Il voto cattolico
In Italia si
continua a parlare di «voto
cattolico». Occorre dire che si tratta di una terminologia del
tutto impropria. Infatti, andare a votare è un dovere laico,
come laici sono lo Stato, i partiti e la politica. Ciò detto,
è chiaro che i cattolici nell'adempiere il loro dovere civico
hanno un contributo proprio da offrire: quel personalismo comunitario
ispirato ai valori cristiani che va tradotto in proposte politiche
laiche e condivisibili da tutti, da ricercare insieme attraverso il
dialogo e secondo le regole democratiche. È quindi sbagliato
contrapporre «cattolici» e «laici» in politica,
dove non ha senso il confronto confessionale.
In occasione delle prossime elezioni del 13-14 aprile, la questione del
«voto cattolico» è tornata alla ribalta soprattutto
per due ragioni: la prima, perché in Italia (per la prima volta
dopo 15 anni) ci stiamo scrollando di dosso quel «bipolarismo
ingessato» che obbligava ad allearsi per forza o con un
centro-destra «nazional-populista» o con un centro-sinistra
condizionato dalla «sinistra radicale» e che concedeva ai
piccoli partiti un peso sproporzionato e un assurdo potere di ricatto;
la seconda, perché il dibattito politico oggi tocca alcuni temi
etici fondamentali - non «confessionali», ma civili e laici
-, ai quali i cattolici sono molto sensibili. Ecco perché, in
queste elezioni, il discorso sul «voto cattolico» è
tornato di attualità, proprio quando molti cattolici sono
più incerti e confusi, di fronte a un quadro politico mutato.
Per aiutare a fare un po' di chiarezza, può essere utile
richiamare:
1) come è cambiata negli ultimi decenni la questione del
«voto cattolico»
2) le novità del quadro politico che oggi interpellano il
«voto cattolico»
3) i criteri da seguire affinché esso sia coerente e consapevole
1. Come è cambiata la questione
del «voto cattolico»
Quando si parla di «voto cattolico», il pensiero va
spontaneamente all'esperienza dell'unità partitica dei cattolici
nella DC. In quella prima fase i cattolici dovettero confrontarsi con
programmi e partiti, ognuno dei quali ostentava una determinata
identità ideologica. Perciò, furono praticamente
obbligati a organizzarsi essi stessi in un partito ideologico di chiara
identità cristiana per fronteggiare il «pericolo
comunista» e per ristabilire - insieme con gli appartenenti ad
altre identità politiche - la democrazia in Italia, dopo il
ventennio fascista. Gli storici oggi riconoscono unanimemente che il
«voto cattolico» fu determinante per la ricostruzione
materiale e morale del Paese. Quella prima esperienza rimane, dunque,
una prova convincente che è possibile, nella fedeltà di
ciascuno alla propria identità, elaborare e attuare insieme -
«cattolici» e «laici» - un progetto politico
coraggioso e fecondo.
Dopo alti e bassi, la svolta decisiva si ebbe nel 1992, quando la
caduta delle ideologie (simboleggiata dal crollo del Muro di Berlino
nel 1989) e l'uragano Mani pulite fecero implodere la DC, provocando la
diaspora politica dei cattolici. L'eredità democristiana si
disperse, con alterne vicende, in cinque rivoli differenti (i
cosiddetti «cespugli»), corrispondenti - più o meno
- alle correnti interne del vecchio partito: oltre ai Popolari (PPI) di
Mino Martinazzoli, eredi diretti del cattolicesimo democratico,
nacquero i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri, il Centro Cristiano
Democratico (CCD) di Pier Ferdinando Casini, il movimento dei Cristiani
Democratici Uniti (CDU) di Rocco Buttiglione, l'Unione Democratica per
l'Europa (UDEUR) di Clemente Mastella. Tuttavia, la massa maggiore del
«voto cattolico» approdò a lidi diversi,
distribuendosi fra tutti i partiti. Da allora in poi il pluralismo
politico divenne la condizione normale anche per i cattolici italiani.
