VASTI
- Che cos’è umano?
Scuola di ricerca e critica delle
antropologie
c/o EIS Via Monterone, 2 00186 Roma
Raniero La Valle: Riprendiamo la Scuola dopo la pausa estiva, e dopo
la perdita di Adriano Landini, che è stata una perdita per la
Scuola e anche per me e per la nostra famiglia, dato che Adriano era
mio cognato. Lo ricordiamo con grande affetto e stima e rimpianto, come
molti di voi lo hanno ricordato nei messaggi che sono stati mandati
all’indirizzo e-mail di Vasti, che abbiamo, date le circostanze, aperto
in ritardo e di cui ora vogliamo ringraziare tutti, per la
partecipazione e la finezza con cui è stata rievocata la sua
figura e con cui è stato sentito questo lutto.
Come ho scritto nella lettera con cui è stato convocato questo
Seminario, abbiamo la gioia di avere tra noi sua moglie, Annamaria
Capocasale, che continuerà, fin quando lo vorrà, il suo
lavoro; la ringraziamo e le facciamo i nostri auguri per il suo
servizio, che speriamo non sia troppo gravoso. Le Ultime Notizie sono oggi assorbite
da questa mia introduzione.
Le ultime notizie di cui oggi
parliamo sono destinate a durare un
anno, perché sono quelle che segnano questi mesi che ci separano
dalle prossime elezioni politiche che si terranno il 9 aprile.
Questi sono i mesi più pericolosi di tutta la legislatura, mesi
in cui si rischia la devastazione istituzionale ed economica dello
Stato; i più pericolosi perché la destra fa e farà
di tutto per non perdere il potere.
Ad onta degli elogi del bipolarismo, la secca alternativa di potere che
esso comporta, espone a gravissimi rischi la democrazia italiana,
a causa delle caratteristiche avventuristiche della destra che in
questi anni è stata al potere, del suo leader Berlusconi e del
suo nucleo duro che è il fascismo
padano della Lega.
Ci sono molte ragioni per cui la destra deve in tutti i modi cercare di
non perdere il potere. La prima ragione è quella stessa che ha
spinto la casa di
Berlusconi a intraprendere la via della politica, ed è
l’arricchimento. C’è un arricchimento innaturale che senza il
potere non si può conseguire e che senza il potere è a
rischio. Inoltre c’è il potere come garanzia di impunità,
poi c’è il potere come condizione per mantenere il dominio
dell’impero mediatico e televisivo.
La perdita del potere significherebbe per la destra anche il fatto che
molte delle sue leggi, a cominciare da quelle personali e da quelle
più scardinanti del sistema, come le leggi di riforma della
giustizia e della scuola, sarebbero modificate.
Ma soprattutto la perdita del potere, accompagnata dalla perdita del
monopolio dell’informazione, renderebbe molto più difficile il
perpetuarsi della mistificazione con cui è stata occultata la
liquidazione della Costituzione, spacciata per devolution; senza il
potere, certamente il referendum sulla riforma costituzionale,
che si terrà l’anno prossimo, sarebbe perduto dalla destra.
Dunque, a condizione che la destra non sia al potere, la Repubblica
potrebbe essere salva, e la democrazia in Italia potrebbe ripartire.
Ciò dice la portata di quello che è in gioco in questi
mesi, e dice la grandissima responsabilità che ricade sul
Presidente della Repubblica e sulle forze politiche di opposizione,
perché il naturale corso delle cose verso un cambiamento non sia
alterato da strappi costituzionali, eventi imprevisti o decisioni e
divisioni incaute.
In particolare quattro sono i segnali di pericolo che abbiamo
registrato in questi giorni.
1) Il primo è stata l’assoluta facilità
con cui è stata riassorbita la dissidenza dell’on. Follini. Non
c’è nessuna spiegazione ragionevole di quanto è avvenuto,
se non una sola: il potere si è sentito messo in pericolo da
Follini, e ha reagito nell’unico modo che conosce, estirpando chi gli
si era fatto estraneo, nemico; nel linguaggio di Berlusconi, estirpando
la metastasi. Dunque ora la metastasi non c’è più, ma il
cancro rimane. Non c’è alcuna possibilità che esso venga
contenuto o contrastato dall’interno.
2) Il secondo segnale è stato la legge elettorale. Essa è
stata fatta per rovesciare la previsione della sconfitta. Certo sarebbe
illusorio pensare che essa possa addirittura rovesciare il risultato
del voto, ma almeno per una delle due Camere, il Senato, si può
verificare che la minoranza sopraffaccia o blocchi la maggioranza.
Purtroppo la reazione del centro-sinistra è stata del tutto
inadeguata, non quanto al vigore della battaglia parlamentare,
perché con questo Parlamento frutto del maggioritario e con i
regolamenti repressivi delle due Camere nulla di più si poteva
fare, ma per le motivazioni che sono state avanzate.
Giusto era dire
che non si possono cambiare le regole del gioco all’ultimo momento e
nell’interesse di una sola parte, ma nessuno ha sollevato il vero
problema di incostituzionalità e di radicale
antidemocraticità, che consiste nel fatto che in una ipotesi di
frammentazione del corpo politico anche un’infima minoranza, grazie a
una piccola manciata di voti in più, si può vedere
assegnata una maggioranza assoluta di 340 seggi alla Camera e del 55%
dei senatori in ogni regione, il che vuol dire che un regime
si può instaurare anche a partire da una percentuale del 18-20%
dei voti. Questa cosa non è stata detta da nessuno
dell’opposizione, perché riguardava il sacro premio di
maggioranza, che anche l’opposizione vuole, in nome della
governabilità, e che anzi è stato giudicato troppo esiguo.
3) Il terzo segnale di pericolo è l’estrema
facilità con cui è stata approvata giovedì 20
ottobre in terza lettura alla Camera la nuova Costituzione di
Lorenzago, grazie al ricatto per cui senza quel voto un minuto dopo la
Lega avrebbe abbandonato la maggioranza e il governo, aprendo la strada
a nuove elezioni, e grazie all’acquisto, con due miliardi di euro, del
voto dei parlamentari siciliani i quali, com’è noto, in
conseguenza del maggioritario, sono tutti e 61, senza eccezione alcuna,
deputati e senatori della destra.
4) Il quarto segnale di pericolo è l’annunciata volontà
di Berlusconi di abolire la par condicio, dopo aver già
acquistato tutti gli spazi pubblicitari disponibili da qui alle
elezioni. È evidente che solo una condizione di lotta impari,
nella quale fosse coartata e soffocata la competizione per il consenso,
potrebbe revocare in sconfitta l’annunciata vittoria del
centro-sinistra. Dunque tutto ciò ci dice la vigilanza che
dobbiamo avere e le
lotte che dobbiamo fare perché la giustizia, o almeno quella
giustizia che consiste nella democrazia, possa essere fatta salva nel
nostro Paese.
La domanda sulla giustizia
Per venire al tema di oggi: abbiamo il nostro ospite islamico, Adnane
Mokrani, tunisino-algerino, da molto tempo in Italia; non so se si
possa definire sufi, sarà lui a dircelo. Lo ringraziamo per aver
accettato il nostro invito, e per essere venuto da noi in pieno
Ramadan. Non so che cosa possiamo fare, per esempio un minuto di
silenzio, un minuto di raccoglimento, per unirci anche noi in qualche
modo a tutto l’Islam in questo suo tempo privilegiato, che è un
periodo di grande esperienza spirituale che coinvolge i musulmani di
tutto il mondo.
Ad Adnane Mokrani abbiamo posto una domanda, che è l’oggetto
del nostro studio dell’anno scorso e di quest’anno: la domanda è
sulla giustizia nell’Islam. Nel porre questa domanda, così come
la porremo a Raimundo
Panikkar il 7 novembre, noi dobbiamo esprimere una cautela.
Perché una domanda non è innocua. Non è neutrale.
Noi siamo abituati a pensare che ci possono essere risposte violente.
Ma anche una domanda può essere violenta, se è fatta da
una cultura a un’altra, da un universo di significati a un altro
universo di significati.
Allora lasciatemi esprimere questa riserva metodologica, leggendo
quello che scrive proprio Raimundo Panikkar, il nostro prossimo ospite
del 7 novembre, a questo proposito. È una citazione un po’
lunga, ma introduce non solo a questo seminario, ma anche agli altri
due successivi, quello di Panikkar e quello sulla giustizia
nell’ebraismo del prof. Paolo Sacchi, e in genere introduce a ogni
dialogo interculturale e interreligioso.
La possibile violenza della domanda
Scrive dunque Raimundo Panikkar: Credo che nel rapporto
interreligioso si è usata una metodologia sbagliata, che
consiste nel supporre che le domande siano le stesse. Facciamo
domande e poi pensiamo che gli altri siano tenuti a dare una risposta
alla nostra domanda. Sembra che interrogare sulla giustizia sia la cosa
più legittima e naturale del mondo. Che ci dice l’induismo
riguardo alla giustizia? Ma, intanto, la parola giustizia non ha una
traduzione univoca in nessuna lingua classica dell’India.
Anzitutto, perciò, vorrei descrivere per un momento
ciò che ho chiamato la
violenza della domanda. E questa
violenza è tanto più sottile in quanto, per lo
più, neanche ce ne rendiamo conto. Quando molti oratori che
pretendono mostrarsi liberali dicono: Io
non vengo a dare risposte, ma
solo a fare domande, a parte una certa demagogia, essi ci
violentano
più sottilmente che se si arrogassero di darci la loro opinione.
Le domande sul terreno interculturale non è detto che debbano
essere le stesse. Non dimentichiamo che il verbo latino percontari –
da cui viene la parola spagnola “pregunta”, in relazione con il greco kontos – si connette a lancia,
picca, remo. La domanda in se stessa
è già una certa forma dissimulata di violenza. Percontari è sottoporre a
interrogatorio. Interroghiamo molto
spesso prima di avere appreso ad ascoltare. Compresi molti di quelli
che non vogliono essere colonialisti, i quali quando vanno in quello
che chiamano Terzo Mondo
dicono che vanno a interrogare,
perché non vogliono insegnare, ma apprendere.
Si credono umili
perché si limitano a domandare, e non si rendono conto che
domandare è violentare; non immaginano che in molte culture
orientali, la domanda viene vissuta come una forma di violenza. Quando
i turisti domandano a un guidatore di risciò in India: Sai come
si va in quel tale luogo?, naturalmente quello che pedala sul
suo
triciclo dirà di sì, perché non si
azzarderà a dire no a un signore che ha molto più denaro
e più cultura. Sarebbe una maleducazione dire che non lo sa.
Equivarrebbe a dire in faccia al turista che non si è reso conto
della situazione e che ha interrogato uno che non sa, per umiliarlo. E
perché non la prenda in mala parte, il nativo preferisce
caricare il turista nella calura e dirgli di sì. Solo più
tardi, dopo giri e rigiri, il turista si rende conto che quello non lo
sapeva. Ma non poteva dire di no. È la violenza della domanda.
Poi i turisti diranno, naturalmente, che tutti gli indiani sono
bugiardi…
Venendo ora al nostro esempio della giustizia: Che cosa si domanda? Di
che cosa si tratta? Questo che cosa
ha i suoi limiti. Il nostro che
cosa non è detto che sia lo stesso, né può
essere
un che cosa che abbracci
tutta la cosa, per quanto astratta la
possiamo pensare.
Ogni domanda è pertanto limitata. La domanda limita l’ambito in
cui la risposta è una risposta alla domanda fatta. In una certa
maniera, la domanda condiziona la risposta. È la domanda che
fissa le coordinate nelle quali la risposta può essere risposta.
Se, per esempio, in un ambiente ze”
domando: Chi è Dio?,
farei una domanda perfettamente legittima dal punto di vista
occidentale. Però se il maestro zen mi risponde: Mah!, ed io
mi irrito perché gli ho fatto una domanda seria e lui mi ha
risposto in questo modo, ciò indica che io sapevo più o
meno in che direzione doveva andare la risposta. Per l’appunto, mi
aspettavo che mi dicesse qualcosa che io potessi criticare o, quanto
meno, capire. Perché non accettiamo la risposta?
Perché già la stavamo condizionando nell’ambito che la
nostra domanda fissava. Con la massima buona fede, naturalmente.
