Giuseppe Gozzini
SULLA
FRONTIERA
Camillo De Piaz
la Resistenza, il Concilio e
oltre
Camillo
De Piaz. Conoscete questo nome? A molti, purtroppo, non
dirà niente. A me e a molti altri, invece, dice tanto. Padre
Camillo oggi ha ottantotto anni. E’ stato amico fraterno di David Maria
Turoldo, il frate-poeta dalla voce tonante. Con lui ha fatto la
Resistenza. Con lui, nel dopoguerra, ha animato a Milano la Corsia dei
Servi, da cui fu cacciato dal Sant’Ufficio (aveva scritto, tra l’altro,
un articolo in difesa del cinema neorealista). Da tempo vive in
convento in Valtellina, a Madonna di Tirano. Lì medita e da
lì sostiene le buone cause: lui, una delle coscienze più
limpide del cattolicesimo, costretto in un angolo mentre tanti tromboni
in tonaca trovano spazio in tivù a ogni schioccar di dita. Lo
andai a trovare più di dieci anni fa. Un incontro emozionante,
era una campagna elettorale in cui chiedevo il voto per la Rete. Lui,
ovviamente senza dire una parola di politica, mi diede il benvenuto in
chiesa davanti ai suoi fedeli. Mi ha telefonato ora dopo tanto tempo.
Con un’umiltà che non si trova più in giro (ormai ci sono
consiglieri comunali che si presentano al telefono come l’”onorevole
tal dei tali") ha chiesto a mia moglie se pensava che io mi ricordassi
di
lui.
“Sa, sono Camillo De Piaz, forse
non si ricorda, ho fatto un libro, mi
piacerebbe che suo marito ne parlasse”. Lo farò senz’altro.
Intanto ai miei amici blogghisti dico subito che libro è.
Titolo: “Sulla frontiera”. Sottotitolo: “Camillo De Piaz. La
Resistenza, il Concilio e oltre”. Editore Scheiwiller. A cura di
Giuseppe Gozzini. E’ la storia di un grande maestro. Una storia
collettiva. Con dentro, oltre a Turoldo naturalmente, Franco Fortini,
don Milani, Giovanni Raboni, Luigi Santucci, Camilla Cederna e tanti
altri. Essendo lui un montanaro, si respira aria pura.
[www.nandodallachiesa.it]
Camillo de Piaz è nato 1918 ed è frate dei Servi di santa
Maria. Vive a Madonna di Tirano [Sondrio], suo paese natale. Negli anni
della Resistenza e del dopoguerra fu nel convento di san Carlo al Corso
a Milano. Qui, con Turoldo ed altri, diede vita al foglio clandestino L'Uomo, e negli anni cinquanta al
centro culturale Corsia dei servi. Un'altra
sete,Fu detto agli antichi e
Ma io vi dico sono i tre
volumi che raccolgono le omelie di Camillo de Piaz dell'anno liturgico,
scritte nel corso di cinquant'anni [1950-2000]. Si tratta di una
bellissima ricostruzione storica che permette di scoprire
l'attualità di numerosi temi ecclesiali e sociali. Rileggendo le
intuizioni, le proposte e le riflessioni di Camillo de Piaz, appare
più chiaro perché numerose organizzazioni sociali di
ispirazione cristiana siano oggi tra i protagonisti del movimento dei
movimenti, a cominciare dall'esperienza dei teologi della liberazione
in America latina.
David Maria Turoldo fu suo "compagno di squadra"
in molte imprese, fin dagli anni dell'Università a Milano, e poi
al
tempo di Nomadelfia, dell'esperienza della Corsia dei Servi (che dal
1952 "venne mantenuta in vita - come proposta tra le più
coraggiose,
allora, in Italia" da lui stesso, da Peppino Riccia e Lucia Pigni
Maccia, come ci riferisce nelle sue memorie David Maria Montagna, un
confratello), alle Messe della carità, alle predicazioni (come
è mio
debole ricordo) anche nella mia terra, in Valtellina, con Abramo Levi,
altro importante intellettuale valtellinese, punto di riferimento
aperto della gioventù di allora, irrequieta e assetata di parole
che
portassero senso.
Commentando il vangelo di Luca scrive, nel 1974, de Piaz: "Con chi era,
con chi è Cristo oggi? Era con Mazzolari o con chi gli toglieva
la parola? con don Milani o con chi lo denunciava come ribelle,
portandolo davanti ai tribunali? con David Maria Turoldo o con chi lo
mandava in esilio? con gli obiettori di coscienza o con chi li metteva
in carcere? con i domenicani incarcerati e torturati nelle carceri
brasiliane o con chi manteneva buoni rapporti con i loro carcerieri e
torturatori? con monsignor Romero, il 'vescovo del popolo' o con ... ?"
[G.Ca.]
UNA CITTÀ n. 122
/ luglio-agosto 2004
www.unacitta.it/intervista.asp?testo=&anno=2004&person=de+piaz&argom=&id=1240
fotografie (clic per ingrandire) :
p.g.c. Sandro Bonardi, Università di Parma
CAMILLO DE PIAZ
IL PADRONE DEL GREGGE
La
possibilità di essere insieme laico e credente, che apre al
dialogo, è resa possibile dalla distinzione fra sacro e profano,
caratteristica fondamentale del cristianesimo e, prima, dell’ebraismo.
Con questo papa la valorizzazione del ruolo dei vescovi fatta dal
Concilio è stata abbandonata. L’Eglise
c’est moi. La
necessità dell’istituzione perché la
religione non diventi una setta fondamentalista. Intervista a
Camillo De Piaz.
Camillo de Piaz è nato
nel 1918 ed è frate dei Servi di
santa Maria. Vive a Madonna di Tirano, Sondrio, suo paese natale. Negli
anni della Resistenza e del dopoguerra fu, insieme al suo amico
fraterno David Maria Turoldo, nel convento di san Carlo al Corso a
Milano. Un’altra sete, Fu detto agli
antichi e Ma io vi dico (Servitium editrice)
sono i tre volumi che raccolgono le omelie da lui scritte nel corso di
cinquant’anni (1950-2000). L’intervista a Michele Ranchetti, a cui si
fa riferimento, è stata pubblicata nel n. 116 di Una Città, ottobre 2003.
Tu
hai passato gran parte della vita a
Tirano...
