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1°
Anniversario della
morte di
PADRE
ALDO BERGAMASCHI
DOMENICA 15 GIUGNO
2008 ore 10
Sala S. Francesco, attigua
alla chiesa dei Padri Cappuccini
Via Ferrari Bonini 2, Reggio Emilia
Il prof.
Giordano Formizzi
(Univesità di Verona)
ricorderà l’amico e collega P.
Aldo
trattando il tema della ricerca comune
sull’unificazione del genere umano
Seguirà una una
testimonianza e un ricordo del dott.
Eolo Biagini
Alle ore 11,30 S.
Messa a ricordo
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Il
saluto del superiore P. Gianfranco Meglioli
Buon giorno a tutti
e benvenuti a fare memoria di un uomo eccezionale: padre Aldo
Bergamaschi. Il prof. Formizzi – che non conosco – ma so che ha
lavorato con lui, avrà modo di parlarvi del Padre. Io
rappresento la famiglia come superiore, gli altri confratelli sono
impegnati nelle celebrazioni liturgiche.
La stanza in cui ci
troviamo ha visto per tantissimi anni p. Aldo
ricurvo sui libri a studiare, a ricevere i suoi amici, a dare consigli,
a discutere, a scrivere articoli. Purtroppo non era capace di usare i
mezzi mediatici, ma però aveva tanti altri mezzi. Aveva il dono
dell’intelligenza e stupiva per le sue intuizioni profonde,
vivacissime, legate soprattutto al Vangelo e a S. Francesco d’Assisi.
Quando parlai, il giorno
del suo funerale, dissi che si aggrappò
alla tunica di S. Francesco, come fa un bambino che si aggrappa alla
tunica di sua madre, e non l’ha mai più lasciata. Aveva intuito
che in quell’uomo c’era veramente la incarnazione del Regno di
Dio, del Vangelo vissuto, e padre Aldo questo l’ha portato fino in
fondo,
l’ha portato con sè, direi.
Dissi pure che i suoi
scritti andranno rivisti, andranno studiati,
sistemati metodicamente e questo è un lavoro che bisogna fare
con il tempo e con gente appassionata. Intanto è già nata
una Associazione proprio per occuparsi di questo. Non può
rimanere sepolta una lucerna, ma va messa sopra il moggio,
perché faccia luce; penso che la parola di padre Aldo debba
continuare a fare luce a tante anime anche se non è più
in vita.
Non ho visto, nelle
pubblicazioni che avete esposto sul tavolo,
l’opuscolo sull’aborto L’inconscio
freudiano in emersione, dove vi
sono delle intuizioni, come quando dice: L’aborto riveste una
abnormità tale che non sta né in cielo né in
terra. Si attua con l’uso della ragione e poi lo si estirpa sempre con
l’uso della ragione. Sarebbe come dire al contadino: o è matto
quando semina, o è matto quando estirpa. L’arrivo di una
creatura deve essere decisa nella purificazione del cuore e
della mente. Questo per citare una delle intuizioni di padre
Aldo.
Vi auguro buon lavoro e vi
attendo alla Messa delle 11,30, durante la
quale pregheremo per lui e lo ricorderemo davanti a quelle due cose che
sono state i suoi “arnesi” di lavoro: l’altare e l’ambone per la
Parola. Buona mattinata e buona domenica.
Marina Bortolani presenta i relatori
Oggi il mio piccolo
ruolo è quello di introdurre le testimonianze che abbiamo oggi
qui, che hanno condiviso un percorso importante.
Il prof. Giordano Formizzi, prof. Di Pedagogia all’Università di
Verona, grande amico di p. Aldo, ha collaborato allo studio dei motivi
che dividono il genere umano, in particolare i pensieri più
importanti che sono alla base del loro lavoro: il fatto che le guerre
nascono nella mente degli uomini ed è nella mente degli uomini
che devono essere costruite le difese della pace.
L’altra testimonianza importante è quella della prof. Rita
Riolfi, allieva di p. Bergamaschi, laureata in Scienze della
Comunicazione con la tesi: Educazione della donna e l’Ebraismo.
Ancora una testimonianza, quella di Eolo Bigini, anch’egli amico del
Padre fin dagli anni di studio nel Convento dei Cappuccini a Scandiano,
suo estimatore, ricordiamo ancora oltre alle lettere ai giornali in
difesa del Padre nel 1988, la simpatica ed affettuosa poesia dialettale
che gli dedicò nel 1999, quando p. Bergamaschi è stato
riabilitato e ordinato superiore del Convento di Reggio.
