Amo Gesù
più di Dio
perché mi ha insegnato a essere un uomo libero
Ho sempre sentito la
figura di Cristo come un amico, un punto di
riferimento, ma, più ancora, come qualcuno che per tutta la vita
mi è stato col fiato sul collo. Non si tratta della sua immagine
codificata dalla religione, né del suo significato di uomo
divino, di Figlio del Padre, quanto piuttosto di un'attrazione
istintiva, quasi inconsapevole, per la sua figura umana, che ho sentito
profonda fin da bambino. A quei tempi, quando venivo portato alla messa
della domenica, l'icona del Cristo faceva parte della
religiosità dei nonni, della suggestione delle liturgie.
Ma non
appena ho avuto l'età in cui certe domande si affacciano non
solo spontanee ma assolutamente inevitabili, ecco che la mia attenzione
si è fermata sulla figura di Gesù come uomo. Uno come
noi, uno che ancora oggi potremmo incontrare per strada, se solo
fossimo più attenti a guardare il prossimo. Quando affrontai in
solitudine i Vangeli, che prima ascoltavo nelle letture del parroco, mi
resi conto di come quelle parole assumessero una verità non
rimandabile, diretta proprio a me, perdendo il riverbero che,
nell'ambito della solennità religiosa, accendeva quegli aspetti
che potremmo definire quasi magici della religione. Ricordo che, quando
andavo a messa, il miracolo del vino, per fare un esempio, mi pareva
quasi un trucco da maestro prestigiatore.
Quando invece - raggiunta l'età in cui ci si pongono domande che
richiedono con prepotenza la serietà di una risposta - è
emerso il Cristo uomo, quello che soffre come noi, che come noi patisce
l'ingiustizia, leggendo i Vangeli li ho scoperti nuovi e diversi.
È nata lì la mia grande curiosità nei confronti di
Gesù di Nazareth. Tuttavia questa curiosità mi poneva di
fronte a un confronto difficilmente sostenibile; sentivo, appunto, il
fiato sul collo di una presenza che, pur lontana duemila anni, era
continuamente parlante, continuamente significante. Ma cos'è, in
fondo, la presenza del Cristo? È il continuo rinvio che ti
costringe a farti riconoscere nei volti del tuo prossimo.
È chiaro che quando sei di fronte a modelli di questo tipo, o
hai la folgorazione che ti porta alla dedizione totale - e il
sacerdozio ne è la forma più alta - o ti dedichi a forme
di volontariato, con quell'abnegazione di cui Madre Teresa di Calcutta
è stata interprete sublime. Oppure sei costretto a fare i conti
con tutte quelle incertezze, quei timori, quel non avere fede e
desiderio di fede, che è retaggio di noi uomini. Ecco, io non
sono mai stato un uomo di fede, nel senso che in fondo non ho mai
potuto raggiungere una condizione nella quale potere dire da adesso ci
credo e nulla più verrà a incrinare questa mia
convinzione. No, non è stato così, e non è ancora
così.
Vado in cerca della fede, giorno dopo giorno; così come vado in
cerca dell'amore, della libertà, che non sono mai dati una volta
per tutte ma che sono una conquista da vivere intensamente nel momento
in cui ti si offre l'occasione, sapendo che sarai destinato a ripetere
i tuoi passi nel buio, a procedere a tentoni, fino a un nuovo bagliore,
fino a un nuovo attimo di compiuta felicità. Mai, tuttavia, il
mio amore per Cristo è passato attraverso la prova dei dogmi.
Uno tra i dogmi più tormentati è quello della
verginità della Madonna: ovvero di come la Madonna abbia
concepito per volere divino. Ma che senso ha preoccuparci di questo?
Che senso ha, quando Colui che questa giovane donna ha messo al mondo
ha abbracciato una strada che comportava la rinuncia a tutti i dogmi
della religione di cui era «maestro»? Gesù era
rabbino, eppure ha buttato all'aria tutti i dogmi per dire non vale la
legge dell'occhio per occhio, del dente per dente. Vale la legge del
perdono. Per questo lo hanno messo in croce. Il primo a ribellarsi a
forme dogmatiche è stato proprio il Cristo.
Perché, allora, dovrei pormi l'assillo di dovere credere alla
verginità della Madonna? Credo invece alla purezza di cuore
della Madonna, al suo intimo sentimento. La condizione di limpida
solitudine con cui ha atteso questo figlio, il Salvatore del mondo, era
tale da rendere Lei stessa divina.
Cristo non impone la fede né rigidi precetti, ma di amare tutti
come fratelli. L'amore non impone regole né dogmi. C'è
nel film L'Albero degli zoccoli una povera contadina vedova con molti
figli; il prete le offre la possibilità di metterne qualcuno in
orfanotrofio. Lei pensava che fosse venuto per rimproverarla di non
presentarsi a messa, la domenica. Non ho tempo, perché lavo i
panni per tutti, per fare mangiare i miei figli. E cosa le risponde
quel saggio prete? Cura i tuoi bambini, che è un dovere che
viene prima della messa.
