Poesia - Una via teologica?
Il tema che vorremmo solo abbozzare – considerata l’immensità
degli orizzonti che evoca – potrebbe avere come sua ideale sintesi e
sorgente una frase del libro della Sapienza, uno scritto biblico
deuterocanonico, sorto alle soglie dell’era cristiana forse ad
Alessandria d’Egitto e aperto alle istanze della cultura ellenistica.
In 13,5 si legge: Dalla grandezza e
dalla bellezza delle
realtà create si contempla (theoreitai) per analogia
(analògos) il loro artefice. La frase, che sarà
ripresa in modo più «speculativo» da san Paolo in
Romani 1,20, delinea con una terminologia attenta al linguaggio
filosofico greco quella che tradizionalmente verrà definita come
la via pulchritudinis, l’itinerario conoscitivo teologico che
«dalla grandezza e bellezza» (ek mégethous kai
kallonès) creaturale ascende di grado in grado quasi in una
sorta di scala paradisiaca (Genesi 28,12) dalla terra al cielo,
dall’umano al divino, dall’effetto creato alla causa creante. È
appunto quell’«analogia» (analògos) che tanto spazio
avrà nella filosofia e nella teologia scolastica, a partire
dalle celebri cinque vie tomistiche idealmente e icasticamente
condensabili nel dantesco «a l’etterno dal tempo» (Paradiso
XXXI, 38).
Il nostro viaggio ascendente «analogico» avrà come
sentiero quello delle parole nella loro forma più alta e
simbolica: attraverso esse tenteremo di ascendere alla Parola
primordiale divina, fonte di ogni parola, alimento e sostegno di ogni
loro «grandezza e bellezza». Naturalmente, considerati i
limiti di un approccio così essenziale com’è quello che
ora possiamo effettuare, ci accontenteremo di indicare solo due tappe,
due ideali gradini di questa scala ascendente. Per ragioni
argomentative procederemo in modo discendente, partendo dall’alto,
anche perché tale è il percorso seguito dalle Scritture
Sacre che costituiscono il «grande codice» di riferimento
per la nostra analisi che è da situare in un ambito teologico.
Ebbene, per la Rivelazione ebraico-cristiana la parola è la
radice della creazione ove espleta una funzione
«ontologica». Infatti, si può quasi affermare che
entrambi i Testamenti si aprono con la Parola divina che squarcia il
silenzio del nulla. Bereshit... wajjomer ’elohim: jehi ’or. Wajjehi
’or, In principio... Dio disse: Sia
la luce! E la luce fu
(Genesi 1, 1.3). Così si schiude la prima pagina dell’Antico
Testamento. Nel Nuovo Testamento l’ideale apertura potrebbe essere
quella del celebre inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni: En
archè en ho Logos, In
principio c’era la Parola
(1, 1). L’essere creato non nasce perciò da una lotta teogonica,
come insegnava la mitologia babilonese (pensiamo all’Enuma Elish),
bensì da un evento sonoro efficace, una Parola che vince il
nulla e crea l’essere. Canta il Salmista: Dalla Parola del
Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro
esercito... perché egli ha parlato e tutto fu, ha ordinato e
tutto esistette (Salmo 33, 6.9).
La Parola divina è, però, anche alla radice della storia,
come sorgente di vita e di morte: Mandò
la sua Parola e
li guarì, li scampò dalla fossa... Egli invia la sua
Parola e li fa perire... Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le
cose e la notte era a metà del suo corso, la tua onnipotente
Parola dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si
slanciò... portando, come spada affilata, il tuo ordine
inesorabile (Salmi 107, 20; 147, 18; Sapienza 18, 14-15). La
Parola divina sostiene e giudica, quindi, anche la trama storica col
suo tessuto di vicende ed eventi perché retta è la
Parola del Signore e fedele ogni sua opera (Salmo 33, 4). Ma
questa stessa Parola interpreta il senso ultimo della storia: è,
quindi, la radice della Rivelazione.
