Relazione del prof. Giordano Formizzi

Prof. emerito dell’Università di Verona, collega per tanti anni di p. Bergamaschi, studioso di Kant e di Comenio, del quale ha curato alcune opere
É stato diversi anni presidente della Federazione Esperantisti Italiani


Dovrò forse lottare un po' contro la commozione che mi prende quasi sempre quando parlo di don Primo e di Padre Aldo. Perciò senza preamboli comincio subito da una pagina della prefazione ai Diari del parroco di Bozzolo scritta da Padre Aldo:

Il giovane seminarista aveva già programmato tutte le delusioni e tutti gli abbandoni quando scriveva queste parole: 'La mia appartiene a quella schiera d'anime nervose, impressionabili, generose, amanti, che si sacrificano intieramente a un'idea, ma che nella vita vera e reale non godono mai un'intera felicità, poiché danno più di quello che ricevono'. E il giovane prete infatti somiglia alla vergine prudente che prende con sé anche l'olio, al servo vigilante che si cinge i fianchi e tiene alta la lucerna, perché chi si assume il compito di andare incontro allo Sposo non può non mettere in conto una lunga autonomia spirituale insieme con gli agguati della solitudine e del sonno.

E appunto l'amore allo Sposo forgerà in lui un nuovo tipo di amore alla Sposa, e cioè alla Chiesa. Tale amore, però, si manterrà nascosto perché consapevole di non essere creduto sincero da parte degli amministratori della potestà gerarchica; i quali hanno più bisogno di esecutori che di collaboratori, di formale ortodossia che di luminosa ortoprassi, di ossequio che di creatività, di obbedienza che di fede. Sembra, ahimè, che il destino della chiesa-istituzione sia quello di non saper distinguere con sufficiente chiarezza il vero eretico dal vero profeta; perché il profeta, per chi vive nella massificazione e nell'ottundimento delle sudate sicurezze, non è meno scomodo dell'eretico. Ma il vero profeta conosce il suo retaggio di emarginato e, pur non abdicando al ruolo di 'voce che grida', non trova gusto ad allargare il solco del dissenso fino a contestare la chiesaistituzione in nome di una sua soggettiva interpretazione del Messaggio. Se accettare una chiesa-istituzione è scomodo, rifiutarla è rovinoso.

C'è, qui, ricordato il momento in cui il silenzio imposto al maestro si ripete nel silenzio imposto anche al discepolo. In quei giorni ci siamo incontrati all'Università: lui non era né particolarmente triste, né particolarmente turbato; mi disse con grande serenità: Accetto con lo stesso spirito e sull'esempio del mio maestro, quanto le autorità mi impongono.

Oggi noi in questo giorno di celebrazione festosa commemoriamo un amico, un sacerdote, un uomo di altissima intelligenza, di vastissima cultura e, soprattutto di autentica santità: un Cappuccino che con don Primo diede vita ad uno straordinario gemellaggio di due anime alla ricerca appassionata della verità sotto la spinta dell'amore di Dio. Prima di una verità minuscola, ma assai importante che collima con la ragione umana, in uno sforzo continuo teso a dare ad essa il posto che merita nella vita di ciascuno di noi, e quella Verità maiuscola, impersonata in maniera unica irripetibile nella persona di Gesù Cristo di cui entrambi furono in vita e continuano ad essere anche dopo la morte, profeti instancabili. Il genio e la santità di Padre Aldo e di don Primo si rifanno con assoluta coerenza al Logos divino, fonte prima di ogni verità che voglia essere cristiana.