È un onore avere queste testimonianze qui a Reggio,
perché possono farci conoscere ulteriormente il lavoro e il
pensiero del Padre a un anno dalla sua scomparsa. Chiedo scusa se oggi
non faccio un intervento. Però ho la missione di ricordare non
solo un grande uomo, ma anche un amico, che per me è stato
importantissimo alla mia formazione e al mio matrimonio con un percorso
spirituale che mi porta ad avere una certa emozione. Mi limito quindi a
presentare i relatori.
Prof. Rita Riolfi
Anche per me la commozione non è indifferente, credo di avere
qualche difficoltà, vi prego di scusarmi. Ringrazio per l’invito
coloro che hanno voluto e curato questo momento. Porto anche il saluto
dei prof. Filippi e Alberto Agosti dell’Università di Verona,
colleghi di p. Bergamaschi che non sono potuti intervenire. Non
è facile per me parlare in questo momento, ma vedo di
ricordarlo come posso.
Ho conosciuto il Professore molti anni fa all’Università di
Verona all’allora facoltà di Magistero, sono stata sua allieva e
dopo la laurea ho avuto modo di studiare ancora con lui il tema che gli
era particolarmente caro, il nodo da sciogliere – diceva – era la
nascita di uno Stato nazionale a partire dal popolo eletto. Purtroppo
sono sopraggiunti impegni familiari e il suo definitivo rientro a
Reggio Emilia, mi hanno costretta a sospendere il lavoro.
Molti sono i ricordi anche per me e sono su doppio binario. Il
professore, il
maestro da un lato e p. Aldo. Lo vedo ancora aggirarsi per i corridoi
della Facoltà con il suo passo svelto, la cappella marrone, la
scrivania del piccolo studio dove la sua figura sembrava ancora
più imponente. Il suo sguardo attento e acuto, è stato ed
è un maestro, un pedagogista che facendo propria l’arte
socratica ha fatto scuola secondo il suo significato più vero.
Altri ricordi personali si sovrappongono come il giorno del Battesimo
di mia figlia, quando prendendo me e mio marito in disparte ci ha
detto: ogni mattina alla Messa pregherò per lei. Quando lo
chiamavo il suo primo pensiero era sempre per lei e la mia famiglia.
Era piccola, Eleonora, e si muoveva a gattoni nello studio dove noi si
lavorava, affascinata dal suo saio, mentre il Padre rideva divertito
vedendola giocare con il cordone del saio.
Moltissimi altri sono i momenti, impossibile esprimerli, il mio
pensiero è costantemente con lui, l’eredità che ci ha
lasciato è immensa, così come la consapevolezza del
privilegio di averlo conosciuto. Sono continue le occasioni nelle quali
avverto la mancanza del suo pensiero profondo, della sua
semplicità propria di colui che cerca costantemente la
Verità. Delle sue posizioni chiare, così come è
acuta la sensazione di vuoto che permea il dibattito sulle questioni
attuali per la mancanza di una voce autorevole, che è tuttavia
necessaria, per parlare ancora a lungo. Grazie
Prof. Giordano Formizzi
Devo superare un
momento di commozione….
Per umiliarmi di fronte a voi, vi devo dire che quando lo vidi
all’Università di Padova, allora era la sede staccata, lo vidi
in una riunione del Consiglio d’Istituto e da vigliacco dissi: cosa fa
quel Frate in una scuola, vada a fare il suo mestiere di frate che
è quello di stare in un convento e interessarsi di altre cose,
non della filosofia e nemmeno della pedagogia. Poi, quando più
tardi l’ho conosciuto gli ho detto: Aldo, sapessi come sono stato
vigliacco, adesso mi accorgo che tu sei quello che di fronte a noi sei
il migliore.
Ho sempre visto in lui una eccellenza della intelligenza e della
santità, due qualità eccezionali, sì,
all’intelligenza
della intelligenza lui ha aggiunto l’eccellenza della dottrina. Cosa
vuol dire l’eccellenza dei talenti che fu a lui donata da Dio? Doni che
lui mise in pratica, non li ha sepolti e li ha fatti fruttare in modo
incredibile.
Noi tutti dell’Università compresi i così detti baroni lo
chiamavamo l’Everest dell’università, mentre noi eravamo nelle
prealpi o giù di lì. Un nostro prete diceva: costui
cammina davanti a noi da mezzo secolo e non riusciremo a raggiungerlo.
Oltre alla stima che accettava volentieri con estrema umiltà,
era un’uomo tanto grande nella intelligenza come nella sua
umiltà.
