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Il dibattito elettorale,
mentre mostra, ad uso del necessario spettacolo, vivacità di
interventi e virulenza di scontri, dietro il clamore nasconde il
più grande vuoto di idee, di proposte, di contenuti che si
ricordi in Europa.
Sul piano della politica internazionale si assiste al più
vergognoso servilismo all’asse USA-Israele. Né la
sinistra, né la destra mettono in discussione lo status quo,
anche quando sono con evidenza lesi gli interessi italiani ed
europei.
I casi del Cermis e dell’uccisione di Nicola Calipari sono
solo esempi conosciuti di una diffusa e molteplice realtà
molto meno nota, perché abilmente da tutti insabbiata, di
sudditanza finanziaria, diplomatica e militare.
La sovranità nazionale non alberga in Italia.
Sul piano della politica interna, il dibattito si concentra tutto sui
decimali con i quali quantificare la situazione di crisi economica e
sul dove e come reperire i fondi necessari a fronteggiare la
situazione. Insomma, sulle tasse da imporre.
Il confronto diretto tra Prodi e Berlusconi è apparso simile
a una noiosa polemica per la nomina di un amministratore di
condominio.
Dunque nessuna nuova vivanda ci viene preparata per il pranzo che ci
aspetta nel dopo-elezioni.
Le prime settimane di dibattiti elettorali – non si era mai
visto prima – si sono svolte in TV tra la mezzanotte e le due
e mezza, quando gli italiani stavano dormendo. Evidentemente erano
dedicati ad un pubblico di pochi intimi. Ma, siccome in tempo di
elezioni i pochi non contan nulla e i molti, invece, parecchio, ad
essere determinanti alla fin fine saranno solo i due-tre slogan ben
orchestrati e fatti circolare – a mo’ della moderna
arte pubblicitaria – e lo schieramento delle
“autorevoli” fonti di informazione. E si tratta di
uno schieramento derterminato solo dalla capacità
condizionante dei “poteri forti”.
Mettiamo quindi le carte in tavola: la partita che si sta giocando non
è tra forze politiche e idee di destra e di sinistra. Lo
scontro è tra “poteri forti” –
alta finanza internazionale, banche e grande industria – che
hanno scelto, oggi per la verità in piccolissima parte, il
cavallo di destra e quelli che hanno scelto, in questo frangente nella
stragrande maggioranza dei casi, quello di sinistra; e, soprattutto,
quelli che, lavorando sottobanco, puntano ad azzoppare ambedue i
cavalli, subito dopo le elezioni, per metterne in pista uno nuovo, di
centro.
Il top, per costoro, sarebbe un risultato di pareggio –
camera e senato di segno differrente – che spianerebbe la
strada alla formazione di un terzo polo, senza complicanze di ribaltoni
e piroette varie.
È un gioco talmente spregiudicato, senza regole e solo
fittiziamente politico, che si possono individuare la tutela degli
interessi tradizionalmente di destra – alta finanza e
privatizzazioni – più nello schieramento di
sinistra che nel Polo. Stiamo assistendo a un’Unione che
amoreggia con i vertici della Confindustria e una destra che fa il
contropelo alla Fiat e al grande capitale.
Prodi è un uomo della Goldman Sachs; è colui che
da presidente dell’IRI svendette a piene mani le aziende
italiane alle finanziarie anglo-americane. Prodi è colui che
cercò di “regalare” a Carlo De Benedetti
la SME, importante pacchetto di aziende e di distribuzione alimentari
italiane. L’allora ministro dell’industria Renato
Altissimo – lo riferì nell’aula del
Tribunale di Milano nell’ottobre 2002 – quando
chiese al presidente dell’IRI spiegazioni
sull’operazione, si sentì rispondere:
“Perché Carlo ha un taglio sul pisello che tu non
hai”, con evidente riferimento alla circoncisione. Potenza
dell’appartenere al popolo eletto. E poi ci vengono a dire
che sospettare che gli ebrei godano di privilegi sia solo indice di
complottismo!
Ma, tornando all’oggi, nello schieramento di destra, invece
di una chiara denuncia di queste compromissioni – che
peraltro potrebbe essere foriera di numerosi e preziosi consensi
elettorali – si assiste a un atteggiamento sostanzialmente
omertoso e contraddittorio. Perché?
