Convegno
“Don Mazzolari e padre Bergamaschi, due pellegrini verso la
verità”
RE, 12-12-2009
Cristo,
conversione dei cuori
Mi associo ai saluti e ai ringraziamenti rivolti fino ad
ora ai
presenti, presenti sia di qua che di là dal tavolo.
Sull’argomento dell’incontro faccio una permessa: parlerò
principalmente di padre Aldo. Dico principalmente perché anche
quello che dirò del suo maestro don Primo non è solo
lettura mia ma, per lo più, lettura del discepolo padre Aldo.
Dico subito che i due profeti sono stati i cantori di una utopia tanto
celebrata e osannata quanto letteralmente tradita: l’utopia del
Vangelo. So che l’utopia, in genere, è sempre un po’ derisa, ma
a torto. L’utopia è in realtà la molla che spinge avanti
di nascosto la storia. E questo lo dimostra proprio l’utopia del
Vangelo. Se l’utopia fosse solo da deridere bisognerebbe strappare il
Vangelo o buttarlo via. Ma nessuno, lo condivida o meno, ha il coraggio
di farlo: grazie a Dio, ovviamente. Don Primo cantò il Vangelo
da poeta, fu “il poeta del Vangelo”. Padre Aldo lo celebrò da
filosofo, fu “il filosofo del Vangelo”. É una prima differenza
da sottolineare che incide anche sui messaggi profetici dell’uno e
dell’altro. Il poeta si lascia avvincere dalla bellezza della forma, il
filosofo, invece, si sofferma sulla quadratura dei contenuti.
Ma c’è un’altra più importante differenza da
sottolineare. Sul piano ecclesiale, il parroco di Bozzolo ha conosciuto
gli incipienti e timidi entusiasmi dei rinnovatori preconciliari.
Inoltre, sul piano politico-sociale, ha vissuto gli entusiasmi iniziali
della riconquistata democrazia. E unitamente alla rinnovata democrazia
ha vissuto la nuova realtà storica dei cattolici al potere.
Invece, il cappuccino reggiano ha conosciuto gli entusiasmi conciliari
prima, ma poi le misurate successive delusioni. Parallelamente, sul
piano politico-sociale, ha sofferto le delusioni dell‘occupazione del
potere da parte dei cattolici, nonché la loro successiva
diaspora, Una diaspora, va detto, in linea con il pluralismo delle
opzioni politiche, certificato autorevolmente anche dal Concilio
Vaticano II. Un pluralismo, va aggiunto, che doveva rafforzare
l’autonoma presenza dei cattolici in campo politico, che invece
è stato praticamente cancellato dall’assunzione diretta e
unitaria da parte della gerarchia ecclesiastica in nome
dell’unità dei valori.
Orbene, sia la differenza delle tempre spirituali che le differenze
delle fasi storiche, vissute dai due testimoni, hanno sicuramente
inciso sulle idee e sul significato della loro testimonianza. Ed
è proprio alla luce dei diversi quadri generali che si capiscono
meglio, a mio giudizio, le affinità e le diversità di
pensiero. Senza santificare i morti, mi permetto, ora, di esporre, nel
tempo concesso, due temi tra quelli sicuramente di maggior spicco:
a) il
cristianesimo come “novità esistenziale” e non come religione;
b) la città (polis) organizzata secondo l’amore cristiano.
Prendiamo il primo tema, cioè il cristianesimo non è una
religione ma una “novità esistenziale”. Non entro nella
discussione se Gesù Cristo avesse voluto o meno fondare una
nuova religione. Certo è che padre Aldo non è il solo a
definire la “religione” in una accezione negativa, cioè di tomba
della fede. La Chiesa - non il
Mondo, la Chiesa - ha crocefisso Cristo, scriveva con accentuata
enfasi negli anni cinquanta del secolo scorso il teologo protestante
Karl Barth.