Prendendo spunto da questa tempera spirituale cercherò di esporre più con le parole di Padre Aldo che con le mie, ciò che lui pensava su due temi a lui particolarmente cari: la natura e i compiti dello Stato nazionale la comunicazione globale diretta, senza traduttori, fra gli uomini ad ogni latitudine grazie all'uso di una lingua comune per l'umanità intera. Egli identificava questa lingua comune con quella inventata da Lazzaro Ludovico Zamenhof: la lingua Internazionale Esperanto. Sul primo tema già in un articolo del 1972 intitolato Quale storia insegnare (in seguito pubblicato come opuscolo a parte) così scriveva, da pedagogista ed educatore fortemente impegnato anche in campo politico: Alla pedagogia per riscattarsi non restano che due compiti: distruggere sul piano teoretico non già le guerre, ma due sostantivi: la patria e lo Stato nazionale, perché non sono valori, perché si oppongono alla pacifica convivenza fra gli uomini, perché protagonisti di una storia infame, lastricata di morti e macchiata di sangue umano. Questi due sostantivi sono la volpe e il lupo coalizzati a ingannare ciascuno di noi e a infettarci con un virus micidiale: l'etnocentrismo.

Si indignava quando qualcuno voleva sostenere che Gesù era un “ebreo”. Sappiamo che Padre Aldo affrontò questo tema in una predica del Natale 2001, negando qualsiasi base razionale, storica e teologica in proposito. Quindi - sono ancora parole di Padre Aldo - si tratta di dichiarare innaturale come l'alcolismo e alienante come la droga la figura teoretica dello Stato Nazionale e il mito plurisecolare della patria. La patria come cibo pedagogico ha contaminato nel profondo le fibre dell'uomo occidentale e dell'uomo toutcourt. In nome di questi due non valori l'umanità ha commesso immani e disumane carneficine contribuendo in modo mostruoso a instaurare nella società l'odio al posto dell'amore, l'amore insegnato da Cristo, cioè il sommo unico valore di riferimento di ogni autentica educazione dell'uomo.

In proposito faceva spesso riferimento ad uno scritto del II° sec. dell'era cristiana, che ha il titolo del destinatario: Lettera a Diogneto, in cui si legge: I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per il modo di vestire. Abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno; ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera.

Gli uomini - continua Padre Aldo - per colpa dello Stato nazionale sono divisi gli uni contro gli altri armati e agiscono in contrasto con l'amore fraterno e nella direzione opposta all'unificazione del genere umano, nonché allo stabilimento sicuro di una pace durevole. L'universalità del pensare cristiano si coniuga qui anche con l'universalità dell'orizzonte laico. L'antidoto al predominio della cultura nazionale è rappresentato dall'impegno imprescindibile a costruire lo Stato mondiale, la Federazione mondiale di cui il disegno della Federazione europea e il necessario preludio.

 Qui Padre Aldo sembra trovarsi a suo agio: il Logos divino cristiano può andare di pari passo con il logos dell'umana razionalità l'on. Castagnetti ha poco fa messo in rilievo la caratteristica filosofica dei discorsi degli scritti di Padre Aldo consonante con le conquiste del genio umano espresso, ad esempio  in quello che lui definiva la sintesi umana del Vangelo, il trittico formato dalle parole che sigillano icasticamente la Rivoluzione francese del sec. XVIII: libertà, uguaglianza, fraternità.

La costruzione delle Federazione europea diviene così il compito primario di ogni europeo, di ogni cristiano autenticamente impegnato nell'educazione e nella politica. La domanda allora cui oggi si deve rispondere è: Quale Europa cristiana si dovrà costruire? Ecco la precisa, chiara, illuminante risposta di Padre Aldo:

A nostro giudizio l'Europa potrà essere cristiana quando si sarà liberata e del cristianesimo reale e delle sue radici bibliche veterotestamentarie (...) L'Europa cristiana non è quella che avrà come religione il cristianesimo reale, ma quella che avrà messo in crisi e superato il concetto di Stato nazionale sovrano (assoluto, aggiungo io) di derivazione veterotestamentaria e spingerà gli uomini a costruirsi uno Stato planetario con struttura federale e democratica e ciò per rendere possibile l'attuazione del primo precetto evangelico: Ama il prossimo tuo come te stesso (...) per rendere impossibile la guerra.