Perché Berlusconi, che pur si è spesso mostrato
restio a proseguire nell’incondizionato saccheggio dei beni
italiani a favore della finanza internazionale, alla fine, sempre, si
è adeguato? Perché continua a parlare di
“cose inconfessabili”, di “scheletri
nell’armadio”, ma non va mai avanti con il
discorso, non arriva ai fatti, ai nomi, agli indirizzi?
Perché fa capire che ci sono pentole che bollono, ma non
vuole mai a sollevarne i coperchi?
Evidentemente non è possibile, mai, la convivenza tra
propositi di buon governo e l’abitudine al totale
asservimento agli interessi stranieri. Non si può, al tempo
stesso, tutelare gli interessi del popolo e quelli di chi ne saccheggia
le risorse.
E poi, i “poteri forti”, anche se oggi appaiono
privilegiare l’Unione di centro-sinistra, non hanno
certamente rinunciato ad imporre la loro ingombrante presenza anche al
Polo di destra.
Ci sono infatti domande che è doveroso porsi.
Perché Tremonti ha svolto una sacrosanta lotta contro quella
società privata che risponde al nome di Banca
d’Italia, in difesa della primazia della politica e degli
interessi dei risparmiatori, ma ha poi accettato che a sostituire il
governatore Antonio Fazio fosse quel Mario Draghi che, a conti fatti,
è peggio di Fazio?
Mario Draghi è stato definito da Marcello Veneziani
“un britannico nato per caso a Roma. Vive e prospera a Londra
ed è vicepresidente della Goldman Sachs” (Libero,
30-12-2005).
Nel 1983 è a Washington, prima alla Banca interamericana,
poi alla Banca mondiale. Nel 1991 viene chiamato da Guido Carli alla
Direzione generale del Tesoro.
Gli addetti ai lavori lo ricordano come il regista, nel giugno 1992,
dell’”Operazione Britannia” e
l’organizzatore delle successive privatizzazioni; di
ciò che è passato alla storia come la
“Grande svendita”.
Del Britannia, dopo molti anni di silenzio, se ne è scritto,
anche recentemente, su libri e giornali, ma non è mai
inutile ricordarne le linee essenziali, perché rappresenta
la boa, passata la quale la lira e l’economia italiana
cominciarono a subire batoste memorabili.
Fu quello un anno ricco di avvenimenti significativi. Molti ne parlano
come “l’anno dei complotti”.
Il 23 maggio 1992 la mafia liquida, con la strage di Capaci, i suoi
conti con il giudice Giovanni Falcone. È di
quell’anno l’inizio di Tangentopoli, con la
conseguente messa in pensione di grandi partiti come la DC e il PSI.
Sono sempre di quel periodo le rapine valutarie ai danni della lira,
prima fra tutte quella dello speculatore ebreo George Soros che in una
sola notte, giocando con i cambi della sterlina e soprattutto della
lira, si accaparrò 2.300 miliardi della nostra moneta.
C’è chi fece risalire la
corresponsabilità di queste brutte vicende (per acquiescenza
o inettitudine?) alla Banca d’Italia e al suo governatore di
allora, l’attuale presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi.
In quei giorni la Banca d’Italia bruciò, secondo
le diverse stime, da 40.000 a 100.000 miliardi di lire, di fatto
prosciugando le riserve valutarie della nostra Banca centrale. Per
molto meno altri governatori, in altre parti del mondo, sono stati
licenziati. Noi Ciampi, per premio, lo abbiamo mandato prima a Palazzo
Chigi, poi al Quirinale.
1992, anno di tante storie “poco chiare”.
