Il cristianesimo e il mercato religioso

Porre le religioni sullo stesso piano significa dimenticare la storia e
cedere a un’astrazione
LA PLURALITÀ delle religioni è un fatto antico come la
storia ed è noto fin dai suoi primordi: era già familiare
alle due fonti più antiche della cultura europea, la Grecia e la
Bibbia. Successivamente le religioni si considerarono religioni
universali. Il loro dio era l'unico vero Dio e le altre divinità
soltanto idoli. Era così già in Israele dopo l'esilio
(Isaia, 44, 6). L'ebraismo, e con esso il cristianesimo, fu tra le rare
religioni sopravvissute all'impero romano. Esse trasmisero la loro
concezione di un unico e vero Dio alle religioni posteriori come il
manicheismo e l'islam. Le religioni universali si ritengono chiamate a
sostituire le religioni che le hanno precedute e nelle quali esse
vedono, nel migliore dei casi, i preparativi alla verità piena
(...).
Le une rispetto alle altre, le religioni non si considerano sullo
stesso piano. Conosciamo le emozionanti fotografie della riunione di
preghiera ad Assisi: i rappresentanti delle diverse correnti religiose
sono allineati attorno a Giovanni Paolo II che li aveva invitati a
pregare con lui per la pace.(...) Dietro la generosità del gesto
di Assisi, dietro la bellezza pittorica dell'immagine, si nasconde un
problema grave. Non parlo della diversità delle religioni.
È proprio da qui che occorre partire ed è la
diversità che il Pontefice voleva superare attraverso un
atteggiamento comune di preghiera. Il problema risiede piuttosto nella
diversità delle loro diversità: le religioni
rappresentate sono diverse le une dalle altre, ma non lo sono allo
stesso modo.
Porre le religioni sullo stesso piano significa cedere a un'astrazione.
Significa dimenticare la storia e prendere le religioni come
entità esistenti indipendentemente le une dalle altre. Ora,
spesso le religioni nascono le une a partire dalle altre, dallo scisma,
dalla riforma, dalla semplificazione, dal sincretismo, dal desiderio di
tornare alle fonti dimenticate, dalla volontà di andare oltre le
falsificazioni, ecc. Di conseguenza, esse si definiscono le une in
rapporto alle altre, a volte in una volontà esplicita di
separazione. Avviene così che le loro differenze hanno come
causa la volontà di differenziarsi.
Una delle conseguenze di questo stato di cose è un paradosso:
non sarà troppo difficile far dialogare religioni molto distanti
per luogo di comparsa e per dogmi fondamentali. Sarà invece
più difficile far dialogare religioni più vicine e
difficili da discernere quando le si vedono da lontano, ma che si sono
definite l'una in rapporto all'altra con un deliberato intento di
distinguersi (...).
Ora, le religioni rivelate non dicono la stessa cosa di Dio. In questa
sede, devo rifiutare un modo troppo semplicistico di concepire il
monoteismo. Chiaramente, esistono religioni che hanno in comune il
fatto di riconoscere un solo Dio. Ma, ciascuna di esse riconosce lo
stesso Dio? Di per sé, indubbiamente. Ma, tutte le religioni
dicono le stesse cose di questo Dio? Sì e no. Sì, per
quanto concerne alcuni elementi fondamentali: Egli è il creatore
di tutto ciò che esiste; Egli entra in comunicazione con l'uomo;
Egli non è indifferente alla morale. Ma quando si entra nel
dettaglio, vi sono divergenze. Il modo in cui Egli entra in contatto
con l'uomo non è lo stesso; il modo in cui interviene nella vita
morale dell'uomo non è lo stesso. Neanche l'idea di creazione
è la stessa. (...)
Il modo migliore di promuovere il dialogo tra le religioni non è
cominciare a misurare la religione dell'altro con il metro della
propria. Al contrario, occorre partire dal modo in cui ciascuna
religione si autocomprende. Siamo dunque passati da un dio al singolare
a un dio al plurale. Non si tratta di predicare il politeismo, ma di
accettare l'idea che l'unico Dio non è stato concepito in modo
unico dalle diverse religioni.
Questo non fa che aumentare l'acutezza del problema: come potrebbe Dio
dire cose diverse di se stesso a religioni diverse? Non si è
tentati di credere che le religioni siano tutte false oppure che una
soltanto sia la religione buona? E se questo è vero, come
identificarla?
DA UNO O DUE secoli ci troviamo di fronte a un fatto nuovo: nel mondo
occidentale, le religioni hanno perduto il sostegno del potere statale
e in gran parte hanno anche perduto il sostegno dalla pressione
sociale. Non è così per le altre regioni del mondo.
Questo stato di cose è destinato a divenire generalizzato? Lo
ignoro.
Del resto, quasi tutte le religioni sono presenti in quasi tutti i
Paesi. La presenza di queste religioni multiple assume l'aspetto di un
mercato. Per soddisfare i suoi bisogni religiosi, l'individuo
sarà libero di scegliere. E non sceglierà soltanto tra
religioni diverse, ma anche all'interno di ciascuna religione, per
comporre à la carte un bouquet a suo piacimento. Nulla impedisce
di costruirsi una religione "fai-da-te". (...)
Di fronte ad una tale situazione, forse la riflessione deve fare un
ulteriore passo. Invece di porre la questione «Dio e le
religioni» sarebbe opportuno invertire: mettere
«religione» al singolare e «dio» al plurale. Di
conseguenza, ci si interrogherà sulla religione e sugli dei. In
questo caso, il termine religione non indicherà più l'una
o l'altra religione costituita, ma piuttosto il bisogno religioso
dell'uomo. Sarà la religione a scegliere quale dio o quali dei
desidera tra quelli che si dividono il mercato.
