MA I
VESCOVI ITALIANI SONO DI DESTRA?
Rocco D’Ambrosio [1]
Negli ultimi tempi,
specie con l’avviarsi della nuova campagna
elettorale, sono diversi gli interrogativi che sorgono sulla prassi
della gerarchia cattolica in Italia (altrove una situazione molto
simile è quella spagnola). La domanda semplice e immediata – ma
i vescovi cattolici italiani sono di destra? – affonda le sue radici in
una discussione ben più ampia, su nodi problematici molto
attuali, quali il rapporto tra fede e politica, il ruolo della
gerarchia, la presidenza CEI e la rappresentanza dell’intero episcopato
italiano, il ruolo delle comunità locali e dell’associazionismo,
la laicità dello stato, la testimonianza evangelica nel mondo, i
privilegi e i sussidi concessi dallo Stato alla cattolicità
italiana e così via. Troppi per essere affrontati in un
sintetico articolo, per cui mi soffermerò solo sulla domanda
diretta e tenterò di dare una risposta in due punti, ovviamente
non esaustivi e aperti al confronto e al dibattito [2].
1. I vescovi italiani e la destra
politica. La domanda sugli interventi
politici dei vescovi italiani ci rimanda immediatamente al magistero
sociale cattolico; alla luce di esso ci dobbiamo chiedere: può
una Chiesa locale nazionale, o una rappresentanza ufficiale di essa,
fare una scelta per un partito e/o uno schieramento politico?
La risposta non può prescindere dalla famosa precisazione
conciliare: «La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua
competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità
politica e non è legata ad alcun sistema politico» [3].
L’affermazione conciliare pone fine a qualsiasi collateralismo fra
comunità cristiana e partiti politici – vedi il caso DC –
proprio perché presenta con chiarezza l’autonomia della sfera
temporale da quella religiosa, restituendo alla comunità
cristiana il suo proprio ruolo di profezia e coscienza critica, il suo
evangelico servizio nei confronti dei detentori del potere e
dell’intera comunità civile. Quindi nessun pastore, come nessun
fedele laico, singolarmente o in gruppo, può esprimere una
posizione netta a favore di una parte e ad esclusione o contro
un’altra, coinvolgendo, a diverso titolo, l’intera comunità
cattolica. Infatti scrive ancora il Concilio: «È di grande
importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia
una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la
Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i
fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come
cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi
compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori»
[4].
Anche l’invito magisteriale, rivolto ai laici cristiani, ad impegnarsi
in politica, non contiene in sé un’indicazione di schieramento
e/o di partito, ma solo riferimenti etici generali. «Una medesima
fede cristiana può condurre a impegni diversi»,
scriverà Paolo VI nel 1971 [5]. L’affermazione sintetica di papa
Montini si comprende più pienamente se si ritorna ad
approfondire l’insegnamento del Vaticano II e, in materia di impegno
politico, i suoi punti fondamentali espressi nella Gaudium et spes.
In generale il magistero si limita a ricordare, a chi si impegna
in politica, solo le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili
nell’azione politica, che sono il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia,
la tutela dei diritti dell’embrione umano, la tutela e promozione della
famiglia, l’impegno per la libertà di educazione, per la tutela
sociale dei minori, per la liberazione delle vittime dalle moderne
forme di schiavitù e per il diritto alla libertà
religiosa, lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della
persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del
principio di solidarietà umana e di quello di
sussidiarietà e per la promozione della pace. Questi principi
morali – continua il documento - non ammettono deroghe, eccezioni o
compromesso alcuno, consegue che l’impegno dei cattolici si fa
più evidente e carico di responsabilità [6].
Come si evince, anche da una rapida lettura, alcuni dei principi morali
enunciati sono stati fatti propri e tradotti in progetti politici e
legislativi da alcuni partiti e/o schieramenti, piuttosto che da altri.
Il problema si pone, allora, per i cattolici nel momento in cui
appartengono a quelle compagini politiche che si battono per qualcosa
che è contraria alla fede. In questo caso l’appello alla
coerenza si deve tradurre in obiezione di coscienza. Va ricordato
l’apostolo Pietro che risponde nel sinedrio: «bisogna obbedire a
Dio piuttosto che agli uomini» [7]. In altri termini si deve
obbedire e seguire la propria parte politica quando il comando non
contrasta la propria coscienza, cioè la volontà di Dio.