Il 2 giugno, dunque, al largo di Civitavecchia, a bordo del panfilo
Britannia della Regina Elisabetta, giunti da bravi pirati via mare,
c’erano i dirigenti della Warburg, della Baring Co., della
Barclay’s Bank, della Coopers Lybrand, della Goldman Sachs,
insomma il Gotha della City di Londra e di Wall Street. Ad incontrare
questi signori c’era Mario Draghi, i dirigenti
dell’ENI, dell’AGIP, dell’IRI,
dell’Ambroveneto, del Crediop, della Comit, delle Generali e
della Società Autostrade. Ed altri personaggi
“importanti” tra cui Rainer Masera, Giovanni
Barzoli e Beneamino Andreatta. Quest’ultimo, sino a quando un
ictus lo ha fermato, dopo quella crociera ha fatto molta strada ed
è stato ministro nei governi Amato, Ciampi e Prodi.
Draghi parla, introduce gli argomenti, poi si fa condurre a terra. Non
vuole esporsi eccessivamente. Si tratta di un’operazione che
scotta.
A bordo si continua a discutere, a decidere, a mettersi
d’accordo. In sintesi, si pianifica la campagna di
privatizzazioni delle aziende dello Stato italiano. E si decide anche
di svalutare la lira, così che le aziende da vendere, oltre
ad una vistosa sottovalutazione di partenza, possono essere offerte ai
“paperoni con i dollari in tasca” con un ulteriore
sconto del 30%. Un vero affare.
Mario Draghi seguirà queste operazioni, come uomo del
governo italiano. E grandi furono gli affari delle banche
anglo-americane, particolarmente di quella Goldman Sachs di cui
l’attuale Governatore di Bankitalia, addirittura, nel 2001
diventerà vice presidente.
Quella delle
privatizzazioni fu dunque un’operazione sciagurata ai danni
delle finanze dello Stato italiano – di tutti noi –
avviata dal governo Amato, con la benedizione di Carlo Azeglio Ciampi,
e poi realizzata da Draghi e da quell’”astro
nascente” della politica italiana che era Romano
Prodi.
Con loro il saccheggio fu facile, veloce ed efficace. Nel solo settore
agroalimentare – così importante per la nostra
economia – passarono subito in mani straniere Locatelli,
Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti,
Fini, Perugina, Mira Lanza, ecc., ecc. Negli anni successivi fu la
volta della Telecom, dell’Enel, dell’ENI, di tutte
le altre grandi aziende dello Stato e delle Banche pubbliche
italiane.
Prodi, Ciampi, Draghi, Amato: il quartetto dei grandi privatizzatori ai
quali gli italiani dovranno sempre portare
“riconoscenza”. Un mare di grandi affari, ma sempre
a beneficio degli altri e a scapito del popolo.
Un quartetto premiato con folgoranti carriere. Per completare il quadro
dei “riconoscimenti per benefici ricevuti”, dopo
aver sponsorizzato Ciampi per il Quirinale, Prodi per Palazzo Chigi,
Draghi per Palazzo Koch, i “poteri forti” hanno
già avviato i lavori per cercare di ottenere la presidenza
della Repubblica per Giuliano Amato. Se ci riusciranno, il quadro
sarà completo.
Ma, tornando all’imbarcazione al largo di Civitavecchia, gli
anglo-americani presenti sul Britannia si accaparrarono il 50% delle
privatizzazioni dello Stato italiano e degli affari ad esse collegati.
Il giornalista Massimo Gaggi del Corriere della Sera, che era riuscito
a salire a bordo del panfilo, scrisse di una torta di 100.000
miliardi.
Craxi provò ad opporsi e a denunciare la situazione, ma,
già mal sopportato per la storia di Sigonella, fu fatto
diventare il capro espiatorio di Tangentopoli e brutalmente
azzittito.
Tutto questo è un piccolo esempio di cosa rappresentano i
“poteri forti” che comandano, decidono,
condizionano, in barba alle elezioni e al consenso popolare. Un esempio
di ciò che bolle in quelle pentole di cui Berlusconi si
è abbondantemente accorto, ma ha sinora dimostrato di avere
una tremenda paura di sollevarne i coperchi. Perché queste
cose le conoscono, a livello di vertice, proprio tutti. Sul Britannia,
come “osservatore” c’era anche
l’avvocato fiscalista Giulio Tremonti. E il ministro
dell’economia oggi si limita a considerare, sul Corriere
della Sera, che quella fu “un’operazione elitaria
che prescindeva dal popolo”.
Tutto qui?
