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Sviluppo non solo economia


Dossier della rivista "Popoli" pubblicato nel numero di agosto/settembre 2004

 

Fattori ambientali, culturali e storici hanno determinato una crescita ineguale sul pianeta.
Senza una reale analisi di questa complessit¦, difficilmente si puÚ comprendere ciÚ che aspetta l'umanit¦ nel futuro e si possono elaborare politiche efficaci per ridurre gli squilibri.

La sensibilit¦ ai problemi dello sviluppo economico nel mondo Ë fenomeno abbastanza recente, non soltanto per la gente comune, ma anche per gli economisti. Fino agli anni '40, quando la seconda guerra mondiale travolse tutto, l'attenzione generale sui fatti economici era andata essenzialmente ai fenomeni ciclici di espansione e contrazione della congiuntura, che avevano avuto il loro terribile apice nella crisi mondiale del 1929. Quasi tutte le regioni del mondo estranee allo sviluppo industriale dei Paesi occidentali, del Giappone e dell'Unione Sovietica, erano possedimenti coloniali a vario titolo, certamente gi¦ allora "sottosviluppati", rispetto alle potenze maggiori, ma di ciÚ nessuno sembrava accorgersi e preoccuparsi. Da quelle regioni non giungevano, ai Paesi pi potenti, reclami visibili e consistenti e, anzi, senza interruzione arrivavano materie prime per le loro industrie e vi affluivano manufatti realizzati da queste ultime.

Una nuova consapevolezza

» soltanto a partire dalla met¦ del XX secolo che l'indipendenza acquisita o reclamata da molti Stati ex-coloniali, nonchÈ la migliorata conoscenza (attraverso nuovi mass media) delle altrui migliori condizioni di vita, consentÏ l'aperta constatazione delle enormi differenze esistenti tra i livelli di vita delle diverse parti del mondo, spesso attribuendone unicamente la colpa al regime coloniale che si stava allora dissolvendo. In realt¦, questo fattore aveva inciso pesantemente, ma anche molte altre importanti concause sarebbero poi emerse come importanti nel determinare e confermare uno squilibrio economico fortissimo e crescente tra l'economia dei vari Paesi del mondo.

A partire dalla seconda met¦ del XX secolo iniziano il riconoscimento (scientifico e politico) di un diverso grado di sviluppo nelle varie regioni del mondo, la ricerca delle sue cause, la rivendicazione diffusa di un maggiore egualitarismo nel benessere, e l'invenzione di adatte terapie economiche per realizzarlo. Fattore determinante di queste grandi novit¦ conoscitive, tecniche e politiche furono le migliorate possibilit¦ di comunicazione con tecnologie di trasmissione e divulgazione delle notizie che poterono presto raggiungere milioni, poi miliardi di uomini, precedentemente esclusi da rapporti significativi con il resto del mondo. Altra spinta importante a reclamare il diritto di uscire da povert¦ e ignoranza furono alcuni grandi movimenti di rivoluzione politica, con fondamenti opposti, sia ideologici sia religiosi (si pensi al Manifesto marxista e alla Rerum Novarum, gi¦ presenti alla fine del XIX secolo).

Dopo la seconda guerra mondiale, 40 anni di guerra fredda tra le grandi potenze mantennero per lungo tempo l'umanit¦ sotto la minaccia delle esplosioni nucleari. Nel frattempo tutta l'economia del mondo si trasformava, accentuando sempre pi le distanze tra i Paesi modernizzati e gli altri, eufemisticamente denominati "in via di sviluppo".

A questo punto merita fare uno sforzo per individuare la diversa evoluzione economica e sociale di alcuni grandi gruppi di Paesi, con connotazioni culturali simili, per riconoscere se e come queste ultime abbiano svolto un ruolo determinante nelle rispettive modalit¦ evolutive.

