Parole di vita eterna


Le poche note che seguono siano intese non come necrologio, bensì come omaggio sincero a un uomo ignoto ai più e, anche per questo, incredibilmente grande.

Padre Aldo Bergamaschi - frate francescano deceduto alcuni giorni fa - non avrebbe mai potuto salire agli onori delle cronache, né ricoprire cariche “importanti”: una vita, la sua, troppo virtuosa, una cultura sconfinata, un miscuglio di talenti esplosivo per le menti... E’ morto a ottant’anni, come Platone, l’ammirato filosofo della classicità - assieme a Socrate -  cui spesso si rifaceva per rafforzare, laicamente, qualunque dei suoi tanti teoremi che prendevano forza dalla lettura consapevole e adulta del Vangelo.

Ebbi l’ardire di adottarlo come padre spirituale (credo si dica così) quando, da ventenne inappagato qual ero, avvertivo urgente il bisogno di riferimenti spirituali e culturali che mi fornissero le chiavi di lettura per le tante incongruenze e contraddizioni di cui la vita è intessuta. Mi ha aiutato a trovare risposta a mille interrogativi, ad amare il più inutile e insieme indispensabile deposito di conoscenze, la filosofia, tra i cui esponenti, remoti, moderni e attuali, si muoveva con sorprendente scioltezza. Ogni ateo consapevole avrebbe trovato in lui l’interlocutore ideale.

Frequenti, eruditi, ma mai pedanti, erano i suoi rimandi ai “fari” della letteratura (su tutti, il Manzoni), della teologia, della scienza. Fedele all’omnia munda mundis, affrontava tutti i temi, compresi quelli che il comune sentire etichetta come scabrosi, con il pragmatismo del chirurgo, evidenziando la calda passione di chi è innamorato del vero. Nella sua feconda produzione omelica mai ha affrontato i testi secondo la tradizione, e nemmeno alla luce del libero esame, ma ha fatto ricorso alla chiave infallibile della razionalità, guidato dal principio di non contraddizione, mostrando come Dio parli alla ragione dell’uomo e come questi possa umilmente ricercare, e talvolta scorgere, la Verità.

La “Parola di Dio”, quella che ha attraversato venti secoli di storia senza apparentemente scalfire il nostro rapportarci con l’altro e con lo stesso divino (homo homini lupus e homo religiosus), ha trovato in lui un interprete acuto e vivace, capace di tradurre in modo spesso sorprendente una novità esistenziale sconvolgente, dove sacro e divino non sono concepiti come dimensione eterna che domina la storia, bensì come salvezza ab intrinseco del divenire (quel divenire che Severino traduce con “apparire dell’eterno”). Cristo uomo-Dio è l'oxymoron che viene a chiudere l'epoca delle religioni e degli stati sovrani: due mali che opprimono l’umanità e rendono impossibili pace e giustizia.

Quanti libri, conferenze, omelìe, saggi, discorsi, carteggi, interviste, corrispondenze, sceneggiature di presepi! E quanta incomprensione, durezza di cuori, avversioni, ostilità e condanne, a cominciare dagli stessi confratelli e gerarchie! Solo un accenno ad alcune delle sue stimolanti tesi:
- I comandamenti possono essere dieci o cento, ma tutti derivano dall’unico “amatevi come io vi ho amato”; senza profitto.
- Il cristianesimo proclamato dal Nuovo Testamento non è una religione; e la vicenda terrena di Gesù non dovrebbe lasciare dubbi al riguardo.
- Il cristianesimo storico, da Costantino in poi, è caduto al rango di religione (religione cristiana), si è mescolato al potere e ne ha “consacrato” le aberrazioni; questa disgrazia perdura tuttora.
- Gli stati nazionali e i differenti idiomi - con le tante disparità e discriminazioni che forzosamente vi convivono all’interno - sono all’origine di tutte le tensioni, di tutti i conflitti: se proprio è necessario compartimentare l’umanità, non lo si faccia per confini geografici, ma per segmenti dell’etica.
- Il cristianesimo non è “la” soluzione dei problemi sociali, ma il cristiano, tale per conversione (metanoia) e non per nascita, è chiamato al conseguente manifestarsi del suo credo nel quotidiano, con l’esempio del suo comportamento nei rapporti tra singoli, nella famiglia, sul lavoro, in campo sociale.
- La santità non è di chi compie miracoli o lenisce le tribolazioni di poveri e afflitti, ma di chi denuncia e combatte i soprusi, spesso inflitti “in nome di Dio”.
- La Chiesa, per essere credibile non ha bisogno di preti e di ordini religiosi, ma di cristiani; essere cristiani rimane la vocazione più difficile soprattutto nella prassi, quando costringe l’individuo a distinguere il non si può fare dal non si riesce a fare.
- Non esiste felice concordismo fra noi e il cosmo, e bisogna far qualcosa di "pratico" affinché i finalismi umani non incontrino altri finalismi in sé perfetti, volti ad attuare disegni che ci sfuggono a motivo della nostra ignoranza.