Un filosofo francese dell'Ottocento, Auguste Comte, voleva rovesciare
la consueta strategia del combattimento «laicista». (...)
Attaccava l'idea di Dio partendo dalla religione: «Mentre i
protestanti e i deisti hanno sempre attaccato la religione in nome di
Dio, noi dobbiamo invece eliminare finalmente Dio in nome della
religione». Per Comte, si tratta di congiungere l'uomo all'umano,
e di null'altro. L'oggetto adeguato di questa religione non è
altri che il suo soggetto, liberato dai vincoli che molto spesso lo
opprimono: l'umanità, per la quale Comte riprende l'espressione
con la quale l'età classica amava designare Dio, cioè il
«Grande Essere» o l'«Essere Supremo».
Oggi, il pensiero di Comte ha pochi sostenitori dichiarati. Ma al di
là degli aspetti un po' ridicoli del culto che prevedeva,
l'atteggiamento d'insieme espresso dalla formula citata ha ancor oggi
una certa posterità. Non tanto a livello teorico quanto a
livello pratico. Molti fra i nostri contemporanei non chiedono alla
religione di convertirli e di santificarli, ma semplicemente di
soddisfarli. Il modo stesso di porre il problema implica questa
risposta. Se è il soggetto a decidere quale dio gli conviene,
egli si situa più in alto di ogni dio possibile. Perché
dunque non fare di questo soggetto la divinità stessa?
Tuttavia, questa religione lascia senza risposta un quesito
fondamentale. Questo progetto suppone che non vi sia niente di
più alto dell'uomo e che l'uomo debba rendere conto solo a se
stesso. L'«Insensato» e, successivamente, lo
Zara¬tustra messo in scena da Nietzsche hanno annunciato entrambi:
«Dio è morto». Questa idea implica che Dio in
persona non è riuscito a vincere «l'ultimo nemico»
(1 Corinzi 15, 26). Al contrario, la morte si è rivelata
più potente di Lui. Se Dio si definisce Onnipotente e se la
potenza è il metro con il quale misurare la divinità, la
morte che ha trionfato su Dio è dunque l'unico Dio vero e
definitivo. Dopo la morte di Dio non viene il regno dell'uomo, ma
quello dell'ultimo dio che è la Morte.
Lo sviluppo stesso del progetto di sganciamento dell'uomo da Dio pone
una domanda grave: in fondo, se l'uomo è il solo abilitato a
pronunciarsi sull'uomo, perché dovrebbe pronunciare un giudizio
positivo su se stesso? Quale istanza può dare all'umanità
stessa la sua legittimità e, al tempo stesso, la sua norma? (...)
ALCUNI ANNI FA, un quotidiano svizzero ha chiesto a diverse
personalità: «Che cos'è una buona
religione?». Il passaggio della domanda dalla buona religione ad
una buona religione appare legittima sotto il profilo metodico: prima
di scegliere occorre definire il criterio di scelta. D'altro canto,
operando questo passaggio, si ignora la questione della verità
per considerare unicamente la questione dell'utilità; si passa
dall'in-sé all'interesse per l'uomo. E, in questo senso
limitato, ciò che è buono non è necessariamente
ciò che è vero. (...) Ci si dovrebbe chiedere se una
religione pretende che tali opposizioni siano situate al suo interno o
se, al contrario, essa accetta di farsi misurare in rapporto a un punto
di vista esterno.
Ogni religione dovrà porsi questa domanda. In questa sede, posso
rispondere unicamente per il cristianesimo. E qui ci aspetta una
sorpresa: il cristianesimo non pretende di dare una nuova definizione
del bene e del male, una nuova etica. La sua etica non è altro
che l'etica che consente la sopravvivenza dell'umanità, vale a
dire: la sopravvivenza della specie umana e la permanenza di ciò
che rende l'uomo realmente umano. Delle leggi dell'An¬tica Alleanza
esso conserva unicamente il Decalogo. È come il regolamento
minimo della vita comune degli uomini, che in un'altra sede ho
definito, un po' per gioco, il «kit di sopravvivenza»
dell'umanità. (...)
Per concludere: in sé, Dio è lo stesso, ovunque e sempre.
Ma le religioni lo concepiscono in modi diversi, che occorre
rispettare. In particolare, occorre tenere conto delle richieste delle
religioni che si definiscono rivelate ed esaminare ciò che,
secondo loro, viene da Dio e ci informa sia su ciò che Egli
è e sia su ciò che Egli vuole.
Il grande problema della nostra epoca, in ogni caso nei nostri Paesi,
è l'emergere di una nuova religione inconsapevole, quella del
soggetto individuale o collettivo. Rifiutando la trascendenza, questi
si conferisce il diritto di scegliere la figura del divino che è
di suo gradimento. Ma nulla dimostra che questo divino non conduca
l'uomo alla sua stessa distruzione.
Rémi Brague
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Stralci dell’intervento tenuto dal filosofo francese
Rémi Brague alla tavola rotonda «Dio e le religioni»
tenutasi a Roma
l’11 dicembre 2009 nell’ambito del convegno «Dio oggi. Con lui o
senza di
lui cambia tutto», promosso dal Progetto culturale della Chiesa
italiana.
fonte: www.missionline.org/index.php?l=it&art=2127