L'Asia sulla scia dell'Europa

La mentalit¦ confuciana, caratterizzata da una forte solidariet¦ fra classi sociali, Ë alla base della modernizzazione asiatica. Una modernizzazione che in parte Ë mancata in America Latina dove le Èlite non sono riuscite a guidare la societ¦ verso lo sviluppo.

La prima, positiva accoglienza della modernizzazione, al di fuori della matrice europea (anglosassone, dapprima, poi centroeuropea) era stata quella giapponese, a partire dalla Rivoluzione Meiji del 1868. La rapidit¦ con cui la razionalizzazione produttiva europea, le modalit¦ della vita e perfino l'esercito venivano, "copiati" dai giapponesi, mostrava come fosse grande la loro predisposizione a comportamenti cosÏ nuovi, rispetto a quelli che per i tre secoli del periodo Tokugawa avevano cristallizzato la vita nell'arcipelago su modelli che si possono assimilare a quelli medioevali.

L'interpretazione pi diffusa di quel fenomeno lo ricollega alla mentalit¦ confuciana della popolazione giapponese, sostanzialmente riconoscibile soprattutto nella solidariet¦ esistente tra classi subalterne e classi dirigenti, con l'adesione quasi sempre scrupolosa e attenta delle prime alle direttive espresse dalle seconde; a loro volta ritenute, queste ultime, come operanti prevalentemente per il bene della comunit¦, piuttosto che per il proprio interesse privilegiato.

Questa stessa spiegazione di una rapida modernizzazione venne attribuita, in tempi pi recenti, al successo economico delle cosiddette quattro "tigri asiatiche" (Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong e Singapore) a partire dagli anni Sessanta; poi della stessa Cina continentale dopo l'avvento al potere di Deng Xiaoping, sul finire degli anni Settanta. Bisogna inoltre riconoscere che, al di l¦ di questi caratteri sociali delle popolazioni confuciane, molti giapponesi, coreani e cinesi palesano una volont¦ e una capacit¦ lavorativa molto intensa, nonchÈ un'attitudine al commercio e alle attivit¦ industriali che molti altri popoli della Terra non mostrano. » difficile dire quanto, di tale attitudine, sia nel DNA di queste popolazioni e quanto invece provenga da un costume di vita millenario, che appunto si ispira alla filosofia di Confucio e di MenciÚ.

Di fatto, ovunque la diaspora confuciana si sia trovata nel mondo, i suoi protagonisti hanno. sempre manifestato una notevole capacit¦ di realizzazione economica, spesso surclassando le popolazioni locali (diventando cosÏ oggetto di invidia e rancore, per esempio in tutto il Sud-Est asiatico), e restando inoltre sempre profondamente distinti da queste ultime.

America Latina, una questione d'Èlite

L'innesto della modernizzazione nell'Europa mediterranea Ë avvenuto in seconda battuta rispetto all'Europa centrale. CiÚ si connette probabilmente tanto al clima (come in altre parti del mondo), quanto al carattere di queste popolazioni, e si Ë certamente riflesso, seppure con ritardo, su quelle dell'America Latina. Esse infatti hanno progressivamente assorbito dai Paesi all'avanguardia tecnologica metodi e strumenti di sviluppo, mantenendoli circoscritti tuttavia in una sfera sociale abbastanza elitaria, dalla quale erano e sono spesso tuttora escluse molte componenti subalterne della popolazione. La variet¦ delle componenti etniche (europee, amerinde, africane) in taluni Paesi centro e sud americani ha spesso avvalorato questa distinzione, emarginando dalla modernizzazione soprattutto le popolazioni native e quelle d'origine africana. In quei Paesi gli europei e i loro discendenti sembrano non aver saputo trasmettere agli altri gruppi sociali le loro doti imprenditoriali e la loro razionalit¦ produttiva. Al contrario: li hanno spesso subordinati o emarginati, mantenendosi in condizioni di sostanziale privilegio economico, sociale e politico.