Sono nato qui a Madonna di Tirano nel 1918. Mio padre, Battista De Piaz
aveva sposato Ernesta Valori, anche lei valtellinese. Era macchinista
della Ferrovia del Bernina, uno dei primi, e ogni giorno andava e
veniva da Saint Moritz. E’ la ferrovia più alta d’Europa che a
Tirano avrebbe dovuto dividersi in due tronchi: uno per Bormio,
l’altro, superando l’Aprica, per Edolo in Val Camonica, doveva
collegare direttamente Saint Moritz con Venezia, ma le autorità
militari italiane si opposero. Evidentemente temevano un’invasione in
treno dalla Svizzera! Madonna di Tirano era allora un borgo attorno al
Santuario della Madonna, ben distinto e collegato a Tirano da un viale
solitario da Belle Epoque. Oggi quel viale è una statale oberata
dall’espansione edilizia come una comune periferia. Relitti di quei
tempi sono i due ampi marciapiedi alberati che fiancheggiano la
carreggiata. Qui a Madonna ho frequentato la prima alle elementari di
Stato e le quattro successive a Tirano. Ottime scuole. Quassù,
in Valtellina, le multiclassi erano state eliminate da tempo, da
quando, nei due primi decenni del Novecento, era ministro della
Pubblica Istruzione il valtellinese Luigi Credaro, un grande pioniere
dell’alfabetizzazione. Allora la Valtellina era la più
alfabetizzata di tutte le province italiane. Frequentavo abitualmente
anche l’oratorio del convento dei Serviti e servivo come chierichetto
durante le messe nel Santuario. Nel settembre 1929 entrai nello
Studentato dei Serviti a Monte Berico, sulle colline subito sopra
Vicenza.
Incontrai
così Davide Turoldo, che si chiamava Giuseppe e anche
lui era arrivato in quell’anno, dal Friuli. Era più vecchio di
me di un anno e mezzo. Lo chiamavano “Bepo rosso” per i capelli che
solo con la maturità divennero biondi. Dopo avere frequentato
per cinque anni il ginnasio, trascorremmo l’anno di noviziato nel
Convento di Isola Vicentina, superato il quale pronunciammo i voti
semplici (povertà, castità, obbedienza). In quella
occasione, per la sua vocazione biblista, Davide cambiò il nome,
appunto, in David Maria. Quindi frequentammo nel Convento di Sant’Elena
a Venezia i tre anni di “filosofia”, il liceo dei futuri sacerdoti,
alla fine del quale io fui scelto, con due altri della nostra classe,
per frequentare i quattro anni di Teologia nel Seminario Internazionale
dell’Ordine in Viale 30 Aprile a Roma, con vista sulle finestre delle
case di Trastevere che lo circondano; mentre il resto della classe, per
finire il quadriennio di teologia, tornò allo Studentato di
Monte Berico. Davide, a Venezia, per gli stenti di una fanciullezza
indigente, s’ammalò di tisi e fu mandato a curarsi proprio qui
in Valtellina e poi ancora ad Arco. Alla fine del terzo anno, per varie
indiscipline (contestavo gli insegnanti, cosa inaudita allora, e
leggevo libri all’indice come, per esempio, quelli di Darwin), fui
rimandato allo Studentato di Monte Berico dove mi ricongiunsi alla mia
classe di provenienza, che mi accolse con applausi, e ritrovai padre
Davide; “padre” perché i miei compagni erano già stati
ordinati sacerdoti (così gli servivo la messa). Terminato nel
1941 il quarto anno di Teologia, grazie a una dispensa - avevo solo 23
anni e ce ne sarebbero voluti 24 - anch’io fui ordinato sacerdote nel
Duomo di Vicenza e così noi due, Davide e io, già molto
uniti malgrado i grandi litigi, perché Davide s’infiammava
facilmente, fummo destinati dai superiori all’Università
Cattolica e assegnati al Convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo
al Corso a Milano. Insieme, per un anno, prendemmo lezioni private per
prepararci all’esame di maturità.
Entrati alla Cattolica, lui s’iscrisse a Filosofia, io a Lettere, ma
anch’io seguii le lezioni di Francesco Olgiati. C’era la guerra e nel
‘43 successe quel che successe.
Quando
si parla di te si fa
abitualmente riferimento a padre Davide.
Abbiamo avuto una vita strettamente collegata e può darsi che
io, per chi non ci conosceva abbastanza, sia apparso quasi subalterno a
Davide. Da quando fummo mandati a San Carlo seguì una serie di
vicende congiunte, di comportamenti, di impegni legati ad avvenimenti
che sono passati alla storia. E’ stato un legame profondo con
comunità d’intenti. E’ che Davide era più esposto al
pubblico, più estroverso, anche - è chiaro - più
pubblicizzato, in qualche modo più impetuoso; un carattere
estroverso appunto, quasi il contrario del mio. Gli amici m’imputavano
d’essere pigro e io l’ho anche riconosciuto firmando le mie
collaborazioni su la Scarìza,
il periodico di Poschiavo, con lo
pseudonimo di Oblomov. Ma quell’handicap mi ha tante volte permesso di
ragionare prima di agire. E nell’ambiente milanese, in cui Davide e io
eravamo veramente conosciuti, ero chiamato la “coscienza critica” di
Davide. Altro che subalterno!
Michele
Ranchetti, che vi ha conosciuto
bene, in un volumetto intitolato Gli ultimi preti, parlando di padre
Davide non può fare a meno di parlare anche di te...
E’ vero. Non si può fare un discorso compiuto su Davide senza
tirarmi in ballo, tanto le nostre due vite, le nostre due “carriere”
anche, si sono intrecciate. Ho già raccontato a Una città
il mio sodalizio con Davide.
Racconta
questa, come tu la chiami,
“carriera” intrecciata.
E’ una domanda talmente generica che è difficile rispondere.
Dicevo che eravamo stati destinati dall’Ordine al Convento di San Carlo
durante la guerra. Nel
‘43 la caduta del fascismo fu l’occasione (ma
non è giusto dire solo l’occasione, fu qualche cosa di
più di un’occasione, una maturazione) per entrare nella scena
pubblica. Fu lì che prendemmo partito. Parlo di “maturazione”,
perché, per essere precisi, la nostra scelta da che parte stare
era avvenuta alcuni mesi prima, tra il ‘42 e il ‘43, in particolare tra
la primavera e l’inizio dell’estate del ‘43, quando il Guf di Milano
organizzò una serie di incontri, di conferenze di ormai evidente
intonazione critica nei confronti del Regime. Fu lì che
iniziò il nostro impegno civile contro il fascismo. Si sa, basta
leggere Il lungo viaggio attraverso il fascismo di Zangrandi: molti di
quelli che saranno poi nella Resistenza avevano maturato il loro
antifascismo all’interno delle organizzazioni fasciste, in particolare
fra gli studenti iscritti ai Gruppi
Universitari Fascisti, i Guf
appunto. Quella fu l’occasione per Davide e me d’incontrarci con
l’antifascismo. Non che fossimo iscritti al Guf, nemmeno avremmo
potuto, facendo parte di un ordine religioso, ma partecipando a quelle
conferenze e prendendo anche la parola, in particolare Davide - fu la
sua prima uscita pubblica - entrammo in contatto con l’antifascismo,
stringendo anche amicizie personali.
