Esce
in questi giorni l’ultimo
libro del grande storico da poco scomparso:
“Un cattolico a modo suo”
di Pietro Scoppola, con una premessa di Giuseppe Tognon (Morcelliana,
pag. 128, € 10)
Questo libro rappresenta il
testamento spirituale dello storico
cattolico popolare collaboratore di don Primo Mazzolari
IO, CATTOLICO A MODO MIO
La politica mi ha
appassionato, non strumentalmente come
mezzo per un fine diverso della politica stessa, ma come politica in
sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del
possibile e come sofferenza per l’impossibile, come chiamata ideale dei
cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un’uguaglianza
irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana.
Tutto questo ha avuto ed ha nell’esperienza cristiana le sue radici
profonde: il cristianesimo è stato il lievito della storia, ma
la politica ha una sua laicità che non può essere
travolta dalla visione totalizzante dei fini. Inutile dire che questo
modo di sentire la politica non ha rappresentato la premessa di una
carriera, ma solo di un’esperienza che considero feconda. Attraverso
queste ricerche e queste esperienze è maturata la mia
identità di cristiano e di cattolico. Vedo due aspetti di questa
identità che possono apparire in conflitto e che mi sembrano
invece, a un livello più profondo, complementari: il senso forte
della soggettività, dell’interiorità dell’esperienza
religiosa e peraltro verso il senso della comunità per cui non
si crede da soli, ma solo e sempre in una comunità credente e
orante.
Penso che non possa esistere e durare nel tempo una comunità
credente senza un minimo di struttura che comporta necessariamente
un’autorità; di conseguenza, mi sembra, la partecipazione alla
comunità credente, che è il modo più concreto e
vitale di credere, non può prescindere da un rapporto con
l’autorità della comunità credente. Ma attenzione: tutto
è e rimane finalizzato a quel modo di credere, a quella
partecipazione alla corrente viva di fede che la comunità
interpreta ed esprime. Non è concepibile alcuna forma di
sussistenza passiva: la libertà che caratterizza la scelta di
fede caratterizzerà in ogni momento anche l’appartenenza alla
comunità e il rapporto in essa con la comunità, rapporto
che esige sempre una posizione attiva, non di sussistenza passiva. Non
si riceve soltanto dall’autorità l’insegnamento, si partecipa
attivamente alla riflessione sulla Bibbia, all’interpretazione della
parola, alla lettura dei segni dei tempi.
Da quanto abbiamo detto emerge una esigenza che è conclusiva, ma
che è anche premessa di tutto: la fedeltà al Concilio. E
aggiungo: la difesa del Concilio. Io credo che dobbiamo farci carico,
tutti, non solo della fedeltà al Concilio, ma della sua difesa.
Perché nella Chiesa riemergono spontaneamente tendenze, idee,
modi di pensare che sono contro, che sono fuori, che sono prima del
Concilio.
Si dice, e lo si dice anche a livello di magistero, che il Concilio non
cancella, non ha cancellato il Concilio precedente, il magistero
precedente. Si dice: c’è il Concilio, c’è la Dignitatis
humanae ma c’è anche il Sillabo, e sono sullo stesso piano nel
magistero della Chiesa. No, non si può dire così. Certo
che c’è il Sillabo nella storia della Chiesa, ma c’è un
pensiero, c’è un magistero che ha interpretato, che ha superato
il Sillabo e che è arrivato alla Dignitatis humanae. C’è
tutto nella storia della Chiesa ma, appunto, c’è una storia,
c’è uno sviluppo.
Il Concilio non cancella il passato ma lo interpreta, e non si chiude
al futuro. Non è detto che il Concilio sia l’ultima parola
perché lo Spirito continua a parlare. Lo leggiamo nel Vangelo di
Giovanni nei discorsi dell’addio: “Molte cose ho ancora da dirvi ma per
il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando pero
verrà lo spirito di verità egli vi guiderà alla
verità tutta intera”. Dunque dobbiamo vivere in questa
disponibilità a una Chiesa che cresce e che matura: il Concilio
Vaticano II è stato un momento decisivo di questa maturazione. E
bisogna difenderlo con la fedeltà e non con la contestazione.