Qualcosa di simile si puÚ riconoscere anche nella mancata trasmissione di capacit¦ modernizzative dalle popolazioni europee ad altri Paesi dove esse detennero per molti decenni il potere coloniale. Ad esempio, molti dei Paesi africani di nuova indipendenza non hanno ancora trovato strumenti adatti per uscire dal loro sottosviluppo. Per taluni Paesi dell'Asia meridionale e sudorientale ciÚ È apparso in qualche caso possibile, ma con grave scompenso tra le varie classi sociali e le diverse regioni, anche in ragione della notevole variet¦ etnica e religiosa. Nel caso africano i contrasti tribali sembrano avere peso determinante nel freno allo sviluppo, nel caso asiatico, anche la straordinaria crescita della popolazione (ad esempio indiana e indonesiana) appare come uno dei fattori di crescita economica lenta.

A questo proposito sembra doversi constatare perÚ, nelle diverse regioni (per esempio in India), una diversificata attitudine verso i processi di razionalizzazione produttiva, parallela a costumi sociali e religiosi tradizionali e di istruzione (spesso negata al mondo femminile).

I signori del petrolio

Un altro gruppo di Paesi abbastanza omogenei tra loro puÚ riconoscersi nel mondo arabo-islamico, che nella seconda met¦ del XX secolo, ha conosciuto una forte crescita d'importanza a livello mondiale, soprattutto grazie alle enormi risorse petrolifere, rese disponibili da tecnologie modernizzate, provenienti comunque dai Paesi pi economicamente avanzati.

La struttura autoritaria (militare o teocratica) dei rispettivi sistemi sociali ha talora favorito processi di modernizzazione settoriali ed elitari, che hanno di conseguenza riservato alle classi dominanti i benefici di questo fenomeno (tipico Ë il caso di Arabia Saudita ed Emirati Arabi).

Una discriminante etnica molto netta si Ë rivelata, da parte delle popolazioni locali, nei confronti di popolazioni immigrate dai Paesi dell'Asia meridionale, per essere addette a lavori subordinati; la loro posizione sociale Ë restata del tutto separata da quella della popolazione locale dominante. Anche in questo caso resta da capire quale ruolo abbiano avuto, sull'attitudine alla modernizzazione, i fattori etnico-genetici e quelli derivanti da consolidati costumi socio-religiosi.

Vi Ë poi il caso di pochi gruppi umani restati praticamente esclusi da ogni contatto con l'esterno. Sono piccole trib dell'Amazzonia e dell'Orinoco, del Borneo centrale e di poche zone dell'Asia meridionale e centrale. Qui la modernizzazione Ë apparsa soltanto nella veste di qualche antropologo, missionario o militare governativo, e ha trovato solitamente una forte chiusura e resistenza a ogni cambiamento da parte degli interessati. Talora a ciÚ Ë seguita soltanto la trasmissione di malattie, per le quali i locali non avevano anticorpi; poi si sono, ovviamente, introdotte medicine per curarle. Inevitabile Ë stato, in molti casi, anche l'invito dei nuovi venuti ad adeguarsi ai loro costumi sociali: vestirsi, adottare certe pratiche igieniche, accettare una diversa religiosit¦. Gradualmente, una parte di questi gruppi umani si Ë inserito nella vita delle popolazioni pi prossime. La parte restante ha preferito isolarsi ancor pi nella foresta o sulle montagne.

Una globalizzazione da studiare

Le modalit¦ della diffusione dello sviluppo economico moderno sono state oggetto di studio fin dagli albori della Rivoluzione industriale. Gli economisti classici Ricardo e Smith, ad esempio, avevano pronosticato che la libert¦ dei commerci mondiali avrebbe rapidamente favorito la diffusione della industrializzazione, giacchÈ gli imprenditori dei Paesi pi avanzati avrebbero trovato conveniente utilizzare, nelle loro produzioni, quella mano d'opera a basso costo che sarebbe stata facilmente reperibile nei Paesi economicamente arretrati. CiÚ Ë raramente avvenuto per lungo tempo, essendo prevalente (come teorizzava W.W.Rostow) l'interesse imprenditoriale a sfruttare le "economie esterne" gi¦ presenti nei Paesi sviluppati (esperienze tecniche. infrastrutture, disponibilit¦ finanziarie). Tende invece a realizzarsi ora, all'inizio del XXI secolo, quando i processi della globalizzazione hanno reso sempre pi connesse tra loro le diverse parti del mondo e le loro stesse "economie esterne". Non a caso molti imprenditori europei investono in Europa orientale o addirittura in Cina.