L'introduzione del sistema maggioritario uninominale segnò il
passaggio alla terza fase del «voto cattolico». Infatti,
con il referendum del 1993, il Paese si avviò verso una forma di
bipolarismo che avrebbe reso stagnante la vita politica italiana per
tre Legislature. Non mancarono, certo, i tentativi di ricostituire il
vecchio Centro, ma fallirono uno dopo l'altro: così, nel 1994,
abortì il «Centro Popolare» di Mino Martinazzoli e,
nel 2001, fallì la «Democrazia Europea» di Sergio
D'Antoni, ex segretario generale della CISL.
Quando nel 2005, a fine Legislatura, il Governo Berlusconi varò
l'attuale infausta legge elettorale (il c.d. porcellum), la situazione
divenne insostenibile: il bipolarismo si trasformò in una
gabbia, nella quale il Governo Prodi finì prigioniero. A un
tratto però, in modo imprevisto, le cose sono cambiate con la
nascita del Partito Democratico (PD). L'immobilismo della politica
italiana è stato scosso, dopo che Walter Veltroni, leader del
nuovo soggetto politico, ha reso noto che si sarebbe presentato
«da solo» alle elezioni anticipate del 2008. Questa scelta
del PD ha avuto come effetto non previsto il superamento, per via
politica, di quel porcellum che sarebbe dovuto avvenire per via
legislativa. Nessuno poteva prevedere che la situazione sarebbe mutata
tanto profondamente. Infatti, dopo che Veltroni prese le distanze dalla
sinistra massimalista, Berlusconi, a sua volta, spinse i centristi
dell'UDC ad allontanarsi; ma, così facendo, trasformò il
PdL, nato dalla fusione tra FI e AN, in un partito di destra (aperto
addirittura a qualche nostalgico del fascismo). Di conseguenza il PD si
è venuto a trovare in mezzo (diciamo pure al
«centro») tra la destra di Berlusconi e la sinistra di
Bertinotti.
Sta qui la vera mutazione del quadro politico: le coalizioni precedenti
di centro-destra (CdL) e di centro-sinistra (Unione) non esistono
più; scomparendo, hanno spinto il PdL a destra e all'estremo
opposto la Sinistra Arcobaleno; nello stesso tempo, hanno fatto
riemergere uno spazio intermedio, che non esisteva più da 15
anni. In questo spazio si sono venuti a trovare sia il PD, di forte
tendenza riformista, sia un'altra formazione politica nuova, la Rosa
Bianca (RB), presieduta da Savino Pezzotta. A sua volta, l'UDC di Pier
Ferdinando Casini, erede del vecchio centro ed estromessa dal PdL,
è venuta ad affollare il medesimo spazio. Di fronte a un quadro
politico così mutato, era prevedibile che i partiti dell'area
centrale tornassero a esercitare un forte richiamo sul «voto
cattolico», il quale tendenzialmente ha sempre considerato tale
area come il suo luogo naturale.
2. Il «voto cattolico» nel
nuovo quadro politico
Ovviamente, alle prossime elezioni, i cattolici - nonostante
l'attrattiva che istintivamente provano per il Centro - potranno votare
anche per gli altri partiti. Il loro pluralismo politico è ormai
un dato acquisito non solo in via di fatto, ma anche in via di
principio, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II.
Ciò non esonera i cristiani dal dovere di valutare
responsabilmente i singoli programmi e di giudicarne la maggiore o
minore coerenza con i propri valori ideali e con la dottrina sociale
della Chiesa.