La domanda ha i suoi limiti; non è universale. I problemi non
si vedono dappertutto nella stessa maniera né devono essere gli
stessi. Per fare un esempio, quando i missionari andarono in Corea,
circa centocinquant’anni fa, dovettero convincere i poveri coreani che
erano peccatori, altrimenti che venivano a fare a predicar loro il
perdono? Evangelizzazione di base
fu il modo in cui i Padri Bianchi
chiamarono questo compito: prima avanzare i problemi, per poter dare
poi una risposta. A ragione o senza ragione. Il nostro compito, se
vogliamo veramente essere interculturali, consiste anzitutto nello
scoprire il problema, se così vogliamo chiamarlo, così
come si presenta nell’altra cultura; cosa che non si può vedere
se non siamo immersi in essa. Le conseguenze sono immense. Insomma, la
domanda ha dei limiti, oltre che essere violenta.
Però la domanda è inevitabile. Sarebbe peggiore il
rimedio del male se dicessimo: Non
domandare!, o se reprimessimo le
domande, Se ci urge la domanda, se c’è qualcosa che ci preoccupa
e che ci fa problema, sarebbe una repressione intellettuale, anche
freudiana, proibirci di domandare. Se qualcosa ci appare come problema,
la domanda è altrettanto inevitabile. E se è
inevitabile, indiscutibilmente è legittima, pur se ci dobbiamo
rendere conto che può essere violenta e che essa condiziona la
risposta. Può darsi che allora formuleremo in un modo
diverso la domanda, e invece di domandare che cosa è la
giustizia nell’induismo, cercheremo di entrare in quell’altra cultura,
tradizione o religione, per vedere come si guarda da lì il mondo
e come si pone (e, in caso, si risolve) ciò che fa soffrire il
nostro cuore in quanto ingiustizia.
Allora, in una certa misura,
riformuleremo il problema non solo nei termini dell’altro, ma anche in
termini che possano essere nostri. Il dialogo che io ho chiamato
“intrareligioso” è quello che permette la fecondazione reciproca
delle culture, quello che evita che ci asfissiamo nel nostro mondo
chiuso. È un atto religioso per eccellenza, dato che ci lega
agli uomini, nostri simili, condizione necessaria perché il
nostro legame – religione – al Mistero della realtà sia
effettivo.
La domanda è inevitabile, però bisogna riformularla. Mi
permetto, in questo spirito, di reinterpretare la conclusione del
Vangelo di Marco facendogli dire: andate
in tutto il mondo ad
ascoltare la parola, che già esisteva dal principio. La
prima
funzione del missionario, la funzione che ancora ha un senso, non
è di andare a predicare, ma ad ascoltare, e ascoltando stabilire
un dialogo a profitto di entrambi, posto che la messe sia stata
già lavorata in entrambi i campi.
Quando ci avviciniamo ad altre culture che hanno una cosmovisione
diversa, dobbiamo essere coscienti del fatto che quelli che noi
chiamiamo problemi, possono
non esserlo in quel contesto. Pretendere
di pensare che i problemi siano gli stessi per tutto il mondo non cessa
di essere una forma velata di colonialismo. Il colonialismo, in
effetti, è il monoculturalismo, la cui essenza consiste nel
credere che a partire da una sola cultura si possa abbracciare la gamma
totale dell’esperienza umana.
La giustizia nell’Islam
Seminario di Adnane Mokrani
22 ottobre 2005
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Quando abbiamo incontrato Adnane Mokrani
gli abbiamo posto una serie di domande sulla giustizia nell’Islam, e
lui, che è una persona un po’ speciale, ci ha risposto
parlandoci di sé e della sua esperienza tra noi e del suo
rapporto con noi. Questo ci ha permesso di porre in modo giusto la
questione, e credo che sia un grande regalo che ci fa di affrontare qui
il problema della giustizia e della democrazia proprio partendo da
sé, dal suo punto di vista e dalla sua esperienza. Questa
può essere anche la cornice entro cui possono poi venire domande
più specifiche e più tecniche; e qui nella misura del
possibile il nostro ospite potrà dare delle risposte e io
potrò da esterna, soprattutto da studiosa, eventualmente
aggiungere qualcosa sia pure con quel pizzico di supponenza che spesso
abbiamo noi studiosi quando ci occupiamo di altre culture.
Prima di venire qui io, come spesso mi succede in queste situazioni, ho
fatto un po’ di letture coraniche: chiaramente la parola o le parole
che indicano giustizia nel Corano, rinviano a due livelli, la giustizia
divina e la giustizia degli uomini tra gli uomini; e questa secondo me
è una prima cosa su cui possiamo riflettere insieme.
In secondo luogo mi pare che sia molto importante mettere insieme
giustizia e democrazia proprio in questo momento in cui l’Islam
è sulla scena in maniera negativa e in cui si dà ad una
minoranza la funzione di rappresentare il tutto in maniera molto
scorretta. Tutto questo è molto legato al discorso della
democrazia, della libertà, del libero arbitrio, del senso della
violenza; quindi il discorso che lega la giustizia e la democrazia
potrebbe essere uno dei fili conduttori per tentare di trovare un
bandolo di lettura dell’Islam che sia più corretto, più
plurale, e non solo dal punto di vista teorico ma proprio nel vissuto.
Quindi ringraziamo molto Adnane che abbia accettato questa formula che
è meno accademica ma molto più persuasiva proprio
perché nasce all’interno di un’esperienza.
Adnane Mokrani: Il mio compito è un po’ difficile soprattutto
dopo queste presentazioni, nelle quali è stato letto anche il
testo di Panikkar sulla possibile violenza della domanda nel dialogo
interculturale e interreligioso. Il testo di Panikkar è molto
importante. Panikkar per me è stato un maestro che mi ha
insegnato molto nella mia scoperta del cristianesimo; è vero che
la domanda posta dall’interno di una cultura a un’altra cultura
può racchiudere un certo grado di violenza, ma poiché
siamo mediterranei abbiamo una base culturale comune; io sono anche
musulmano, e l’Islam è una religione abramitica, abbiamo dunque
un patrimonio religioso comune; questo mi da forse la
possibilità di affrontare le domande più facilmente.
Anche se qualche volta è vero che, dopo la lunga storia del
cristianesimo e la lunga storia dell’Islam, studiare i testi è
difficile perché c’è un problema di ermeneutica, di
culture.
Comunque il mio discorso di oggi non è un discorso sistematico:
sono riflessioni generali sul tema della giustizia e della democrazia e
cerco di condividerle con voi. Sono temi esistenziali, temi essenziali
per la religione e per la vita. Il mio concetto stesso della religione
è un concetto dinamico dove il dubbio è molto importante;
c’è un detto proprio del profeta Muhammad che dice: il dubbio è la pura religione.
La religione è una ricerca della risposta, non è uno
stato fisso, rigido, se no diventa fondamentalismo, integralismo e
violenza. Dunque cerchiamo insieme le domande giuste che ci aprono alle
strade giuste, ma le risposte cambiano secondo il contesto, secondo
l’epoca e secondo la nostra esperienza. Non ci sono risposte definitive
ma c’è un cammino che facciamo ponendoci delle domande giuste.
La giustizia e il problema del male
Questo tema lo si può trattare a due livelli: c’è il
livello metafisico, filosofico e teologico; e poi c’e il livello
sociale e politico, pratico. Per il primo livello, il livello
metafisico, il problema della giustizia è legato al problema del
male. C’è una domanda, una grande sfida, soprattutto per le
religioni abramitiche: questo Dio unico, onnipotente, forte, come
può accettare l’ingiustizia e il male nel mondo? È un Dio
debole, o un Dio ingiusto? Le religioni iraniane hanno trovato una
risposta dualistica: c’è il Dio del bene e il Dio del male.
Invece nell’ambito abramitico la risposta è stata diversa. Io
cerco di rispondere a questa domanda problematica secondo l’Islam. Nel
Corano Dio è unico, ma ha tanti nomi; sono i bei nomi di Dio.
Tra questi nomi c’è un nome al-‘adl che si può tradurre il Giusto oppure la Giustizia; la stessa parola
significa giusto e giustizia, ma Dio si può chiamare anche con
un altro nome: la Pace:
al-salam Dunque questi nomi divini rappresentano valori, valori umani e
divini.
Ma se questo Dio giusto è veramente giusto, come può
accettare l’ingiustizia? Io qui sono stato presentato come Sufi;
è difficile definire una persona perché la persona
è un mistero, ma certo il sufismo mi interessa molto
perché la sua risposta è più unitaria, cerca
più l’unità. La teologia islamica è stata in fondo
dualistica, nel senso che la realtà è divisa in due, il
creatore e il creato; c’è una certa distanza tra questi due
livelli della verità; i due ponti di dialogo tra queste due
realtà, sono costituiti dalla ragione e dalla rivelazione, che
mettono in rapporto la realtà umana e la realtà divina
che è radicalmente diversa, radicalmente trascendente. Invece i
Sufi hanno cercato di proporre una visione più unitaria, e mi
sembra che questa prospettiva sia utile per il nostro discorso. I Sufi
hanno diviso i nomi divini in due categorie: i nomi della Maestà
e i nomi della Bellezza. È una teoria religiosa simile a quella
taoista, Yin e Yang che evidenzia l’aspetto maschile e l’aspetto
femminile di Dio. Allora tra i nomi della Maestà sono compresi
tutti i nomi della forza, della giustizia, della onnipotenza, e tra i
nomi della Bellezza quelli della gentilezza, del perdono ecc.; ma non
c’è una separazione radicale tra queste due categorie; come non
c‘è una separazione radicale tra la trascendenza e l’immanenza
perché c’è immanenza nella trascendenza e c’è
trascendenza nell’immanenza.
Forse questo modo permette di integrare il male nel divino, nel senso
che il male non è Satana (il simbolo del male), non è un
piccolo Dio, o un altro Dio, separato, ribelle che fa quello che vuole
nel creato; in questa visione, nella visione sufi soprattutto, il male
diventa un messaggero di Dio. Il male ha un ruolo nel creato
perché la vita stessa è la casa della prova; non è
la casa della giustizia ma la casa della lotta, della sofferenza, della
resistenza, della morte; la casa della giustizia e della pace nel senso
assoluto è dopo questa vita terrena. Questo non per fuggire
dalla domanda e rimandarla dopo la morte, ma per dire che non
c’è niente in questa vita, in questo mondo che può
sfuggire al dominio di Dio; tutto quello che succede, succede con il
permesso di Dio. Dunque il male può essere capito come una cosa
voluta e permessa da Dio.
Tuttavia queste due categorie non sono eguali, la categoria della
bontà è prioritaria, predominante, la misericordia di Dio
prevale sulla sua ira, il perdono domina la giustizia; dunque non sono
eguali, ma questo male permesso che ha un ruolo nel creato ha una
finalità buona nel sistema, nell’insieme, nel tutto. Il ruolo di
Satana è di mettere alla prova le persone; e così possono
essere più mature, più umane. La cosa è trattata
nel Corano nel dialogo tra Dio e gli angeli prima della creazione di
Adamo. Il versetto coranico dice: E
quando il tuo Signore disse agli angeli: porrò un vicario sulla
terra, essi dissero: metterai tu in essa uno che vi spargerà la
corruzione e vi verserà il sangue, mentre noi ti glorifichiamo
lodandoti e ti santifichiamo? Ed egli disse: in verità io
conosco quello che voi non conoscete (Corano 2: 30-32). Dunque
la storia umana sembra una catena di guerre e di eventi sanguinosi;
quando dall’esterno vediamo il film della storia umana possiamo
chiedere con gli angeli se Dio ha fatto bene a creare l’uomo (che il
Corano chiama il vicario,
khalifa), dal momento che la nostra storia è piena di sangue.
Qui c’è un’ altra cosa che il misticismo a mio parere tratta
bene e che la teologia non è riuscita bene a studiare e ad
approfondire, quello che si chiama l’apparenza
e il nascosto: ci sono due
livelli della verità; Dio stesso si chiama l’Apparente, il
Manifesto, l’Evidente, e anche il Nascosto, quello che non si vede.
Dunque l’apparenza di questo creato, di questo mondo, è
l’ingiustizia, il male, la guerra, la violenza; ma dove è Dio in
tutto questo? La risposta di Dio qual'è? Che cosa ha detto Dio a
quella domanda degli angeli che sono più vicini a Dio? Ha detto:
in verità io conosco quello
che voi non conoscete. È una risposta misteriosa. Dio
è saggio e la sua saggezza è nascosta, è un
mistero.