Puoi
fare dei nomi?
Dei nomi... Il primo che mi viene in mente - perché in quel
periodo avemmo con lui dei contatti più frequenti che con altri
-
non è un nome senza pecche, Giancarlo Vigorelli, in seguito
ondeggiante politicamente, ma che tuttavia fu forse il primo che
scrisse di Davide. Grazie a lui, che era segretario del premio San
Pellegrino, Davide lo vinse nel 1946 o ’47 per Io non ho mani,
il suo
primo libro di poesie.
Prima
di accostarvi alla vita pubblica
avevate discusso il proposito di militare politicamente?
Più che altro ne avevamo parlato, vivevamo quotidianamente
assieme. Intanto era caduto il fascismo e durante i quarantacinque
giorni di Badoglio, sotto i tragici, pesantissimi bombardamenti aerei
ci adoperammo molto fra le macerie e la nostra presenza assidua ci mise
in vista. Passai giorni a scavare per salvare qualcuno. In quelle
circostanze, insieme con altri, in particolare Mario Apollonio, nostro
maestro, e altri, fra cui Angelo Romanò e Luigi Santucci, nacque
l’idea di mettere in piedi un foglio che uscirà clandestino
subito dopo l’armistizio e l’invasione tedesca (lo dirigerà
proprio Apollonio insieme a Gustavo Bontadini e Dino del Bo). Era
L’uomo, una rivista di
letteratura, di spiritualità e di
politica. Di tendenza cattolica, ovviamente, ma vi collaborarono
socialisti e comunisti; presenti anche i comunisti cattolici. E’ stato
uno dei giornali della Resistenza. Uscì clandestino dal
settembre ’43 all’aprile ’45 e poi ancora liberamente dal settembre ’45
per un anno. Intanto alla sagrestia vecchia di San Carlo al Corso,
già luogo di tanti incontri clandestini, s’era aggiunto un luogo
segreto, rifugio di perseguitati di ogni colore politico, aperto sui
tetti per consentire possibili fughe.
Poi naturalmente ci fu la partecipazione attiva alla Resistenza. Con
Davide fummo incaricati da parte del Cln
Alta Italia dell’assistenza
alle famiglie di coloro che erano alla macchia, dei partigiani, di chi
era nei campi di concentramento, o nascosto. E’ stato un impegno che ci
ha fatto incontrare gente di grande coraggio e importanza, e ne ho
parlato in qualcuno dei miei scritti. Il crocevia, la memoria, che
raccoglie un certo numero di miei articoli, parla anche di quelle
vicende che ci hanno fatto incontrare in particolare molte grandi
figure di donne: mogli, figlie, madri dei resistenti, che sono state
per noi un ponte decisivo con la società resistente. Grandi
figure!
L’assistenza
in cosa consisteva?
Consisteva nell’essere vicini a quelle persone che il Cln aveva
indicato e nell’aiutarle con i mezzi che lo stesso Cln ci forniva. Ma
non facevamo solamente assistenza; cospiravamo e collaboravamo anche
con giovani come Curiel. L’incontro con Eugenio Curiel fu
importantissmo perché era l’uomo nuovo del Partito Comunista.
Partecipai con Eugenio alla costituzione clandestina e alla guida del
Fronte della Gioventù
che era l’equivalente giovanile del Cln
Alta Italia. La riunione costituente di questo Fronte della
Gioventù fu fatta lì da noi, al San Carlo. Dico di
“questo” Fronte della Gioventù
perché poi, dopo la
guerra, quel nome fu usurpato dai fascisti.
Chi
c’era oltre a Curiel e a voi?
C’erano giovani un po’ di tutti i partiti. Ad esempio Gillo Pontecorvo,
anche lui nella Resistenza. Fu lui che mi fece incontrare Curiel. Poi
Angelo Saraceno, responsabile per l’economia del Cln, all’epoca
già sposato con Maria, che restarono amici fraterni per tutta la
vita. La loro casa era un rifugio per tutta la sinistra cristiana; non
solo, Rodolfo Morandi, presidente del Cln
Alta Italia, passava intere
nottate da loro… Mi interrompo, per me è difficile parlare...
Del resto sono vicende delle quali ho già parlato a Una
Città.
Ne
Il
crocevia, la memoria ti
manifesti come
“cittadino”, come “prete” nei tre volumetti che raccolgono molte delle
tue omelie. Si direbbe che ci sono due aspetti distinti della tua
personalità.
Questo apparente doppio aspetto della mia identità dipende dal
fatto che la mia condizione di prete non si è costituita sulla
negazione della mia condizione originaria di laico. Sono un laico che
è anche prete. Questa è una cosa importantissima per
capire tanti fatti della mia vita, il modo di pormi di fronte agli
avvenimenti...
Forse
non è facile da capire,
perché in genere prevale una figura del prete diversa.
L’essere un laico, sebbene prete, mi ha permesso non solo di dialogare,
ma di lavorare con laici e anche atei.
Puoi
precisare? Puoi essere concreto?
Beh, proprio la fondazione con Curiel del Fronte della Gioventù
resistente mi sembra un esempio concreto. Inoltre con Davide fondammo
alla Corsia dei Servi il primo Circolo del Cinema di estrazione
cattolica -ancora non si chiamavano “cineforum” (c’è ancora!).
In una intervista su Cinema Nuovo di Aristarco, di cui eravamo amici,
difesi il cinema neorealista. Se ben ricordo era il febbraio del 1952.
Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che
riteneva che non rispecchiasse la realtà sociale italiana,
intervenne presso la Segreteria di Stato e dal Vaticano fu inviato il
priore generale dell’Ordine dei Serviti, Alfonso Benetti, in visita
canonica straordinaria per inquisirmi. Insomma, fui oggetto di una
tipica collusione fra potere politico e potere ecclesiastico. Mi difese
con successo l’ex provinciale per il Lombardo-Veneto dell’Ordine, padre
Giuseppe Ferin. Anche il gesuita padre Valentini scrisse sulla rivista
Letture, che si pubblicava in San Fedele, un articolo in mia difesa.
Allora andò così, ma nel 1954 il Santo Uffizio intervenne
perché Davide fosse mandato in esilio all’estero e nel 1957 fui
mandato via da Milano anch’io, che nel frattempo l’avevo sostituito
nella direzione della Corsia dei Servi e nella predicazione in Duomo.
Grazie al provinciale per il Lombardo-Veneto Andrea Cecchin, che mi era
amico, riuscii a ottenere di essere trasferito qui a Madonna di Tirano.
Già, gli ultimi anni di Pio XII furono segnati da varie forme di
persecuzione.