Proprio negli avvenimenti.pi recenti emerge tuttavia una diversa attitudine delle varie popolazioni del globo ad agganciarsi alla modernizzazione, che va certamente al di l¦ delle ragioni economiche sopra richiamate a vario titolo. Si constata cioË che la disponibilit¦ ad accettare nuove e pi razionali modalit¦ produttive, nonchÈ i costumi di vita che quasi inevitabilmente sembrano aggiungersi a esse, Ë assai diversa presso i vari popoli. Da un lato emerge l'importanza fondamentale dell'istruzione, dall'altro si profila una diversa "filosofia della vita" alla quale si ispirano i vari popoli. Talora, proprio in ragione di questa ultima, la modernizzazione Ë esplicitamente respinta e giudicata malefica, anche perchÈ tende a modificare radicalmente consolidate condizioni di potere (ad esempio di alcune Èlite ereditarie su tutta la popolazione, oppure dei vecchi sui giovani, nonchÈ degli uomini sulle donne).

Il fattore culturale

Una analisi delle modalit¦ con le quali si attua lo sviluppo economico esige dunque approcci interdisciplinari. Accanto alle componenti economiche del fenomeno, Ë indispensabile prendere in considerazione anche gli aspetti culturali delle diverse popolazioni, nonchÈ la loro evoluzione storica recente, e talora anche quella pi lontana nel tempo.

L'adattamento delle tecnologie della modernizzazione alle diverse popolazioni del mondo (dal che dipende in gran parte la loro stessa crescita economica e la loro liberazione dalla povert¦ e dalla fame) Ë problema complesso, nel quale le componenti culturali hanno un ruolo primario.

Lo avevano, del resto, gi¦ intuito gli economisti della Banca Mondiale quando alla met¦ del secolo XX, analizzando i Paesi che richiedevano il loro intervento, ne studiavano non soltanto i caratteri economici, ma anche tutta la complessa struttura sociale, religiosa e politica. Di ciÚ molti operatori dello sviluppo internazionale (e forse la stessa Banca Mondiale) sembrano essersi poi dimenticati, quando propugnano soprattutto un ammodernamento sempre pi competitivo dei Paesi avanzati, che in, realt¦ rende spesso pi difficile l'adeguamento, alla modernizzazione dei Paesi arretrati.

Una maggiore considerazione andrebbe dunque data alla conoscenza delle diverse culture, alla loro varia disponibilit¦, alla modernizzazione, alle delicate modalit¦ con cui essa potrebbe essere proposta ai vari popoli, senza stravolgerne i caratteri pi profondi.

Infine una riflessione ulteriore meriterebbe anche lo stesso concetto di modernizzazione e sviluppo, per capire quando e in che misura esso rechi vero vantaggio a chi lo consegue. Ogni popolo ha diritto a un suo specifico modo di evoluzione sociale ed economica. Chi ha l'esperienza dei vantaggi della propria modernizzazione stenta spesso a immaginare che essa non possa essere altrettanto apprezzata da chi non la sperimenta a casa propria, e ogni giorno cerca di varcare le frontiere dei Paesi ricchi per averne parte in qualche modo. Ma tutto ciÚ non sembra aver ancora subito una sufficiente riflessione collettiva, che invece merita d'essere compiuta.