In questa accezione negativa, per religione si intende
l’esteriorità del rito, delle opere, della legge e dei dogmi
anziché l’interiorità della fede, della vita, dello
spirito e dell’esperienza personale. Ma c’è di peggio: la
religione è diventata la tomba della fede cristiana quando da
Costantino in poi, con il connubio spada-pastorale, la Chiesa ha fatto
proprie le tentazioni di Satana che Cristo invece aveva decisamente
rifiutate nel deserto, e precisamente: le tentazioni dell’autoritarismo
dogmatico, del fascino manipolante del mistero e della forza perversa
del potere temporale. Un potere temporale esercitato talvolta nella
versione papicesarista (il Papa che strumentalizza Cesare), talvolta
nella versione cesaropapista (Cesare che strumentalizza il Papa). Su
queste tentazioni diaboliche fatte proprie dalla Chiesa nella storia,
ricordo volentieri quello che mi disse di persona padre Aldo in una
appassionata conversazione in convento. Mi disse esattamente: sul
comodino di fianco al letto tieni sempre, vicino al Vangelo, la
magnifica leggenda de “Il grande inquisitore” di Dostoevskij.
Al cristianesimo “caduto a rango di religione” il cappuccino reggiano
contrappone il cristianesimo che si fa vita concreta del comandamento
dell’amore, che si fa conversione del cuore (metanoia soleva ripetere
spesso). Conversione del cuore che vuol dire - cito testualmente -
«eliminare le contraddizioni della natura caduta non consentendo
aggiornamenti commisurati ai propri vizi, bensì favorendo la
responsabilità, in positivo, a mostrare appunto la novità
della fede». Cristianesimo uguale, dunque, a novità di
vita.
Ci dobbiamo ora chiedere: quali sono i cardini portanti una tale
novità? La risposta di padre Bergamaschi è chiara e
netta. Anzitutto c’è il cardine della fede. «Non credo nei
miracoli, - diceva e scriveva il cappuccino - non credo nei miracoli
della bacchetta magica perché sono cristiano, e in quanto tale
credo solo in due interventi di Dio nel mondo: nella creazione e nella
redenzione». La Verità sta in questa duplice sorgente:
nella natura del creato e in Gesù Cristo, il Verbo (Logos) di
Dio che si è fatto carne. In altre parole: la Verità si
legge anzitutto nella creazione e poi nella Parola di Dio comunicata
direttamente e una volta per sempre da Gesù. In Gesù,
precisa padre Aldo, «nato e morto, ma non rimasto come non venuto
dalla Palestina, ove la supposta “religione” rivelata aveva raggiunto
il massimo della corruzione ... Venuto in Palestina - aggiungeva - per
spezzare il legame che la religione aveva costruito tra un gruppo umano
e Dio». Dopo di Lui chi crede nella rivelazione del Vero Dio ha
l’obbligo di mostrare a tutti il suo Messaggio in cui sta la soluzione
dei problemi umani per il fatto autenticamente rivoluzionario che mette
al posto dell’«etica dell’homo homini lupus (l’uomo che si fa
lupo per l’altro uomo) l’opposta’etica dell’homo homini Deus (l’uomo
quale volto di Dio per l’altro uomo)». Altro che l’imperante
individualismo “fai da te” dei nostri giorni!
Un altro importante cardine fondante la personale
novità
esistenziale è il rapporto che si viene a stabilire tra Cristo
(cioè la Parola di Dio) e la Chiesa (cioè Popolo di Dio e
Gerarchia Ecclesiastica compresa). Anche qui il pensiero di padre Aldo
è chiaro, senza giri di parole. La Chiesa va definita, nella sua
interezza comunitaria, come medium in quo, cioè come mezzo entro
il quale tutti cerchiamo di comprendere il messaggio di Cristo. La
Chiesa, considerata solamente nella sua struttura gerarchica, pertanto,
non è il medium quod, cioè il mezzo, esso solo, che fa
conoscere la verità. In altre parole, la gerarchia ecclesiastica
fa un “servizio” che aiuta il Popolo di Dio a conoscere la
verità, ma non ha il compito di “comandare” la verità.