C’è un’altra storia nel Corano. Le storie dei profeti nel Corano
sono molto importanti, una gran parte del testo sacro, forse quasi la
metà, è costituito da storie di profeti. C’è la
storia di Mosè e del servo giusto, il servo santo, di cui si
parla nella Sura della caverna, che sta al centro del testo coranico.
Si tratta di un uomo misterioso, il cui nome non è menzionato
nel Corano, nella tradizione islamica si chiama al Khidhr. Mosè
è il simbolo del profeta legislatore, è il profeta della
Torah, della legge, dunque della giustizia sociale, della giustizia nel
senso apparente, la giustizia dell’evidente. Ora Mosè si mette
in viaggio per incontrare quest’uomo misterioso, per cercare un altro
livello di conoscenza. Quando Mosè dopo tante difficoltà
incontra quest’uomo, si mette in viaggio con lui; e quest’uomo, il
servo giusto, commette tre atti ingiusti davanti a Mosè:
ingiusti, immorali, assurdi agli occhi del profeta legislatore.
Prima di tutto apre una falla nella barca delle persone che li
trasportavano; erano stati aiutati da dei pescatori, che li avevano
portati in questa barca e, lui, il servo misterioso, rovina questa
barca come ricompensa alla bontà ricevuta, ciò che sembra
assurdo a Mosè. Poi quest’uomo uccide un bambino innocente e
alla fine restaura un muro che stava per crollare nel villaggio che
aveva rifiutato di ospitarli; insomma risponde con un male alla
bontà e con la bontà al male.
E’ quello che vediamo ogni giorno. Dunque queste sono le domande che
l’uomo religioso o meno religioso si pone quando vede gente che fa il
male e che sta bene, mentre altri che fanno il bene stanno malissimo.
Perché? Poi alla fine quest’uomo spiega a Mosè
perché ha fatto questo: per il battello perché
apparteneva a povera gente che lavorava sul mare: ho voluto guastarlo,
dice, poiché dietro di noi veniva un re che prevaricando si
impadroniva di tutti i battelli; allora quest’uomo ha rovinato il
battello per renderlo inservibile al despota, per proteggere questa
gente.
Per quanto riguarda il ragazzo: i suoi genitori erano dei credenti e
abbiamo temuto – dice l’uomo - che egli avrebbe imposto loro ribellione
e miscredenza; abbiamo voluto che il Signore desse loro in cambio un
altro figlio migliore per purezza d’animo e più vicino a loro
per affetto; quanto al muro, esso apparteneva a due orfani di quella
città, sotto di esso c’era un tesoro lasciato loro dal padre che
era un uomo dabbene; il Signore ha voluto che entrambi raggiungessero
il pieno vigore perché essi stessi potessero estrarre il loro
tesoro; dunque è stata la misericordia del Signore a fare
questo, dato che non l’ho fatto di mia iniziativa.
Questi crimini commessi da questo uomo giusto, spesso nella vita
normale, quotidiana, sono commessi da criminali; il senso di ciò
per il credente, è che l’uomo giusto e il criminale, ambedue
fanno la volontà di Dio, nulla succede sulla terra senza il
permesso di Dio, tutto è voluto da Dio; ma la differenza
è la differenza di qualità, di consapevolezza; il giusto
fa la volontà di Dio consapevole di questa volontà,
invece chi non è consapevole fa la volontà di Dio senza
saperlo, come anche le pietre fanno la volontà di Dio senza
saperlo, come tutto il cosmo. Infatti ci sono due livelli di
volontà divina, c’è il livello cosmico, generale per cui
questa volontà si realizza senza una partecipazione cosciente di
chi la attua, e c’è poi il livello morale, etico, della
volontà divina che viene attuata in modo consapevole.
Raniero La Valle: questa dottrina secondo la quale anche il male
realizza la volontà divina, è dottrina comune nell’Islam,
oppure è una dottrina a cui se ne contrappongono altre? Lo
chiedo perché anche nel cristianesimo ci sono molti che dicono
questo, dicono non si muove foglia
che Dio non voglia, tutto dipende da Dio, anche il male; il Papa
Wojtyla ha detto che perfino il nazismo in qualche modo era stato
permesso da Dio; però questa è una dottrina molto
contestata nel cristianesimo e anche qui abbiamo sentito Carlo Molari
che diceva come questa teologia sia assolutamente inaccettabile nel
cristianesimo. Invece è tutto l’Islam che la pensa così?
Mi scusi per la violenza
della domanda.
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Per come io la vedo da studiosa credo si
possa dire che Dio crea, crea tutto; evidentemente crea anche il male,
anche se il male è sotto un altro nome. Però c’è
un meccanismo che l’Islam nella sua stragrande maggioranza fa suo ed
è che l’uomo è libero e dunque responsabile di accettare,
di prendere le azioni buone o di prendere le azioni cattive; tornando
al discorso sul modo di porre la domanda: c’è la giustizia e
c’è l’equità; il concetto di giustizia a sua volta si
distingue in qualche maniera in qualcosa di astratto e in qualche cosa
di concreto; nel concetto di equità sta anche il libero arbitrio
perché il Corano più volte ci dice che ognuno è
responsabile dell’azione che fa, Dio non imporrà un peso
superiore alle forze dell’uomo.
Quindi Dio mette l’uomo nella situazione di una scelta libera, che
tutti sono egualmente in grado di fare; però quando ci
sarà il giudizio finale, quando verranno esplicitate le azioni
dell’uno e le azioni dell’altro e il modo di misurare quelle azioni,
gli uomini pagheranno o avranno la ricompensa in base a quello che
hanno fatto. Questo è quello che la grande maggioranza dei
musulmani dice. Il che poi è assolutamente funzionale al fatto
che l’Islam assegna un grande centralità alla legge, cosa che i
Sufi fanno soltanto in maniera minore; e naturalmente la legge è
per così dire la via, lo strumento attraverso cui tutti, uno per
uno, e le comunità e i popoli nel loro complesso, possono
adottare un’equità che cerca di avvicinarsi alla giustizia.
Questa è l’interpretazione maggioritaria; però è
molto importante che Mokrani ci dia la sua.
Adnane Mokrani: E’ vero che il sufismo è stato accusato da
alcuni movimenti riformisti di essere fatalista: i sufi accettano
tutto, amano tutto, tutto è Dio, tutto è divino, tutto
è buono, anche il male è alla fine buono, Satana è
un messaggero di Dio, alla fine comunque sarà perdonato.
È vero questo, ma ci sono anche questi due livelli, l’evidente e
il nascosto, quello che vediamo e il mistero, la realtà e la
saggezza nascosta, la legge e la verità, la profezia e la
santità; nessuna parte nega l’altra, c’è una
complementarietà tra questi due poli della vita, come anche tra
i nomi di Dio, tra la Maestà e la Bellezza. Non c’è
contraddizione tra giustizia e perdono; dunque il compito dell’essere
umano, del musulmano è di lottare, resistere, cercare di
realizzare il livello etico della volontà di Dio con
consapevolezza. Ma questo cammino, questa lotta, questa resistenza,
questo sforzo è anche un atto divino. Questa risposta è
un tentativo, perché le domande ci sono sempre, per contenere il
male, per spiegare il male, per spiegare l’assurdo e anche, tra
virgolette, per proteggere la sovranità di Dio.
Io personalmente ho usato termini tecnici sufi come lo sono queste due
categorie di evidente e nascosto; forse nella teologia islamica si usa
un'altra terminologia, comunque nella teologia islamica si è
insistito molto sulla libertà umana, l’uomo è il creatore
dei suoi atti; c’è una scuola teologica che si chiama la giustizia e unicità di Dio,
ahl al-adl wa al-tawhid, i mutaziliti, hanno messo la parola giustizia
prima dell’unicità di Dio, e invece un’altra scuola piuttosto
tardiva, lo Asharismo ha cercato di fare un compromesso; in
verità lo Asharismo ha cercato di integrare un po’ il sufismo,
con la teoria di iktisab acquisizione, l’uomo è proprietario,
non creatore dei suoi stessi atti.
Bianca Maria Scarcia Amoretti: è quello che dicevo prima, che
l’uomo in qualche modo si appropria dell’azione; e bisogna dire che lo
Asharismo è quello che è praticato dalla maggioranza dei
musulmani. La parola adl, nella dicitura della scuola mutazilita, (che
è una scuola che viene adesso rivalutata dai riformisti,
cioè dalla parte che si contrappone frontalmente sul piano
teologico ai fondamentalisti), significa che Dio non può non
essere giusto in maniera che all’uomo sia comprensibile; e di qui nasce
poi il discorso del libero arbitrio, cioè Dio è
sufficientemente giusto perché l’uomo capisca; non è la
sua una giustizia totalmente altra, al contrario di quanto pensano
altre scuole (non soltanto lo Asharismo) ancora più nette,
esattamente come era nel cristianesimo prima di una grande revisione.
La differenza tra il cristianesimo e l’Islam è che nell’Islam
permangono le differenze nel tempo, non si arriva ad una situazione
universalmente omogenea, nell’Islam non c’è un’autorità,
come può essere il Papa, per cui le differenze, la
differenziazione, il rimanere di fermenti ma anche di scuole vere e
proprie continuano nell’Islam. Però direi che lo Asharismo
è quello su cui la maggioranza si basa e che sviluppa questo
discorso secondo cui Dio crea le azioni e l’uomo ha la
possibilità di acquisirle, di acquisire quelle buone, di
acquisire quelle cattive e in base a questo verrà giudicato;
dopodiché il perdono finale di Dio, l’atto di misericordia
finale di Dio, questo è un punto interrogativo, perché
dipenderà dalla libertà divina.
Adnane Mokrani: Comunque lo Asharismo ha cercato un compromesso con il
sufismo, e questa idea dell’uomo che decide dentro di sé,
sceglie, ma Dio crea, e l’uomo è responsabile per la sua scelta,
ma non è creatore dei suoi atti, qualche volta sembra un
dibattito molto formale di terminologia. Comunque lo Asharismo è
diventato la scuola della maggioranza dei sunniti, del sunnismo
tradizionale, anche se oggi la teologia grosso modo è diventata
molto debole.
La giustizia e il problema della storia
Comunque questa è la parte metafisica. La seconda parte è
la parte terrena, la parte dell’apparenza, della legge, del sociale. Ma
prima di passare per questo ponte c’è un detto del profeta
Muhammad. Il profeta a Medina era anche un giudice, un capo di stato;
dopo un processo disse: forse uno di
voi ha parlato bene, ha saputo difendersi, è stato più
eloquente; se dunque ho dato ad uno di voi quello che non merita
veramente, gli ho dato un pezzo dell’inferno. Il profeta aveva
pronunciato il giudizio, ma non era sicuro al cento per cento; ha
detto: ho sentito tutte le persone, forse uno di voi sapeva parlare
più degli altri e sapeva difendersi, gli altri no e io ho dato
ragione a lui, ma se ha cercato di nascondere la verità, gli do
un pezzo dell’inferno, lui è responsabile davanti alla giustizia
divina.
Questo testo è molto importante perché se anche del
profeta, dell’uomo perfetto secondo la tradizione islamica, si dice che
il suo giudizio è relativo, questo significa che anche per noi,
per gli altri musulmani che non sono del livello del profeta si
dà che i loro giudizi sono relativi, molto relativi. Dunque il
testo coranico è inserito in un contesto storico; la presenza
della storia nel testo è ovvia, perché il testo ha
accompagnato per ventitré anni la carriera profetica di
Muhammad, la storia della prima comunità islamica; certo, ci
sono principi generali: la giustizia è un principio generale. Ma
come si può concretizzare la giustizia nella storia, come il
profeta Muhammad ha potuto essere giusto nel suo contesto storico?
Questa è una domanda molto importante. Nel Corano troviamo tanti
princìpi che devono essere concretizzati in modi diversi,
dipende dal contesto; quello che poteva essere giusto in una certa
epoca può diventare meno giusto o ingiustizia in altra epoca.
Dunque questo è il problema della forma e del principio,
è lo stesso problema dell’apparente e del nascosto. L’apparenza
cambia, l’apparenza della persona cambia, ma la realtà qual
è, qual è la realtà della persona? Dunque questo
è un problema molto serio per i musulmani di oggi. Prendiamo un
esempio: la schiavitù.