Egli aveva alcuni punti fondamentali nel suo insegnamento, nella sua
dottrina che erano semplicemente questi: il mondo non può andare
avanti se non si rivede nella struttura dello Stato nazionale sovrano,
perché lo S.n.s. costituisce uno dei peccati della storia del
cristianesimo, il quale ha idolatrato lo S.n.s. e lo ha considerato un
assoluto come risultato della storia che non si può negare,
mentre, invece, lo S.n.s. era stato un passaggio soltanto. Per lui lo
S.n.s. deve dare il passo poi all’ulteriore salto che deve fare
l’umanità, il cui destino è quello di unificarsi e non
quello di restare divisi. Lo S.n.s. deve cedere una parte della sua
sovranità che tra l’altro esiste nella Costituzione italiana: Lo Stato assieme ad altri si accorda per
rinunciare a una parte della
propria sovranità in vista di istituzioni superiori.
Questa
istituzione superiore era la Federazione Europea che noi dovevamo
costruire.
Io e il Padre ci siamo poi incontrati con un abbraccio enorme. Io sono
stato candidato alle prime elezioni del Parlamento Europeo nel 1979,
era la mia passione federalista e ci siamo trovati su questo tema, era
in lui prioritario come dover essere oggi, lui non viaggiava sulle
nuvole, i suoi principi erano la guida per capire la realtà che
si stava vivendo.
Ora, uno degli stati dell’unione Europea ha detto di no al trattato di
Lisbona. L’Irlanda che è uno dei più piccoli dei Paesi
che fanno parte dell’Unione Europea. È diventato uno dei paesi
più sviluppati all’interno dell’Unione. La gratitudine che ha
usato questo Paese è stata quello di dire di no! Padre Aldo
avrebbe pianto, perché questo era uno dei suoi ideali: la
Federazione Europea come traguardo provvisorio per arrivare alla
Federazione Mondiale, non dimentichiamolo questo. Quindi lo Stato
nazionale sovrano va superato.
Non voglio fermarmi solo su questo, perché lui aveva anche
un altro comandamento che era proprio suo, che il cristianesimo reale
ha un dovere fondamentale: quello di praticare l’amore verso Dio e
verso il prossimo, non esiste altro comandamento. Mi parlava anche
dell’incontro con le altre religioni, diceva: non mi
interessa, perché tutti gli uomini saranno giudicati in base
all’amore che avranno praticato verso il prossimo e per amore di Dio.
Questo era tipico suo e non poteva che essere così,
perché l’amore è il distintivo del cristianesimo, del
cristiano vero, tant’é vero che Dio si definisce amore. La prima
Enciclica di questo Papa è stata Dio è amore.
Ma io sono qui soprattutto per ricordare alcuni momenti tragici della
sua esistenza, quando per esempio – bisogna pur ricordarlo – gli fu
tolto
la parola. È come aver spento un faro in un porto, è come
aver messo una mano davanti al sole, è come aver detto
all’intelligenza taci!,
è come aver detto alla santità tu
non puoi essere visibile. Mi ricordo quando venne
all’Università
e noi avevamo letto sui giornali tutto questo, noi che lo consideriamo
il nostro maestro in assoluto, c’è chi invece lo vuole fare
tacere. Non è stata fermata la parola di p. Aldo, è stata
fermata la parola di Dio, perché egli interpretava in modo
eccelso il senso del Vangelo.
Lui si ricordava che il suo maestro aveva avuto la stessa sorte, don
Primo Mazzolari. Io conobbi anche don Primo, ma con meno
familiarità anche perché lo conobbi a vent’anni, i due
sono fatti uno per l’altro. Mi raccontava che quando segretamente e
all’insaputa dei suoi superiori, scriveva su “Adesso” il giornale di
don Primo si firmava Frate Leone per non essere riconosciuto. Quello,
mi disse, era l’intelligenza che cercavo, la santità di cui
sentivo il bisogno, lui pari di intelligenza e pari di santità
con don Primo, dal quale ha ricevuto una delle spinte più forti
della sua vita. In pratica si sono trovati e si sono amati proprio nel
vero senso della parola.
Quando fu ridotto al silenzio in tutta l’Università ci fu un
fremito, avremmo voluto fare la rivoluzione, come si fa a far tacere
un’uomo di questo genere? Come si fa a dire: tu non puoi parlare
perché quello che dici non è la verità? La
verità... voi sapete che esiste qui a Reggio una Associazione
che
si chiama Aletheia (verità) da lui voluta, un termine greco,
perché amava ed era conoscitore della filosofia greca come ce ne
sono pochissimi.
