Una Chiesa a più voci – Ronco di Cossato (Biella)
Che cosa
si può credere oggi?

Trascrizione delle
conversazioni tenute della
chiesa di San Defendente
Terza
riflessione
Alla
ricerca
d'un cristianesimo dell'insieme
Che
cosa si può
credere oggi? Le letture della celebrazione di stamattina descrivono
l'ascensione di Gesù al cielo. Ovvio che oggi non è
credibile immaginare un
corpo fisico che s'innalza verso il cielo fino a scomparire
lassù, oltre il
visibile. Venti secoli orsono poteva apparire meno assurdo
perché l'opinione
comune concepiva il cosmo fatto a strati, con pianerottoli sovrapposti.
La
terra era il piano terreno, sotto c'era il sotterraneo (lo Scheol, gli
inferi)
e sopra i sette cieli, nell'ultimo dei quali dimorava Dio, l'Altissimo.
Gesù
risorto era da concepirsi lassù, nel seno del Padre. Oggi
sappiamo che i cieli
più alti sono sempre parte dello stesso cosmo, eppure, anche se
nella
descrizione l'ascensione appaia non credibile, nel significato
può continuare a
mantenere un senso, se viene richiamata per affermare che Gesù
è risorto e
continua a vivere in altra dimensione: nella dimensione divina.
Le
metafore sono
capaci di esprimere, attraverso descrizioni di per sé
fantastiche, un senso
reale, purché affrontate con la corretta chiave di lettura. Per
esempio, se
qualcuno si accostasse con scetticismo alle favole di Esopo pensando
che non
sono credibili perché gli animali non parlano, si perderebbe
tutte le verità
profonde che esprimono. Per fare un altro esempio, pur sottolineando
ancora che
non possiamo sapere nulla del volto di Dio, mi sento però di
affermare che ha i
baffi. E lo dico perché in certi momenti nei quali mi sento
sconsolato, triste,
abbandonato al mio destino per qualche contrattempo che mi disturba, ho
talvolta la chiara sensazione che qualcuno mi sta guardando e ride
sotto i
baffi. Fuor di metafora, potrei dire che credo l'umorismo una delle
qualità
divine, mentre penso sia stufo di sapersi rappresentato un vecchio con
la barba
bianca e il dito alzato come ammonimento. Credo che l'immagine di un
Dio severo
abbia fatto abbastanza danni, e mi piacerebbe vedere ora più
accentuata quella
di un Dio sorridente, dispensatore di speranze.
Il
problema investe
il senso stesso della verità, che può essere di tipo
storico, oppure
teologico-sacramentale. Qual è la differenza? La verità
storica si rifà a
personaggi ed eventi accaduti in certi luoghi, tempi, modi, e sovente
non si
riesce a afferrarla esattamente. Ma in fondo può avere scarso
interesse, agli
occhi della fede. La verità teologico sacramentale richiama
invece significati
precisi, al di là di descrizioni che possono anche essere
simboliche. Per
esempio, quando si va in Terra Santa, condotti a visitare luoghi come
il Santo
Sepolcro, la casa di Maria, il Monte delle beatitudini, il Cenacolo
eccetera,
c'è sempre qualcuno che chiede se è certo che sono quelli
i luoghi esatti,
senza rendersi conto che dal punto di vista della verità
sacramentale la cosa è
assolutamente insignificante. Personalmente mi sono sentito
profondamente
emozionato sulla tomba di Cristo. Ora, supponendo che qualcuno mi
avesse detto:
guarda che il luogo esatto non è qui ma qualche centinaia di
metri più in là,
che avrei dovuto fare? Emozionarmi un po' meno? Oppure prendiamo ad
esempio la
Sindone, esposta in questi giorni. Sono tuttora in corso più
ipotesi: è
autentica, nel senso che è proprio quella che ha avvolto il
corpo martoriato di
Gesù, oppure è una ricostruzione iconografica, magari
medievale? Personalmente
confesso che davanti alla Sindone, o una qualche sua riproduzione, mi
sento
proiettato al cospetto della passione di Cristo, con tutto il relativo
coinvolgimento. Sarà autentica? O avrà avvolto il corpo
di qualcun altro
martirizzato allo stesso modo? Oppure darà una riproduzione?