Proviamo a immaginare «il buon samaritano» che trova lungo
la strada l'uomo ferito e maltrattato e invece di soccorrerlo gli dice:
«Adesso vado a messa, poi torno a darti una mano». Eh no!
Per prima cosa vengono i doveri verso chi ha bisogno. L'amore per il
prossimo. L'amore che Cristo ci ha insegnato verso i fratelli.
Amo di più Gesù che Dio. Amo di più gli uomini che
Dio, perché sono convinto che, se ci vede da qualche parte
dell'Universo, Lui vuole questo. Anzi, se devo dire fino in fondo quel
che sento, non sono capace di amare Dio come amo i miei amici. E se,
nel momento estremo mi si presenterà Dio Padre, dalla grande
barba bianca, e mi guarderà: «Rendimi conto della tua
vita», io farò il nome dei miei amici. E tra questi amici,
anche Gesù: il Signore Gesù Cristo, nato in quel certo
luogo, in quel certo giorno tanti anni fa.
Cristo è libertà, oltre codici e dogmi. Perché
Gesù scaccia i mercanti dal tempio? Perché, come dicono i
Vangeli, il tempio di Dio era diventato luogo di mercanti e di
cambiavalute: una sorta di borsa valori. E non è forse avvenuta
la stessa cosa in molte istituzioni religiose? Solo pochi anni fa, si
vendevano ancora indulgenze e messe, che avevano una tariffa a seconda
del lusso della celebrazione: con musica e senza musica. E se fosse
capitato lì Gesù Cristo? Sappiamo che Egli non è
venuto per farci conoscere il Verbo di Dio, inteso solo come
pronunciamento di parole, ma per vivere la vita degli uomini come Verbo
di Dio. E anche se non lo ha detto, molto ha imparato dalle
virtù degli umili. Poiché la sua disposizione ad amare il
prossimo gli ha consentito di ricevere un ritorno di amore che è
il primo frutto del Suo insegnamento.
Non è stato solo un Maestro, è stato anche discepolo
dell'umanità. Gesù come Tolstoj, come Gandhi: sono figure
che ti segnano per sempre. Che appena le frequenti anche per poche
pagine, per poche ore, ti cambiano la vita. Sono modelli. O meglio,
sono proposte, perché il modello è fermo, mentre la
proposta è in continuo divenire. E non ti lascia più
vivere come prima. Dopo Cristo il mondo è cambiato. E non
perché molti di noi sono diventati più buoni. Gli uomini
sono sempre gli stessi. Ma abbiamo capito di più. Che lo si
riconosca o no. Diventare migliore, poi, sta nella libertà di
ciascuno. Ma quando abbiamo capito di più, la nostra
responsabilità è più grande.
Il progetto cristiano, in sostanza, si fonda sulla donazione d'amore
più che sulla richiesta di bene (o di beni). Mentre quasi tutte
le altre ideologie predicano in gran parte il contrario: il diritto di
avere dei diritti. Persino quello di uccidere il tuo nemico. No! Il
suggerimento cristiano - non uso la parola religione, ma suggerimento,
in quanto la religione comporta determinati obblighi, come iscriversi a
un certo partito di Dio - sta nel disporsi alla condizione del donare.
E quindi anche del per-donare. Purtroppo però, nella storia, il
Cristianesimo si è creato dei diritti: sopra ogni altro, il
diritto di giudicare gli altri secondo una divisione che riguarda un
apparato di regole generali alle quali tutti devono uniformarsi. Per
questo il Cristianesimo è stato tradito, nella sua essenza. In
fondo, i principi che ci ha lasciato Gesù sono pochi, ma
chiarissimi: ama il prossimo tuo come te stesso... bastano poche cose.
Bene, queste poche cose sono state disattese.
C'è poi un'altra domanda: i dieci comandamenti sono stati
scolpiti nella pietra, ma perché Cristo non volle scrivere?
Mentre Mosè fonda una religione attraverso la dettatura dei
comandamenti, che poi vengono impressi per sempre nella pietra, Cristo
vuole che la parola conservi la sua dinamicità, la
possibilità di essere continuamente riscritta dagli uomini. La
possibilità, ogni volta che la si pronuncia, di trovare un
significato nuovo. Ancora, dunque, Cristo è per me
libertà.
Insomma, lo ripeto, ho sempre sentito il fiato di quel signore sul
collo, e non riesco a liberarmene, perché proverei un senso di
solitudine. Ma, paradossalmente, proprio in questo sta il mio senso
della libertà. Ogni qual volta un uomo si comporta secondo le
modalità di relazioni umane che somigliano a quelle
dell'uomo-Cristo è in un certo senso egli stesso Cristo,
così come ogni volta che aderiamo a una proposta di vita che
è quella di Cristo, siamo un po' Cristo anche noi. Non
c'è bisogno di andare in croce. Basta imparare a rinascere, a
recuperare l'innocenza che ci consente di cogliere i segni di vita in
tutte le creature. A vedere la realtà che c'è in tutte le
cose, a sentirla, a provarne profondamente il sentimento.
Ermanno Olmi
Corriere
della Sera, 20 giugno
2008
Scheda a http://www.cineblog.it/tag/Ermanno+Olmi