Equità e convivenza



Dopo un ventennio in cui è stata bandita quasi fosse un’istanza utopica se non un intralcio all’opulenza oggi, sopraggiunta la crisi con un significativo aumento delle sue vittime, si invoca l’equità e se ne afferma la necessità, ci si appella alla giustizia e all’uguaglianza, salvo ribellarvisi quando queste chiedono sacrifici a tutti e non solo «agli altri». Ci rendiamo conto della barbarie che abbiamo voluto accogliere, dello scadimento cui abbiamo abbandonato tanti valori necessari alla semplice convivenza civile?

Nel leggere che in Italia il 10% delle famiglie più ricche possiede il 45,9% della ricchezza e che i poveri costituiscono ormai il 14,4% della popolazione mi viene spontaneo riandare alla descrizione della prima comunità cristiana di Gerusalemme: «Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno». Descrizione ormai vecchia di duemila anni, tesa a tratteggiare a posteriori un ideale non sempre collimante con la realtà: solo pochi versetti dopo, lo stesso libro degli Atti degli apostoli ci narra infatti della prima dichiarazione mendace dei redditi, con tragiche conseguenze per i due coniugi «contribuenti» disonesti.

È ovvio che non possiamo pensare di applicare a una collettività di quasi sessanta milioni di individui, membri di una società complessa, multietnica e multireligiosa le scelte individuali di condivisione proprie a una ristretta comunità di credenti (anche per questo è stata inventata la laicità), ma potremmo interrogarci sull’equità nelle misure per governare l’economia, cioè la giustizia intesa non solo come giudizio relativo al rispetto della legge ma come affermazione concreta e quotidiana dell’uguaglianza, almeno di partenza, di tutti i cittadini. In fondo si tratta essenzialmente di dare piena attuazione agli articoli 3 e successivi della parte prima della nostra Costituzione - patto fondativo della convivenza civile in Italia e bussola decisiva per ogni provvedimento legislativo o esecutivo - dove il diritto-dovere al lavoro è garantito e richiesto a tutti e dove si afferma la salvaguardia del diritto a una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Naturalmente non è facile far accettare a quanti hanno sempre prosperato sulla diseguaglianza principi fondamentali quali la «pari dignità sociale», la tutela della salute di tutti e di ciascuno, l’accesso all’istruzione anche ai non abbienti, così come è arduo perseguire l’equità in un contesto globalizzato in cui la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani universali sono così sovente disattesi. Si tratta di decidere se fare obbedienza supina a un’intoccabile «legge del mercato», quasi fosse la declinazione commerciale di una legge naturale, oppure esercitare sapienza e intelligenza nel formulare leggi che il mercato lo regolano e lo mettono al servizio non di un singolo, di una classe sociale o di un’area geografica, ma del benessere dell’umanità intera e delle future generazioni.

Certo, come già per percepire il senso positivo del sacrificio e la «bontà» delle tasse, anche per comprendere e perseguire l’equità sociale è necessaria la consapevolezza di formare un corpo - sociale, appunto - di appartenere a una comunità umana, di non essere abitanti di un’isola felice da godere senza gli altri o contro gli altri. Consapevolezza oggi assai rara, ma che si potrebbe recuperare anche rileggendo alcuni elementi di quelle «radici cristiane» troppo sovente citate per dividere, separare, contrapporre anziché unire. Così non andrebbe dimenticato che quando il cristianesimo si è inculturato nel mondo greco- romano ha anche ereditato il diritto di uguaglianza forgiato da quella cultura - l’isonómia, principio che informava di sé la vita della polis - e ne ha favorito l’estensione a tutti gli appartenenti alla polis, non solo i cives ma anche i barbari: soprattutto nell’ora della pressione da parte dei barbari ai confini della civitas romana, i cristiani hanno saputo dare un grande contributo, riconoscendo l’uguaglianza dei diritti a quanti entravano a far parte di quello spazio civile.