Nella misura in cui il partito e/o lo schieramento propongono o
obbligano ad un atteggiamento contrario a quanto si crede si è
sciolti da qualsiasi vincolo con essa e si ha il dovere di opporsi con
mezzo lecito. «Si può essere cristiani e salvare l'anima
militando in qualsiasi regime politico, a condizione, tuttavia, che
questo non offenda la legge naturale e la legge di Dio», scriveva
sinteticamente Maritain nel suo famoso Cristianesimo e democrazia [8].
Nella Nota dottrinale citata i principi fondamentali e irrinunciabili
sono tutti ugualmente importanti e da seguire in coscienza,
perché tutti derivanti da una visione della persona e della
società, radicata nella rivelazione biblica e confermata dal
magistero ecclesiale. In altri termini, non perché un cattolico
(di centrodestra) si impegna per la vita, la famiglia e contro
l’aborto, può esimersi dall’impegno per i poveri, la giustizia e
la pace. Lo stesso dicasi per un cattolico (di centrosinistra)
impegnato su questi ultime emergenze, che non può
deresponsabilizzarsi riguardo alla promozione della vita e problemi
affini. I pastori, dal loro canto, in materia politica, sono tenuti ad
avere come interlocutori sia i cattolici impegnati nel centrosinistra,
sia quelli impegnati nel centrodestra, perché entrambi
appartengono, ad uguale titolo della comunità cristiana e ad
entrambi va ricordato di seguire fedelmente tutte, nessuna esclusa, le
indicazioni etiche di cui sopra, a prescindere dalla loro collocazione
partitica.
Un cattolico di uno schieramento non è da meno dell’altro per la
sua collocazione politica. La stima, l’appoggio e il voto non possono
solamente basarsi su un discorso di preferenza personale o di richiamo
generico ad alcuni contenuti di fede, spesso escludendone altri
ugualmente importanti. Il Vaticano II, in materia, così si
esprime: i cristiani «mentre svolgono le attività
terrestri conservino una giusta gerarchia di valori, rimanendo fedeli a
Cristo e al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita,
individuale e sociale, sia compenetrata dello spirito delle
beatitudini, specialmente dello spirito di povertà. Chi segue
fedelmente Cristo cerca anzitutto il regno di Dio e vi trova un
più valido e puro amore per aiutare i suoi fratelli e per
realizzare, con l'ispirazione della carità, le opere della
giustizia» [9].
In quest’ottica il ruolo dei pastori è quello di educare,
confortare, sostenere i politici cattolici e aiutarli a compiere scelte
coerenti con la fede. Non rientra nel loro ruolo il costituirsi in
gruppo di pressione, né promuovere o favorire un partito di
ispirazione cristiana o alcuni singoli politici a scapito di altri.
Scrive ancora il Concilio: «Gli apostoli e i loro successori con
i propri collaboratori, essendo inviati ad annunziare agli uomini il
Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro apostolato si
appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza
del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che
si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i
mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi
propri della città terrestre» [10].
Se il magistero non offre nessuna giustificazione per l’adozione di
strategie proprie della città terrestre, in particolare della
preferenza verso un partito o schieramento politico – atteggiamento
assolutamente non coerente con la dottrina e la prassi cattoliche - la
risposta alla nostra domanda iniziale va cercata in motivazioni che
esulano dal piano dottrinale.
2. I vescovi italiani nel dopo DC.
La fine della DC ha portato alcuni
pastori ad essere più direttamene presenti nell’agone politico,
a volte in maniera corretta e rispettosa della laicità dello
stato e dell’autonomia dei credenti impegnati in politica, altre volte
in maniera invadente e poco rispettosa di tutti i ruoli istituzionali e
personali coinvolti. Mi riferisco a quelle forme di intervento diretto
di pastori nella prassi politica ed istituzionale, che prima, in
genere, erano assolte dai politici della DC, i quali, nonostante i loro
limiti, svolgevano un ruolo di mediazione tra sfera
politico-istituzionale e sfera ecclesiale. E’ impossibile valutare i
singoli casi, in quanto alcuni rappresentano degli interventi
legittimi, altri no. Più che su valutazioni contingenti –
proprie della coscienza delle persone e delle comunità coinvolte
– è necessario ritornare sul problema generale, per individuare
la prassi e le strategie più fedeli all’essere Chiesa e, allo
stesso tempo, più rispettose dell’autonomia della politica e dei
suoi legittimi rappresentanti, come anche dei laici credenti coinvolti.
A questo proposito si deve evidenziare come spesso mancano gli spazi
ecclesiali dove avviare un dialogo sincero e un confronto fraterno si
questi temi.