Ma la Parola si cristallizza anche nel Libro per eccellenza, la Bibbia.
È così che il Nuovo Testamento ama l’espressione
graphè/graphaì per indicare la Parola di Dio. Si ha qui
una puntualizzazione del complesso rapporto tra infinito e contingente,
tra Logos e sarx. La Parola, infatti, deve comprimersi nello stampo
freddo e limitato dei vocaboli, delle regole grammaticali e
sintattiche, deve adattarsi alla redazione di autori umani. È
l’esperienza che tutti i poeti vivono nella sua drammaticità e
tensione. Goethe nel Faust confessa che «das Wort erstirbt schon
in der Feder», sì, la parola muore già sotto la
penna. E nel suo Flauto di vertebre Majakowski ribadisce: Sulla
carta sono crocifisso coi chiodi delle parole, mentre Borges
più generalmente riconosce che el
universo es fluido y
cambiante, el lenguaje rigido.
Eppure questa rigidità non riesce a raggelare e a spegnere
l’incandescenza della Parola. Esemplare è il caso del profeta
Geremia che «prende un rotolo per scrivere e scrive» su
ordine divino gli oracoli del Signore (36, 2). Ma dopo che il re
Ioiakim, leggendo quel rotolo, ne aveva
lacerato col temperino
da scriba e aveva gettato nel fuoco le colonne di quel testo
(36, 23), il profeta non avrà esitazione su comando divino a far
rinascere gli stessi oracoli mostrando così che – come
dichiarava Isaia (40, 8) – secca
l’erba, appassisce il fiore, ma
la Parola del nostro Dio dura in eterno. È anche questa
un’esperienza che il poeta analogamente vive, convinto com’è
che, una volta detta, la parola autentica non muore ma proprio allora
comincia a vivere (E.
Dickinson):
«A
word is dead/when it is said,
some say.
I
say it just
begins to live
that day»
È
la forza «performativa» e non meramente
«informativa» della Parola che ovviamente nella poesia
celebra il suo trionfo e che ha il suo apice nella Scrittura Sacra.
Come accade per l’Incarnazione, anche la Parola rivela due volti,
quello della «carne», del limite, della finitudine, e
quello del divino, dell’efficacia creatrice, della teofania. A questi
due volti, che in pratica continuano il discorso sopra abbozzato,
dedicheremo ora la nostra attenzione. La Parola di Dio – come anche la
poesia – si avvale di un mezzo «kenotico», quello di una
lingua, di un lessico, di regole e fonemi. È la prigione
necessaria della Parola ineffabile per rendersi effabile. È
qualcosa di analogo alla kénosis del Verbo di Dio così
come è descritta nell’inno paolino di Filippesi 2, 6-11: Cristo Gesù, pur essendo di natura
divina...
svuotò (ekénosen) se stesso, assumendo la condizione di
servo... La debolezza della parola umana è stupendamente
illustrata da Isaia che, in una personificazione di Gerusalemme vinta,
così canta: Prostrata
parlerai da terra e dalla polvere
saliranno fioche le tue parole, sembrerà di un fantasma la tua
voce dalla terra e dalla polvere la tua parola risuonerà come un
bisbiglio (29, 4).
La Bibbia si affida alla povertà espressiva di una lingua
pietrosa come il deserto, scarna e scabra: è l’ebraico classico
che può ricorrere, tra l’altro, soltanto a un arsenale lessicale
limitato, composto di soli 5750 vocaboli. Oppure si basa sul greco
koinè, ben più modesto della lingua della
classicità ellenica. Anzi, la kénosis procede fino al
punto che il nome più importante, quello divino, si contiene in
quattro consonanti, JHWH, che rimangono mute, impronunziabili. Al
vertice di questo assottigliarsi della Parola, nella miseria umana
abbiamo l’esperienza straordinaria del profeta Elia al monte
Horeb-Sinai. Dio non appare nel vento
impetuoso e gagliardo da
spaccare le rocce, né si configura nel terremoto o nel
fulmine di una tempesta assordante. Ma, come dice l’originale ebraico,
il Signore si nasconde in una qol demamah daqqah, cioè in una voce di sottile silenzio (I Re
19, 11-12).