La preoccupazione di Padre Aldo è sempre quella di dimostrare come il vero cristianesimo si possa e si debba innestare nella storia, nella vita di ogni uomo quale lievito salvifico.

Il secondo tema si può indicare con le parole di Mario Pei (un linguista italo americano) che si trovano nel suo libro Storia del Linguaggio, e precisamente nell'ultima parte, che ha come titolo La lingua internazionale:

Il mondo giunto al suo presente grado di sviluppo materiale, di intenso scambio di prodotti e di comunicazioni sempre più rapide e facili, ha bisogno di una lingua internazionale più di qualsiasi altra cosa (ad eccezione di una sincera volontà di pace).

A queste parole dell'autore del libro si aggiungano quelle di Lewis Mumford, che si leggono nello stesso libro e sono l'esergo del cap.V dell'ultima parte citata: In questo momento una lingua mondiale ha per l'umanità maggiore importanza di qualsiasi progresso meccanico.

Recentemente lessi un libro di Ulrich Beck, La Societa Cosmopolita, in cui in estrema sintesi egli afferma che noi siamo in ritardo su quasi tutto. Noi dovremmo già avere:

UNO STATO MONDIALE
PARTITI CON ORIZZONTE MONDIALE
UNA LINGUA MONDIALE

La lingua comune, la lingua internazionale, la lingua mondiale - questi sono i nomi con i quali si designa tale lingua - era un chiodo fisso di Padre Aldo. Lo rivela anche un appunto critico riguardante l'azione pedagogica che concerne l'apprendimento delle lingue portata avanti da don Milani. Eccolo:

(...) don Milani è portatore di una grande rivoluzione sociopedagogica quando sostiene che il povero deve colmare l'abisso di differenza passando attraverso la padronanza della lingua per raggiungere la parità umana data dal patrimonio comune di cultura generale; ma non ci sembra veramente amico dei poveri quando propone loro lo studio delle lingue straniere come mezzo indispensabile per unirli su piano mondiale. Vorremmo - dice - che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre. Né ci sembra amico dei poveri quando si vanta di aver una scuola che scodella meravigliosi ragazzi che parlano correttamente due o tre lingue moderne, perché sono stati all'estero. Egli propone ai poveri di diventare borghesi percorrendo una strada borghese.

Il vero servizio ai poveri consiste, semmai, nel mobilitarli per sensibilizzare il mondo politico e della scuola al problema della lingua unica  (leggi lingua comune) da insegnarsi in tutte le scuole del mondo in concomitanza con la lingua materna o nazionale. Oltrechè demagogico è didatticamente impossibile chiede ai poveri due o più lingue straniere per dialogare fra loro non si sa dove, giacché al mondo non ci siamo soltanto noi; mentre è ragionevole e possibile mettersi d'accordo sulla scelta di una lingua unica (vedi sopra) per ottenere una comunità mondiale di parlanti in cui i poveri possano finalmente raggiungere la parità umana e superare le patrie, le guerre, le oppressioni. Don Milani  ci spiace  è mancato a questo decisivo appuntamento: ha proposto un salto di quantità mentre abbiamo urgente bisogno di un salto di qualità.

Come si vede la scienza del docente universitario nonché la sua saggezza, non potevano lasciar passare una 'svista' su un problema che rimane ancora oggi di pregnante attualità. Il tema della lingua comune l'ha sempre intimamente interessato e toccato, perché ne intuiva le rivoluzionarie implicazioni inerenti al rapporto paritetico fra gli uomini. Condannava L'imperialismo linguistico della lingua inglese di cui paventava la conseguente sudditanza culturale cui non si dà il dovuto peso. Più volte, negli anni nei quali gli studenti scendevano in piazza, si augurava che almeno una volta lo facessero per sollecitare l'introduzione della lingua comune a cominciare dalla scuola elementare accanto a quella materna. Si dichiarava disposto ad affiancarli e a mettersi con loro in prima fila.

