esperanto è stato utilizzato dall'esercito degli Stati
Uniti all'inizio degli anni '60 per le sue esercitazioni." I militari
statunitensi che dovevano fare la parte del nemico dovevano apprenderlo
e utilizzarlo per rendere più credibili le esercitazioni.
L'Esperanto fu scelto perché, come si legge proprio nel manuale
fornito dal Pentagono, «non
s'identifica con nessuna alleanza
militare o ideologia, di gran lunga più facile da apprendere ed
usare di qualunque lingua nazionale», è «una lingua
viva ed un mezzo attuale di comunicazione internazionale scritta ed
orale e le sue regole grammaticali sono tali che essa resterà
una lingua viva perché puo assimilare nuove parole».
La
cosa non durò molto perché gli esperantisti americani
protestarono duramente dato che il titolo dato al manuale militare era
«Esperanto, the aggressor
language»." Nonostante la brusca
interruzione di questa esperienza americana, un ipotetico uso della
lingua tra i militari europei sarebbe probabilmente accettato come
primo passo verso l'adozione dell'Esperanto in tutte le Istituzioni
della Ue.
Inoltre, considerato che i militari di truppa non sempre hanno un
profilo culturale particolarmente alto, l'insegnamento diffuso e
generalizzato dell'Esperanto nelle caserme europee potrebbe essere la
soluzione più semplice per portare ad un buon livello di
padronanza di una seconda lingua la quasi totalità del personale
in armi. Tradotto in altri termini, l'interoperabilità
linguistica tra gli eserciti europei costerebbe con l'Esperanto dieci
volte di meno di quanto non costi oggi con l'Inglese.
Provando per un istante a liberare l'immaginazione, si potrebbe dunque
pensare a una campagna di sperimentazione europea con diversi casi di
studio a livello di plotone-compagnia. Ad esempio, si potrebbe
confrontare la differenza di costo - in termini di tempo e di denaro -
dell'insegnamento linguistico alla truppa dell'Esperanto e
dell'Inglese, valutandone poi l'efficacia in condizioni operative
reali. Visti i benefici metodologici offerti dall'apprendimento della
lingua di Zamenhof, si potrebbe infine valutare l'onere richiesto al
singolo individuo per aggiungere all'Esperanto lo studio di un'altra
lingua nazionale.
Saverio
Zuccotti
9 settembre 2006
da: www.paginedidifesa.it/2006/zuccotti_060909.html