Un'ultima considerazione Ë inevitabilmente connessa a queste riflessioni: il rapporto tra modernizzazione della vita e partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica. Autoritarismo politico, militare e teocratico diventano presto inaccettabili da chi progressivamente partecipi alla modernizzazione. Il benessere economico acquisito mediante la modernizzazione puÚ spingere alla richiesta di una maggiore partecipazione politica e quindi a un assetto politico di carattere democratico.

L'avanzare della tecnologia non porta tuttavia necessariamente verso la democrazia, talora anzi sembra spingere in direzione opposta. L'interconnessione tra i diversi fenomeni Ë comunque indubbia e richiede di essere studiata, se si vuol capire qualcosa di ciÚ che aspetta l'umanit¦ nel futuro.

Giacomo Corna Pellegrini
Docente di Geografia


Indicatori socio-economici
Reddito Pi di un miliardo di persone vive con meno di un dollaro al giorno.
Economia I Paesi in via di sviluppo perdono 10 miliardi di dollari l'anno a causa di squilibri e di inique tariffe commerciali imposte dai Paesi industrializzati.
Demografia La popolazione urbana (2,5 miliardi) raddoppier¦ nei prossimi 25 anni.
Energia Un terzo della popolazione non ha accesso all'elettricit¦.
Alimentazione 842 milioni di persone (il 15% della popolazione mondiale) Ë cronicamente sottonutrita.
Commercio
mondiale
2003 Crescita del PIL 2,5% Crescita del commercio 4,5%
2004 Crescita del PIL 3,7% Crescita del commercio 7,5%

Un indice per misurare lo sviluppo
Per misurare l'indice di sviluppo di un paese, l'UNDP (United Nations Development Programme) ha elaborato l'Indice di Sviluppo Umano (HDI) che tiene conto di tre indicatori: la speranza di vita, l'accesso all'istruzione, il livello di reddito.
Se l'HDI Ë pari a 1, significa che il Paese ha raggiunto tutti gli obiettivi.
Se Ë pari a 0, significa che nessuno degli obiettivi Ë stato raggiunto.
Ecco la classifica pubblicata sul rapporto 2003 dell'UNDP.

I primi 10...

... e gli ultimi 10!
Norvegia

0,944

1
Guinea Bissau

0,373

Islanda

0,942

2
Rep. Dem. Congo

0,363

Svezia

0,941

3
Rep. Centrafricana

0,363

Australia

0,939

4
Etiopia

0,359

Olanda

0,938

5
Mozambico

0,356

Belgio

0,937

6
Burundi

0,337

Stati Uniti

0,937

7
Mali

0,337

Canada

0,937

8
Burkina Faso

0,330

Giappone

0,932

9
Niger

0,292

Svizzera

0,932

10
Sierra Leone

0,275

Italia

0,916

21
   



America Latina, serve una crescita pi equa


Dossier della rivista "Popoli" pubblicato nel numero di agosto/settembre 2004

 

Negli ultimi 20 anni l'America Latina Ë diventata pi povera. Secondo l'UNDP (United Nations Development Program, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), 225 mÏlioni di persone vivono in situazioni di povert¦ e in molti Paesi i poveri rappresentano il 60% (o pi) della popolazione. La democrazia si Ë ormai affermata, ma in questa fase storica si tratta ancora di democrazie fragili, a causa del debito estero, della crisi dei partiti politici e della corruzione.

Per portare sviluppo in America Latina Ë stato proposto e applicato il modello neoliberista. Sono in corso le negoziazioni per vari trattati di libero commercio tra singoli Paesi o zone e gli Stati Uniti e si vorrebbe estendere questi trattati a tutto il continente per creare l'ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe): riunendo 34 Paesi dell'emisfero si avrebbe un mercato di 800 milioni di consumatori potenziali e con un PIL di 11 mila miliardi di dollari all'anno, il 40% dell'intero PIL mondiale.