La contestazione, che abbiamo tutti conosciuto negli anni post-Concilio
non ha aiutato il consolidamento delle novità portate dal
Concilio. Dico adesso, ripensando a quegli anni, che la contestazione
non aiuta. Occorre vivere una “obbedienza in piedi” secondo la bella
immagine di Fonsegrive ripresa tante volte da don Mazzolari: obbedire
in piedi. Obbedire in piedi vuol dire obbedire con una partecipazione
diretta; Fonsegrive diceva “obbedire in piedi per servire meglio. Non
obbedire passivamente, in ginocchio, con senso di sudditanza. Non
sudditi, ma cittadini della Chiesa.
La laicità è una parola ambigua, a molti significati e
diverse espressioni. Due sono le linee di fondo: quella francese e
quella anglosassone. In Francia la laicità tende ad essere
un’ideologia di Stato. Nel mondo anglosassone è un principio di
incompetenza dello Stato che non esclude il riconoscimento del rilievo
sociale del fenomeno religioso.
In Italia si delinea oggi una tendenza verso la concezione anglosassone
che non esclude legami e momenti di dipendenza dalla concezione
francese. Comuni alle diverse concezioni sono le origini: l’esprit
laique di cui ha scritto Gorge Lagarde esprimeva alla fine del Medioevo
la volontà dello stato di rivendicare i suoi diritti dentro un
mondo cristiano; Gorge Weill nota che le polemiche tra il clero e lo
Stato dell’antico regime erano “beghe di famiglia” e l’italiano Luigi
Salvatorelli ha parlato per il Settecento di “laicità
religiosa”. L’idea di laicità insomma non nasce fuori, o contro,
ma dentro il mondo cristiano. Mentre è quasi ignota all’Islam.
La tradizione anglosassone trova una formalizzazione giuridica del
principio di laicità nel primo emendamento della Costituzione
americana del 1791 (quattro anni dopo l’approvazione della
costituzione): l’emendamento stabilisce l’incompetenza del congresso i
materia religiosa.
Nel corso dell’Ottocento vi è uno sviluppo semantico della
parola, che è sostanzialmente parallelo in Francia e in Italia,
che non a caso non trova riscontro nella lingua inglese. Laico
è, ancora all’inizio del secolo XIX chi nella Chiesa non
è sacerdote né monaco. La parola ha un significato
interno alla Chiesa. Poi progressivamente, le parole laicità e
laicismo perdono il loro significato originario, ma non senza una
perdurante ambiguità. (…)
La laicità dello Stato è discussa ma sostanzialmente
acquisita in ambito nazionale ed ora anche in ambito europeo. È
impossibile immaginare un futuro per le nostre società
senza un vigoroso apporto di energie morali ad una democrazia che
rischia di chiudersi nella pura logica della rappresentanza degli
interessi costituiti. E un vigoroso apporto di energie morali è
difficilmente pensabile senza il contributo delle grandi esperienze
religiose che possono svolgere un ruolo fecondo di lievito della vita
sociale e di animazione della democrazia.
Ma la religione per svolgere questo ruolo deve accettare in pieno la
dimensione della laicità, che è la condizione per una sua
rinnovata presenza nel mondo contemporaneo. A questo fine le religioni
tra loro devono collaborare e non combattersi: l’ecumenismo e il
dialogo interreligioso sono la condizione essenziale perché le
religioni possano svolgere questo ruolo civile.
La laicità non riguarda solo gli stati, le leggi e il modo di
essere delle istituzioni; la laicità è prima di tutto un
modo di vivere l’esperienza religiosa a livello personale e interiore:
se manca questa condizione interiore anche gli aspetti istituzionali
della laicità ne risulteranno indeboliti alla fina compromessi.
Essere laici è un aspetto essenziale di quel modo di credere di
cui abbiamo parlato; essere laici significa sentirsi partecipi di una
comune umanità prima ancora di aderire a un qualsiasi credo
religioso; se si crede per libera scelta e per libera scelta si
aderisce ad una corrente di fede, che è prima di noi e anche
senza di noi, essere laici significa coscienza di questa
alterità; essere laici implica un atteggiamento di fronte alle
cose e alle persone che ci circondano viste nella propria
identità e non rispetto ad un obiettivo a loro esterno; laico
è colui per il quale le cose ci sono nella propria
identità. L’essere laici nel senso che si è detto, come
stile e atteggiamento interiore, ha molti e significativi effetti.
Pietro
Scoppola
Da Repubblica del 4 - 3 -
2008
it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Scoppola