È
quasi il punto zero dell’annientamento della Parola, eppure quel
silenzio è «bianco», cioè racchiude in
sé tutti i suoni, le lettere, le sillabe, le parole. È il
«mistero», termine che nella sua radicale greca (myein)
suppone il tacere, il chiudere le labbra, non per un’assenza di
significati ma per una presenza di vita e di persona. È
così che la Parola divina – come per analogia anche la parola
poetica – rivela la sua potenza. Si manifesta come un mezzo sontuoso e,
per usare un’espressione di Teilhard de Chardin, si fa
«diafanica», cioè diafana e trasparente alla
Rivelazione divina. È questa la potenza riconosciuta al Logos
del prologo giovanneo, già evocato, secondo la semantica
semitica sottesa. In ebraico, infatti, dabar, «parola»,
significa contemporaneamente anche «atto, evento». Dire e
fare s’intrecciano. E sono, perciò, da assumere cumulativamente
e non disgiuntamente o alternativamente, come suppone il poeta, i
quattro
significati che Goethe nel Faust attribuisce al Logos giovanneo:
«das Wort»,
Parola, «der Sinn», Significato, «die Kraft»,
Potenza, «die Tat», Atto.
Questa efficacia che rende la parola (debole ed esile) capace di
manifestare in diafania la Parola che è
stabile come il
cielo (Salmo 119, 89) si attua soprattutto attraverso il
simbolo, nel senso genuino del termine (syn-ballein, «mettere
insieme») e non nell’accezione popolare che lo fa sconfinare
nella metafora meramente allusiva. Il linguaggio simbolico permette di
annodare finito e infinito, contingente e assoluto, temporale ed
eterno, umano e divino. Cristo è il grande Simbolo perfetto
perché fonde in sé Logos e sarx, come si diceva,
divinità e umanità, pienezza e debolezza. E come
c’è in teologia la tentazione «diabolica »
(dià-ballein, «gettare via»,
«disperdere») di infrangere l’Incarnazione attraverso lo
spiritualismo gnostico o il fenomenismo storicistico, così anche
nell’esegesi della parola c’è il rischio di spezzare la
simbolicità della Parola o riducendola a mera larva spirituale o
a cava da cui estrarre teoremi teologici oppure a una raccolta di testi
storiografici o letterari.
Emblematica in questo senso è stata l’ermeneutica tradizionale
del Cantico dei Cantici. Da un lato, l’amore dei due protagonisti
è stato fatto evaporare in un misticismo allegorico
(Dio-Israele, Cristo- Chiesa, Cristo-Maria, Cristo-anima): decollando
dalla realtà, si infrangeva ogni legame con la concretezza
dell’esistenza per rincorrere rarefatte geometrie metaforiche e
spirituali. D’altro lato, la cosiddetta «école
voluptueuse», cioè la scuola interpretativa letteralista,
considerava il poema una semplice raccolta di liriche erotiche,
modulate su analoghi modelli dell’antico Vicino Oriente, testi carichi
talora di torrida sensualità, altre volte affidati ai topoi del
linguaggio amoroso. In realtà il Cantico è
contemporaneamente eros e amore, è celebrazione dell’abbraccio
pieno umano che riflette e rivela quello divino nei confronti della sua
creatura. Ed è solo la lettura simbolica a conservare compatti i
due valori senza penalizzare uno per salvare l’altro. Come scriveva
René Char, poeta surrealista e simbolista francese:
«gli
dèi abitano il simbolo;
ghermita dal brusco balzo,
la poesia s’accresce
di un oltre senza protezione»
È qui che teologia e poesia si trovano a muoversi nella stessa
maniera, entrambe radicate nel presente e nel reale per ascendere a un
Altro e a un Oltre trascendenti.