Solo se stiamo tutti (popolo di Dio e Gerarchia compresa) “sotto la
Parola” si può dire, come si legge negli Atti degli Apostoli,
che «si deve obbedire prima a Dio che agli uomini».
Certamente esiste un problema ermeneutico, vale a dire il problema di
leggere correttamente il Vangelo. Ciò esclude, ad ogni buon
conto, che l’autorità del magistero ecclesiastico debba porsi al
di sopra della libertà di coscienza di ogni credente, guidato da
una robusta razionalità sorretta - sostiene il Bergamaschi - dal
Principio di non contraddizione. Siamo, come si vede, al rischio
della libertà. Il rischio che in più grossa misura tocca
i profeti e ne costituisce il loro tormento. Quel rischio che hanno
conosciuto tanto padre Aldo quanto don Primo. Anche il parroco di
Bozzolo aveva infatti sollevato il problema della identificazione di
Verità e Chiesa. Qualcuno
- ha scritto - fa troppo facile il
passaggio dal Cristo persona al Cristo Chiesa, da una Umanità
uscita dal seno purissimo di Maria Vergine a una umanità che
siamo noi tutti, con le nostre tristezze.
Non entro nei dettagli dell’inevitabile e appassionato dramma
dell’ubbidienza all’autorità gerarchica, specie da parte di chi
ne ha fatto voto nella sua vocazione sacerdotale. Vorrei semplicemente
notare la grande ma anche diversa nobiltà di stile dimostrata,
pure in questo campo, dai nostri due testimoni di Cristo. Basta leggere
attentamente le loro lettere di obbedienza al richiamo severo rivolto
loro dalle rispettive legittime autorità. Nel 1951 don Primo,
rispondendo alla lettera che gli vietava di scrivere sul suo Adesso,
tra l’altro afferma: Adesso è
meno di un attimo, mentre la Chiesa è la custode dell’Eterno ed
io voglio rimanere nell’Eterno. Il che pare identificare
tout-court Cristo con la Chiesa. Trentasette anni dopo, Padre Aldo,
attenendosi all’insegnamento di Gesù, scrive tra l’altro ai suoi
censori: «nell’ipotesi che qualcuno vi perseguiti o vi calunni
pregate per loro». Il che mi sembra rispettare coerentemente la
primalità di Cristo sulla Chiesa.
Passo, ora, al secondo tema annunciato: la società organizzata
secondo l’amore cristiano. A dire il vero, se penso al perverso
individualismo esagerato che sospinge molta, troppa gente ad
appoggiarsi all’ideologia dei ricchi e dei potenti come uscita dalla
loro miseria (un virus dell’individualismo che contagia persino il
poverissimo continente africano), se penso a questo, ciò che ora
dirò potrà sembrare una favola. Ma non posso non
raccontarla brevemente nella speranza di una inedita “primavera dei
cuori”. Padre Aldo cammina con logica stringente sul filo del
comandamento di Gesù: Amatevi
come io vi ho amato, cioè - precisa il cappuccino - senza
profitto. É la carta costituzionale della sua polis cristiana
che innerva i tre maggiori filoni del vivere sociale: l’eros, il denaro
e il potere. Si tratta - afferma il nostro cappuccino - di finalizzare
il sesso, il denaro e il potere evitando di farli fini a se stessi: il
sesso per il sesso, il denaro per il denaro, il potere per il potere.