Anche
nelle tue omelie traspare il
fondamento laico del tuo essere prete.
Viene fuori anche in quelle, eh!
Si
avverte la volontà di ridurre
il più possibile il distacco fra il prete e i fedeli, fra chiesa
docente e chiesa discente...
Ho l’impressione che il mio modo di rimanere laico essendo anche prete
appaia anche a te una cosa stranissima. Guarda che non è che io
rinnegassi la mia figura e neanche la mia funzione di prete.
Questo
problema ha anche a che fare con
quello che veniva definito “il dissenso cattolico”?
Ci sono stati certo molti incontri anche col dissenso cattolico. Basta
andare a vedere la storia della Corsia
dei Servi, un luogo d’incontri
animato da Davide e da me fin dai giorni seguenti la Liberazione.
Memorabile e decisivo l’incontro nell’autunno del ’45 con Felice Balbo
e prima con Giorgio Ceriani Sebregondi, già conosciuto durante
la Resistenza col nome di battaglia di Giordano, e la sua compagna
Fulvia Dubini, che riuscii a liberare da una caserma dove era in stato
di arresto.
Ma
non c’è stata una vera e propria identificazione, delle
connessioni sì, certamente un dialogo. Uno dei leader del
dissenso cattolico era Mario Cuminetti. Ve lo ricordate? Lavorava alla
Corsia. Quello che però
ha caratterizzato noi, gli “organici”
della Corsia, Davide, me,
Peppino Ricca, Desiderio Gatti, Lucia Pigni,
è che, pur consentendo con tante espressioni del dissenso, mai
siamo venuti meno alla nostra appartenenza alla Chiesa, preti o laici
che fossimo. Credo che ciò sia dipeso anche dall’ordine al quale
Davide e io appartenevamo. Gli ordini del Duecento hanno un’origine
laica. San Francesco era un laico, non era un prete, tanto per dire.
Gli ordini della prima metà del Duecento - francescani,
domenicani, carmelitani, serviti, ecc. - non erano all’origine
organizzazioni di tipo clericale. Hanno subito un processo di
clericalizzazione, però fondamentalmente risentono ancora di
quello che sono nati per essere, cioè laici, per conservare una
dimensione laica.
Per essersi rifiutato di intervenire in una campagna elettorale negli
anni Ottanta, al nostro ordine fu levata la tutela del Santuario della
Madonna e affidato ai Guanelliani fino all’anno scorso, ed ora a dei
secolari della diocesi; il Convento
dei Serviti s’è ridotto alla
mia persona. Beh, ricordiamo il servita Paolo Sarpi che difese
con successo la
Repubblica di Venezia dalle pretese temporalistiche di Paolo V e fu
pugnalato da sicari nei quali ravvisò lo stilum (‘stile-stilo’) romanae Curiae. Il problema
è capire cosa vuol dire “laico”.
E ciò
che si diceva “profano”?
Una vocazione profana?
Anche, se vogliamo. Quella fra sacro e profano è una distinzione
cristiana ed eminentemente cattolica. Per esempio qual è il
massimo problema d’attualità nel nostro mondo euro-mediterraneo?
Il rapporto col mondo islamico. Qual è il problema cruciale del
dialogo, della comprensione, della collaborazione col mondo islamico?
E’ che a quel mondo manca la distinzione tra sacro e profano. Per
l’islam tutto è sacro, non c’è questa distinzione. La
dimensione della laicità è profondamente radicata nel
cristianesimo e direi anche nella tradizione biblica.
La
Bibbia è fondamentalmente una storia che si svolge in questo
mondo. Non dimentichiamo - andate a leggere la Creazione - che Dio dopo
la creazione si ritira, è come se dicesse: il mondo è
vostro, ora tocca a voi gestirlo. Non c’è niente del genere
nelle altre ideologie religiose. Direi tutte le altre, salvo forse in
parte il buddismo, ma perché il buddismo più che una
religione è un’etica. Nella tradizione ebraica e ancor
più in quella cristiana è sempre presente la dimensione
della laicità. Il mondo islamico fa riferimento certamente alla
Bibbia, però in esso manca la distinzione tra sacro e profano e
sta lì la distinzione: “A Cesare quel che è di Cesare, a
Dio quel che è di Dio” è parola del Nuovo Testamento e
questo non sarebbe concepibile senza il Vecchio Testamento.
Credo che dobbiamo tenerlo presente nel dialogo con l’islam che, per
essere fecondo per ambedue le parti, non può che avvenire
aiutandosi a precisare il nostro e il loro essere nel mondo.
Il
dissenso cattolico in Italia aveva
una connotazione esclusivamente politica o anche teologica?
Beh, ad esempio, Mario Cuminetti era anche un teologo.
Hai
convenuto che il concetto di laico
può essere assimilato a quello di profano.
Non so se in argomento sia più pertinente il concetto di
profano, che è il contrario di sacro, o piuttosto di laico. Col
cristianesimo per la prima volta nella storia diventa manifesto un
processo di “desacralizzazione” nella religione; si fa spazio una
dimensione laica, nel senso contemporaneo della parola. Attenzione: non
una “dissacrazione”. E’ una spinta desacralizzante già in nuce
nel Vecchio Testamento. C’è una distinzione netta fra la storia,
il mondo e Dio, ma con un rapporto di reciproca fecondità.
Questo diventa evidente nei Vangeli, nel Nuovo Testamento.
A tal proposito val la pena leggere Bonhoeffer i cui scritti sono una
testimonianza rigorosamente cristiana. Ma c’è tutta una teologia
contemporanea che parla di “desacralizzazione”. Questo per dire quanto
la dimensione laica sia inerente al cristianesimo. Non a caso da altre
religioni gli viene proprio rimproverato di essere “dissacrante”.
Torniamo
al “dissenso cattolico”. Il
dissenso in teologia si rifletteva sul dissenso politico?
C’erano delle intercomunicazioni tra i due aspetti. Bastava anche poco,
eh. Ma io certe domande non le capisco. Quando per esempio un gruppo, o
un singolo, come nel mio caso, non accettava l’identificazione della
Chiesa con un partito era dissenso o no? Aveva a che fare sia col modo
di intendere la religione che di intendere la politica, o no? Alla fine
è lì che si è giocata molta parte delle nostre
vicende e molta parte anche delle vicende della Corsia dei Servi.
Quella imposizione impediva alla politica di avere una sua
identità, anche etica (e questo lo stiamo pagando ancora oggi),
e impediva alla religione di essere quella che è. Di quella
commistione noi siamo le vittime, anche attualmente. E’ un discorso
molto complesso e ne andrebbe fatto un altro che coinvolga anche la
Democrazia Cristiana.
Puoi
farlo?