Anche se mi metto
a pensarci in questi termini, mi accorgo che in ogni caso la
partecipazione
emotiva non cambia. Perché non è quel lenzuolo in
sé che mi emoziona, ma il
rimando sacramentale che rappresenta. Così come non è il
pane dell'eucarestia
che mi coinvolge, ma la presenza di Cristo alla quale mi richiama e mi
rimanda.
Leggere
le
verità
di fede come fossero verità storiche, e non
teologico-sacramentali, rischia di
introdurre una sorta di fondamentalismo fuorviante. Per restare fedeli
ai
significati della tradizione, può essere necessario mutare le
descrizioni che
non si adattano più ai criteri odierni, proprio per mantenere
vivi i
significati di fondo, irrinunciabili, della fede. Pena, altrimenti, il
rischio
di finire per credere a tutt'altro di quanto aveva inteso trasmettere
Gesù.
Proviamo quindi a formulare qualche ipotesi su quel che si potrebbe
credere,
senza alcuna pretesa, sia ben chiaro, di dire che le cose stanno
proprio così,
senza nessuna pretesa di inseguire "la verità", ma sperando di
poter
intuire qualche significato vitale.
Se
prendiamo sul
serio San Paolo quando dice che Dio è tutto in tutti, possiamo
partire da
questo punto fermo per ricavare interessanti deduzioni. La prima, mi
pare, è
che se Dio è tutto in tutti, allora non ce lo troviamo di
fronte, ma siamo
immersi in lui. La cosa non è di poco conto, come vedremo.
Teologi del calibro
di Teilhard de Chardin, o di Panikkar, o anche più recentemente
di Mancuso e
altri, parlano di materia mater dalla quale nasce non solo la vita
biologica ma
anche lo spirito, parlano di polvere dell'universo intrisa fin dalle
origini di
soffio divino, parlano di un'unica stoffa nella quale è tessuta
tutta la
realtà, Dio compreso. Il primo interrogativo che affiora
è se si tratti di
panteismo, sul tipo oggi particolarmente di moda anche secondo criteri
New Age.
E l'interrogativo di sempre è: il panteismo è da
considerarsi teismo, oppure è
ateismo? Secondo me c'è un modo per uscire dalle
ambiguità. Se questo tutto ha
coscienza di sé, allora merita di essere chiamato Dio. Se
è concepito invece
come insieme di energia inconsapevole, allora non sarebbe corretto
scomodare la
parola Dio. Insomma, se l'insieme cosmoteandrico, come lo chiama
Panikkar, è un
organismo vivente consapevole della sua esistenza, allora è da
considerarsi una
vera e propria persona, sia pure in senso non antropomorfico. Su questo
punto
di partenza mi pare si possano costruire nuove formulazioni
interessanti e
credibili, almeno ipoteticamente. Aggiungo che tutto quello che
dirò credo
possa rientrare nei significati propri della tradizione cristiana e
cattolica,
anche se con interpretazioni che altri, immagino, troveranno
discutibili (ma io
stesso le considero discutibili).
La
prima deduzione
è che esisterebbe una realtà d'insieme unica e unitaria
che si esprimerebbe
attraverso due interfacce. Una fatta di coscienze frazionate, limitate,
contraddittorie, che sperimentano porzioni di esistenza nello spazio e
nel
tempo, che è poi l'individualismo della nostra realtà
umana e terrena. L'altra,
quella divina, è coscienza d'insieme, non prescinde mai dalla
visione
complessiva restando sostanzialmente sempre se stessa, malgrado
qualsiasi
mutazione a livello particolare. Questa immagine a due facce, per
quanto mi è
concesso di capire, mi sembra d'importanza capitale, perché
significherebbe che
noi non potremmo mai essere separati ed esclusi da una simile
realtà divina.
Per
tentare un
esempio, mi sembra che questo insieme potrebbe essere paragonato a un
immenso
computer formato dall'unità centrale e da innumerevoli operatori
terminali, che
agirebbero tutti con gli stessi programmi software. Mentre però
ciascun
terminale vive e lavora nel proprio individualismo, l'unità
centrale li
conoscerebbe personalmente tutti, rielaborandone i dati nella memoria
d'insieme. Ciascun terminale può svolgere il suo compito con
miopia, senza
neppure interrogarsi sul senso e il valore dei suoi collegamenti; ma
potrebbe
anche rendersi conto di far parte di un grande insieme e desiderare
integrarsi
nella realtà d'insieme.