Entriamo così in Telergo, il luogo ideale a cui ha accennato il
coordinatore di questo incontro, l’amico Nando Cottafavi. Il lavoro
(ergon) realizza il suo fine (telos) solo quando genera e controlla il
capitale. In breve, il capitale è comunitario, il frutto del
lavoro viene suddiviso fra tutti così da soddisfare in modo
uguale i bisogni di ognuno (parabola dei vignaioli) indipendentemente
dalle mansioni e dai talenti dei singoli (parabola dei talenti). Questo
non significa, sia chiaro, contestare la ricchezza e il progresso ma
vivere la povertà intesa come uguaglianza contro le
disparità talvolta stratosferiche derivanti dalla logica del
profitto. E tutto ciò, infine, non perché imposto
dall’alto in nome della legge bensì perché sentito e
condiviso come espressione di fratellanza.
Padre Bergamaschi era consapevole della radicalità cristiana del
suo progetto politico. Il che lo induceva a definire il progetto
politico di don Mazzolari una «sinfonia incompiuta» che lo
affaticava inutilmente per portare la fiaccola del risveglio cristiano
nella democrazia soltanto formale del suo tempo, poi in continuo
degrado. Padre Bergamaschi aveva anche un’anima profondamente laica,
non in contraddizione, come vedremo, con la sua radicalità
cristiana. Un’anima laica che non voleva imporre la propria visione del
mondo e la propria etica a nessuno. Orbene, quest’anima lo ha condotto
a proporre la «divisione delle etiche» nel senso che ogni
etica potesse organizzarsi entro una propria area territoriale onde
mostrare la propria validità senza offendere le altre; e
ciò secondo un ordinamento impersonato da un Governo mondiale.
Realisticamente, la semplicità lineare ed elementare di una tale
proposta cristiana radicale non trova spazio in un mondo complesso. Ma,
a mio parere, può diventare una testimonianza fattibile nella
veste di un nuovo tipo di monachesimo di ordine non religioso. Un
monachesimo che si può realizzare in oasi di luce possibili in
un mondo frantumato e conflittuale, impregnato di ossessive ricerche
identitarie entro una perversa forma di globalizzazione.
Mi avvio alla conclusione con una riflessione sulla funzione della
profezia nella storia. I profeti non sono quelli che prevedono il
futuro, non sono dei veggenti. Sono, in realtà, dei portatori e
dei testimoni di una verità. Sono, più semplicemente
ancora, dei grandi educatori dell’umanità che parlano in nome di
Dio. Il problema è di sapere ascoltare i profeti, senza
lavarsene troppo facilmente le mani. Conosciamo tutti la definizione
data da Papa Giovanni XXIII di don Mazzolari nell’udienza in Vaticano
l’anno 1959: Tromba dello Spirito
Santo in terra mantovana. Senza dubbio un alto riconoscimento.
Pure tutti conosciamo il giudizio espresso successivamente da Papa
Paolo VI: Aveva il passo troppo
lungo; noi si stentava tenergli dietro. Ha sofferto lui, abbiamo
sofferto anche noi. È il destino dei profeti. É
vero che c’è della sofferenza. Non mi piace, però, quando
il realismo del passo lento diventa un alibi per tenere il passo del
gambero. Più che alla sofferenza mi piace guardare alla
francescana “perfetta letizia”, come è stata definita dal nostro
padre cappuccino con un linguaggio da nuova frontiera: un gridare “selliamo i cavalli” quando
c’è in giro il gusto borghese del bivacco.
A questo punto mi domando: sulla scia dei due pellegrini verso la
verità, quali linee di presenza cristiana si possono tracciare
per dare alla realtà dei nostri giorni una speranza di futuro
meno preoccupante? Gli appassionati scritti e le vibranti parole (dette
sia in pubblico che in privato) hanno lasciato viva l’impronta di una
Chiesa profetica che sintetizzo in alcune istanze distintive:
Anzitutto,
il bisogno di una Chiesa della spiritualità. Prima della
ripetizione formale dei riti, dell’istituzione chiusa in se stessa,
della tradizione di dogmi rigidi che fabbricano Dio a immagine e
somiglianza dell’uomo che vive nel tempo, anziché sospingere
l’uomo in avanti fino a somigliare sempre più a Dio; prima di
tutto questo c’è il bisogno della “novità esistenziale”,
ricordata sopra. In una filippica accorata rivolta alla politica del
suo tempo, don Primo ha scritto sull’Adesso: Oggi non conta l’uomo di sinistra
né l’uomo di destra, né di centro, ma solo la “nuova
creatura”. Questa è la casa da cui partire per il
rinnovamento. Non conta cambiare l’età o il nome; conta il cuore
nuovo. Chi non parte da qui si riempie di rinnovamento solo la bocca.