Poiché la maggioranza dei partiti che si presentano alle
prossime elezioni è già nota a tutti, non è il
caso di dedicarvi una ulteriore riflessione. Ci limiteremo
perciò a esaminare da vicino le due possibilità che si
aprono al centro del panorama politico, capaci di esercitare una
particolare attrattiva sul «voto cattolico»:
a) la «rifondazione» di una nuova DC
b) la scommessa di un nuovo popolarismo nel PD
a) La
«rifondazione» di una nuova DC. - La nascita della Rosa
Bianca aveva suscitato un meritato interesse (cfr SORGE B.,
«Politica italiana: vino nuovo in otri nuovi», in
Aggiornamenti Sociali, 3 [2008] 169 s). Infatti, sulla base della
conferenza stampa di Savino Pezzotta (9 febbraio 2008), era apparsa
come una vera novità nel panorama politico italiano, grazie al
suo programma aperto, al richiamo dei valori costituzionali e
dell'ispirazione cristiana, al rigore morale nella scelta dei
candidati. Soprattutto essa aveva il pregio di presentarsi come un
«movimento federativo civico popolare», cioè come
una forza politica laica, aconfessionale e «riformista»,
attenta a salvaguardare nello stesso tempo i valori dell'umanesimo
cristiano e dell'umanesimo laico. «Vogliamo - disse Pezzotta -
creare un nuovo spazio politico che aiuti tutti a uscire dal pensiero
unico del bipolarismo che si sta trasformando in un bi-leaderismo che
ci preoccupa». Quindi, la RB si proponeva di essere una
«cosa nuova», diversa dal PdL e dal PD: «Una forza
intermedia tra le forze maggiori, [...] utile a stemperare il
manicheismo che ha avvelenato la politica italiana». A differenza
della «fusione» tra Margherita e DS, da cui era nato il PD
con il rischio di sacrificare la propria identità, la RB invece,
attraverso la formula della «federazione», avrebbe tutelato
le diverse identità dei soggetti fondatori: gli amici del
Manifesto di Subiaco, Italia Popolare, Area Popolare Democratica e
altri movimenti o associazioni presenti nel territorio.
Purtroppo, la Rosa Bianca è appassita ancor prima di
sbocciare, confluendo nell'UDC, ultimo sopravvissuto dei
«cespugli» ex democristiani, dopo la scomparsa dell'UDEUR
di Mastella. A evitare questo passo falso non è bastato che le
trattative snervanti tra la RB e Casini mettessero chiaramente in luce
le differenze esistenti tra le due forze politiche: a) la RB voleva
essere una «cosa nuova» e puntava alla «buona
politica»; l'UDC invece è una «cosa vecchia»:
ha condiviso per 14 anni la politica neo-liberista di Berlusconi, ha
sostenuto il Cavaliere nel varo delle leggi ad personam, emanate per
tutelare i propri interessi e quelli degli amici; ha approvato la
devolution imposta con il ricatto dalla Lega Nord e poi bocciata dal
referendum popolare; ha difeso strenuamente il porcellum, impedendo al
presidente del Senato Franco Marini di formare un Governo istituzionale
che lo modificasse; b) la RB pensava a un Centro
«riformista» e cercava perciò uomini nuovi e puliti;
l'UDC invece pensa a rifondare un Centro «democristiano» e
ricicla vecchi uomini di potere e personaggi inaffidabili, incappati
nelle maglie della giustizia.
Perciò, la decisione di formare una lista unica con Casini
e di avviare con l'UDC un processo costituente ha deluso profondamente
quanti avevano salutato con speranza l'iniziativa di Pezzotta. Si
è perduta un'occasione preziosa di dare vita a una esperienza
nuova, gravida di futuro.