In un quaderno del 1975 dal titolo Le follie pedagogiche del Natale, l'ultimo capitolo ci presenta il Manifesto dei bambini, una ribellione che coinvolge tutti i bambini del mondo a deplorare la Babele imperante nella scuola, nella società e nelle chiese. Mi auguro che i Padri Cappuccini di Reggio raccolgano questo appello. Padre Aldo, su mio invito, accettò nel 1987, di pronunciare un discorso in occasione del primo centenario della Grammatica di esperanto pubblicata da Zamenhof. La celebrazione del centenario ebbe luogo presso la Fondazione Cini, nell'isola veneziana di San Giorgio. Voglio finire questo mio intervento leggendo quello che scrisse, ormai vicino alla morte, proprio sul tema di cui stiamo parlando in occasione della Pentecoste:

Tra le varie tradizioni della Pentecoste la Chiesa, ha preso come simbolo quella descritta dagli Atti avvenuta durante la Pentecoste ebraica, quindi il 50° giorno – ecco la parola pentecoste – dopo la Pasqua. La mente dell'evangelista vuole aggregare la novità cristiana a quella del Vecchio Testamento ormai superato, invece Gesù Cristo è venuto a rompere tutti questi schemi.

Gli apostoli sono tutti insieme, ci sono il vento, le lingue di fuoco, si celebra l’unità della lingua. É una cosa importante e delicata, vorrei invitare i cristiani a fare qualcosa per vedere di unire il genere umano e le religioni in lotta fra di loro. Ricordate come sono nate le varie lingue? Sarà una spiegazione infantile, però vediamo di tirar fuori il nucleo didattico.

Ci fu un’epoca in cui tutti gli uomini parlavano la medesima lingua, una forza dirompente. La potenza della lingua è paragonabile alla potenza di Dio, perché la lingua è espressione del pensiero e nel pensiero l’uomo è vicino a Dio. Il pensiero inoltre resta uguale in tutti gli uomini. Come mai, quando questi uomini, con la torre di Babele, vogliono aggredire il cielo e si sentono talmente potenti da sfidare Dio stesso, Dio interviene a scombinare le lingue? Per punire la loro superbia.

Purtroppo dopo sono nate tutte queste lingue che hanno accentuato la divisione, ma il messaggio evangelico, con la rivoluzione mentale indicata da Gesù, invita gli uomini a ritrovare una lingua comune. Non a caso Alessandro Manzoni ha scritto I Promessi Sposi costruendo una lingua da proporre, all’epoca, a venti milioni di Italiani. L’idea di Manzoni è l’idea cristiana, così si uniranno gli uomini e li unirete solo se troverete una lingua comune.

La mia conclusione è che nella Pentecoste noi dovremmo finalmente trovare l’unità della lingua e nel giro di un decennio si farebbero delle conquiste in tutti i campi, soprattutto in quello scientifico, che supererebbe ciò che è stato fatto in milioni di anni. Vi confesso che sul progresso scientifico non ho nulla da dire perché è una forza del pensiero, una grandezza del pensiero, se giustamente finalizzato.

Se parlassimo una lingua comune saremmo più fratelli e troveremmo il modo di unificarci e di aggredire la conoscenza della realtà, cosa di cui non siamo ancora capaci. Diceva il grande filosofo Democrito – anche se ateo – che avrebbe preferito conoscere una foglia di un albero anziché diventare il capo dell’impero Persiano. Noi oggi vogliamo diventare i capi di una piccola nazione e dimentichiamo che il cervello lo abbiamo ricevuto per conoscere il pensiero di Dio nella realtà.

Occorre un movimento cristiano che cerchi di trovare un metodo per unificare gli uomini e renderli più fratelli. Una delle strade a costo zero è l’insegnamento in tutte le scuole di una lingua comune accanto a quella materna. Un movimento cristiano potrebbe mettere in orbita questo grande pensiero che è alla radice della Pentecoste.

Grazie