Il Corano, e con esso l’Islam, non ha cancellato la schiavitù,
perché faceva parte del sistema sociale dell’epoca; ha cercato
di migliorare la situazione degli schiavi, per esempio ha cancellato
tante porte d’ingresso della schiavitù ed ha aperto tante porte
d’uscita; si è lasciato come unico modo legale per fare gli
schiavi quello di prendere i prigionieri di guerra che non avevano
potuto essere scambiati con altri prigionieri; nello stesso tempo, per
chiedere il perdono si lasciano gli schiavi: per esempio uno che ha
mangiato nel mese di Ramadan può liberare alcuni schiavi come
richiesta di perdono; uno che ha ucciso qualcuno per sbaglio,
può anche liberare schiavi per chiedere il perdono di Dio.
Ma la schiavitù è rimasta; oggi non possiamo accettare la
schiavitù, perché il nostro concetto della giustizia
è diverso, ma nel Corano troviamo un versetto che dice una schiava credente è meglio di
una politeista (e libera) (Corano 2: 221). A che cosa serve
questo versetto per me oggi? Non c’è più oggi grazie a
Dio la schiavitù, c’è la forma storica di questo
versetto, oggi lo leggo nel senso che la posizione dell’essere umano
non dipende dalla sua appartenenza sociale, dipende dal suo valore
umano, dipende da quello che porta nel suo cuore; dunque è
questo messaggio che può essere significativo per me oggi. La
sfida per la giustizia, per la democrazia nell’Islam di oggi è
appunto in questo; l’esperienza storica della prima comunità o
delle prime generazioni è diventata un’esperienza assoluta, le
forme hanno avuto più importanza dei principi e invece la
lettura moderna cerca di liberarsi da questa prigione della storia e
cerca le indicazioni, la direzione, perché c’è un certo
dinamismo dei principi coranici.
Do un altro esempio: la posizione della donna, la situazione della
donna musulmana. Il Corano è stato liberatore della donna araba
nel settimo secolo; per esempio la poligamia era incondizionata;
è diventata condizionata a quattro mogli, con la condizione per
il marito di essere giusto con loro; questo è un passo molto
importante; la donna ha avuto il diritto all’eredità; dunque
questo è un passo storico molto importante all’epoca. La stessa
cosa per la schiavitù, per la forma del governo: c’è il
principio coranico della consultazione, il dovere di consultare i
compagni; però il Corano non dice niente di come si può
fare questo; dei primi califfi dopo la morte del profeta Muhammad,
ognuno è stato scelto in modo diverso, dunque non c’era una
modalità unica per governare; è questa la sfida attuale
per la giustizia. Questo quello che volevo dire, poi nel dibattito
possiamo approfondire altri punti.
Adnane Mokrani: Vorrei solo aggiungere due parole che possono chiarire
la mia esperienza personale, la mia visione, e collegare insieme i due
livelli, il livello metafisico e il livello sociale. Vedo il cammino
dell’essere umano verso Dio come un viaggio verso la fonte della luce;
questa luce misteriosa, è talmente forte che per opera della
misericordia divina è stata sottoposta a diversi filtri,
nascosta con diversi veli; durante questo viaggio l’uomo toglie questi
veli e va avanti; e questo è il rapporto tra il principio e la
forma.
Ognuno di noi nel suo viaggio verso Dio, “crea” forme, modi di
espressione di religiosità, di giustizia, di pace, etc.,
immagini di Dio; queste forme possono essere utili, possono essere dei
ponti nel nostro cammino fino ad un certo punto; e poi se non riusciamo
ad andare oltre, rischiamo di cadere nella idolatria; questi stessi
ponti, che sono tappa di questo cammino, questi stessi veli che possono
essere usati come protezione, possono diventare a un certo momento un
ostacolo. È questa la sfida per il credente. E ciò anche
per la giustizia; noi tutti cerchiamo la giustizia come principio, io
è giustizia, ma scopriamo insieme il significato concreto,
sociale, pratico, della giustizia dialogando.
Un grande teologo che mi piace molto, Paul Knitter, ha evocato tutte le
possibilità. Quale è la base per un possibile dialogo
interreligioso? Tra queste possibilità ci sono la profezia, la
giustizia, la lotta comune per la giustizia; questo è molto
importante; ma egli ha sottolineato un rischio, il rischio di un certo
imperialismo soft, che consiste nell’imporre il nostro concetto, la
nostra forma di giustizia agli altri che hanno altre forme di
giustizia; dunque dialogando con gli altri scopriamo insieme una forma
che può essere una forma comune di giustizia, ma senza dialogo
rischiamo di cadere in un certo imperialismo buono, imperialismo
culturale che cerca di salvare gli altri trasferendo una forma di
giustizia che appartiene ad una certa cultura e civiltà.
Non vedo separazione tra livello metafisico, che comporta questo
cammino spirituale verso Dio, costellato da questi idoli, da queste
immagini di Dio che in certi momenti diventano ostacolo, e il livello
storico che comporta che queste immagini di giustizia manchevoli, dopo
un certo cammino storico diventino alla fine una barriera o un segno di
ingiustizia. Do un esempio storico che mostra come i primi musulmani
fossero molto consapevoli di questo. Il secondo califfo Omar durante
una grande carestia ha cancellato le punizioni perché in quel
caso non era giusto punire i ladri, in quanto rubavano per
necessità, perché avevano fame; dunque ha sacrificato
quella forma di giustizia per un'altra giustizia; e questo c’è
anche nella filosofia della giurisprudenza classica islamica nel senso
di andare ad una forma contraria alla forma standard per cercare una
nuova giustizia che è lo spirito della legge.
Gloria Gazzeri: Io volevo fare una domanda ma prima volevo fare una
precisazione, perché la prima parte dei nostri discorsi sulla
violenza delle domande non mi ha molto convinto; perché quando
uno si siede sul risciò, con un altro che lo porta, qualsiasi
domanda è sbagliata; cioè è la posizione in cui ti
poni che fa le domande sbagliate; se ti metti in una posizione di
potere qualsiasi domanda che fai è sbagliata, se ti metti in una
posizione di uguaglianza, di compartecipazione, io penso che le domande
si possono fare.
La domanda riguarda l’idea che hanno i musulmani dell’inferno. Ci
sarà sempre, finirà? È una domanda che riguarda
anche i cattolici. C’è poi una redenzione finale? C’è una
fine di ogni male? E la terza questione riguarda il rapporto tra
giustizia e amore. Vorrei un approfondimento.
Adnane Mokrani: Per l’inferno ricordo che anni fa ho studiato un
teologo musulmano dell’Andalusia dell’XI secolo, Ibn Hazm, che diceva
che l’inferno finisce mentre il paradiso è eterno; l’inferno
è una tappa di purificazione, ma non è eterno
perché la misericordia di Dio è più grande della
sua ira. E non solo i sufi, ma anche la prima generazione dei compagni,
hanno distinto tra livelli di religiosità; per esempio, Ali, il
cugino del profeta Muhammad, ha detto una cosa molto bella; ha detto
che quella di chi adora Dio perché ha paura dell’inferno
è l’adorazione degli schiavi; quella di chi adora Dio per
desiderio del paradiso, è l’adorazione dei mercanti; invece
quella di chi adora Dio per Dio è l’adorazione dei perfetti.
C’e anche un detto di una mistica musulmana di Bassora, Rabi'a, che era
stata vista con il fuoco in una mano e l’acqua nell’altra mano; allora
le hanno chiesto: dove stai andando? Sto
andando a bruciare il paradiso e a spegnere l’inferno, così
nessuno adora Dio per paura o per interesse.
Secondo alcuni dei primi filosofi dell’Islam, il discorso filosofico,
essendo razionale, diretto e sistematico, è di un livello
più alto del discorso profetico, perché i profeti, e il
Corano stesso, fanno un discorso mitico, simbolico, immaginario, che
può essere capito dal popolo; invece la filosofia è un
discorso di élite. Ma secondo me la ricchezza del discorso
simbolico, mitico, è di poter comunicare con la gente comune e
con i mistici. I mistici dicono anche che il vero paradiso ha in comune
con questa vita solo i nomi, ma la verità va al di là.
Nel testo coranico c’è la descrizione dei fiumi, della bellezza
del paradiso, ma possiamo capirlo anche in modo simbolico.
Raniero La Valle: Ma si può intendere tutto il paradiso come un
fatto simbolico e non solo per il modo in cui viene descritto ?
Adnane Mokrani: Simbolico non significa falso. È questo il
discorso della forma, qual è la forma del paradiso? Il discorso
fondamentalista cerca delle garanzie nelle forme; dunque l’esperienza
storica scritta diventa l’assoluto, che prende una forma concreta. La
descrizione del paradiso nel Corano diventa un assoluto, e può
diventare un’idolatria, perché impedisce al credente di andare
oltre la forma e vedere l’essenziale. C’è un detto del profeta
secondo il quale Dio non guarda le forme delle persone ma guarda il
cuore (Iddio non guarda alle vostre apparenze e beni materiali ma
guarda ai vostri cuori ed opere). Per assomigliare a Dio, per essere
l’immagine di Dio bisogna vedere l’essenziale e andare oltre le forme;
se no diventano ostacoli.
Ada Spadavecchia: In questa classificazione che lei ha fatto sotto le
categorie della maestà e della bellezza, che posto occupa
l’ignoranza che per l’induismo è la principale causa del male?
C’è un posto per l’ignoranza? E poi questa idea del male
così sottolineata: c’è posto nell’Islam per la
considerazione del male come mancanza di bene, in modo da togliere
forza proprio al concetto del male? Lei spesso si richiama alla gente
comune. La gente comune dice: “oggi piove, che peccato non posso
uscire”, cioè una mancanza di un bene.
Adnane Mokrani: Per la prima domanda sull’ignoranza. Queste due
categorie della maestà e della bellezza sono categorie dei nomi
divini, e qui non c’è posto per l’ignoranza perché Dio
è il Sapiente.
Il male come mancanza del bene. Cos’è il male veramente? La
parola male viene usata in modi diversi, come la giustizia; è
una parola molto ambigua. Chiamiamo il peccato male, chiamiamo il
terremoto male, chiamiamo la pioggia male e cos’è il male in
verità? Il male nel senso etico, nel senso morale, è il
frutto dell’egoismo; dunque il ruolo iniziale della religione è
di liberare l’essere umano dall’egoismo, l’egoismo individuale e
l’egoismo sottile, quello collettivo, comunitario, che può
prendere forme anche religiose o forme nazionalistiche. Il nazionalismo
può essere una forma di male se diventa un razzismo; c’è
razzismo nazionalista e razzismo religioso; c’è l’esclusivismo
di negare il diritto, l’apertura dell’altro alla verità.
Questo secondo me è il male morale; questo è l’unico male
che c’è secondo la mia comprensione della religione; l’unico
male che veramente merita questa parola è il male che è
il frutto dell’egoismo, che esclude l’altro. Nel Corano il primo
peccato, prima anche della creazione di Adamo, è il peccato di
Satana. Dio, dopo la domanda degli angeli, ha chiesto agli angeli di
prostrarsi davanti ad Adamo e tutti hanno ubbidito; solo uno, un angelo
caduto, Satana, si è rifiutato. E quando Dio ha chiesto:
perché hai rifiutato, ha detto: perché io sono meglio di
lui, mi hai creato di fuoco e lui lo hai creato dal fango; questo
è il peccato originale, un razzismo. Il secondo motivo del
rifiuto era: perché io mi inchino solo davanti a Te, cosa su cui
i mistici insistono molto.
Dunque ci sono due spiegazioni che ha dato Satana: la prima, una
giustificazione razzista, io sono meglio di lui, lui non merita di
essere rispettato in questo modo; la seconda risposta era: solo Dio
merita di essere adorato; dunque Satana è più realista
del re, in questo senso, più fedele a Dio di Dio. Dunque la sua
ribellione è diventata una fedeltà assoluta, un paradosso
estremo.
Il fondamentalismo è proprio questo. Il fondamentalismo si
dichiara più fedele a Dio in una forma fissa; quando Dio cambia
forma e dà ordini strani, in contesti nuovi, e chiede
obbedienza, in quel caso il fondamentalista rifiuta perché non
accetta la novità, è fedele ad una forma rigida, fissa.
Si parla anche di male in un
senso più ampio: il terremoto per esempio; ma questo non
è nel senso etico, non ha un significato sul piano metafisico.
Raniero La Valle: Vuol dire qualcosa del rapporto tra l’Islam e
l’Antico Testamento.
Mokrani: L’Islam non si vede come una nuova religione. Muhammad non
è il primo profeta, è l’ultimo profeta secondo la
dottrina islamica. Dunque l’Islam si vede come continuazione e riforma
della tradizione abramitica; ma purtroppo storicamente i musulmani,
dopo, hanno avuto un atteggiamento polemico verso la Bibbia; si
è trattato di una scelta storica, per ragioni di storia, di
politica, ma poteva anche essere diverso.