Il lui l’aderenza al Messaggio fu totale, radicale, e rafforzata - se mai ve ne fosse bisogno - dalla potente mediazione di San Francesco, suo costante “méntore” assieme a don Primo Mazzolari. Spesso ricorre, negli scritti di Padre Aldo, il pensiero del frate d’Assisi, di questo strano “idiota” che si chiama fuori dalla vita pubblica per rientrarvi in modo salvifico, non per concetti, ma gesti, giacché, se Francesco avesse teorizzato la sua prassi, sarebbe stato il più vituperato degli eretici. Padre Aldo, come Francesco, ha rilanciato nella cristianità l’imitazione di Cristo e l'attuazione del Messaggio senza mediazioni storiche. La fatalistica iattura della religiosità naturale viene sempre - e inevitabilmente - scossa da questi pensatori che, senza rimandare con puntigliosa insistenza al Vangelo, lo rievocano fra le righe di un comportamento coerente che fa presagire l’ipotesi di un sovvertimento istituzionale. Padre Aldo, sull’esempio di Francesco, ha saputo rianimare Cristo nei cuori in cui giace ibernato, facendolo sgorgare senza la mediazione della predicazione dogmatica o dei sacramenti, rilanciando la salvezza dalla fede mediante il raccordo dell'etica col “fuori sistema” e non certo con la Chiesa storica, fonte inquinata della morale pratica.

Ha combattuto con forza contro la religione-paranoia, così focalizzata sulla ricerca della perfezione personale, troppo relativa e funzionale al contesto storico. Ne ha denunciato il miracolismo appiccaticcio, illusorio residuo del messaggio perduto e disatteso: in tale ottica deforme, il cristiano, nonostante sia stato abilitato da Cristo a fare cose più grandi delle Sue - portatore di novità nei tre settori fondanti della società (sesso, danaro, potere) - aspetta le grazie personali da Dio o dai santi. Se solltanto i seguaci dei prolifici rinnovamenti esprimessero una catena di comunità cristiane nel rapporto di lavoro! Il capitalismo verrebbe colpito nel suo punto nevralgico,  e balzerebbe al mondo il significato autentico dell'amatevi come ho amato voi, posto da Cristo a fondamento della Fede. E invece la storia di tutti i tempi documenta l’intensificarsi dell'opus religionis senza i cristiani, con le gerarchie che patiscono di frustrato paternalismo e oggi cavalcano, domani azzannano, la tigre della religiosità volgare e del devozionismo di cui sono infauste amministratrici.

Difficile, adesso, pensare a qualcuno che sappia raccogliere tanta eredità e alimentare con nuova linfa un giardino mentale così rigoglioso e variopinto. Ma il seme sparso talvolta porta frutto, e, nell’attesa, mantiene viva la speranza che sia davvero possibile praticare su questa Terra l’insegnamento del Signore Gesù.

Giovanni Giavelli


Lettera apparsa su
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