Un altro dei suoi pensieri fondamentali era la libertà, va
benissimo – diceva – ma libertà per che cosa? La libertà
è lo spazio necessario per l’uomo, senza del quale non
potrà mai raggiungere la Verità e quindi si dovrà
reclamare il diritto alla libertà, perché essa è
l’unica possibilità che abbiamo di raggiungere la Verità,
è questa la Verità che lui voleva, la Verità che
veniva dal Vangelo, quella che – recitava spessissimo – ci
farà liberi. Non vi posso dire lo sgomento di tutti noi, dagli
episodi che ci raccontava, lo vedevamo quasi piangere, la tristezza di
quei giorni è qualcosa di inenarrabile.
Ecco allora che cercherò di contribuire nel miglior modo
possibile alla necessità di pubblicare le sue opere,
perché su di esse non cada il silenzio, per non perpetuare quel
divieto che gli era stato imposto. Vorrei che questo compito fosse
lasciato libero, che nessuno impedisse per nessuna ragione la
pubblicazione delle sue opere. Mi sono già impegnato con alcuni
colleghi e amici qui di Reggio che gli erano vicino e che mi hanno
chiamato a questo compito, perché non voglio che il silenzio
cada sugli scritti di quest’uomo mandato da Dio per darci quel raggio
di Verità di cui abbiamo tutti bisogno.
Poi c’è un altro tema che a me è molto caro e che trovai
proprio in p. Aldo già presente, ed è il tema della
lingua universale, della lingua comune, di quella lingua che dovrebbe
essere la seconda lingua di ogni uomo accanto a quella materna. Qui
farò parlare lui, voglio che si senta la voce delle sue parole.
In questo libretto che mi fu regalato da lui personalmente, c’è
un articolo che scrisse per la rivista di Nino Sammartano Nuova Rivista
Pedagogica. Eravamo nel 1972, lui già introduce questo concetto
della lingua universale, vi leggo quello che lui scrive: La
comprensione internazionale, che è lo scopo per cui è
stata pensata la lingua internazionale, la comprensione internazionale
di cui poco o tanto parlano tutti gli educatori non ha altra via per
attuarsi, la via scientifica della storia insegnata come preistoria. All’interno di questo contenuto, la
psicologia dell’età
evolutiva potrà dare delle indicazioni al metodo da seguire.
E
qui cita un documento della Conferenza Internazionale dell’Istruzione
Pubblica riunita a Ginevra dal 1° al 9 luglio 1968, approva e
sottopone ai ministri della Pubblica Istruzione dei vari Paesi due
raccomandazioni. Quella contrassegnata con il numero 64 che ha come
oggetto: l’educazione alla
comprensione internazionale come parte
integrante degli studi e della vita scolastica. Dopo aver
premesso qui
cito ancora: l’educazione a tutti i
livelli, deve contribuire alla
comprensione internazionale. Si dichiara successivamente: è
importante che l’educazione ponga in rilievo il diritto che hanno tutte
le nazioni, grandi e piccole di governare le proprie esistenze e di
sfruttare pienamente tutte le loro riserve culturali e materiali. Le lingue straniere dovrebbero essere
insegnate (da notare che lui poi
svolge una critica su questo concetto) con lo scopo di facilitare la
conoscenza delle culture e dei modi di vita degli altri paesi e la loro
comprensione. Ecco un tipico condizionamento culturale e di
massificazione pedagogica, per non trovare il coraggio culturale –
così lo chiamava – o il buon senso scientifico di ammettere
che il sole gira attorno alla terra, non importa a quale assurda
velocità, perché quello che è stato detto è
proprio rovesciare il percorso giusto della educazione per quanto
riguarda gli insegnamenti, gli apprendimenti delle lingue.
Ancora cito: Non sarebbe meglio per
avviare in concreto la comprensione
internazionale, che Pierino apprendesse soltanto due lingue, la
nazionale e l’internazionale? Si raccomanda ai maestri di Pierino di
dire a Pierino: impara dieci lingue per capire il tuo prossimo!
conduce all’assurdo il ragionamento, voi lo capite. Lo studio delle
lingue non favorirà mai la comprensione internazionale, è
impossibile, non si possono studiare le lingue. Comenio diceva che la vita è
troppo breve e studiare le lingue
richiede molto tempo e i risultati scarsi generalmente parlando.