Si forniscono ampie assicurazioni che il libero mercato porter¦, nel medio periodo, lo "sviluppo": maggiore crescita macroeconomica, pi occupazione, miglioramento dei livelli di vita della popolazione. PerÚ in Messico, dopo 10 anni di NAFTA (North-American Free Trade Agreement, Trattato di Libero Commercio del Nord America), si osserva sÏ un miglioramento di alcuni indicatori macroeconomici, ma un peggioramento di altri (minore occupazione, crisi dell'agricoltura, ecc.),nonchÈ di vari indicatorÏ sociali.

Questi trattati impongono politiche fatte di privatizzazioni (specialmente dei servizi e dei beni tradizionalmente riservati allo Stato), liberalizzazione dei mercati, agevolazioni per gli investimenti stranieri (a cui si concedono privilegi rispetto a quelli interni), diminuzione del potere dei governi di elaborare politiche di sviluppo in specifiche aree economiche e sociali. In generale si osserva una limitazione della sovranit¦ delle nazioni che firmano questi trattati.

Quali le alternative? Lula Ë stato eletto in Brasile appunto come possibile alternativa. Si sperava nell'inizio di un nuovo cammino, ma un anno e mezzo dopo la sua elezione ancora non si vede quale sia questa alternativa. Il motivo, si dice, Ë che "ha conquistato il governo, ma non il potere". Ancora, si sono fatti tentativi per sostenere le economie popolari: piccole imprese, economie comunitarie, produzioni collettive, ecc. PerÚ le regole del libero mercato ben presto distruggono queste esperienze, che non possono competere con il grande capitale, la tecnologia, i metodi industriali di produzione.

Il commercio Ë necessario, ma bisogna creare condizioni eque per la sua realizzazione. I progetti economici dei nostri Paesi tengono in considerazione solo le ragioni del grande capitale, mentre i principi della responsabilit¦ sociale sono negati in nome della libera concorrenza. Quando le imprese dei Paesi industrializzati investono nel continente latinoaniericano lo fanno essenzialmente per prelevare materie prime e per impiegare manodopera a buon mercato.

Un vero sviluppo per l'America Latina deve comprendere aspetti imprescindibili per la sua sostenibilit¦, ad esempio la tutela dell'ambiente, le politiche sociali e quelle per il lavoro, le migrazioni, l'economia di genere, la sovranit¦ alimentare.

I piani di sviluppo devono partire dagli interessi e dai valori della gente e non lasciare nelle mani del mercato il futuro dell'umanit¦; devono lasciare aperto il cammino ad altre possibilit¦ di concepire la globalizzazione e a diverse forme di integrazione tra i Paesi; devono rafforzare un progetto elaborato a partire dagli interessi dell'America Latina; devono permettere lo sviluppo di un soggetto sociale, multisettoriale e Ïnternazionale, che pianifichi e accumuli forze per raggiungere questa integrazione.

Lo sviluppo presuppone che tutti noi, abitanti del continente americano, ci facciamo carico della comune umanit¦ dei popoli dell'America, e ci rendiamo sensibili di fronte alla disuguaglianza esistente inserendo il concetto di equit¦ negli accordi internazionali e resistendo a una ingiusta asimmetria.

I piani di sviluppo devono assicurare un trattamento preferenziale per i "deboli", per i poveri, la cui qualit¦ di vita deve essere il criterio principale per valutane i progetti di sviluppo che si propongono. L'umanizzazione dell'economia deve essere soggetta a regole che garantiscano la giusta distribuzione del reddito tra le nazioni e, all'interno di esse, assicurino, uno spazio privilegiato ai diritti umani, economici, sociali e culturali dei popoli e alla sostenibilit¦ ambientale. Devono essere orientati a migliorare la giustizia sociale e non solo a salvaguardare gli equilibri macroeconomiei. » pi importante assicurare che la gente viva meglio piuttosto che pensare solo a favorire l'accumulazione della ricchezza.

Jorge Julio Mejia S.I.
Colombiano, coordinatore dell'apostolato sociale dei gesuiti dell'America Latina