Tuttavia ben presto, già a partire dalla fine del IV secolo, il cristianesimo è stato a sua volta foriero di diseguaglianza: infatti coloro che restavano fedeli alla religio dei padri, al paganesimo, venivano privati dell’uguaglianza con i cives, ormai identificati esclusivamente con i cristiani appartenenti alla grande chiesa… Così, durante il regime di cristianità, di fatto, i cristiani accettarono di convivere con le diseguaglianze che segnavano la società: diseguaglianza uomo-donna, diseguaglianze economiche, diseguaglianze giuridiche; essi accettarono persino la diseguaglianza religiosa, la cui conseguenza più nefasta fu quella di rendere vittime gli ebrei, gli eretici, i pagani, quanti cioè erano extra ecclesiam. L’annuncio del vangelo continuava ad affermare l’uguaglianza di tutti gli uomini, ma in realtà si accettava e si instaurava la diseguaglianza in nome di una interpretazione restrittiva del vangelo stesso, che non riconosceva uguali diritti e uguale dignità a chi non apparteneva alla societas christiana

Lungo tutto il medioevo nella vita cristiana secolare il magistero restava chiuso nello schema dell’«uguaglianza proporzionale», che riconosceva a ciascuno solo ciò che gli era dovuto in base al suo rango, in base all’ordo e alla potestas accordatigli dal consesso civile. Solo il monachesimo, quando vissuto nella sua identità più genuina, mantenne viva l’esigenza dell’uguaglianza tra barbari e latini, tra nobili e appartenenti alle classi sociali più basse, tra ricchi e poveri: proprio in virtù, non a caso, della sua vocazione a costituire un «corpo», a creare un’unità di intenti e una condivisione di strumenti per raggiungerli, a pensare se stessi e il rapporto con gli altri in una dimensione comunitaria in cui il singolo è accolto nella sua diversità, con i suoi limiti e le sue potenzialità, ed è stimolato a collaborare all’edificazione del bene comune.

Come non vedervi un’analogia con la nostra Costituzione quando prescrive che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società? Sì, perché uguaglianza non è dare a tutti le stesse cose - forse è per schivare l’astrattezza di questa promessa che oggi vien spesso preferita la parola «equità» - ma riconoscere a ciascuno la medesima dignità di essere umano e fare in modo che possa accedere alle risorse necessarie per una vita degna di tal nome: solo se saremo capaci di dare a ciascuno secondo il suo bisogno di umanità, la nostra convivenza sarà degna del nome di civile.


Enzo Bianchi

rif.: “La Stampa”, 29 gennaio 2012

L'etica delle tasse


Sono quasi duemila anni che alcune parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Roma risuonano con forza per tutti i discepoli di Gesù Cristo: Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto. Parole che, accostate a quelle che gli evangelisti mettono in bocca a Gesù stesso – Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio – dovrebbero orientare il comportamento dei cristiani verso le autorità civili, in particolare per quanto riguarda il contributo economico da versare per la gestione della cosa pubblica e per i beni comuni che lo Stato garantisce, non affidabili alla sfera privata dell’economia per il semplice fatto che i “profitti” che se ne traggono sono forzatamente dilazionati nel tempo. Ma se la risposta di Gesù a un quesito legato specificatamente a un tributo da pagare a Cesare è sovente ricordata ogni qualvolta si discute di laicità dello stato o di atteggiamento da assumere da quanti sono al contempo cristiani e cittadini, non altrettanto si può dire dell’ammonimento di Paolo che viene troppo sbrigativamente relegato tra le indicazioni “datate”, connesse a una situazione storica e sociale ormai scomparsa quale quella dell’impero romano.