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Comunque l’hanno tradotta in arabo molto
presto, che non è una cosa da poco. Hanno permesso che venisse
tradotta in arabo; e non solo: certe cose della prima esegesi mostrano
che i primi grandi commentatori del Corano sono ebrei convertiti.
Mimmo Gallo: C’è un’invenzione del mondo occidentale, che
è avvenuta in un contesto di cristianesimo, ma è
un’invenzione del mondo occidentale, ed è la secolarizzazione.
Io mi chiedo: la secolarizzazione può essere capita nella
cultura islamica? Il problema non è secondario, perché il
pericolo del conflitto di religione deriva anche dal fatto che
c’è questa difficoltà sul problema della
secolarizzazione; perché dove la secolarizzazione non viene
accettata è difficile poi praticare la convivenza; come noi
sappiamo bene in Italia dove dobbiamo subire spesso contraccolpi
negativi specialmente in questo momento, proprio sul terreno della
secolarizzazione.
Adnane Mokrani: Questa domanda è molto importante soprattutto
per la democrazia, perché secondo me non si può
immaginare una democrazia senza una certa laicità dello Stato.
Purtroppo questo concetto occidentale è stato introdotto in modo
molto sbagliato nel contesto islamico.
La definizione stessa della laicità è sbagliata nel
contesto islamico: separazione tra Stato e religione; questo è
molto grave per un musulmano, perché separare lo Stato dalla
religione, significa separare lo Stato dalla moralità,
dall’etica, perché non c’e un etica laica, l’etica deve essere
religiosa; dunque significa la corruzione, praticamente. I movimenti
islamici hanno rifiutato la laicità, alcuni hanno rifiutato
anche la democrazia, perché la vedono come un’ideologia
occidentale imposta con la forza ai musulmani, ai più deboli,
colonizzati, come un tipo di imperialismo culturale.
E poi c’è un altro problema: la sovranità di Dio. Dio
governa la nostra vita, come possiamo dare ad un parlamento questo
potere di decidere cosa dobbiamo fare, la legge? Dunque per la
democrazia dobbiamo cercare un concetto più adeguato, più
accettabile per la cultura islamica: la laicità come principio
di giustizia. Se possiamo legare questo concetto ai principi
dell’Islam, solo in quel caso possiamo riuscire ad inserire queste
nuove forme di giustizia. I principi ci sono, ce ne sono tanti che si
possono usare per spiegare la democrazia e la laicità.
C’è il principio della dignità umana; per esempio un
famoso versetto dice: e noi
già molto onorammo i figli di Adamo.
Tutti i figli di Adamo sono onorati da Dio. Dio in questo contesto, nel
Corano, non parla di religione, di razza, di cultura, parla
dell’umanità, della dignità dell’essere umano, questo
è un principio di uguaglianza tra tutti gli umani e solo lo
Stato laico può garantire questo; dunque come si può
spiegare ad un musulmano che la laicità è una forma
moderna di giustizia, che è un principio eterno? E’ questa la
sfida.
Ada Spadavecchia: Forse è difficile perché non c’è
una vera e propria Chiesa, quindi separazione tra Stato e Chiesa non
c’è, perché non c’è la Chiesa.
Adnane Mokrani: Sì, è vero questo è un altro
ostacolo; separare lo Stato dalla Chiesa, non ha senso. L’Islam si
presenta come una religione laica, non ci sono preti, non ci sono
religiosi, non c’è Chiesa; tutti, qualsiasi persona può
essere Imam, teoricamente, basta essere un musulmano, basta guidare la
preghiera rituale; ma storicamente ci sono state classi sociali che
hanno avuto un ruolo pseudo-ecclesiale, si può dire, classi
religiose, giuristi, centri di studio, come Al-Azhar al Cairo,
al-Zaytuna in Tunisia o al-Qarawiyyin in Marocco. Ma soprattutto questo
vale per l’Islam sciita, che ha un sistema pseudo-clericale; non
c’è centralità, è vero, ma questa laicità dell’Islam, non
è un’idea sempre giusta, dipende anche dal contesto.
Domanda: Siccome lei ha parlato di distinzione tra giustizia ed
equità, e qui ci sono paralleli nella nostra cultura tra diritto
e giustizia, o nell’ebraismo fra democrazia formale e democrazia
sostanziale e simili, vorrei sapere se nella storia dell’islamismo
c’è stata un’evoluzione come quella che da noi c’è stata
forse non per merito della religione, ma c’è stata, per cui si
è avuto il passaggio da una giustizia realizzata attraverso la
beneficenza, la compassione, la carità, etc. a una giustizia
realizzata mediante l’affermazione di diritti, passaggio che da noi si
colloca grosso modo nel periodo dell’illuminismo; c’è un momento
del genere nell’islamismo, o anche un’evoluzione graduale in favore dei
diritti?
Adnane Mokrani: Sì, si può dire che la cultura o le
culture tradizionali sono culture del dovere e non del diritto. La
cultura moderna parla più del diritto e questo anche è un
ostacolo: il passaggio dalla cultura del dovere alla cultura del
diritto, dalla cultura della comunità alla cultura
dell’individuo. Sì, ci sono sforzi di interpretazione, ma anche
il mondo islamico in generale vive una crisi di transizione, una lunga
crisi perché abbiamo perso un pò il modello tradizionale
mentre il nuovo modello moderno non è ancora abbastanza chiaro.
Stiamo in una fase di ricerca che è uno stato di crisi.
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Vorrei aggiungere una cosa. Quando ai
miei studenti pongo una domanda di questo genere, io parto da che cosa
era il califfo; il califfo è stata la forma che ancora adesso
alcuni movimenti rivendicano, come la forma per eccellenza islamica. Il
califfo era l’espressione di un patto, non era un unto del Signore; si
trattava di un patto tra lui che aveva certe caratteristiche e la
comunità, che lo riconosceva.
Il califfo si impegnava a certi doveri e la comunità si
impegnava a certi doveri. Dietro a questi doveri c’erano certamente dei
diritti compreso per esempio il fatto che se un califfo non faceva il
bene della comunità, teoricamente, almeno per alcuni movimenti,
c’era il dovere di rivolta; e ciò soprattutto nel primo Islam,
ed è stato giusto sottolineare lo scarto che c’è stato
spesso tra quello che era il primo Islam e quello che è successo
dopo. Un dovere di rivolta, di ribellione, questa mi pare una cosa
molto importante.
Poi le situazioni storiche faranno del califfo qualche cosa di molto
più religioso, non soltanto come i primi califfi, che avevano
una naturale qualità religiosa perché erano stati col
profeta, avevano sentito la voce del profeta, era un po’ come fossero
stati gli apostoli, quindi avevano un’autorità che nessuno
avrà mai più nell’Islam; ma, via via che il potere passa
ai sultani, agli emiri, agli eserciti, ecc., man mano che si
ingrandisce l’ecumene islamica, il califfo prende una dimensione
religiosa che prima non aveva; tutti gli studiosi sono assolutamente
d’accordo su questo fatto, tanto è vero che il primo califfo (la
parola califfo c’è nel Corano e se ne danno varie
interpretazioni, non ce n’é una sola) si chiama il califfo del
profeta e non il califfo di Dio. Ad un certo punto prenderà
invece la denominazione di califfo di Dio ed è lì che si
crea il momento di rottura, c’è quasi una retrocessione
piuttosto che un avanzamento.
Raniero La Valle: Se ho capito bene lei ha detto che il profeta
Muhammad non aveva l’intenzione di fondare una religione, una religione
nuova. Allora l’Islam che cosa sarebbe secondo questa idea fondativa
che non è fondativa?
Adnane Mokrani: Questa è una domanda molto importante,
perché in tanti dizionari dove troviamo la parola Muhammad si
dice: fondatore dell’Islam. Invece lui non è il fondatore
dell’Islam; non è neanche l’immagine centrale dell’Islam. Non
è per esempio analogo a Gesù Cristo nel contesto
cristiano. Dunque cosa significa musulmano, essere musulmano?
Questa parola, islam, spesso è tradotta nelle lingue occidentali
sottomissione; islam significa
sottomissione, ma che tipo di sottomissione? Infatti questa può
essere voluta, subita con la forza, ma quella subita con la forza
è in contraddizione totale con il concetto della religione che
significa una adesione con convinzione, una scelta; dunque la
sottomissione è voluta, con convinzione, se no non ha senso.
Allora si può anche tradurre la parola islam con: affidarsi,
darsi totalmente a Dio, essere in pace con Dio, essere in armonia con
Dio. Questo concetto anche sul piano linguistico e teologico della
parola, è molto ampio; e ciò coinvolge tutti i profeti
nominati nel Corano. Infatti c’è la profezia nel contesto
coranico, ma essa è diversa della profezia nel contesto biblico.
Cosa significa profeta nel Corano? Dio come segno di giustizia ha
mandato profeti a tutte le nazioni del mondo, non c’è una
nazione, una cultura senza un messaggero, senza un profeta mandato da
Dio.
Alcuni di loro sono menzionati nel Corano e nella Bibbia ma tanti,
tanti non sono menzionati, sono sconosciuti e il Corano nomina tanti
profeti biblici, anche i patriarchi del popolo di Israele li chiama
profeti, Adamo stesso è un profeta dell’Islam, è chiamato
musulmano muslim nel Corano, Abramo, Isacco, Ismaele, Giacobbe,
Giuseppe, Mosè, Gesù tutti sono profeti e Muhammad
è in questa linea dei profeti. Dice un detto: Tutti i profeti sono fratelli, dallo
stesso padre ma da madri diverse. Questo è molto
importante: perché dallo stesso padre? Perché portano lo
stesso messaggio, un unico messaggio, ed è l’unicità di
Dio, Dio è uno; ma da madri diverse, perché ognuno nel
suo contesto storico, nella sua cultura, nella sua lingua, nelle sue
forme culturali storiche, si può dire oggi; dunque la forma
dipende anche dal contesto storico geografico ma il contenuto è
unico; e perciò Muhammad è uno dei profeti dell’Islam.
Giovanni Franzoni: In questa fraternità, in questa
comunità dei profeti, però in conclusione Muhammad
è presentato come l’ultimo dei profeti, il sigillo dei profeti,
e questa espressione potrebbe essere accettata da molti nel senso che
è l’ultimo in ordine di tempo, non è l’ultimo nel senso
che Dio non può più mandare un legato; mi risulta che ci
sia una setta, assai perseguitata e mal vista, che ritiene appunto che
Muhammad sia il massimo profeta, ma non è escluso che Allah
possa ancora mandare dei profeti; però credo che questa
posizione sia minoritaria. Certo sarebbe estremamente seducente e
affascinante il discorso se fosse tale da andare al cuore di ogni
ricerca religiosa, così che si abbandonino le forme
sclerotizzate, a cui si attaccano le piccole ortodossie; sarebbe
estremamente affascinante anche per i cristiani, mi pare che
soprattutto tra gli sciiti alcuni pensano che Gesù possa tornare
e convertire tutti all’Islam per poi arrivare ad una proclamazione
universale in tutto il mondo, quando da tutto il pianeta si
alzerà la voce: c’è un
solo Allah.
Sarebbe molto bella, questa idea che ad un certo punto venga meno la
tacitazione di Allah, che non può più parlare, che non
manda più profeti; questo è un po’ imbarazzante; sarebbe
bene conoscere meglio questa setta, come si chiamano?
Bianca Maria Scarcia Amoretti: C’è una religione che viene fuori
con questa idea, che sono i Bahai….
Giovanni Franzoni: I Bahai non so fino a che punto sono islamici…
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Però riconoscono il Corano e
dicono che poi c’è stato un altro profeta.
Adnane Mokrani: Il profeta Muhammad come ultimo profeta può
essere una dottrina che si è sviluppata gradualmente nella
teologia islamica; questa dottrina può avere una interpretazione
di dominio, in un certo senso; sarebbe la parola definitiva che chiude
tutto il capitolo; in effetti c’è sempre la teologia del dominio
e la teologia della liberazione; ma i Sufi cercano di dare una risposta
umile a questo. Qualche volta mi sembra un gioco di parole; c’è
un detto che dice i sapienti sono
eredi dei profeti; c’è un’eredità dei profeti; e
questa eredità è trasmessa tramite i sapienti. I Sufi
parlano di santità; abbiamo parlato del servo sconosciuto,
maestro di Mosè, che non ha un nome nel Corano e non si sa se
è un profeta o no, non si trova nell’elenco; non si sa se Maria
è un profeta o no, anche se ha incontrato faccia a faccia
l’arcangelo Gabriele (c’è un grande dibattito tra i musulmani su
questo) ma Ibn Arabi, il mistico del XIII secolo dell’Andalusia ha
trovato un concetto che può risolvere questo problema; ha detto
che c’è la profezia generale e la profezia particolare.