Lungi
da
me
l'intenzione di fare affermazioni categoriche, sia chiaro, e tuttavia,
se le
cose stessero così, gli esseri umani potrebbero essere definiti
porzioni
temporanee di Dio (proiezioni divine), perché tutto quel che
ciascun individuo
vive dal proprio punto di vista, anche Dio lo vivrebbe
contemporaneamente nella
sua consapevolezza. Incarnandosi in ciascun essere umano, tutti aspetti
pluriformi del suo figlio unigenito, sperimenterebbe tutte le varianti
vitali
possibili, anche le peggiori, sopportando in prima persona ogni
tribolazione e
riscattando così la vita dai limiti e dagli aspetti negativi
dell'esistenza. Ogni
evento verrebbe visto e vissuto contemporaneamente attraverso le due
interfacce: quella individualistica che solo in parte ne capisce il
senso
(quando lo capisce), e quella d'insieme che vive ciascun avvenimento in
prima
persona, quasi a voler dire: sono sempre io.
Le differenze sulla buona o cattiva sorte di ciascuno, che valutate a livello individualistico possono suonare come ingiustizie, se sono tutte vissute personalmente da Dio finiscono per acquistare ben altro significato. Infatti, se si passa dall'idea di un Dio che condanna altri a subire una qualsiasi forma di giustizia, a quella di un Dio che sperimenta su di sé per essere se stesso, allora qualsiasi itinerario personale, vissuto contemporaneamente dalle due interfacce, acquisterebbe valenza positiva. Dio Padre, che secondo la teologia tradizionale vive in prima persona (dal suo punto di vista) tutto quello che vive suo figlio Gesù, vivrebbe in prima persona anche tutte le vicende vissute da qualsiasi essere umano (da qualsiasi vivente).
È
fondamento
primario
della fede cristiana che Dio-Padre si è incarnato sulla
terra in suo
figlio Gesù, cosa che verrebbe confermata anche dalla tesi che
si sta
delineando, secondo la quale, anzi, Dio-Padre s'incarnerebbe in tutti
gli
esseri viventi. La differenza starebbe nella risposta: Gesù, che
ne era
pienamente consapevole al punto da vivere un profondo anticipo
escatologico,
poteva dire: io e il Padre siamo una cosa sola. La
maggior parte di noi, che siamo ben lungi da tale consapevolezza,
possiamo
accontentarci di quei momenti di grazia illuminante che ci
consentirebbero di
dire: io e il Padre abbiamo qualcosa in comune. Ma qualitativamente il
risultato sarebbe alla nostra portata. Il Credo che recitiamo
abitualmente definisce
Gesù della stessa sostanza del Padre,
e
anche
questo verrebbe confermato da questa visione d'insieme, secondo la
quale
saremmo tutti della stessa e unica sostanza esistente (la stessa unica stoffa universale), che è sostanza divina.
L'incommensurabile differenza di
qualità tra creatore e creature non sarebbe di tipo sostanziale
ma dimensionale
(spaziotemporale): dipenderebbe dai limiti individuali che rendono
assai
difficile comprendere la realtà (ma chi può capire
capisca).
Come si può vedere, posta una premessa, le deduzioni s'incatenano poi l'una all'altra. Tentiamo perciò un ulteriore passo. Se tutta la materia dell'universo fosse composta da particelle di natura divina (che si potrebbero definire cromosomi divini), allora tutte le singolarità si esprimerebbero secondo un'evoluzione naturale analoga a quella descritta nelle classiche teorie scientifiche, e tuttavia intrise in ogni loro aspetto di potenzialità divina. Tutto quel che avviene farebbe parte di una realtà d'insieme che renderebbe significativa ogni cosa, e la volontà di Dio non sarebbe quella di stabilire come debba o dovrebbe essere ogni singolo evento, ma di porre le premesse perché qualsiasi cosa evolva in qualche modo, secondo significati positivi. Nell'unico sacroprofano dell'insieme, spirito e materia sarebbero il tessuto dell'universo, e per far sì che le singole potenzialità si esprimano non ci sarebbe bisogno di alcun disegno intelligente che provenga dall'alto: Dio, con la sua presenza distribuita dappertutto, gestirebbe se stesso offrendo a ogni aspetto limitato della realtà, a ogni sua porzione temporanea, la possibilità di ritornare a vivere il rapporto d'insieme, se vuole.