Sarà invece, la fede nella comprensione internazionale a
consigliare gli uomini a trovare uno strumento possibile al dialogo. A
scegliere una lingua unica, si diceva, ma è meglio lasciare
questo termine in disparte perché non è che si voglia
annullare le lingue locali, le lingue nazionali che hanno una storia,
che hanno delle radici, non è questo lo scopo. Scegliere una
lingua comune per poterci comprendere tutti e sottolinea tutti.
Parlare le lingue di tutti è impossibile, metterci d’accordo
sulla scelta di una lingua per tutti è possibile invece. La
raccomandazione di Ginevra tiene lo statu quo di babele ed è
pedagogicamente vacua.
Questo è stato uno dei punti fondamentali su cui ritornava
spesso, perché era convinto di questo, anch’io che avevo le
stesse convinzioni, mi ero messo in testa che nella storia della
pedagogia, non poteva non esserci questo tema della comprensione fra
tutti gli uomini e che non si trovasse un pedagogista che avesse
riflettuto su questo tema e quindi trovato gli strumenti adatti
da punto di vista pedagogico per raggiungere l’obbiettivo della
comprensione internazionale, della comunicazione diretta con tutti, da
uomo a uomo senza intermediari. Riporto ancora: La lingua è uno
strumento e come tutti gli strumenti è pericoloso perché
l’uomo è anche un essere che cerca e fabbrica strumenti per
aumentare le differenziazione fra se e l’altro. Qualcuno propose un
linguaggio che accolga e valorizzi e integri le espressioni proprie dei
diversi ceti sociali. Un tale linguaggio potrà essere soltanto
un linguaggio universale forgiato e assunto da una comune
volontà di pace. Questa volontà di pace che
diventa uno
degli obiettivi della lingua internazionale e l’obiettivo della
limitazione assoluta dello S.n.s. Vedete che le cose coincidono, i due
temi sono messi in rapporto fra di loro, quindi non poteva non esserci
all’interno di questa riflessione.
Siccome i professori ogni anno devono fare una domanda e presentare un
tema su dove e come intendono svolgere la propria ricerca, negli anni
90 presentai la richiesta di finanziamento per ricercare nella storia
della pedagogia gli autori che eventualmente avessero trattato il tema
della comunicazione internazionale. Trovai che c’era stato un grande
pedagogista che si chiamava Comenio, p. Aldo era rimasto contento che
io avessi indagato, perché ho scoperto che proprio Comenio aveva
non solo scritto, ma aveva fatto della sua vita una ricerca continua su
questo tema. Comenio nato nel 1592, morto nel 1670, era a capo di
una minoranza religiosa: siamo nel periodo in cui Lutero aveva appena
spaccato l’unità dei cristiani, quindi vi erano molte sette
religiose. Comenio andava al di sopra delle divisioni, voleva andare
oltre la divisione che era stata proprio inserita nella storia
dell’Europa, soprattutto nella cristianità. Egli concepì
l’idea che invece di scrivere le sue opere nella lingua nazionale, che
sarebbero state lette soltanto dal suo popolo, il popolo della Moravia
una regione della Boemia di allora, più o meno l’attuale
Cecoslovacchia. Prese la decisione – notate la forza che ebbe in
questa idea della lingua universale – di scrivere non più nella
sua lingua, ma di scrivere in quella che al tempo era considerata
la lingua internazionale, e cioè il latino. Per cui tutte le sue
opere – per mia fortuna, io che non conosco le lingue slave, ma il
latino – ebbi la possibilità di conoscerle.
Evidentemente mi sono messo a studiare e ho tradotto per cinque anni
dei libri di Comenio dove si parlava della comunicazione internazionale
e della necessità di avere uno strumento per rendere pratica
questa idea della lingua universale. Sarebbe interessantissimo vedere
come certe intuizioni su questo tema siano poi state ritrovate in
Ludovico Zamernov, inventore della lingua internazionale per
eccellenza,
e cioè l’Esperanto. Purtroppo Comenio non ebbe successo, si
è perso, è andato a finire nella filosofia e il progetto
rimase incompiuto. Se fosse riuscito già nel 1640, forse sarebbe
stato più agile per noi averne una accoglienza nel mondo della
cultura.