La profezia generale è la santità, che rimane per sempre,
fino all’ultimo uomo, fino alla fine della storia umana, e c’è
la profezia particolare, quella dei profeti, dei fondatori delle grandi
religioni; il profeta Muhammad, la sua tradizione, è una forma
di preghiera, di culto; c’è una forma rituale per pregare
nell’Islam, ci sono certi principi scritti nel Corano, ci sono fonti di
queste religioni, c’è la fazione cristiana, la fazione ebraica,
ci sono altre tradizioni; dopo il profeta Muhammad non ci sono
fondatori in questo senso, ma c’è una verità profetica,
ci sono i santi che rappresentano la profezia nel senso ampio della
parola. Qualche volta la persecuzione crea scismi, nel senso che i
Bahai hanno scelto questa via perché sono stati perseguitati,
Baha’ullah stesso non ha fondato questa dottrina, come nuova profezia,
invece è stato suo figlio, che è venuto dopo, che ha
sviluppato il Bahaismo come una nuova religione. E’ vero che qualche
volta l’Islam stesso è stato considerato da alcuni gruppi di
cristiani, bizantini, o in Andalusia, come un’eresia cristiana; le
prime generazioni di cristiani pregavano nelle sinagoghe; dunque cosa
significa questa separazione, cosa significa una religione separata?
Questo è anche un concetto storico, possiamo anche studiarlo
come tale..
Agata Cancelliere: Vorrei sapere come mai il fondamentalismo nel mondo
viene confuso con l’Islam. È vero, ed è triste dirlo, che
il mondo conosce poco se stesso, i cristiani conoscono poco l’Islam,
l’Islam conosce poco i cristiani; come mai questa parte dell’islamismo,
il fondamentalismo, ha prevalso nel farsi conoscere anche come forza di
rivolta contro l’oppressione?
Adnane Mokrani: Il fenomeno è molto complesso. Secondo me ci
sono due principali motivi: un motivo storico, e un motivo piuttosto
recente, moderno. Il motivo storico: nello sviluppo del pensiero
islamico la giurisprudenza ha avuto un ruolo grandissimo; infatti dopo
il profeta Muhammad, dopo i primi califfi, il potere politico ha perso
legittimità, perciò il popolo ha cercato una nuova
autorità; e l’ha trovata nei sapienti, nei fondatori delle
scuole giuridiche. I fondatori delle prime quattro scuole giuridiche
dell’Islam furono perseguitati dallo Stato; hanno rifiutato di essere
giudici, per esempio, e sono stati perseguitati per questo; dunque
hanno rappresentato un autorità alternativa, ribelle al potere
politico; e poi il progetto sociale iniziale ha conosciuto grandi
fallimenti, grandi cambiamenti; la giurisprudenza era la garanzia di un
certo ideale, di una società santa; poi ci sono stati altri
motivi.
In una fase tardiva, il potere ha saputo trovare un compromesso con
alcuni sapienti, giuristi, e si è servito della giurisprudenza
come appoggio politico per giustificare il potere politico e
così per tante ragioni la giurisprudenza è diventata il
centro del pensiero islamico, della attività sapienziale
dell’Islam. Ma questa non è la natura stessa del Corano,
perché i versetti considerati, anche dai giuristi, come versetti
di giurisprudenza, sono pochissimi, non sono più di 120
versetti, su più di 6000; le storie dei profeti, il linguaggio
mitico sono più importanti nel Corano del linguaggio giuridico.
Il Corano non è un libro di legge; ma è stato
interpretato dal punto di vista giuridico. Dunque c’è questa
eredità storica per cui la giurisprudenza è diventata
patrimonio essenziale dell’Islam. Come un pò nell’ebraismo, mi
sembra.
Questo è il primo punto; il secondo è il fallimento dello
Stato moderno, soprattutto lo Stato dopo l’indipendenza; i cittadini
sono stati spettatori di un’indipendenza fallita, mancata,
un’indipendenza sul piano politico relativa, molto relativa, sul piano
economico molto relativa; e allora sul piano culturale, religioso,
vedono questo ritorno ad una forma storica sacra, assolutizzata come
una garanzia per lottare contro un tipo di imperialismo culturale. Il
fenomeno è molto complesso non si può spiegare in due
parole.
Domanda: Il bene comune si ottiene con la forza oppure con la
persuasione? Lo Stato nello schema tradizionale lo dovrebbe ottenere
con la forza, la religione con la persuasione?
Adnane Mokrani: C’è un principio coranico che dice: non c’è costrizione nella religione
(Corano 2: 256), questo versetto coranico può essere la base
della libertà religiosa, della libertà della coscienza.
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Dove la parola din che ha una lunga storia
semantica, vuol dire proprio religare; dunque c’è un elemento
giuridico.
Adnane Mokrani: Se vediamo come questo versetto viene interpretato
nella storia troviamo che è molto limitato. Cosa significa
storicamente non c’è
costrizione nella religione? Che non si può costringere
uno a diventare musulmano con la forza, ma una volta diventato
musulmano non può cambiare religione; questo nella
giurisprudenza classica. Perciò è una libertà in
un unico senso. Non c’è costrizione solo nella scelta della fede
islamica, ma non c’è libertà per esempio di non pregare,
di non digiunare. Si tratta di un concetto di libertà molto
ridotto, molto limitato. Questo è un certo tipo di pensiero
tradizionale.
Oggi la nuova proposta, la nuova comprensione di questo versetto, lo fa
diventare la base di tutta la libertà religiosa: c’è la
libertà nel diventare musulmano, ma anche la libertà di
non essere musulmano, di scegliere altre religioni. Poi c’è la
libertà di praticare o non praticare la religione islamica; chi
non vuole digiunare non è costretto a farlo. C’è un
grande problema di libertà perché come ho detto tutto il
pensiero tradizionale è basato sul dovere, sulla
comunità. Ci sono tanti concetti nuovi, per esempio il concetto
della cittadinanza, basata sull’essere cittadini di uno Stato, prima il
rapporto era basato sulla religione, per cui c’erano cittadini di prima
classe e altri di seconda classe. Dunque ci sono cambiamenti culturali
radicali e questo ha creato una crisi di interpretazione, di politica.
Pasquale Bazzoli: Io vorrei ringraziare sentitamente Mokrani per quello
che ha detto e per le suggestioni straordinarie che ci ha dato. Trovo
nelle risposte grande coerenza, si vede che c’è un vissuto molto
intenso, a livello personale, che è inserito poi anche in un
contesto sociale. Però io mi trovo profondamente a disagio in
questa costruzione perché mi pare che la razionalità sia
un pò messa tra parentesi: dov’è la dimensione politica,
la dimensione economica, quali sono i rapporti che questa visione
religiosa ha con quelli che gestiscono il potere politico economico e
culturale? Io ammiro anche questa visione del sufismo, la vedo un po’,
mutatis mutandis, come i mistici all’interno del cristianesimo o
dell’ebraismo; dicono delle cose straordinarie però poi è
come se fossero fuori, quasi non si sporcano le mani mediando per un
cambiamento, per una giustizia nel quotidiano.
Si potrebbe fare un collegamento con alcuni grandi filosofi del mondo
occidentale, i quali partendo da posizioni razionali via via, verso la
fine della loro vita, forse a causa della difficoltà a
relazionarsi con il reale in situazioni difficili, hanno abbandonato
questo rapporto dialettico razionale e hanno preferito un rapporto
religioso, irrazionale, mistico; mi riferisco a Schelling ma potrei
citarne altri; e allora si può ricordare quanto dice Hegel
criticando Schelling e la sua filosofia, e cioè che
l’unità indifferenziata è come la notte nera in cui tutte
le vacche sono nere. Dunque nell’oggi, nel periodo di grande crisi in
cui noi stiamo vivendo, la via di uscita c’è attraverso il
sufismo? C’è attraverso la mistica cristiana? Io rimango
perplesso perché vedo la necessità di un impegno politico
e comunitario in cui si tratta di far riemergere le contraddizioni,
farle scoppiare. Mi ricollego a quello che diceva Giovanni Franzoni,
certo che c’è questo richiamo fortissimo alla fratellanza ma non
vorrei che fosse una fratellanza simile all’unità
indifferenziata di Schelling, dove ci siamo tutti ma non c’è il
momento determinato per intervenire, per cambiare, per modificare. Lo
so che non è facile, ma…
Anna Maria Marenco: Nell’ambito dei problemi trattati, riflettevo sul
fatto che uno dei pilastri dell’Islam è l’elemosina legale,
vista come uno strumento anche di redistribuzione del reddito, della
ricchezza, che rientra poi in un concetto pratico di fratellanza. Ora,
questo pilastro della vita del credente, mi pare che sia definito
così, che conseguenze ha portato nella visione della gestione
dei beni, comunitariamente intesa? Perché queste società
dell’Islam si caratterizzano, almeno negli ultimi secoli, per questa
grande differenziazione della ricchezza tra classi dirigenti e masse
poverissime. Forse i fondamentalismi traggono molto consenso anche da
questo. Si tratterebbe di reinventare una solidarietà., Un piano
concreto di uso dei beni, di distribuzione, rientra nella problematica
della giustizia; non è tutto ma ne è una parte
importante.
Adnane Mokrani: Si, sono totalmente d’accordo, mistica e politica. E’
vero che sia l’Islam sia il cristianesimo hanno sviluppato un certo
misticismo distaccato dalla società, misticismo dell’isolamento,
della meditazione, della poesia, ma c’è anche una mistica
dell’impegno sociale, una mistica che può servire alla lotta per
la democrazia, per la laicità, per l’uguale cittadinanza; questa
può essere una nuova forma di misticismo, perché il
rischio del formalismo, della rigidità delle forme è
generale; anche il misticismo, il sufismo è caduto in questa
trappola, è diventato in un certo periodo un tipo di
superstizione, un tipo di religiosità folclorica, che ha perso
lo spirito; dunque non c’è una garanzia assoluta nel cammino
religioso, dobbiamo sempre cercare nuovi modi per esprimere la nostra
religiosità; la liberazione dall’egoismo individuale,
dall’egoismo collettivo è un passo necessario per il servizio
degli altri.
La politica deve essere vista come servizio, se no diventa una lotta di
interessi, di egoismi, di gruppi senza fine; questo è il dominio
del mercato, del denaro. Dunque c’è una certa
spiritualità della democrazia, se si possono usare questi
termini. Per l’esperienza storica del mondo islamico: abbiamo avuto
l’epoca tradizionale, del pensiero tradizionale, poi l’epoca del
nazionalismo arabo laico e ora siamo forse alla fine dell’epoca del
fondamentalismo islamico. C’è una grande sete di giustizia, di
democrazia, adesso c’è una nuova coscienza popolare della
necessità della democrazia, senza slogan di nazionalismo
né di islamismo, perché l’Islamismo è fallito in
tanti Paesi e si è visto concretamente che non bastava allo
Stato portare questa maschera di religione per essere giusto; non
c’è giustizia senza controllo di potere; e poi c’è
un'altra cosa, che la democrazia è in crisi anche in Occidente.
Come possiamo insieme, musulmani e cristiani, trovare una terza via,
una vera democrazia? E si capisce che la critica non deve essere solo
una critica a una politica o la critica dell’altro ma una critica in
tutti i sensi, in tutte le direzioni per poter sempre creare insieme,
dialogando, nuove forme di democrazia e nuove forme di giustizia.
Bianca Maria Scarcia Amoretti: Mokrani era venuto per parlare di
giustizia, e di sé, e invece in realtà ha presentato un
ampio spaccato di problemi che l’Islam sta affrontando, e mi pare con
un grande equilibrio. Se mai volevate un esempio che i musulmani non
sono tutti fanatici, bene, ne avete avuto uno straordinario. Grazie.