Si
può dire
dell'altro? Penso di si, perché un simile Dio sarebbe l'insieme
di se stesso e
di tutti i suoi cromosomi, sia allo stato potenziale che sviluppati, e
la sua
consapevolezza assoluta si offrirebbe come bacino comune utilizzabile
da
qualsiasi forma di vita, in particolare dall'individuo umano, che vi
attingerebbe la propria porzione di coscienza limitata. Quest'insieme
consapevole avrebbe comunque le caratteristiche di un essere personale,
capace
di interagire con se stesso e con altri, e in quanto fonte della vita
sarebbe
perfettamente corretto definirlo padre, madre, genitore dei suoi stessi
limiti
presi singolarmente, che vivrebbero in lui l'esperienza temporale di
figli, sia
che lo sappiano, sia che non se ne rendano conto. Inoltre, anche
secondo queste
ipotesi le realtà limitate avrebbero comunque tutte un difetto
di origine
(peccato originale) per la totale dipendenza dall'insieme, che rende
loro
impossibile consolidarsi in una vita autonoma. L'unica via d'uscita
sarebbe la
possibilità di trascendere i limiti per fondersi
nell'unità d'insieme. Per
questo motivo, di quelle esperienze viventi che finissero per restare
prigioniere dell'individualismo, alla fine della loro parabola terrena
non
resterebbe nulla (che l'inferno equivalga al nulla è ormai tesi
condivisa da
numerosissimi teologi). Chi invece costruirà armonia sentendosi
figlio
dell'insieme e autenticamente fratello di tutti gli altri,
parteciperebbe
consapevolmente (in qualche modo) alla vita divina (paradiso). Come si
può
capire, i significati fondamentali della tradizionale teologia
cattolica
vengono confermati.
Qualsiasi individuo vissuto in un certo contesto storico/culturale, con la morte verrebbe comunque annullato per sempre. La differenza tra l'individualità che si perde nel nulla e l'individualità che si perde in Dio è che la prima, una volta morta, è come se non fosse mai esistita, mentre la seconda si completerebbe trasformandosi (la vita non è tolta ma trasformata, recita la preghiera dei defunti). In entrambi i casi l'esperienza umana sarebbe esperienza divina in terra: nel primo caso dimostrando concretamente che oltre a Dio non c'è altro che il nulla, nel secondo realizzando attraverso un percorso dinamico quello che Dio è già in essenza, confermando che solo Dio vale. La vita, che è solo divina, attraversando i limiti terreni ritornerebbe nella coscienza di Dio, suo punto d'origine. Da parte mia, se provo a personalizzare l'ipotesi mi spavento, perché il significato mi appare sconvolgente: se riuscissi a sviluppare la potenzialità divina che è dentro di me, allora entrerei anch'io nella coscienza di Dio, allora la mia coscienza limitata di oggi, ma con la stessa percezione di essere me stesso, si ritroverebbe senza limiti in Dio. Sarei sempre io, continuerei a vivere, sarei un tutt'uno con Dio, conservando la precisa consapevolezza dell'itinerario compiuto.
Per concludere, se qualcuno dei presenti mi chiedesse: credi che quanto hai esposto in questa conversazione sia verità? risponderei che me ne guardo bene. Che posso saperne, me meschino, della verità divina, che è incommensurabilmente più grande di me? Posso però dire di sentirmi irresistibilmente attratto verso l'insieme. Anzi, se dovessi fare una sintesi estrema direi che il senso di tutta la mia fede è contenuto nel primo versetto del vangelo di Giovanni, dal quale traspare che Dio è, per sua essenza, creatore e redentore a un tempo. Questa mi appare la genialità divina: trasformare sempre e comunque il male in bene, cioè riportare i limiti all'insieme.
Credo
che
tutto il resto
(o almeno l'essenziale) possa essere interpretato e spiegato partendo
da queste
premesse. Credo che con la sua vita e il suo messaggio Gesù
abbia manifestato
il Dio dell'insieme. Credo che il cristianesimo dell'insieme sia capace
di
superare divisioni e contrapposizioni, per indicare la via, la
verità, la vita.
Grazie.