Concludiamo questa breve e semplificata riflessione sulla Parola sacra
e su quella poetica, colte nella loro sonorità, ritornando al
motto dantesco che ben riassume il nostro percorso. Questa ascensione
dalla realtà contingente all’infinito divino che è comune
a entrambe le Parole – la sacra e la poetica – può essere
raffigurato attraverso un segno e un testo. Intendiamo alludere al
genere shir hamma’alot, «cantico delle ascensioni» che
è rappresentato da quindici composizioni del Salterio (Salmi
120-134). Proprio in questo titolo e nello spirito di questa raccolta,
che forse era una specie di libro
del pellegrinaggio a
Sion, riusciamo a ritrovare il percorso simbolico della fede e
della poesia. Infatti, da un lato, l’«ascensione» a cui
questi Salmi fanno riferimento è una realtà concreta,
spaziale, fenomenica: è la salita che conduce il pellegrino a
Gerusalemme che è posta a 800 metri d’altezza o forse, come
già faceva intuire lo storico Giuseppe Flavio, è l’ascesa
processionale sui quindici gradini (donde la versione latina della
Vulgata di Cantica graduum) che conducevano al cortile degli Israeliti,
cioè al luogo dell’assemblea liturgica degli Ebrei maschi nel
tempio erodiano. O forse – e questo sarebbe letterariamente suggestivo,
anche se meno probabile storicamente – si tratta
dell’«ascendere» particolare che molti dei quindici carmi
rivelano, quello dell’anadìplosis, cioè di quella figura
stilistica per cui il Salmo sale a spirale attraverso la ripresa
stilistica in crescendo delle locuzioni (Salmo 121, 3-5):
«Non
lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode,
non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
Il Signore è il tuo custode...»
Ma alla sarx fisica o letteraria, cioè alla componente
sperimentale dell’ascensione, ’aljiah, alla «salita» che
è come una scalata verso l’alto s’intreccia e dà sapore
l’ascensione del Logos, cioè dello spirito, la salita mistica
sul modello di quella che Giovanni della Croce modulava sul monte
Carmelo. Si sale verso l’alto di Sion pregando e quindi si ascende
verso l’Alto, anzi verso l’Altissimo (el-’eljon), il Dio d’Israele
trascendente. Non per nulla la prima espressione dei Salmi delle
ascensioni è ’el-JHWH , «verso il Signore». Il
canto, allora, è la celebrazione della ricerca dell’Infinito
divino (Salmo 63, 2; cf.
Salmi 42; 84):
«O
Dio, tu sei il mio Dio,
all’aurora ti cerco,
di te ha sete la mia gola-anima,
a te anela la mia carne,
come terra deserta, arida, senz’acqua»
La «gola-anima» (nefesh in ebraico ha questi due valori
semantici), cioè la vita fisica, la «carne» tendono
verso il mistero di Dio in una fusione «simbolica» piena.
Così è per la poesia autentica. Nella vicenda poetica e
in quella «ispirata» le parole «salgono» sulla
pagina ma anche «ascendono» nell’infinito. Sono parole che
diventano «sacramento» perché uniscono la
realtà storica con quella trascendente, la finitudine con
l’infinito, il fonema con la voce, nelle parole che si spengono si
annida la Parola che dura in eterno.
E allora la grande
domanda che serpeggia nel lettore della Parola nelle parole è
quella che Nelly Sachs, poetessa tedesca di matrice ebraica, Nobel
1966, ha evocato nella sua poesia dedicata alla profezia:
«Se
i profeti irrompessero per le porte della notte,
incidendo ferite nei campi della consuetudine,
se i profeti irrompessero per le porte della notte,
cercando un orecchio come patria,
orecchio degli uomini, ostruito di ortiche
sapresti tu ascoltare?»
Gianfranco Ravasi
“Avvenire”, 11 luglio 2010