Il ripudio della Costituzione
Seminario del prof. Paolo Sacchi
19 novembre 2005
Raniero La Valle: Prima di introdurre il tema della giornata che
è la giustizia tra l’ebraismo e il giudaismo, vale a dire nel
passaggio che va grosso modo dal ritorno a Gerusalemme della
comunità esule a Babilonia, quindi dal V° secolo a.C., fino
all’età di Gesù, parliamo delle ultime notizie e in
particolare del fatto che mercoledì scorso 16 novembre in Senato
è stata approvata la nuova Costituzione. È un po’ la
nemesi di questa repubblica, di avere dei mercoledì neri: nella
precedente lettura la costituzione di Lorenzago fu approvata dal Senato
addirittura il mercoledì santo; ora di nuovo di mercoledì
è avvenuta l’approvazione definitiva. Con questo atto il
Parlamento ha praticamente dichiarato decaduta la Costituzione del ’48;
dal punto di vista formale questo licenziamento riguarda solo la
seconda parte della Costituzione, ma di fatto la liquidazione investe
anche la prima parte, per le ragioni che sono state più volte
discusse e chiarite anche in questo luogo. Di fatto al posto della
Costituzione del ‘48 il Parlamento ha varato la Costituzione di
Calderoli, di Fini, di Berlusconi, di Casini, di Follini; questi ultimi
anche se all’ultimo momento si sono dichiarati contrari, di fatto hanno
portato questo testo fino all’approvazione e al varo da parte del
Parlamento.
Quindi questa è stata una giornata di lutto, perché per
la prima volta virtualmente la nostra Repubblica si trova senza
Costituzione. Almeno per quanto riguarda il Parlamento non c’è
più infatti la Costituzione del 48, ed essa è sostituita
da una costituzione che costituzione non è: infatti noi dobbiamo
tenere molto fermo il principio che non ogni costituzione è una
Costituzione; non basta che una costituzione si presenti con le
caratteristiche di legge fondamentale, di legge sopraordinata alle
altre leggi, perché si possa dire che è una Costituzione;
perché una Costituzione possa essere una Costituzione bisogna
che sia informata ai principi del costituzionalismo; non esiste
Costituzione senza costituzionalismo; lo Statuto Albertino era uno
statuto ma non era una Costituzione; e i principi del costituzionalismo
sappiamo quali sono, ne abbiamo tante volte discusso soprattutto grazie
agli apporti che ha dato alla nostra ricerca il prof. Ferrajoli.
Pertanto noi siamo sostanzialmente in una fase di transizione e in una
crisi globale della Repubblica. Di fatto le è stata negata, da
parte della sua rappresentanza che è il parlamento, una
Costituzione, mentre la nuova costituzione ancora non è entrata
in vigore perché tra approvazione e promulgazione c’è di
mezzo per fortuna il grande evento della consultazione popolare, il
referendum, che sarà chiamato a confermarla o a rigettarla. Il
referendum si celebrerà l’anno prossimo quasi certamente dopo le
elezioni politiche.
Allora io vorrei esprimere due preoccupazioni in ordine alle prossime
vicende politiche italiane. La prima riguarda il referendum. C’è
un generale e credo abbastanza disinvolto ottimismo sul fatto che
questo referendum sarà vinto dal NO, perché tutto il
centro sinistra si è dichiarato contrario alla nuova
costituzione e perché perfino nell’ambito della destra ci sono
delle forze che si sganciano, e già sappiamo che l’UDC non
prenderà posizione, lascerà la cosiddetta libertà
di coscienza per cui ci potrebbero essere tanti voti per il NO anche
nell’ambito dello schieramento della destra che ha varato la riforma.
Tuttavia io penso che noi non ci dobbiamo abbandonare a questi
ottimismi e che sarebbe pericoloso pensare che il referendum sia
già vinto. Il referendum è un istituto prezioso, ma
è un istituto anche assai difficilmente maneggiabile,
perché dipende molto anzitutto da chi ha in mano le leve
dell’informazione, dipende dalla capacità che si ha di produrre
slogan, motivazioni, e anche di deviare l’attenzione dall’oggetto
principale verso oggetti secondari. Abbiamo l’esperienza del Brasile,
dove c’è stato il mese scorso un referendum popolare consultivo
sulle armi, sostenuto dal Presidente della Repubblica Lula, in cui si
chiedeva ai brasiliani se volevano mettere fuori legge la vendita e il
commercio delle armi.
In Brasile il problema della circolazione delle armi è
drammatico; in quel Paese, come del resto negli Stati Uniti, le armi si
possono vendere anche nelle tabaccherie, c’è l’idea che la
mascolinità comporta il diritto ad avere armi, e ci sono 45.000
morti all’anno per armi da fuoco. Insomma c’erano tutti i motivi per
vincere il referendum, sostenuto del resto da una grande campagna di
tutti i movimenti popolari, pacifisti, a favore dell’interdizione del
commercio delle armi; ebbene, il referendum che sembrava vinto invece
inopinatamente si è perso; hanno prevalso i fabbricanti e i
commercianti di armi che hanno manipolato la campagna referendaria in
modo tale che i brasiliani hanno creduto di dover votare per altre
cose, come a favore o contro la libertà individuale, come pro o
contro il governo che aveva indetto il referendum, o su altri temi che
non avevano nulla a che fare con la materia del contendere, per cui
alla fine si è stati sconfitti. Questo per dire che non possiamo
ritenere di avere in tasca il risultato.
E allora la preoccupazione qual'è? È che in realtà
l’opposizione alla costituzione di Lorenzago da parte del centro
sinistra sia una opposizione debole. C’è un indizio gravissimo,
costituito dal fatto che in tutto l’iter della riforma costituzionale
l’informazione di tutti i giornali, compresi quelli democratici, e
tutti i discorsi delle forze politiche e degli opinionisti si sono
concentrati sulla famosa devolution; cioè si è fatta
passare nel Paese l’idea che quello che sta accadendo non è il
sovvertimento dell’intero ordine costituzionale, non è
l’abolizione sostanziale del Parlamento, del voto di fiducia, non
è la liquidazione della libertà dei parlamentari, non
è la creazione di una specie di sovrano assoluto eletto dal
popolo ogni cinque anni e così via, ma è semplicemente
una devoluzione alle regioni
di tre poteri che attualmente sono detenuti dallo Stato centrale; a
questa mistificazione, a questa tattica dell’annebbiamento,
dell’occultamento e della dissimulazione ha partecipato largamente la
sinistra e ancora oggi, anche dopo l’approvazione di tutti e 57 gli
articoli della nuova costituzione dove c’è di tutto e di
più, nel dibattito politico si continua a parlare solo della devolution.
Mi pare che questo non possa essere un fatto casuale, non può
essere solamente il frutto di una disattenzione, di una inavvertenza.
Ciò allude probabilmente ad un'altra cosa e cioè che
nella misura in cui in questa nuova costituzione, al di là del
federalismo, c’è la ricezione istituzionale, in forma
gravissima, dell’ideologia della governabilità, che viene
privilegiata rispetto a tutti gli altri beni della vita democratica,
anche se questa governabilità viene tradotta in forme aberranti
dal punto di vista dello Stato di diritto e della democrazia, tuttavia
questa dose massiccia di governabilità che c’è nella
costituzione dei saggi di Lorenzago alla fine possa non dispiacere alla
sinistra.
Essa infatti, in una sua larga parte, ha seguito la stessa ideologia,
si è battuta per lo stesso obiettivo del governo forte; lo ha
fatto nella Bicamerale, ma lo fa continuamente anche nelle
dichiarazioni di questi giorni. La stessa critica alla nuova legge
elettorale è stata una critica riguardo al fatto che il premio
di maggioranza era troppo basso, non era sufficiente a dare abbastanza
potere al governo. Dunque ci può essere questa debolezza nel
contrasto alla nuova costituzione, per una sorta di sottinteso che se
fosse in buone mani, come sarebbero quelle di una sinistra che vincesse
le elezioni, questa costituzione in fondo sarebbe una cosa buona,
positiva, o perlomeno tollerabile.
Quello che si è accettato, che è passato anche nella
cultura del centro-sinistra, è che esisterebbe una
contrapposizione, una alternativa tra rappresentatività e
governabilità: cioè si può comprimere l’aspetto
della rappresentanza popolare, del pluralismo dei partiti, quindi una
rappresentanza politica che sia lo specchio delle diversità che
ci sono nel Paese, pur di avere un governo che governi. Si è
contrapposto il bene della rappresentatività a quello della
governabilità. L’altro giorno in una trasmissione di Omnibus
(che sarebbe la trasmissione del mattino di La 7), Gavino Angius capogruppo dei
DS al Senato l’ha spiegato così: dopo la guerra, quando si stava
uscendo dal fascismo, era prevalente il problema della rappresentanza,
della democrazia rappresentativa, perché appunto si usciva da
una fase in cui era uno solo a comandare; ma adesso che è
passato tanto tempo, i problemi sono diversi e ciò che prevale
invece è il tema della governabilità. In realtà
non è vero che ci sia un contrasto tra rappresentanza e
governabilità, perché in una democrazia il governo o
è rappresentativo o non è un governo democratico.
Chi ha detto che una effettiva rappresentatività del Parlamento
renderebbe impossibile o difficile il governo? Ci sono molti modi per
evitarlo. In ogni caso il timore è questo, che sulla base di
questo sottinteso noi possiamo avere una debolezza dei partiti
dell’Unione nella campagna referendaria, ciò che renderebbe
molto precaria la prospettiva della vittoria nel referendum. E ancora
c’è il rischio che questo tema della costituzione non entri
nella campagna elettorale politica, benché dobbiamo riconoscere
che Prodi lo abbia assunto come prioritario.
Ora è chiaro che la Costituzione diventa a questo punto la vera
posta in gioco; infatti io penso che se le future elezioni politiche
dovessero essere vinte dalla destra, la catastrofe sarebbe inarginabile
e anche la Costituzione sarebbe travolta; se invece le prossime
elezioni politiche saranno vinte dal centro-sinistra, allora la
Costituzione si può salvare; però appunto il timore
è che non ci sia sufficiente coscienza di questa partita, di
questa posta in gioco, nelle forze del centro-sinistra.
Dove stanno i cristiani non
democristiani
La seconda preoccupazione è la seguente. Mi sembra che sia in
atto uno slittamento della cultura politica di questo Paese, in gran
parte dovuto alla forzatura della divisione del Paese in due campi
contrapposti, a causa della mitologia imperante del bipolarismo e del
maggioritario. Anche a causa di questo, sta avvenendo una
polarizzazione per cui si tende sempre più a ritenere che da una
parte c’è il mondo democratico, il mondo laico, il mondo della
sinistra e da un’altra parte c’è la Chiesa, il mondo delle fedi,
il mondo delle religioni; sempre di più, quando si fanno i
dibattiti ormai all’ordine del giorno sulla laicità, si assiste
a questa specie di contrapposizione: da una parte ci sarebbero quelli
che sono laici e che quindi difendono lo Stato laico, difendono la
aconfessionalità, e da un'altra parte c’è necessariamente
la Chiesa e perciò i cattolici; proprio ieri c’era una polemica
di Sansonetti con Bertinotti in cui il direttore di Liberazione
sosteneva la tesi che esisterebbe una competizione, una gara, tra
sinistra e Chiesa e che in questa gara la sinistra è più
debole; essa infatti non avrebbe contenuti forti, contenuti alti,
mentre invece la Chiesa, siccome si occupa di Dio e dell’uomo, ha
contenuti forti e quindi c’è il rischio che in questa gara a
perdere sia la sinistra.
Ora questa rappresentazione di una necessaria conflittualità, di
una necessaria alternativa tra il mondo delle religioni e delle fedi, e
il mondo della sinistra, che appunto è la conseguenza di questa
impostazione manichea che si è andata affermando nella vita
politica del Paese, mi sembra catastrofica; infatti in tal modo si
viene a stabilire quasi in via di principio che i credenti non possono
stare nella sinistra, non possono stare nel mondo laico, non possono
stare nell’ambito delle forze del rinnovamento se non come transfughi o
come esuli dal loro mondo. Ma questo contraddice tutto lo sviluppo
storico che noi abbiamo avuto ed è una cosa assai pericolosa
perché questo vorrebbe dire che di fatto i cattolici starebbero
solo nello schieramento di destra, lì starebbe la Chiesa, e alla
fine gli uni sarebbero perdenti, gli altri vincenti. È molto
allarmante vedere che di fatto sempre più si va configurando una
situazione in cui secondo il senso comune i cattolici e quasi sempre i
cattolici clericali insieme con gli altri devoti, dovrebbero far parte
dello schieramento di destra in cui quasi inevitabilmente sarebbe
inghiottita la Chiesa, mentre nello schieramento di sinistra verrebbero
meno anche quelle componenti cristiane che in esso sono state presenti
in passato in varie forme.