Quando morì p. Bergamaschi scrissi due articoli, uno per la
rivista dei cattolici esperantisti e uno per quella della Federazione
Esperantisti Italiani di cui fui presidente per 12 anni; ecco il testo:
"P. Aldo Bergamaschi ha sempre visto nella lingua internazionale
Esperanto, uno dei mezzi che aiutano a iniziare e compiere il processo
della propria unificazione. Tra di noi alcuni ricorderanno la sua
partecipazione a Venezia presso la Fondazione Cini nel 1987 in
occasione del primo centenario della nostra lingua. Riporto un brano
che riflette la benevola critica alla pedagogia di don Milani, critica
non certo per invidia o gelosia, ma per chiarire sempre meglio che cosa
significa. Riguarda l’apprendimento delle lingue, l’espressione lingua
unica va intesa, come chiarito in una conversazione avuta con lui e in
una delle sue omelie scritta per un quotidiano locale di Reggio il
giorno della Pentecoste dove parla di lingua comune."
Un’ultima osservazione: don Milani, è portatore di una grande
rivoluzione socio-pedagogica, quando sostiene che il povero deve
colmare l’abisso di differenza passando attraverso la padronanza della
lingua per raggiungere la parità umana, dato dal patrimonio
comune di cultura generale. Vorremmo
– dice – che tutti i poveri
del
mondo studiassero le lingue per potersi intendere e organizzare fra
loro, così non ci sarebbero più oppressori né
patrie, né guerre. Fin qui la citazione di don Dilani.
Mentre
il Padre: Non ci sembra veramente
amico dei poveri quando propone loro
lo studio delle lingue straniere, quando si vanta di avere una scuola
che scodella meravigliosi ragazzi che parlano correttamente due o tre
lingue moderne. Egli propone ai poveri di diventare borghesi,
percorrendo una strada borghese e all’estero ci vanno quelli che hanno
i soldi. Il vero servizio – dice p. Aldo – consiste nel mobilitarsi per
sensibilizzare il modo politico e della scuola al problema della lingua
comune da insegnarsi in tutte le scuole del mondo in concomitanza con
la lingua materna.
Non si possono ancora leggere oggi dei programmi delle scuole medie e
delle università, imparare le lingue straniere, oltre che
demagogico è didatticamente impossibile chiedere ai poveri di
imparare due o più lingue straniere per dialogare fra loro, non
si sa dove, giacché al mondo non ci siamo soltanto noi. Mentre
è ragionevole e possibile mettersi d’accordo, senza imposizioni,
sulla scelta di una lingua comune per ottenere una comunità
mondiale di parlanti in cui i poveri possono finalmente accedere alla
parità umana (espressione di don Milani) e superare le patrie,
le guerre e le oppressioni. Don Milani è mancato a questo
decisivo appuntamento, ha proposto un salto di quantità, mentre
abbiamo bisogno di un salto di qualità. Questa era l’idea giusta
e lui le idee giuste le proponeva.
Ritorna questa idea in un articolo sempre da un suo libro Quale
Cristianesimo? spero l’abbiate comprato, ve lo raccomando, dove
interviene nell’attualità che leggeva sempre, l’articolo ha il
titolo Quale Europa Cristiana?
Rispondeva ad un articolo di Sergio
Romano, commentatore sul Corriere della Sera e diceva: L’Europa
cristiana non è quella che avrà come “religione” il
cristianesimo reale, ma quella che avrà messo in crisi e
superato il concetto di Stato NAzionale sovrano (S.n.s.).
Vedete, lui lo aveva sempre nella
testa, basta avere due o tre idee buone per impegnare una vita. Ma
quel che avrà messo in crisi e superato il concetto di
S.n.s. di derivazione vetero-testamentaria (è eretico, mamma mia
questa parola) e spingerà gli uomini a costruirsi in uno stato
Planetario a struttura Federale e democratica e ciò per rendere
possibile l’attuazione del primo precetto evangelico Ama il prossimo tuo come te stesso
e il secondo è simile al primo e per rendere impossibile la
guerra, L’Europa cristiana sarà quella che avrà promosso
l’adozione di una lingua comune universale da insegnare in tutte
le scuole del mondo – sentite, sono nella testa, sono nel cuore, sono
nell’anima – accanto a quella materna per rendere possibile la
comunicazione diretta fra gli uomini. Attenzione, la comunicazione
diretta, io posso comunicare con un russo, ma ce ne vuole un terzo e
sul terzo non c’è più la comunicazione diretta
perché pedagogicamente è sapere che io - ed è
l’espressione che piaceva a p. Aldo e l’avevo tradotta da Comenio
– grazie alla lingua comune non importa dove vado, non importa chi
incontrerò, perché ci capiremo. Quello che noi chiamiamo
straniero, il concetto di straniero che porta con se spesso il concetto
di nemico sarà stato distrutto nella mente, come dicevamo prima,
distrutto con uno strumento pedagogicamente valido.
