Occorre distinguere tra deriva delle mode e attenzione ai valori


I vangeli non parlano a lungo della non credenza, perché non era a quel tempo di moda. Oggi ci si definisce volentieri come atei o agnostici, o persone indifferenti al problema di Dio. Non bisogna illudersi che, anche nelle diocesi più tradizionali, siano numericamente pochi coloro che appartengono a queste categorie, come pure quelli che vivono di fatto lontani da ogni attività pastorale. Costoro ricevono informazioni sulla Chiesa sempre filtrate dai giornali o dallatelevisione, dove è trendy, cioè di moda, parlare con freddezza o supponenza di cose religiose.

L'arcivescovo Montini, che occupò la cattedra di sant'Ambrogio per oltre otto anni e divenne poi papa Paolo VI, si poneva costantemente la domanda: Che cosa penserà o capirà di ciò che dico l'uomo moderno? Badava molto all'impressione che il suo discorso e la sua azione potevano fare sui non credenti e i non praticanti. Il vescovo dovrà ricordarsi di essere mandato a una Chiesa locale, cioè una Chiesa esistente in un luogo, nel quale oggi non tutti si possono considerare cristiani autentici. Questo determinerà anzitutto il suo linguaggio, perché esso dovrà essere capito il più possibile anche da coloro che non credono o non praticano. Il vescovo imparerà a distinguere tra le persone svogliate o trascinate alla deriva dalle mode e gli interlocutori pensosi e attenti ai valori. Egli può fare molto per questi ultimi. È importante che rifletta molto su questa sua responsabilità e pensi agli strumenti di cui può servirsi per venire incontro a queste persone.

Personalmente a Milano avevo istituito la Cattedra dei non credenti, con cui intendevo che avrei voluto mettere in cattedra anche i non credenti e imparare ad ascoltarli, sia pure con un ascolto critico. Una delle cose a cui stavo più attento era che non si facesse soltanto una lezione accademica, ma che il relatore sapesse ascoltare dentro di sé le parole che un rabbino disse a un tale che lo assediava con argomenti contro l'esistenza di Dio: Ma forse è vero.

È chiaro che la Cattedra dei non credenti suppone un ascoltatore attento e qualificato, che eserciti un sano giudizio critico. Giudicherà il vescovo se si sente di proporre un tale esercizio un po' «inquietante». Anche per questo chiedevo che le suore, come le persone cosiddette «della parrocchia», non venissero. A poco a poco ho un po' cambiato la formula in quella che consiste nel mettere la non-fede e la fede a contatto con i grandi problemi del mondo. Di solito mi riservavo la conferenza conclusiva, che consisteva nell'esprimere a voce alta i pensieri e i sentimenti che mi avevano suscitato le conferenze precedenti. Ripensandoci, mi pare che questi incontri mi abbiano aiutato molto ad allargare la mente e a saper ascoltare senza pregiudizi gli argomenti di ciascuno.(...)

Tra le accuse più frequentemente mosse alla Chiesa c'è quella di essere ricca o comunque bramosa di denaro. La gente si accorge subito se un prete è attaccato ai soldi. Purtroppo in Italia la Chiesa possiede molte opere d'arte, chiese e palazzi importanti, anche se ogni giorno fa fatica a trovare il denaro necessario per pagare i suoi collaboratori laici, per esempio i sacristi. Vendendo alcune di queste opere si potrebbe ricavare tanto denaro. Ma noi siamo considerati come conservatori e responsabili di tutto questo tesoro: dunque non ci è lecito rinunciarvi.

Certo non si può dire che nella nostra Chiesa, lungo la storia, ci siamo sempre attenuti con fedeltà al messaggio di Cristo. Il Signore ispirerà a ciascuno come regolarsi. Ma il problema rimane ed è molto grande. Forse sarà necessario attendere una invasione di persone venute da altre civiltà, che distruggano e in qualche modo facciano tabula rasa di tutto il nostro modo di vita. Sappia però ogni vescovo che se non mette in pratica le parole forti di Gesù sulla povertà, non solo riguardo agli edifici ma anche negli stessi metodi di evangelizzazione, non potrà contare sull'aiuto di Dio.