b) La scommessa di un nuovo popolarismo nel PD. - A questo punto,
l'unica vera novità del quadro politico rimane il PD. Veltroni -
nonostante le ombre che rimangono (cfr SORGE B., «Anno nuovo,
politica nuova?», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2008] 5
s.) -
è riuscito a trasmettere il senso del «nuovo» con
una serie di decisioni: ha proposto di «andare da solo»
alle elezioni, spiazzando tutti; ha rinnovato la lista dei candidati,
favorendo la presenza di giovani (egli stesso si è messo
simbolicamente in tre casi al secondo posto dopo di loro) e mandando a
casa quelli con tre Legislature alle spalle, compresi personaggi
eccellenti, ritenuti intoccabili; ha escluso quanti avessero pendenze
giudiziarie; ha difeso la natura plurale del nuovo soggetto politico,
aprendolo a «cattolici» e a «laici», a
imprenditori e a operai, a uomini di cultura e a rappresentanti delle
differenti categorie sociali. Il risultato è stato che, nelle
liste del PD: 190 candidati hanno meno di 40 anni; 134 parlamentari
eletti nel 2006 non sono stati ricandidati; le donne sono 379 (42% del
totale); circa metà dei candidati non proviene dalle file dei DS
e della Margherita (cfr la Repubblica, 6 marzo 2008, p. 10).
Così facendo, Veltroni ha guadagnato visibilità,
credibilità e consensi, tanto da accorciare significativamente
in poche settimane - stando ai sondaggi - il largo svantaggio con cui
era partito nei confronti di Berlusconi, che ha ricandidato l'80% dei
suoi parlamentari uscenti.
Non tutto, però, è filato liscio. Rimangono tuttora
difficili da comprendere e da digerire alcune scelte, che, pur essendo
spiegabili in linea di principio, appaiono un errore da un punto di
vista politico. Prima fra tutte l'inserimento di nove radicali nelle
liste del PD. È stata una mossa che ha provocato sconcerto
specialmente tra i cattolici, anche tra quelli che vedono con simpatia
l'iniziativa di Veltroni. La levata di scudi contro l'ingresso dei
radicali nel PD non è dovuta - come qualcuno ha detto - a paura
o a rifiuto del dialogo. Essa nasce soprattutto dalla preoccupazione
non solo per la perdita di credibilità, ma soprattutto per il
rischio di introdurre elementi di frammentazione e di
ingovernabilità. Infatti, il PD si era guadagnato la fiducia
degli elettori, proprio grazie alla «novità» di
«andare da solo» alle elezioni. Dove va a finire questa
«novità» se, dopo avere già stretto un
accordo con l'Italia dei Valori, ora si imbarcano anche i radicali, di
cui è nota la cocciutaggine nel portare avanti le loro battaglie
ideologiche? Non si rischia di far rientrare dalla finestra la
frammentazione politica che si voleva lasciare fuori dalla porta? Quale
sarà il prezzo elettorale? È eloquente che, dopo lo
scontro con Pannella, in «sciopero della sete» per
rivendicare ai radicali un posto migliore in lista, il PD ha avuto nei
sondaggi un calo di consensi dell'1% (cfr la Repubblica, 6 marzo 2008,
11).
Da un punto di vista politico, l'ingresso dei radicali appare
dunque un errore, sebbene formalmente non sia stata stipulata
un'alleanza con il partito radicale. Infatti, i nove candidati accolti
nelle liste del PD, opportunamente selezionati, hanno rinunciato al
loro simbolo, hanno sottoscritto il programma del PD, accettandone
implicitamente il Manifesto dei Valori e il Codice Etico. Tuttavia
rimane il dubbio sulla tenuta di questa adesione, dato che la cultura
individualistica e libertaria dei radicali non è conciliabile
con la cultura personalistica e solidale che sta alla origine del PD.
Certo, qualora la sfida di Veltroni dovesse riuscire e i radicali
finissero davvero con l'accettare la cultura del dialogo e della
mediazione, sarebbe un evento di grande importanza per la democrazia
nel nostro Paese. A noi, però, questa pare una ipotesi senza
fondamento, una utopia.
Rimane la spiegazione che, sul piano teorico, Veltroni ha voluto
dare della scelta compiuta. Essa - ha detto il 27 febbraio 2008 al
convegno dei cattolici nel PD - fa parte della scommessa del PD:
«Portare con sé, nella sua stessa identità, due
idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da
cortine di ferro, e quella di una politica non più
ideologica». E ha chiosato: «La politica è questo.