La politica è un campo minato, basta ben poco per incorrere in
pericoli. Privilegi, finanziamenti, campagne ed accordi elettorali,
deleghe ai partiti e via discorrendo sono, a volte, terreno per un
proficuo e onesto incontro tra comunità cattolica e politici,
ma, altre volte, zone rischiose, con diverse mine vaganti. Le mine
hanno differenti nomi: chiedere per favore ciò che spetta per
diritto, delega in bianco, clientelismo e favoritismi,
illegalità, scambi di voti con privilegi, minima profezia per un
maggior potere, ragion di Stato a patto con ragion di Chiesa, stile di
imposizione delle proprie visioni etiche invece che di proposta umile e
rispettosa e così via. Orbene nel momento in cui alcuni pastori
adottano una prassi di presenza diretta nell’agone politico, molte
delle mine citate scoppiano inesorabilmente e compromettono
l’autenticità della testimonianza evangelica dei pastori e, di
riflesso, delle intere comunità da essi rappresentate.
Consegue che sarebbero tanti i motivi a consigliare vivamente
l’abbandono di questa prassi. Accanto alle motivazioni teologiche e
costituzionali, non vanno trascurate quelle pastorali: molti cattolici,
sia laici che pastori, sono scandalizzati o infastiditi dal vedere
alcuni esponenti della gerarchia troppo compromessi con alcuni settori
politici. E lo stato di sofferenza procura disagi interiori e
comunitari molto forti; attira critiche giustificate, e non, da parte
del mondo laico; innesta ondate di clericalismo, a cui seguono
immancabilmente ondate di anticlericalismo. Tutti elementi che poco ci
aiutano ad annunciare il Vangelo fedelmente, con dolcezza e rispetto
[11] verso tutti.
Vengono in mente le parole del diciassettenne Primo Mazzolari, che, con
schiettezza e lungimiranza, riferendosi ai compagni di seminario troppo
attivi nelle elezioni, di fatto diventati galoppini elettorali,
scriveva: «Un voto ci farà perdere un'anima» [12]. E
quando, anni dopo, le autorità fasciste si recarono da don
Primo, suggerendogli di esortare il popolo alla partecipazione
elettorale – del 1929 - con l'omelia domenicale o per mezzo di una
missione in canonica, Mazzolari ebbe a rispondere lapidariamente:
«il mio ministero è e vuole rimanere fuori e sopra la
politica» [13].
______
NOTE
[1] Docente di etica
politica presso la Facoltà Teologica
Pugliese e la Pontificia Università Gregoriana di Roma; articolo
pubblicato nel Forum di www.cercasiunfine.it – www.rocda.it – rocda@libero.it – febbraio
2008
[2] Per una trattazione
più approfondita rimando a due
miei testi: Il grembiule e lo scettro. Appunti su Chiesa e politica, la
meridiana, Molfetta 2005 e Laicità, autonomia e religione civile
in «Democrazia e Diritto» [ed. Franco Angeli], 2006, 2, pp.
29-44
[3] CONC. ECUM. VATICANO
II, Gaudium
et Spes, Roma 1965, n. 76
[4] CONC. ECUM. VATICANO
II, Gaudium
et Spes, Roma 1965, n. 76
[5] PAOLO VI, Octogesima
adveniens, Roma 1971, n. 52
[6] Cfr. CONGR. DOTTR.
FEDE, Nota
dottrinale circa alcune
questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella
vita politica, Città del Vaticano 2002, n. 4
[7] Atti degli Apostoli 5,
29
[8] J. MARITAIN,
Christianisme et démocratie, Maison
Francaise, New York 1943; trad. it. Cristianesimo e democrazia, Vita e
Pensiero, Milano 1977, p. 30
[9] Cfr. CONC. ECUM.
VATICANO II, Gaudium et Spes, Roma 1965, n.
72
[10] Cfr. CONC. ECUM.
VATICANO II, Gaudium et Spes, Roma 1965, n.
76
[11] Cfr. 1 Pietro 3, 15
[12] P. MAZZOLARI, Diario
1905-1926, EDB, Bologna 1974, pp.
210-211
[13] Brano riportato in C.
BELLO’, Primo Mazzolari. Biografia e
documenti, Queriniana, Brescia 1978, p. 69
Cercasi
un fine, periodico di cultura e politica. www.cercasiunfine.it
redazione: Franco FERRARA, Carla
ANGELILLO, Pasquale BONASORA, Emanuele
CARRIERI, Carole CEOARA, Vito DINOIA, Domingo ELEFANTE, Franco GRECO,
Pino GRECO, Pina LIUNI, Massimo DICIOLLA, Antonella MIRIZZI, Paola
NOCENT, Fabrizio QUARTO
marzo 2008