Carlo Maria Martini



Vengono prima i poveri, carcerati, malati, stranieri

Vado a salutare il cardinale Martini. Tra pochi giorni farò l'ingresso come nuovo vescovo della diocesi di Novara. È stato il vescovo della mia maturità di prete. Parliamo lungamente con lo sguardo sul momento presente della Chiesa e del mondo. La sua voce impercettibile interviene pochissimo con parole acuminate e incoraggianti. A un certo punto mi chiede: che programma hai per Novara? Fa portare dal segretario un libretto, fresco di stampa: Il vescovo. Mi dice: l'ho voluto scrivere di mia mano con fatica. È un piccolo libro pensato nella scia della grande tradizione del «Liber pastoralis», da Gregorio Magno a Carlo Borromeo. Non frequenta le grandi vette della teologia. Vi rimanda consapevolmente. Doveva essere — dice la nota introduttiva dell'editore — la primizia della collana «La cura delle parole». Ne è come il numero zero, affidato a un vero maestro di cura delle parole. E così è scritto.

Vuole parlare del vescovo per tirarlo giù dalla nicchia e vederlo a contatto con la gente... con un'immagine meno vaporosa e ieratica, più viva e senza false pretese. Martini, maestro della Parola, è capace di tessere sulla trama del linguaggio umano una riflessione sapienziale, venata di ironia e disincanto, di punte graffianti e sapide notazioni. Lo consegna a tutticoloro che si domandano il senso dell'autorità nella Chiesa e della sua presenza nella società civile. Le parole hanno bisogno di cura, altrimenti si consumano. Anzi, corrompono il nostro rapporto con il reale, perché sono la porta sul mistero dell'essere. L'etimologia del termine «vescovo» (da episkopein: sorvegliante, guardiano, guida, pastore) tende a schiacciarne la figura sul temadell'autorità.

Questa, nella comunicazione pubblica gode oggi di cattiva fama. Martini la sottrae alla sua concentrazione sul potere di governo per mettere in rapporto il vescovo con la Parola e la suaazione santificatrice. Quando era a Milano, diceva sovente di sentire l'onere di essere un simbolo anche per la città. La figura pastorale del vescovo è letta sullo sfondo dei grandi testi della tradizione biblica, che ne sottolineano la dedizione, l'amorevolezza e il mandato che viene da Cristo. Ne emerge un'immagine persuasiva che fa del vescovo un servitore della Parola di Dio. Martini stesso ne è stato come l'icona: Egli deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente.

Sorprenderà non poco, anche coloro che non frequentano la lingua della Chiesa, il suo insistente richiamo al legame del vescovo con la Chiesa celeste: egli deve essere uomo di preghiera, soprattutto di preghiera di intercessione. Per concludere in modo icastico: Se si vuole un vescovo profeta, bisogna dargli molto tempo per pregare. L'immagine a tutto tondo profilata da Martini nel capitolo cruciale del piccolo libro rilegge radicalmente il tema dell'autorità. Il suo è un potere illuminante e liberante che partecipa ai gesti di liberazione dal male di Gesù e trasmette la forza del lievito evangelico. L'autorità nella Chiesa ha laforma testimoniale, perché mette in contatto vitale la coscienza con la Parola. Come ebbe a dire in un testo folgorante, il terreno non sta senza il seme: Terreno e seme sono stati creati l'uno per l'altro. Non ha senso pensare al seme senza una sua relazione con il terreno. E quest'ultimo senza il seme è deserto inabitabile. Fuori della metafora: l'uomo così come noi lo conosciamo, se taglia ogni sua relazione con la Parola, diviene steppa arida, torre di Babele.

La punta di diamante della figura del vescovo secondo Martini si dispiega poi nel terzo capitolo in modo godibile da parte di tutti. Sono passati in rassegna tutti i contatti del vescovo: con i non credenti, i poveri, i malati, i carcerati, gli stranieri. Poi l'ampia rosa delle relazioni ecclesiali: ifedeli, i collaboratori, i preti e diaconi, i teologi, il seminario, i religiosi, il mondo missionario. Perterminare con le istituzioni, gli ebrei e il mondo dei media. È il capitolo più «martiniano», dove si tratteggia l'immagine del vescovo che si lascia guidare, nella dialettica con il mondo, dalla domanda: quid hoc ad Evangelium?, quello che faccio e dico che cosa ha a che fare col Vangelo?

Un testo provocante che non disdegna neppure il confronto con la pesantezza burocratica della vitadella Chiesa e la relazione con le diverse istanze della chiesa universale. Infine, sul margine del libro, le caratteristiche attuali di un vescovo: l'integrità, la lealtà, la pazienza e la misericordia. Scolpite con lo stilo di un sapiente biblico e consegnate idealmente a un giovane vescovo. Come la chiusa finale del libro: Un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che sa riconoscere i propri errori senza troppe autogiustificazioni. Dunque anzitutto un uomo vero. Un Martini d'annata!


Mons. Franco Giulio Brambilla

Fonte: Corriere della Sera, 22 gennaio 2012