La Goldman Sachs & Co., una delle più importanti
Banche d’affari del mondo, negli ultimi anni si è
specializzata in privatizzazioni; in Italia, come abbiamo visto, ma
anche in Russia dove, tra l’altro, ha tenuto il sacco a
Michail Chodorkovski che nel 2003 Putin, cercando di recuperare
qualcosa, ha messo sotto processo e quindi in galera. Una Banca
d’affari che abbiamo incontrato spesso nelle vicende citate:
nel complotto del Britannia, nelle carriere di Draghi e Prodi e la
riincontriamo anche in questi giorni giacché si è
venuto a sapere che tra i massimi finanziatori della campagna
elettorale di Romano Prodi c’è una certa signora
Linda Costamagna, moglie di Claudio Costamagna, Amministratore delegato
della Goldman Sachs per l’Europa.
E dopo il danno la beffa. La Goldman Sachs, dopo aver fatto con
l’Italia – o, più esattamente, ai danni
dell’Italia – affari plurimiliardari, per voce di
Jim O’Neill, suo Managing Director e suo capo della ricerca
economica, ci viene a dire che di buono in Italia ormai rimane solo il
“cibo e un po’ di calcio”.
Elezioni-farsa dunque. Chi decide sta altrove, e ha già
deciso tutto.
La libertà ce la siamo giocata da un pezzo,
giacché non c’è nessuna forza politica
autorevole disposta a schierarsi contro l’asse USA-Israele e
rivendicare per l’Italia e l’Europa la piena
sovranità nazionale. E nessun uomo potrà mai
sognarsi di essere libero in una patria che libera non
è.
Ma siamo giunti a perdere anche le ultime illusioni di
partecipazione.
La democrazia, di per sé, è una parola vuota,
buona per qualsiasi propaganda. In suo nome si sono legittimate
rivoluzioni e sono stati ottenuti cambiamenti politici e sociali di
ogni tipo, e si sono anche giustificati bagni di sangue, occupazioni
militari e genocidi; Mussolini scrisse che il Fascismo è la
migliore delle democrazie, ma è in nome della democrazia che
i bombardieri americani fanno piovere morte su tutti quei popoli che, a
capriccio e convenienza della Casa Bianca, vengono definiti
“canaglia”.
Democrazia è una parola vuota. Il sostantivo che segna
invece la differenza tra un regime tirannico ed uno basato sul consenso
è “partecipazione”.
Non è l’adozione di un sistema elettorale
anziché di un altro a qualificare un ordinamento, ma il
risultato che si ottiene. Qualificante è solo il reale
“grado” di partecipazione politica.
Ora, è un fatto che in Italia questo
“grado” è diminuito negli ultimi decenni
sino a raggiungere un minimo storico agghiacciante.
Di politica, di vera politica, non parlano più i candidati,
ma, quel che è più grave, ai cittadini non
interessa nulla. Non ne sentono la mancanza. I giovani non la conoscono
neppure.
Tre, quattro decenni fa c’era un dibattito, nel popolo, che
oggi sembra fantascienza. Nelle piazze la gente faceva capannelli e
discuteva animatamente; le sezioni dei partiti esistevano, erano piene
e vive. Gli argomenti erano sviscerati e dibattuti. E, soprattutto,
questo, a noi che eravamo stati contagiati dal virus della passione
politica, non bastava: volevamo molto di più. Volevamo uno
Stato di vera e diffusa partecipazione politica. Giudicavamo i partiti
uno strumento superato, cristallizzato. Volevamo che si individuassero
nuove sedi di raccolta del consenso, e realizzarle. Sognavamo la
costruzione di uno “stato legale rivoluzionario”,
capace di garantire un governo efficiente, autorevole, forte e al tempo
stesso una partecipazione continua, cosciente, attenta; un controllo
dei delegati ai pubblici poteri con perenne possibilità di
revoca del mandato.
Il fatto che le liste dei candidati fossero redatte dai vertici dei
partiti e non scaturissero dalla base, ci andava stretto, molto
stretto. Ma nel corso degli anni è andata peggio: la prima
botta è avvenuta col maggioritario, la seconda con
l’ultima riforma elettorale. Oggi nessuno si può
nemmeno togliere la soddisfazione di illudersi di influenzare
l’andamento elettorale votando un candidato
anziché un altro. Come oggi, a parte la questione del
partito unico, si votava nell’Unione Sovietica.