Beh, non è che sia semplice! Originariamente la Democrazia
Cristiana non nasce come il partito cattolico, ma come il
partito dei
cattolici che accettavano - e non come ipotesi ma come tesi - la
democrazia. Non il “partito cattolico”, ma il partito dei cattolici
democratici. In seguito ha dovuto caricarsi, o è stato caricato
di altre funzioni, ma in origine era fondamentalmente il partito dei
cattolici che avevano una concezione rigorosamente laica della
politica. Poi, purtroppo, è successo che è passata
l’identificazione, infondata, con l’azione della Chiesa, anche se non
per tutti, certamente. Certi protagonisti di grande rilievo del mondo
democristiano, come per esempio Giuseppe Lazzati, o anche lo stesso De
Gasperi, hanno contenuto l’invadenza della Chiesa. Novello Papafava fin
dal 1948, prima delle elezioni del 18 aprile, da laico, liberale
cattolico, scrisse sull’argomento indicazioni importanti e sarebbe da
riscoprire. Lo conobbi nei primi anni Sessanta quando era Presidente
della Rai, andavo a Roma per delle trasmissioni ed ero d’accordo con
lui: leggete cosa scrissi in Una
Città nel 1996 (n. 50, Ndr).
Ma, come dicevo, la questione della Democrazia
Cristiana non è
semplice. Infatti cosa è successo quando la Dc è venuta
meno? E’ successo che la Chiesa,
diciamo la gerarchia ecclesiastica, fa
politica in proprio, interviene direttamente come una lobby, come si
può constatare con le periodiche dichiarazioni del Presidente
della Conferenza Episcopale.
Alcune dichiarazioni possono essere
condivise da alcuni e non da altri e viceversa, ma questi interventi
suscitano, a dir poco, notevoli perplessità.
Anche
il dissenso cattolico si
manifesta, senza essere ideologicamente strutturato, direttamente nei
confronti del magistero ecclesiastico. Per esempio nelle questioni
della procreazione responsabile, dell’utilizzo delle tecniche
genetiche, della sperimentazione in biologia.
Ma, sai, bisognerebbe vedere fino a che punto problemi di questo genere
possono essere esclusivamente politici. E’ un terreno con cui ho poca
dimestichezza. Problemi ai quali non so cosa rispondere, anche
perché nutro delle incertezze.
Ma
è ormai pacifico che un
cattolico possa appoggiare quei partiti che contestano le pretese
d’Oltre Tevere?
Beh, sapete, non sarebbe la prima volta che succede che si contestano,
o si respingono le pressioni d’Oltre Tevere da parte di cattolici.
Basta ricordare le elezioni amministrative a Roma nell’aprile ‘52,
quando De Gasperi disse no alla lista unica anticomunista Dc-Msi-Pnf
voluta dal papa e da settori della Dc, utilizzando abusivamente il nome
di don Sturzo. De Gasperi non fu più ricevuto dal papa, che era
Pio XII. E che dire di Dossetti? Insomma vi erano nella Dc linee
diverse. Dossetti aveva già fatto una scelta diversa da quella
dell’impegno direttamente politico, per motivi rigorosamente laici,
eppure legati alla sua fede religiosa.
Ho conosciuto bene Dossetti e penso che la sua scelta sia dipesa
dall’avere ritenuto che il rapporto, la commistione tra ambito
religioso e ambito politico, addirittura partitico, non poteva essere
affrontato, e nel limite del possibile risolto, se non operando
all’interno dello stesso mondo religioso che alimentava quel partito, e
ciò non pregiudica affatto l’autenticità della sua
vocazione monastica. E’ stata una posizione teologica e anche politica
che veniva da tutta una tradizione. Andate a leggere Mounier, Maritain…
che è poi la posizione a cui si rifaceva, nei limiti del
possibile per un uomo come lui, Montini. Anche lui veniva da quella
scuola, scuola a cui non si rifà certo questo papa.
Continua...
E’ un discorso molto complesso. Lo stesso modo con cui Woityla intende
la funzione di papa è profondamente diverso da quella dei suoi
due immediati predecessori. Giovanni Paolo II esercita il pontificato
in modo totalizzante. E’ come se dicesse, parafrasando Luigi XIV, l’Eglise c’est moi.
E questo è un ben grave problema, che esploderà appena
questo papa morirà. Ve ne accorgerete se non verrà fuori
con forza. Diciamolo chiaramente: nulla a che fare con Giovanni XXIII e
nemmeno con Paolo VI e tanto meno col Concilio. Woityla s’è
comportato e si comporta come un sovrano temporale assoluto, e questo
indipendentemente dalle cose che via via può andare dicendo,
alcune delle quali sono state sacrosante; però dal punto di
vista ecclesiologico non corrisponde ai dettati del Concilio. Basta
andare a vedere come si è comportato con quelli della Teologia
della Liberazione: li ha tutti tacitati e spazzati via. E’ come
se
dicesse: la Teologia della
Liberazione la faccio io. Mi spiego? Ha
aperto un grosso problema di riequilibrio ecclesiale. La Chiesa non
è solo il papa! Il papa è importantissimo, io continuo a
pensare che sia importantissimo, però la funzione papale va
precisata e ricondotta entro i suoi limiti.
Che
sarebbero?
Di essere simbolo dell’universalità della Chiesa, mediatore
delle Chiese locali, non solo identificato come indiscusso capo
temporale della gerarchia ecclesiastica cattolica. Poi bisognerà
rivalutare il Concilio che ha riportato l’accento sui vescovi. Con
questo papa non è possibile. Ma dopo questo papa la questione
dovrà tornar fuori se si vorrà ritornare a una certa
normalità ecclesiale. E poi c’è dell’altro. Sono tanti i
problemi che esploderanno appena verrà meno questo papa. Questo
lo dico con tutta la considerazione che si può avere, e che ho
anch’io, per certe sue prese di posizione, per esempio sulla guerra.
Esploderà certamente il problema del celibato ecclesiastico;
è lì che aspetta solo il momento per esplodere;
esploderà il problema del conferimento del sacerdozio alle
donne. E via via anche altri...
Un’autonomia
episcopale di tipo
ortodosso?
No,
la Chiesa ortodossa ha un limite che è quello nazionale. Le
chiese ortodosse sono chiese nazionali, c’è una bella
differenza! Questo non vuol dire che non abbiano una loro grandissima
ricchezza, ricchezza teologica anche, ricchezza religiosa. Io la prima
volta che ho assistito in Russia a una messa ortodossa mi sono talmente
commosso che mi sono messo a piangere tanto è il senso del
mistero, del sacro nelle loro liturgie. Però la capacità
di essere insieme profondamente locale e profondamente universale,
insieme allo stesso titolo, è il vero carisma della tradizione
cattolica. Le Chiese locali non sono delle prefetture di una Chiesa
centrale. Nelle Chiese locali c’è tutta la Chiesa. Ecco
perché dopo il Concilio non si dice: la Chiesa francese, o la
Chiesa tiranese, o la Chiesa, che so, comasca, ma si dice
esclusivamente la Chiesa di Dio che è in Como, che è in
Francia, che è a Tirano... Queste due caratteristiche,
l’universalità, cioè il non essere nazionali, e il
radicamento locale vanno assieme e questo è specifico e
caratteristico della tradizione cattolica. Questo è un tema,
lasciatemelo dire, ricorrente in modo costante nelle mie omelie.