È lo spazio della convivenza con altri che hanno diversi valori
etici. Ed è tentativo di argomentare e convincere gli altri
della bontà di un'idea, di una proposta, di una scelta. È
ricerca comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti.
Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni
incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce a
registrazione dei rapporti di forza numerici». Questo discorso
è certamente vero per quanto riguarda la «politica»
in generale; è meno perspicuo, se riferito a un unico partito.
Bisognerebbe rifarsi alla lezione di don Sturzo, il quale auspicava la
nascita di un'area popolare democratica, in cui i diversi riformisti
potessero convergere, a condizione che condividessero non solo il
programma, ma soprattutto l'ethos a cui esso si ispira.
3. Criteri per un «voto
cattolico» coerente e consapevole
I rischi e le contraddizioni del nuovo quadro politico, però,
non devono indurre a cedere alla tentazione dell'assenteismo. Anzi, i
cattolici devono essere consapevoli che le prossime elezioni offrono
una occasione propizia per ripensare il loro ruolo. Il mutato contesto
li pone di fronte a un bivio: o ritentare l'esperienza già
superata di una «nuova» DC o accettare la sfida di un
popolarismo maturo. Come orientarsi? Anzitutto, occorre tenere presente
che nessun partito è legittimato a presentarsi come il
«partito dei cattolici». Chi lo fa, sa di barare. Infatti -
ribadisce il Compendio
della Dottrina Sociale della Chiesa - «il
cristiano non può trovare un partito pienamente rispondente alle
esigenze etiche che nascono dalla fede e dall'appartenenza alla Chiesa:
la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai
ideologica, ma sempre critica» (n. 573). Il discernimento da
compiere riguarda, dunque, la maggiore o minore convergenza del
programma, dei valori ispiratori e dei profili dei candidati con la
visione cristiana e con l'insegnamento sociale della Chiesa.
Ora, l'emergenza in cui versa l'Italia e la sua appartenenza all'Europa
obbligano di fatto i diversi partiti a elaborare programmi più o
meno simili, fino al punto che i contendenti si accusano di copiare
l'uno il programma dell'altro. In questa situazione, occorre fare
attenzione soprattutto alla filosofia politica a cui i partiti si
ispirano. Le apparenti somiglianze in realtà si rifanno spesso a
premesse antropologiche diverse, che conferiscono un diverso
significato al programma preso nel suo complesso. Nonostante tutti
dicano di rifarsi ai principi della Costituzione, tuttavia la lettura
che alcuni ne fanno in chiave individualistica e utilitaristica
è molto diversa da quella fatta in chiave solidale, con ricadute
operative divergenti. Il neo-liberismo è agli antipodi del
personalismo comunitario. Per meritare il «voto cattolico»,
non basta dunque la difesa dell'uno o dell'altro valore «non
negoziabile», magari intestandogli una lista; occorre che siano
garantiti tutti gli altri diritti e doveri che costituiscono la
sostanza della vita democratica. In questa ottica, è decisiva la
scelta dei candidati. Ma ora che il porcellum ha eliminato il voto di
preferenza, è importante guardare soprattutto
all'affidabilità politica e all'onestà morale dei leader,
che hanno dato la loro impronta alle liste.
La situazione, dunque, si presenta complessa e difficile. Certo
è un grave dovere morale partecipare al voto. Ma questo non
basta. Come suggerisce il documento finale della Conferenza Episcopale
Italiana con le conclusioni del Convegno ecclesiale di Verona (n. 26),
occorre che la comunità cristiana si impegni in una nuova
stagione formativa. Si avverte urgente il bisogno di assistere
spiritualmente e culturalmente i fedeli laici che oggi, nella
società pluralistica e secolarizzata, sono chiamati a
coinvolgersi in forme nuove e coraggiose di impegno politico e sociale.