Infine l’Europa cristiana sarà quella in cui il cristianesimo
avrà uno spazio in forza della democrazia compiuta che prevede
la libera determinazione dei gruppi, in cui essendo una novità
esistenziale e non una religione, detterà al mondo che ogni
religione (religione non fede) è una follia antropologica.
Devo leggervi un’ultima cosa e ho finito, l’omelia scritta da p. Aldo
del 27 maggio 2007, l’ultima Pentecoste di p. Aldo. È il
testamento di uno che sa di essere alla fine. Gli piaceva mettere
l’esergo: La Pentecoste illumini i
cristiani a promuovere una lingua
comune; pensate nelle condizioni in cui era c’è l’aveva
ancora
nella testa, eccola.
Tra
le varie tradizioni della Pentecoste la
Chiesa ha preso come simbolo quella descritta dagli Atti avvenuta
durante la Pentecoste ebraica, quindi il 50° giorno – ecco la
parola pentecoste – dopo la Pasqua. La mente di Luca storico vuole
aggregare la novità cristiana a quella del Vecchio Testamento
ormai superato, invece Gesù Cristo è venuto a rompere
tutti questi schemi.
Gli apostoli sono tutti insieme, ci
sono il vento, le lingue di fuoco,
si celebra l’unità della lingua. É una cosa importante e
delicata, vorrei invitare i cristiani a fare qualcosa per vedere di
unire il genere umano e le religioni in lotta fra di loro. Ricordate
come sono nate le varie lingue? Sarà una spiegazione infantile,
però vediamo di tirar fuori il nucleo didattico. Ci fu un’epoca
in cui tutti gli uomini parlavano la medesima lingua, una forza
dirompente. La potenza della lingua è paragonabile alla potenza
di Dio, perché la lingua è espressione del pensiero e nel
pensiero l’uomo è vicino a Dio. Il pensiero inoltre resta uguale
in tutti gli uomini.
Come mai, quando questi uomini, con
la torre di Babele, vogliono
aggredire il cielo e si sentono talmente potenti da sfidare Dio stesso,
Dio interviene a scombinare le lingue? Per punire la loro superbia.
Purtroppo dopo sono nate tutte queste lingue che hanno accentuato la
divisione, ma il messaggio evangelico, con la rivoluzione mentale
indicata da Gesù, invita gli uomini a ritrovare una lingua
comune. Non a caso Alessandro Manzoni ha scritto I Promessi Sposi
costruendo una lingua da proporre, all’epoca, a venti milioni di
italiani. L’idea di Manzoni è l’idea cristiana, così si
uniranno gli uomini e li unirete solo se troverete una lingua comune.
La mia conclusione è che
nella Pentecoste noi dovremmo
finalmente trovare l’unità della lingua e nel giro di un
decennio si farebbero delle conquiste in tutti i campi, soprattutto in
quello scientifico, che supererebbe ciò che è stato fatto
in milioni di anni. Vi confesso che sul progresso scientifico non ho
nulla da dire perché è una forza del pensiero, una
grandezza del pensiero, se giustamente finalizzato.
Se parlassimo una lingua comune
saremmo più fratelli e
troveremmo il modo di unificarci e di aggredire la conoscenza della
realtà, cosa di cui non siamo ancora capaci. Diceva il grande
filosofo Democrito – anche se ateo – che avrebbe preferito conoscere
una foglia di un albero anziché diventare il capo dell’impero
Persiano. Noi oggi vogliamo diventare i capi di una piccola nazione e
dimentichiamo che il cervello lo abbiamo ricevuto per conoscere il
pensiero di Dio nella realtà.
Occorre un movimento cristiano che
cerchi di trovare un metodo per
unificare gli uomini e renderli più fratelli. Una delle strade a
costo zero è l’insegnamento in tutte le scuole di una lingua
comune accanto a quella materna. Un movimento cristiano potrebbe
mettere in orbita questo grande pensiero che è alla radice della
Pentecoste.
Grazie.
Eolo Bigini
Penso di essere fra i presenti un conoscitore di p. Aldo Bergamaschi di
più lunga data. Fu verso seconda media, nel collegio dei
Cappuccini di Scandiano che conobbi questo studente, già alla
fine degli studi di filosofia e all’inizio di teologia, se ne parlava
già come di un cervellone, uno studioso profondo soprattutto
sugli studi filosofici. Io che sono sempre stato un curioso e volevo
sapere, un giorno che lo avvicinai mi disse: adesso è presto,
pensa al Manzoni, pensa al Pascoli, ai poeti, ai narratori, poi
verrà il momento in cui sarà bene approfondire i
determinati aspetti della vita dell’uomo e fu così che ho
continuato fino alla quarta ginnasiale e poi sono uscito, mi sono fatto
la mia strada.
