Mariangela
Maraviglia
4 maggio
Giornata delle
comunicazioni sociali
I media: un genocidio delle
intelligenze e dei cuori
La
mia professione di insegnante
offre un punto
di osservazione privilegiato sugli effetti che il sistema
dell’informazione concorre a creare nella società italiana,
particolarmente nella vasta
platea di studenti quotidianamente
incrociata nelle aule scolastiche
Una delle convinzioni
che circolano tra gli insegnanti è che la scuola
non può fare di più, cioè non può svolgere
il proprio lavoro, nel
contesto culturale attualmente dominante, in una società che
‘rema
contro’ tutto ciò che una istituzione educativa propone: impegno
e
fatica del vivere, ragionevolezza e pacatezza del proprio argomentare,
rispetto di sé e degli altri, corresponsabilità verso i
popoli e il
pianeta, speranza di costruire e costruirsi come persone e
comunità
accoglienti e solidali.
Il disagio è
particolarmente avvertito nelle scuole, come quelle a
indirizzo professionale, dove più fragile è il contesto
sociale di
provenienza e l’ambiente risulta più condizionabile e permeabile
ai
(dis)valori apparentemente vincenti.
Se l’ottanta per cento
dei miei studenti sogna di fare il calciatore,
se gran parte delle mie studentesse rimpiange di non avere il fisico
per fare la velina, se lo straniero è “quello che ruba, stupra e
che ti
porta via il lavoro”, se il massimo di interesse politico a cui un
alunno è disposto è il “vaffa” di Beppe Grillo, il mondo
dei media si
può assolvere?
Ovviamente l’imputato
numero uno è la televisione, ma non è sotto gli
occhi di tutti che gran parte dell’informazione, anche su carta
stampata, lavora a incendiare la realtà, a enfatizzare lo
scandalo, a
urlare la notizia, meglio se di cronaca nera, a offrire gossip e calcio
come piatti prelibati?
Non diversamente viene
veicolata l’informazione religiosa. Una enfasi
continua su fatti che ‘rompono’ equilibri, che creano dissapori o
contestazioni: il Papa sempre, ma meglio se agita le acque, molto meno
se parla del creato e di comportamenti etici ampiamente e globalmente
condivisi; i suoi contestatori solo se sono sbracati e pittoreschi,
quasi mai se si tratta di voci criticamente costruttive.
La tradizionale amara
sapienza del “fa più rumore un albero che cade
che una foresta che cresce” assurta a indiscutibile mainstream.
La lettura del giornale
a scuola, da me implacabilmente imposta agli
alunni da buona discepola di Lorenzo Milani, richiede un intervento di
autorità per non cedere al calcio o alla notizia più
truculenta o più
scema che subito attrae la platea studentesca.
Eppure, quando con
fatica si riesce a imporre un caso positivo, un
frammento ‘umanizzante’, un impulso al pensiero, lo sguardo grato di
alcuni, lo stupore evidente di altri spingono sempre a pensare “ne vale
la pena”.
Ma insieme a quella
consolazione resta la consapevolezza della scelta
che verrebbe operata in mancanza di una guida autorevole e determinata.
E l’amaro sospetto che
della deriva etica e antropologica che abbiamo
sotto gli occhi, del genocidio delle intelligenze e dei cuori a cui
quotidianamente assistiamo, la stampa, e più in generale i mass
media,
non possono certo dichiararsi innocenti.