Un altro segno lasciato in eredità è la
domanda di una “Chiesa della fratellanza”. Oltre la carità agli
azzoppati - ripeteva spesso padre Aldo - è doveroso correggere
il sistema che crea gli azzoppatori. Parallelamente, la ricerca
identitaria vale fino a che non si trincera dietro il proprio
egocentrismo ma che si apre all’altro, diverso o meno che
sia,.ovviamente dentro l’invito senza paura al rispetto vicendevole.
Ultimo
importante segno lasciato dai nostri profeti è l’appello per una
Chiesa maestra di autentica laicità, cioè lontana dalla
sempre ricorrente tentazione teocratica. Data la cruciale
attualità dell’argomento, spendo in proposito poche parole. In
primo luogo, sottolineo che la laicità non è un’etica ma
un atteggiamento etico di rispetto di tutte le etiche, religiose e non.
Ciò evita l’errore di chi continua a confondere, con incredibile
ritardo culturale, laicità con non-credenza per cui si
contrappone ancora spesso, per esempio, laico a cattolico. La vera
contrapposizione, invece, sta tra laicità e fondamentalismo (o
integralismo che dir si voglia). Di conseguenza si devono definire
fondamentalisti sia i credenti cattolici, sia i diversamente credenti e
sia i non credenti, così come si devono definire laici sia gli
uni che gli altri. La specificità di quest’ultimi sta nella
saggezza di agire da credenti nella ecclesìa e da cittadini
nella polis.
In secondo luogo, la laicità è autentica se è
positiva, cioè capace di dare spazio pubblico a tutte le etiche.
Non è quindi agnostica, alla francese per intenderci, nel senso
di ridurre le etiche (religiose o non) a fatto privato. La
laicità positiva, inoltre, non esclude valori civili comuni. In
altri termini non esclude un ethos condiviso che consenta concretamente
la convivenza pacifica di tutte le etiche. Si tratta, in sostanza, di
dar vita a quell’ethos meta-politico di cui hanno parlato, in dialogo
costruttivo, Papa Benedetto XVI e il filosofo Habermas. Un ethos
globale, tipo una aggiornata “Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo” deliberata dall’ONU esattamente 51 anni fa; un ethos globale
che escluda la logica cosiddetta democratica del numero e sia invece
frutto di un dialogo alla pari tra tutte le etiche senza
imposizioni da parte di alcuna. Affrontare con questo spirito laico e
meta-politico insieme le questioni, tanto per esemplificare, di
bioetica o l’educazione al pluralismo etico-religioso nella scuola,
invertirebbe il pericoloso degrado della democrazia, dei costumi e dei
rapporti tra le civiltà.
Una Chiesa profetica, come sopra triplicemente segnata dai nostri due
grandi educatori, pone a suo fondamento una scelta coraggiosa e
coerente: la scelta di non inseguire la croce di Costantino ma di
seguire fedelmente la croce del Golgota. Quella vera di Gesù che
ha predicato e vissuto, fino al prezzo della vita, la distinzione tra
il Regno di Cesare nella sua dura storicità e il Regno di Dio
nel suo profondo mistero di Verità-Amore. Certo, e concludo,
abbiamo molto bisogno di profeti per apprendere l’apparente paradosso
di vivere, unitamente distinti, il Gesù della storia e il
Gesù della fede.
Nando Bacchi