Negli anni Sessanta e Settanta eravamo alla ricerca di nuove forme di
partecipazione, capaci di qualificare l’apporto di ciascuno
secondo le proprie reali potenzialità. Oggi, passando tra
l’utopia ugualitaria e la demagogia democratica, i cittadini,
con tappe di crescente disinteresse, sono giunti al totale rigetto
della politica.
Il sistema si sta totalmente americanizzando; i partiti sono ridotti a
“comitati d’affari” ai quali si rivolgono
una ridicola porzione di cittadinanza. Negli USA ci sono al potere
maggioranze che talvolta stentano a rappresentare il 13% della
popolazione.
Allora noi ci lamentavamo che il rapporto voti-iscritti dei partiti
riscontrasse un pesante divario. Il PCI, a fronte degli undici milioni
di voti che riceveva, riusciva a portare a casa solo 1.800.000 tessere.
Oggi gli iscritti sono talmente pochi che non c’è
nessun partito disposto a rendere pubblico il risultato delle proprie
campagne di tesseramento. Spesso non si fanno nemmeno più,
queste campagne. Chi arriva, arriva; tanto non conta niente.
In quegli anni pensavamo di aver toccato il fondo e non immaginavamo di
stare invece per precipitare in una voragine senza fine. Il trionfo dei
“poteri forti”, per divenire incontrastato, doveva
necessariamente coincidere con l’avvento di
autorità politiche estremamente deboli e avulse da ogni
reale partecipazione dei cittadini.
Libertà addio, dunque, ma anche partecipazione addio.
Abbiamo fatto un salto indietro di secoli.
Le cose cambieranno in futuro? Sicuramente. Ma saranno cambiamenti
traumatici, provocati dallo scoppio tremendo delle folli contraddizioni
di questo sistema disumano. Perché non può
esistere società più disumana nella storia di
quella dominata dalle banche, dagli usurai e dai pirati della finanza.
Un sistema che ha posto sugli altari il dio-denaro e ridotto
l’uomo allo stato di schiavitù al mercato e al
consumismo.
Si sente già odor di barricate, si scorgono già
bagliori di spari e tristissimi scenari di strade sporche di sangue.
Peccato, sarebbe potuto andare molto differentemente. Ma si sarebbe
dovuto impedire la consegna di tutti i poteri in mano ai nemici di
tutti i popoli.
Anche queste elezioni, come le precedenti e più delle
precedenti, sono una farsa.
Lo spudotato accerchiamento operato dai mezzi d’informazione
ai danni di Berlusconi, l’impudica connivenza tra
“poteri forti” e sinistre d’ogni ordine e
grado, la scandalosa ostentazione da parte dell’Unione di un
leader come Prodi, totalmente compromesso con privatizzazioni e grandi
Banche d’affari, indubbiamente possono far venire la voglia
di votare per il Polo. Nonostante le troppe cose non dette e non fatte.
Nonostante il colpevole, ottuso e disastroso americanismo. Si
tratterebbe di una scelta in qualche modo comprensibile, anche se non
ideologicamente ortodossa.
Legittima e coerente invece è la scelta del non voto: il
rifiuto di un sistema che globalmente è sbagliato e
incondivisibile.
Ma, mettendo bene a fuoco la situazione, ci si accorge che ambedue
queste opzioni sono destinate a risultare ininfluenti. Politicamente
inutili.
Come vada vada, le decisioni sono già state prese, i
complotti già preparati, le rapine ai danni del popolo
già programmate. I “poteri forti” hanno
già vinto; non hanno bisogno dei voti, loro.
Saranno altre le occasioni che vedranno tornare il popolo
protagonista.
Occasioni che forse non sono ancora dietro l’angolo, ma che
indubbiamente il nostro popolo sarà destinato a vivere.
Il presente
articolo è stato estratto dal sito www.rinascita.info pubblicato in
data 28 marzo 2006 e riproposto sul sito www.ariannaeditrice.it
e sul
sito www.luogocomune.net
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