Ho un paio di testimonianze che ritengo molto significative, ma era
giusto e doveroso che illustrassi questo rapporto di carattere
personale che ci fu fin dalla mia infanzia, proprio con questo
già qualcosa che ritenevo inarrivabile, allora io non
sarò mai come lui pensavo, però mi stimolò agli
studi della filosofia.
Adesso faccio un piccolo inciso, perché c’è a questo
punto un altro incontro molto importante. Per mantenermi gli studi,
facevo l’assistente al convento di Pavullo ai ragazzi del convitto dei
Cappuccini. I ragazzi andavano a scuola fuori e rientravano, io facevo
l’assistente e il ripetitore, in particolare nel ramo classico che mi
piaceva. P. Aldo venne lassù e si intrattenne per una settimana
e così parlammo ripetutamente. Gli dissi che mi ero messo a
studiare filosofia del diritto, un ramo specialistico della filosofia
in cui bisogna enucleare dai filosofi teoretici ciò che ha
attinenza all’etica e attraverso l’etica poi il diritto.
Io gli espressi il desiderio di parlagli, siccome avevo già
preso contatto con alcuni grandi filosofi cristiani, a parte il grande
Aristotele ribattezzato da S. Tommaso d’Aquino, ma soprattutto mi
affascinava la visione politica di S. Agostino, che volenti o nolenti
ancora è la visione politica della Chiesa, la teoria Delle due
Città e lui mi disse: “Stai attento che non tutto è oro
quello che luce”.
Affrontammo un discorso che diventò di attualità per me e
che entrò poi nel vivo anche della giustificazione della
schiavitù da parte di questi autori, che per lui addirittura era
una cosa aberrante, come lo era anche per me, alla luce di una
razionalità razionale, e non invece il grande giustificatore di
tutte le colpe che è stato il peccato originale. Povero Adamo e
povera Eva hanno preso tantissime colpe.
In p. Aldo riecheggiano toni sotto certi aspetti di Ruggero Bacone,
sentite Bacone: “Noi che ci interessiamo della società, non
abbiamo rinchiuso le nostre anime dentro a questa città, ma la
lanciamo alla ricerca del mondo e proclamiamo essere il mondo la nostra
patria”. Dice ancora Bacone: “L’intelletto umano illuminata
dall’intelletto divino potrà costruire navi senza rematori che
andranno più forte di una con mille rematori dentro, macchine
per volare ecc. la medicina conserverà l’uomo fino
all’età dei patriarchi”. Erano dei cervelloni e anticipatori dei
tempi, come lo è stato al nostro tempo p. Aldo.
Venne a trovarmi un giorno in collina e mi disse: “tutti hanno
approvato in un modo o nell’altro la schiavitù, l’hanno
giustificata. Come fa un cristiano a giustificare la
schiavitù?”. Era di una intransigenza assoluta quando si
trattava di difendere la libertà dell’uomo.
Quando gli fu interdetto dal parlare in pubblico, gli dissi che le
tribolazioni vengono per mettere alla prova la nostra fede, sono io a
dovertelo dire? Mi rispose: “La cosa che mi angoscia è il fatto
di essere stato oggetto di un sopruso esercitatomi da uomini nei
confronti di un uomo e questo per me è intollerabile. Ricordo
nell’occasione, di aver fatto un intervento, dissi che valeva di
più una parola di p. Aldo di certe prediche melense nelle chiese
la domenica. Fummo soli io e il padre di Marina Bortolani, Carlo,
mio amico e compagno di Università, gli unici; la intellighenzia
reggiana, vergogna, tacque, non disse niente.
Togliere la parola a uno come p. Aldo, che ha come sua ricchezza la
parola che gli viene dall’intelligenza, è una sopraffazione che
non sarà mai accettabile, perché non è mai stato
convocato a esporre le sue ragioni, questo non solo nel 2000, ma in
qualsiasi epoca: è una cosa inaccettabile. P. Aldo è
stato per me un faro importante della mia vita.
Un altro faro come p. Aldo per me è stato p. Aurelio,
instancabile raccoglitore per le opere missionarie, P. Aldo come Maria,
p. Aurelio come Marta. Con p. Aldo qualche volta abbiamo attraversato
insieme il deserto dell’anima, con p. Aurelio ho attraversato il
deserto del Sahara per portare aiuto ai neri dell’Africa. Grazie