Le due Chiese




Il Concilio Vaticano II, così come lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa a partire da Leone XIII alla fine dell’Ottocento, rappresentano per la Chiesa cattolica un fatto di enorme portata che tuttavia non è stata ancora adeguatamente recepito come tale. Il primo presidente dell’Associazione teologica italiana, di cui sono presidente attualmente, monsignor Luigi Sartori, un teologo straordinario, giungeva a dire che nella storia del Cristianesimo il Concilio Vaticano II è stato l’evento ecclesiale più importante dopo il primo cosiddetto concilio di Gerusalemme che all’inizio della storia del Cristianesimo ha sancito l’apertura della fede cristiana al di là dei confini di Israele. (...)

Lo dico in modo un po’ sbarazzino e garibaldino, ma il Vaticano II ripropone l’intera questione della figura della Chiesa e della sua inserzione nel mondo attraverso il tentato recupero della dinamicità originaria dell’evento ecclesiale secondo la forma impressagli da Gesù di Nazareth e testimoniata dal Nuovo Testamento. Cioè propone delle condizioni a partire dalle quali è possibile sviluppare un progetto, una figura di Chiesa e di sua azione nella Storia, un modello che ancora in gran parte è inedito e inesplorato. Questo enorme sforzo, diciamo dal punto istituzionale, che è stato per la Chiesa cattolica il Concilio Vaticano II, va letto in parallelo con un’analisi dei movimenti di base che caratterizzano il tessuto ecclesiale.

La storia della Chiesa, in senso lato, non può mai essere giudicata e interpretata soltanto sulla base delle proposizioni delle istituzioni ecclesiastiche e delle dinamiche socio politiche culturali immesse nel tessuto della storia dalle istituzioni ecclesiastiche. Giovanni Paolo II ha fatto un’affermazione che, dal punto di vista teologico, fa ancora fatica a essere recepita, ma che ha i suoi presupposti nella visione del Vaticano II: nella Chiesa, che ha quella struttura dinamica impressagli da Gesù di Nazareth, istituzioni e princìpio di innovazione sono coessenziali. Questo lo disse in un famoso discorso del ’98, e proprio la scorsa settimana, mi trovavo in un convegno dove ho cercato di approfondire il significato di questa affermazione di Giovanni Paolo II.

In altre parole, se noi prendiamo storicamente il fenomeno della Chiesa lungo i secoli, non possiamo intendere cos’è la Chiesa parlando solamente di Leone Magno, senza parlare di Benedetto da Norcia, di Gregorio VII, senza parlare di Francesco d’Assisi, o Domenico di Guzman, cioè c’è continuamente all’interno del tessuto ecclesiale una dinamica di apertura e di futuro. E questo penso vada anche rilevato in concomitanza con il Concilio Vaticano II. Dobbiamo fare tuttavia attenzione: quando parliamo di Chiesa e vediamo il suo comportamento nel contesto della società post-secolare, non possiamo guardare solamente alla istituzione, alle prese di posizioni ufficiali, dobbiamo anche guardare a cosa matura e lievita nella base. Oggi saranno, che so io, le forme vitali di volontariato, le comunità di base, l’associazionismo, forme di economia civile: c’è un tessuto vitale variopinto alcune volte anche conflittuale nella progettualità di cui occorre assolutamente tener conto per capire dove va a parare il cammino della figura ecclesiale delle fede. (...)

In questi giorni è uscito un volume di Fagioli (*), una lettura molto interessante - Fagioli è un giovane storico della scuola di Alberigo a Bologna - sulla storia del movimentismo cattolico dalla fine dell’Ottocento fino a oggi per rendersi conto dove e come si sta sviluppando la figura ecclesiale. Tenendo conto di tutto questo mi sembra si possa dire che oggi ci troviamo di fronte, dal punto di vista della Chiesa, a una duplice possibilità, a un duplice orientamento: il primo orientamento, che in qualche modo mi sembra sia maggioritario e a mio avviso vincente se non altro dal punto di vista della coerenza al fatto evangelico, è quello di una rinnovata spinta ed energia a dare concretezza e incisività di azione dei cristiani nella società civile, nella logica del sale e del lievito. E quindi una logica certamente dal punto vista civile e anche politico rischiosa ma che presuppone in maniera forte l’acquisizione convinta e consapevole del quadro teologico di riferimento a proposito della presenza dell’agire della Chiesa nel mondo che il Vaticano II ha delineato. (...)

Il secondo orientamento, la seconda prospettiva, invece può essere declinata e articolata con certi orientamenti di una riapparizione del fenomeno religioso sullo scenario pubblico, il lavorare più o meno consapevolmente alla riconquista di una posizione egemonica del Cattolicesimo. Una posizione cattolica di stampo gramsciano, se mi è permessa questa battuta: l’egemonia del Cristianesimo recuperata secondo modalità che poi a livello di opzioni culturali, sociali e politiche possono essere declinate in modo molto diverso. (...)

Come ho detto prima, ho l’impressione che la svolta programmatica propiziata dal Vaticano II non sia stata ancora sufficientemente recepita. I moduli dell’interpretazione sociale da parte dell’istituzione ecclesiale, ma diciamo anche dell’autocoscienza cristiana nella sua maggioranza, risultano spesso inavvertitamente debitori del precedente quadro di riferimento. In fondo il retropensiero che sta dietro a tutto ciò è questo: ci troviamo a gestire una situazione d’emergenza destinata presto a finire. Invece no, la situazione è un’altra. Il cambio è radicale e occorre accettare il rischio, in maniera argomentata e prudente se volete, a partire dalla propria identità giocata in un dialogo aperto, sincero, trasparente (...).

Piero Coda


Il testo è tratto dalla relazione tenuta il 24 maggio da Monsignor Piero Coda al seminario «Religione e democrazia», organizzato dalla Fondazione Italiani Europei a Marina di Camerota


“l'Unità”, 30 maggio 2008


(*) : www.paoloizzo.net/fagioli4.htm