Nelle tre
raccolte di omelie che hai
pubblicato, mi è sembrata carente, invece, l’attenzione
all’unità delle Chiese cristiane.
Mi stai ponendo un interrogativo che m’intriga perché sono
sempre stato d’accordo col movimento ecumenico, vi sono stato dentro da
sempre. Però a pensarci è vero. Come mai? Bisognerebbe
che mettessi assieme un’altra raccolta con le omelie sul movimento
ecumenico dove espongo “le mie idee” in proposito. L’ho praticato
molto, anche qui, a Madonna di Tirano; sono molto in contatto con le
chiese riformate, qui accanto nella valle di Poschiavo. Però il
pericolo che corrono molti è di intendere l’incontro ecumenico
come un incontro sul minimo comune denominatore - siamo cristiani tutti
-
e lasciar perdere i motivi per cui non siamo uniti. Invece io credo, e
anche questo l’ho detto più volte in occasioni anche pubbliche,
che sia giusto reincontrarsi, riconoscersi come membra di un unico
corpo, però portandoci dietro tutto quello che abbiamo
attraversato, vedendo in chiave positiva anche lo stesso conflitto che
ci ha separato. E’ troppo difficile da capire questo?
E’
più difficile a compiersi.
Bisogna mirare alto anche nell’ecumenismo. Ricordo che hai bazzicato
per i monasteri ortodossi dei Balcani e mi fai notare che secondo te la
rivendicazione della loro autonomia nei confronti del papato, di Roma,
è invincibile. Beh, invincibile non lo credo. Fanno bene a
rivendicare la loro autonomia, ma invincibile...
Fino
a quando ci saranno pontefici che,
come tu dici, parafrasano Luigi XIV...
Il tempo e la storia sono più lunghi di questo o quel
pontificato... Verrà un riaggiustamento. Dirò quello che
in genere dicono i reazionari: c’è bisogno di un retour
all’ordre, nel senso di una giusta distribuzione dei vari
carismi.
L’Eglise c’est moi deve finire.
Si tratta anche
di ridiscutere, di
reinterpretare il dogma dell’infallibilità.
In qualche modo sì.
Ci
si può consolare pensando che
col dogma dell’infallibilità, la Chiesa riconosce implicitamente
che si può essere cattolici anche se si dissente dai
pronunciamenti che non siano ex cathedra. Nel ’49, Novello Papafava,
che hai citato, in occasione della scomunica dei comunisti ebbe a dire:
“Quando non si è infallibili si può essere anche
imbecilli”.
Diceva cosi? Eh! Bisognerebbe leggere con attenzione i testi che sono
premessi a quel dogma. E’ una questione molto complessa… Comunque
all’infallibilità del papa sono stati posti molti limiti. Dopo
quel dogma pronunciato dal Concilio Vaticano I c’è stato il
Concilio Vaticano II le cui conseguenze matureranno. In Intellettuali e Chiesa,
Ranchetti cita la Lettera agli Ebrei, che da tempo si sa non essere di
San Paolo, come fonte primaria del dogma dell’infallibilità,
intendendo così delegittimare il fondamento teologico di quel
dogma. Però io su questo argomento non mi sono cimentato ed ora
sono troppo vecchio per andare incontro a grane. Mettetevi nei miei
panni.
Penso, tuttavia, che occorra che ci sia un organismo sociale che
indichi anche in religione la via giusta da percorrere. Ma questa
è una cosa diversa dal “dogmatismo”. Che vuol dire, infatti, la
parola “dogma”? Vuol dire “opinione”, “opinare”, “insegnamento”.
L’espressione “dogmatismo” che è invalsa non è fedele al
senso della parola “dogma”. Il dogmatismo è costrittivo,
l’insegnamento no. Quel significato costrittivo è invalso,
diciamo, dal secondo Ottocento in poi, appunto da Pio IX. Ciò
non vuol dire che non ci siano stati dei concilii che non abbiamo
espresso dei dogmi nel senso di pronunciamenti irrefutabili, per
esempio i primi concilii cristologici. E’ una questione molto complessa
che investe il problema dell’obbedienza. Basta pensare, per dirne uno,
a Milani. Lui era ecclesiasticamente rigorosissimo, ma questo non gli
impediva di essere molto indipendente; le due cose in lui andavano
assieme. In Milani non c’era nulla del modernista, nel senso del
modernismo dei primi del secolo scorso, però questo non vuol
dire che non sia stato profondamente e autenticamente moderno.
Nel campo dei laici, basta citare il gruppo di Franco Rodano: lui
proveniva dall’Azione Cattolica
e fondò il Movimento dei
cattolici comunisti, ai quali io
sono stato molto vicino, con i
quali
ho molto lavorato in un rapporto di parità assoluta. Ecco, erano
tutt’altro che modernisti dal punto di vista ecclesiologico, eppure
perfettamente aggiornati e liberi nelle cose del mondo, nelle cose del
secolo, direbbe un ecclesiastico.
Michele Ranchetti, il nostro comune amico, è un altro esempio di
rapporto dialettico fra laico credente e sacerdoti su un piano di
parità. Ora io non so se Ranchetti si ritenga ancora cattolico,
ma in quel rapporto è stato esemplare. Non a caso anche lui
collaborava alla Rivista Trimestrale, l’organo di Rodano e Napoleoni.
E’ difficile incontrare dei fedeli che non siano in ginocchio davanti a
un prete. Succede anche a preti nostri amici. Alla fine, loro malgrado,
hanno attorno una cerchia di devoti. Io sono un esemplare forse unico.
Ho molti amici, ma non ho attorno una cerchia di devoti. Non è
stato così per Davide, per Balducci, per Milani, per Mazzolari,
per Dossetti.
Il
rapporto fra obbedienza e
libertà. Qual è in merito la tua opinione?
Non credo che siano in contrasto, perché l’obbedienza è
una libera scelta. L’ho anche scritto. A parte il fatto che la pratica
dell’obbedienza, vista dal punto di vista pedagogico, serve anche per
educare alla libertà. Dalla pratica dell’obbedienza si esce
più liberi, perché la Chiesa accoglie per restituire.