Eppure credo che possa essere prezioso, non solo per i cristiani, arricchire l’attuale riflessione sulle tasse,  con questo concetto anche neotestamentario di “rendere” il dovuto a chi gli spetta, con questo invito al discernimento degli ambiti, al rispetto delle prerogative e dei limiti di ogni “signoria”, sia essa politica o religiosa. Tale discernimento infatti mi pare strettamente legato alla consapevolezza o meno della propria appartenenza a una “comunità”, del sapersi membra di un determinato corpo, ecclesiale o sociale. Quando, pochi anni fa, uno dei più seri, lucidi e preparati ministri dell’economia che il nostro paese abbia mai avuto definì “bellissimo” il fatto di pagare le tasse, venne deriso: ormai smarrita ogni etica civile collettiva, chi aveva osato ricordare la bontà di un gesto solidale come il pagare le imposte finalizzate al bene comune non poteva che essere messo alla berlina. Ma il problema oggi come allora è proprio qui, nella mancanza di coscienza collettiva: non si può chiedere un gesto di condivisione a chi non sa più di essere parte di un organismo vivente, come non si può chiedere alle braccia o alle gambe di faticare per un corpo che esse considerano estraneo.

Nel nostro paese non si rispetta il principio anglosassone del nessuna tassa senza rappresentanza (infatti gli immigrati pagano le tasse ma non partecipano alle elezioni), ma nemmeno quello speculare del nessuna rappresentanza senza tassa (molti italiani all’estero non sono tenuti a pagare le tasse in Italia ma eleggono rappresentanti in parlamento) e mi chiedo se uno dei motivi della progressiva disaffezione verso l’Europa non abbia anche a che fare con il fatto che non paghiamo direttamente alcuna tassa per il fatto di essere cittadini europei: cosa ho a che fare con quest’entità superiore che non ha una cassa comune alla quale io contribuisco? Si è infatti disposti a pagare di tasca propria solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra: dalle storiche società di mutuo soccorso, all’autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, alle collette di solidarietà tra colleghi, alla decurtazione del salario conseguente allo sciopero, sempre siamo capaci di uscire dal nostro interesse particolare quando lo riconosciamo presente in un interesse più ampio, capace di includere non solo il nostro presente ma anche una comunità più ampia e il futuro, che speriamo migliore per noi e per le generazioni che verranno.

Questo smarrimento del senso di appartenenza – il Comune non è più “comune” a nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo, l’umanità è un’entità vaga cui non appartengo – porta a una regressione verso la tribù, il clan, il legame di sangue (non a caso ancora oggi unico criterio per la cittadinanza in Italia), dove l’essere insieme è conseguenza di un dato biologico o di un condizionamento sociale e non di una libera scelta di persone libere che condividono fatiche e speranze, ideali e difficoltà, cultura e visioni del mondo, senso della giustizia e dell’equità, panorami e patrimoni artistici. È una tentazione presente anche tra i cristiani: ritenere che il corpo ecclesiale sia formato solo da chi ha gusti spirituali e orientamenti teologici simili ai nostri, non ci contraddice mai né ci disturba con i suoi bisogni; perdere la memoria di quanti hanno versato non solo qualche moneta nella cassa comune ma il loro stesso sangue per la vita degli altri; escludere dal nostro orizzonte nuovi compagni di cammino per non dover spartire con loro i nostri beni; sfruttare le risorse di tutti per il profitto di pochi; negare il futuro alle nuove generazioni per soddisfare ogni nostro capriccio... sono mali che attraversano le nostre comunità, civili e religiose.

Le tasse sono un antidoto a questa deriva, sono la possibilità che mi è offerta di donare puntualmente ed equamente qualcosa della mia ricchezza perché possa crescere il bene comune, attraverso servizi, infrastrutture, strumenti educativi, opportunità sanitarie, condivisione allargata ad altri paesi e popoli. Ormai vent’anni fa un prezioso documento della CEI – “Educare alla legalità”, troppo velocemente dimenticato – analizzava con acutezza questa problematica e così concludeva: “nel costruire una società sempre più autenticamente umana e più vicina al regno di Dio... i cristiani siano esemplari proprio come ‘cittadini’, sempre ricordando il monito del Concilio: “sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell’uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali”. Anche pagando le tasse.

Enzo Bianchi

rif.: “La Stampa”, 15 gennaio 2012