Insomma, bisogna imparare a essere insieme ubbidienti e liberi. Lo dico
anche nei discorsi fatti in giro un po’ in tutta Italia, per
commemorare Davide. Il rapporto fra obbedienza e libertà non
è definibile in astratto; tutte le volte che entrano in
conflitto bisogna considerare in quella occasione tutti gli aspetti che
lo determinano.
A
questo proposito quale fu la scelta
di don Milani?
Come ho già detto Milani come prete era rigorosamente
tradizionale, come maestro rigorosamente laico. Nel suo insegnamento
innovativo non c’era
religione. Predicava in chiesa il messaggio
evangelico, insegnava a scuola come stare al mondo. Teneva distinti il
sacro dal profano. A meno che si pensi che insegnare un impegno nella
società ispirato ad alti valori morali da perseguire anche
personalmente sia assimilabile alla religione, ma non è
così. Il problema semmai è di comprendere come mai ha
tenuto distinti, come ha fatto a tenere distinti, la predicazione
dall’insegnamento. Probabilmente Milani scelse di perseverare in
un’ortodossia ecclesiale assoluta per difendersi dalla gerarchia e
poter liberamente insegnare in modo assolutamente laico, moderno e
progressista. Si è servito dell’istituzione per difendersi dai
suoi chierici. Che poi lo abbiano isolato è un fatto contingente
(Ranchetti sostiene perché nella rigorosa osservanza dei
precetti ha dato scandalo), conta il fatto che non sia stato
condannato. In Milani era assolutamente assente l’ipotesi di una
cultura laica subalterna a quella religiosa, per non parlare di quella
clericale; piuttosto c’era in lui la convinzione della necessità
della cultura per introdurre alla religione.
Ma
quand’è che un prete, o anche
un semplice fedele, può “disobbedire”?
Intanto bisogna sempre ricordarsi che il papa è il pastore di un
gregge che non gli appartiene e pertanto deve ubbidire anche lui al
supremo pastore che è Dio stesso. La Chiesa non appartiene ai
preti, né ai vescovi e nemmeno al papa. Mi chiedete quando si
può dire: “Obbedisco a Dio e non alla Chiesa”. Questa questione,
che è stata fondamentale durante il Concilio, è stata
animatamente dibattuta durante la prima Sessione, ma non ha avuto un
esito compiuto. Siamo ancora lontani dalla conclusione del discorso.
Tuttavia, dopo un grande dibattito, all’inizio della Costituzione sulla
Chiesa, Lumen Gentium,
è stata posta in primo piano la Chiesa come Popolo di Dio,
mentre nei documenti preparatori della Curia veniva prima la gerarchia,
l’episcopato, e poi i fedeli. La Chiesa allora è innanzitutto il
popolo in unione con Dio, tutto il resto viene dopo e il papa è
citato dopo i vescovi, successori degli Apostoli, tutti allo stesso
grado pastori. Il papa, preposto ai vescovi, è indicato come
principio e fondamento dell’unità della fede. Pertanto non
è sbagliato sostenere che il papa dovrebbe svolgere una funzione
di sussidiarietà. Nella Lumen
Gentium, fin dalle prime righe, è specificato che la
Chiesa è strumento dell’intima unione di tutto il genere umano
con Dio, in latino instrumentum intimae cum Deo unionis tutiusque
generis humani unitatis; più avanti si definisce il Popolo di
Dio come tutti coloro che credono in Cristo; tutto il resto,
l’organizzazione della Chiesa, segue. E’ diffusa invece l’opinione che
la Chiesa si identifichi con la gerarchia ecclesiastica a cui i fedeli
devono sottostare. E’ sbagliato. Come ho detto, si dovrebbe applicare
anche alla Chiesa il principio di sussidiarietà, di cui da
qualche tempo si parla tanto in politica, che è un concetto di
derivazione cattolica. I vescovi sussidiari del popolo di cui sono
pastori, il papa sussidiario dei vescovi. E’ un principio così
caro alla gerarchia ecclesiastica quando si parla di politica!
Scrivetelo questo, ci tengo: bisogna applicare anche alla Chiesa il
principio della sussidiarietà.
Durante il Concilio, Giovanni XXIII ha dato un esempio straordinario
della funzione sussidiaria del papa quando, in occasione del dibattito
sulle Fonti della Rivelazione, è intervenuto autoritariamente a
favore della libertà dell’assemblea contro l’autoritarismo
dell’alta gerarchia vaticana.
Cosa
pensi della questione del
crocifisso nelle scuole pubbliche?
Non
sono d’accordo con quello che dice Michele Ranchetti
nell’intervista a Una Città
(n.116, Ndr). Riduce la religione
cristiana a se stessa, mentre è parte della nostra tradizione.
Il crocifisso è un simbolo che trascende il significato
religioso e non ha senso ridurlo a segno distintivo della lotta fra
laici e clericali. La cultura moderna, meglio post-moderna, rivaluta la
tradizione. Io contesto l’accoppiamento di questo simbolo alla sola
Chiesa perché è andato ben oltre.
Non c’entra la questione delle radici cristiane dell’Europa, che lascia
perplesso anche me: non capisco l’insistenza a volerle dichiarare
uniche, come non capisco i contrari a citarle. Perché non
seguire l’esempio dei Padri, San Girolamo e gli altri, che accoglievano
le tradizioni di culture e religioni diverse che già allora
confluivano in quella che sarà la nostra cultura? E poi pensiamo
a cosa ha fatto il monachesimo che ha salvato le origini classiche del
nostro sapere.
Tornando al crocifisso, anche il discorso di Ranchetti sulla sua
esposizione sui toraci dei bellinbusti e delle dive, è un
discorso da prete; sotto sotto è una confessione integrista
proprio come quella che è al fondo di Comunione e Liberazione.
L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non lede la
laicità dello Stato. E’ anche simbolo della cultura
contemporanea occidentale, che è secolarizzata e lo deve al
cristianesimo. Come ho già detto è una religione che ha
un Dio che fin dall’origine della Creazione ha distinto il sacro dal
profano. Lo stesso comunismo non sarebbe stato concepibile senza un
cristianesimo che ha accelerato il processo di secolarizzazione della
società permettendo lo sviluppo indipendente del sapere laico
(questo lo sapevano bene Felice Balbo e i cattolici comunisti). La
tentazione temporalistica è sempre presente nella Chiesa, ma
questo non fa che confermare come nel nostro mondo sia presente,
radicata, una dimensione laica, che non c’è in nessuna altra
cultura, specie nell’islamismo.
Bisogna prescindere da quello che dice e fa l’attuale papa, che
santifica l’Opus Dei e
favorisce le pretese temporalistiche di certa
gerarchia, appoggiando l’integralismo di Comunione e Liberazione, e
riferirsi alla recente teologia, ai Mounier, ai Maritain, a Henri de
Lubac, a Bonhoeffer, dove si comprende come la modernità debba
al cristianesimo il suo essere quella che è.
Poi in quella stessa intervista Ranchetti se la prende con Ciampi. Ma
Ciampi, da un lato, cerca di vivificare il sentimento nazionale sempre
deficiente in Italia, in un frangente in cui la Lega sta minando in
Parlamento, con alleanze nefaste, le fondamenta dello Stato; dall’altro
non vuole che quel sentimento, che pure esiste, possa essere
monopolizzato dall’eversione di destra, cosa pericolosa dati i
precedenti.
Sono invece perfettamente d’accordo con Ranchetti nel criticare la
partecipazione dei massimi vertici della gerarchia vaticana a funerali
di Stato come quelli ai quali abbiamo assistito per i carabinieri
uccisi a Nassirija. Il discorso del cardinale Ruini era al di fuori di
ogni tradizionale prudenza ecclesiastica. Una commistione di Stato e
potere temporale della Chiesa che ricorda, anche nelle immagini, una
lunga, infausta collusione nel passato fascista. Un’invadenza
ecclesiastica nel campo politico gravissima.
Ranchetti ha ragione anche quando dice che non si batte l’islamismo
impugnando il crocifisso ed esponendo ritratti del papa. Ci ridurremmo,
noi cristiani, alla fede religiosa - chiusa, bigotta - mentre proprio
la
nostra fede ci consente spazi culturali del tutto autonomi; verremmo
islamizzati, ridotti a una cultura che non conosce la differenza del
sacro dal profano. Il cristianesimo ha permesso virtù che
prescindono dalla fede, addirittura la trascendono. Per l’islamismo il
fatto che Dio si sia fatto uomo è il massimo della bestemmia;
mentre per il cristiano è l’avvenimento centrale della sua fede,
un convincimento che ha permesso il progressivo ampliamento della
dimensione laica della cultura. Ranchetti ha ragione nel chiedersi
perché combattere l’Islam; occorre infatti trovare un terreno
d’intesa per trarre delle conclusioni positive dal contrasto.
Ranchetti però è radicale nel suo anti-istituzionalismo.
Sbaglia. Le istituzioni sono caratteristiche dell’umanità.
Servono per proteggerci dalla violenza di tutti
su tutti e dal potere
dei più forti sugli altri. L’istituzione ecclesiastica ci
difende dalle prevaricazioni dello Stato, impedisce la deriva di
fanatismi religiosi, fondamentalisti. La Chiesa, una forte istituzione
autonoma, è un fatto positivo. Il papato è il segno
visibile e concreto dell’universalità del cristianesimo non
legato a una nazione, o a uno Stato. Altra cosa è la pulsione
sempre latente, e purtroppo spesso operante, della gerarchia centrale
di volere sconfinare oltre i limiti che la Chiesa stessa si è
posta, sia in campo religioso, prevaricando sulle chiese locali, sia in
quello secolare immischiandosi in operazioni politiche.
Inoltre, Ranchetti dovrebbe distinguere nel papa attuale il messaggio
evangelico dalla sua posizione ecclesiologica, che è
criticabile.
Egli avverte come durante questo papato si tenda a sostituire la Chiesa
con l’istituzione ecclesiastica, a identificare la verità
coll’istituzione anziché con Dio. Ma questo papato
passerà e Ranchetti dovrebbe chiedersi cosa sarebbe la
religiosità senza un’istituzione che la indirizzi: gruppi
fondamentalisti, oppure associazioni caritatevoli. L’istituzione
è necessaria alla religiosità, al di fuori
dell’istituzione cattolica avrebbero libero corso i fondamentalismi. La
religiosità infatti può diventare pericolosa
perché è esplosiva e deve essere regolamentata.
C’è certamente il pericolo di mettere l’istituzione clericale al
posto di Dio, ma c’è anche il pericolo di coloro che vogliono
mettere Dio nella loro setta fanatica.
Il pericolo del propagarsi delle sette, che sono appunto settarie non
solo in religione, si avverte anche qui in Valtellina col diffondersi
di religiosità sciolte da ogni controllo. La Chiesa - il Popolo
di Dio e l’istituzione - fatta di caratterizzate comunità locali
aperte su di un orizzonte ampio come la Terra, deve essere il luogo di
mediazione delle vocazioni religiose, delle esperienze mistiche, delle
tensioni messianiche. La Chiesa uscirà vincente dal “degrado
verso forme primitive di feticismo”, per dirla con Ranchetti, come
uscì vincente alle sue origini quando s’impose alle sette
dilaganti nel corpo dell’Impero romano, assorbendone le aspirazioni
mistiche e millenaristiche.
Per il resto sono del tutto d’accordo sull’attuale riduzione visibile,
televisiva, della Chiesa al papa. Questo rapporto diretto della folla
col capo carismatico era chiamato da Karl Rahner “papolatria”. E anche
questo è un rischio di settarismo. E lo sta correndo la Chiesa.
Il
modernismo pose il problema del
ruolo dei laici?
Sì, il modernismo fu il tentativo di allora di preti e di non
preti di ridurre la differenza fra chierici e fedeli, di riconoscere ai
laici la facoltà di occuparsi di teologia. Pio X non era un
teologo e ritenne il modernismo un attacco all’istituzione. Di quella
condanna la cosa più terribile furono le conseguenze.
Davvero spietate! Quel monsignor Benigni, Umberto di nome,
organizzò il Sodalitium pianum, un’organizzazione segreta
patrocinata da Pio X, strumento di spionaggio del Santo Uffizio,
occupato nella delazione di chiunque fosse sospettato del minimo favore
per innovazioni teologiche, o nella pratica religiosa. I malcapitati
venivano denigrati, perseguitati, esclusi. Uno strumento così
pervasivo da denunciare anche il successivo papa Benedetto XV, con il
quale, poi, la persecuzione ebbe fine. Benedetto XV fu un grande papa,
definì la Grande guerra “un’inutile strage” e si adoperò
per mettervi fine. Purtroppo è poco conosciuto, andrebbe
ristudiato. Ci volle Pio XI per scomunicare Buonaiuti e ottenere dal
fascismo che fosse destituito dalla cattedra universitaria di Storia
della Chiesa; di quelle persecuzioni abbiamo avvertito le conseguenze
anche noi quando all’Università Cattolica fummo costretti a
pronunciare il “giuramento antimodernista”. Tutti, professori e
studenti. Benigni collaborerà poi con il fascismo. A proposito
dell’Università Cattolica, padre Agostino Gemelli vi introdusse
la cattedra di Dottrina della razza. Tanto per parlare di collusioni
fra gerarchia e potere.