Penso alla sinistra democristiana, penso alla Sinistra indipendente,
penso ai cattolici comunisti, penso a tante esperienze che ci sono
state in Italia di cristiani non
democristiani, come allora li chiamava Ossicini, in ogni caso
cristiani non clericali, cristiani non subordinati alle ragioni
temporalistiche della Chiesa che sono stati presenti nello schieramento
della sinistra o nello schieramento democratico. Mi sembra che queste
presenze stiano diventando sempre più evanescenti, invisibili,
ed è grave che dentro questo schieramento non ci sia più
l’apporto di questa cultura. Infatti non esiste più nessuna
traccia di quella che era la sinistra democristiana (la Margherita
certamente con la leadership
di Rutelli non può apparire come una continuazione di una
esperienza di cristianesimo democratico, di una politica critica
ispirata ai valori cristiani); i cristiano-sociali sono completamente
scomparsi nell’ambito dei DS e non hanno una loro presenza visibile,
mentre nei partiti della sinistra più radicale come Rifondazione
Comunista sta prendendo piede questa specie di ideologia della
laicità molto vicina al laicismo tradizionale; intanto arriva
dentro il centro sinistra la componente Bonino, Pannella, Capezzone,
cioè la componente radicale laica anticlericale.
Dunque nel momento in cui dobbiamo affrontare una battaglia forse
decisiva per la Repubblica e per la democrazia, lo schieramento che
dovrebbe essere garante di questa difesa della democrazia, dei valori
fondamentali, dei diritti etc, si trova indebolito e sguarnito di
questa componente che a mio giudizio non solo sarebbe feconda ma
sarebbe indispensabile per il successo. Queste sono le mie due
preoccupazioni che volevo esprimere perché su queste ci
sarà poi molto da lavorare e da dibattere nei mesi futuri.
Adesso passiamo al tema del nostro seminario. Il prof. Sacchi è
un’autorità internazionalmente riconosciuta negli studi sul
giudaismo, ed è stato fino al 1999 ordinario di Filologia
biblica all’Università di Torino. Io lo ringrazio per aver
accettato il nostro invito che è stato motivato soprattutto
dagli ultimi due libri che egli ha scritto e che sono molto importanti
per la nostra ricerca: La storia del secondo tempio. Israele fra VI
secolo a.C. e I° secolo d.C (SEI, Torino, 1994), nonché
Gesù e la sua gente (San Paolo, 2003), libro quest’ultimo che
è in qualche modo analogo a quello di Giuseppe Barbaglio,
“Gesù, un ebreo del suo tempo”.
Paolo Sacchi: Quello di Barbaglio è un’opera scientificamente
fondata, il mio libro su Gesù è un libro di riflessioni;
questo non vuol dire che io abbia scritto cose estemporanee, piuttosto
sono il frutto della ricerca di tutta la mia vita, in cui è
implicata anche la mia fede personale; queste riflessioni si appoggiano
certo su tutte le mie conoscenze ma sono su un piano diverso da quello
che è lo svolgersi di un discorso scientifico vero e proprio; in
questo senso questo mio libro è nettamente diverso da quella di
Barbaglio.
Raniero La Valle: Ciò che è importante è la
rilettura della storia di Gesù nel quadro delle ideologie, delle
correnti, delle tendenze religiose della società da cui veniva.
Passando ora al nostro tema, avendo letto lo schema del suo intervento
credo di poter dire che quello che ci apprestiamo a sentire non
è una descrizione di dottrine intorno alla giustizia, ma
è una storia, è la storia di come questa realtà di
giustizia, questa ispirazione alla giustizia, è andata prendendo
forma nella esperienza storica dell’ebraismo prima e del giudaismo poi.
Attraverso questa storia si vede come non ci sia nulla di cui si possa
dire che è il frutto di una compiutezza o di rivelazione o di
elaborazione dottrinale e dogmatica, ma si tratta sempre di un dialogo
tra posizioni diverse che via via si susseguono e anche si
contraddicono o si superano l’una rispetto all’altra; e questa mi
sembra che sia, da un punto di vista metodologico, un indicazione
preziosa perché ci suggerisce ad esempio il modo in cui va letta
la Bibbia: la Bibbia non si può leggere come se fosse un libro
scritto di getto, dove tutte le espressioni sono sullo stesso piano,
tutte contemporanee, ma si deve leggere come un work in progress, spesso come un
battibecco, come la traccia di una lunga discussione, come una storia,
e questa mi pare una cosa molto liberante e anche affascinante.
Paolo Sacchi: Vi dovrei parlare della giustizia; non tanto della
giustizia nella Bibbia perché come vedrete tirerò fuori
dei testi che non sono biblici, anche se sono sempre testi ebraici.
Pertanto direi che parlerò del senso e del concetto di giustizia
all’interno del mondo ebraico.
La prima documentazione abbastanza sicura, per conto mio, di un
problema della giustizia nel mondo ebraico l’abbiamo con il profeta
Amos circa alla fine dell’VIII secolo a.C. Questo significa che non
considero il complesso della Legge come un testo a monte di tutto.
Penso che il complesso della Legge sia venuto dopo Amos, non prima,
addirittura verso l’esilio e anche un po’ dopo, magari.
Ma prima ancora di vedere come Amos, affrontandolo per la prima volta,
risolve il problema della giustizia, bisogna chiarire un altro punto.
Gli ebrei antichi, in quell’epoca dell’VIII a.C., che schema mentale
avevano, dove e come collocavano la giustizia nel cosmo? Noi abbiamo
due paradigmi, quello egiziano e quello mesopotamico, che sono molto
diversi fra di loro; poi, leggendo Amos si può capire da che
parte doveva stare Amos, perché già per essersi posto il
problema bisogna che se lo sia posto sulla base di una certa
precomprensione di che cosa è la giustizia.
Da un punto di vista egiziano la giustizia non è altro che la
verità, è la struttura del cosmo. La società umana
non è un qualcosa che è stata creata dall’uomo, ma
è un qualcosa che appartiene al cosmo. Come c’è il sole,
la luna, le stelle che girano in un certo modo, c’è una
società umana che gira con un faraone, con i suoi visir, con
tutte le sue strutture; la struttura della società non è
altro che un’appendice della struttura del cosmo. Pertanto essere
giusti vuol dire essere nell’ordine cosmico, il malvagio è uno
che è fuori dall’ordine cosmico; chi raggiunge la giustizia,
cioè l’ordine cosmico, sopravvive nell’aldilà
perché ovviamente è già entrato nell’ordine
assoluto, eterno. Qui poi ci sarebbe tutto il problema del rapporto tra
il divenire del mondo e l’eternità che circonda il mondo, ma
questo ora lo mettiamo da parte.
Da parte mesopotamica invece, la giustizia è una cosa un po’
diversa, la giustizia essenzialmente (parlo per schemi ovviamente)
è un eseguire la volontà della divinità. Pertanto
si ammette che il mondo non è un ordine ma è un ordine
che si crea anno per anno, perché all’inizio di ogni anno il
concilio degli dei si riunisce e stabilisce il destino di quell’anno.
Questa decisione è sempre modificabile; se esisteva allora, come
esisteva, una aruspicina, non aveva il valore che poteva avere nel
mondo greco e romano dove si trattava di indagare attraverso le viscere
degli animali il futuro; si trattava piuttosto attraverso le viscere
degli animali - il procedimento più o meno è lo stesso -
di indagare per vedere qual era, in quel momento, la volontà
degli dei, per poter eventualmente agire sulla volontà degli
dei, offrendo sacrifici, adeguandosi alla loro volontà. La
giustizia pertanto è un qualche cosa che si potrebbe definire
(gli antichi non ci pensavano ma noi siamo abituati a ragionare per
concetti chiari) come un aderire alla volontà degli dei,
inserirsi in quel mondo lì. Amos (VIII secolo): il male
c’è perché Dio è arrabbiato.
Ora guardiamo come ragiona Amos, inserendosi in questa problematica del
mondo antico. Prendo dal versetto due del primo capitolo: Egli (Amos) disse: il Signore ruggisce da Sion, da
Gerusalemme fa udire la sua voce; sono desolate le steppe dei pastori,
e inaridita la cima del Carmelo. Dunque il Signore (il Signore è il modo con cui
la CEI traduce il nome ebraico di Dio) sta ruggendo da Sion,
cioè si fa vedere adirato, arrabbiato; e qual è il
ruggito? Il ruggito sta nel fatto che le steppe dei pastori sono
desolate; traducendolo ancora meglio in termini nostri: dal momento che
si vede che c’è una carestia, dal momento che si vede che
c’è una siccità, questo significa che la divinità
è arrabbiata.
Allora a questo punto scatta un meccanismo che sembra tipicamente,
essenzialmente di tipo mesopotamico, per intenderci, per cui la gente
si domanda: in che cosa abbiamo sbagliato, tanto che il nostro Dio si
è adirato? La risposta di Amos qui fonda veramente l’ebraismo
come è entrato nella storia e come in fondo è anche oggi
(l’ebraismo, non l’ebraismo-cristianesimo). La risposta è: Così dice il Signore: per tre
misfatti di Damasco e per quattro non revocherò il mio decreto
ecc. ecc.; e così si seguita per un paio di capitoli.
Dunque la divinità è adirata perché ci sono dei
misfatti. Tradotto ancora in termini più moderni e più
schematici: l’unico motivo per cui la divinità si arrabbia, non
andate, uomini, a cercarlo in un sacrificio fatto male, in un ritardo
di una processione o in altre cose di questo genere; l’unica cosa che
può fare adirare la divinità è il fatto che ci sia
la malvagità. La malvagità è l’unica cosa per cui
si adira la divinità. Questo significa vedere la giustizia come
via al favore divino, cioè alla salvezza, intendendo per
salvezza - questa è una cosa fondamentale - la salute del
singolo e del popolo in quel momento. Non pensate che in quest’epoca ci
sia un discorso riferito all’aldilà: noi quando sentiamo il
prete che parla di salvezza intendiamo istintivamente e ci riportiamo
al paradiso.
Nella Bibbia prima di parlare del paradiso ce ne vuole di tempo: in
quest’epoca essa non parla assolutamente del paradiso, parla della
salvezza come situazione di felicità su questa terra. Pertanto
la giustizia diventa la via per raggiungere la salvezza. In effetti il
problema fondamentale - si vede continuando a scorrere i profeti - non
è che cosa sia la giustizia, ma quale giustizia porta alla
salvezza. Il punto d’arrivo, il punto luce che illumina tutto il quadro
non è la giustizia, è la salvezza. A quest’epoca (per
conto mio ne sono sicuro e credo che siano pochi quelli che oggi la
pensano diversamente) non esiste ancora la legislazione così
detta mosaica, la Torah, e quindi quando Amos dice alla gente: siate
buoni e non cattivi, intende dire quello che potrebbe dire una mamma ad
un bambino: sii buono; il
concetto di buono è quello della morale comune, il senso comune
della morale come diciamo oggi; e la riprova può essere data dal
fatto che per esempio Michea (che è un profeta contemporaneo di
Amos, circa 700 a C.), dice: a un certo momento i sacrifici non
servono, possiamo forse pensare di placare il nostro Dio offrendo il
tale sacrificio, addirittura offrendogli il primogenito?
Qui siamo in un’epoca in cui evidentemente esiste ancora in Israele
l’uso di sacrificare il primogenito; c’è un regime che dal punto
di vista nostro è barbarico; quindi quando si parla qui di
salvezza non bisogna intendere una giustizia in senso assoluto, ma la
giustizia come era concepibile a quell’epoca, che quindi comprendeva
anche dei riti che per noi sono inconcepibili.
Il profetismo come istituzione statale
Ma chi sono i profeti? Il profetismo nell’VIII secolo a.C. è un
movimento che è sopranazionale. Non pensate ai profeti ebrei:
noi, certo, nel nostro canone abbiamo tre, quattro profeti maggiori e
dodici profeti minori, a cominciare da Amos, anche se Amos diceva di
sé di non essere un profeta: questo forse vi complica un po’ le
cose ma chiarisce tanti aspetti storici. Il profetismo è un
movimento esistente già da almeno un millennio, che ricopriva
tutta l’area siro-mesopotamica; era un’istituzione, in un certo senso,
però un’istituzione molto libera. Era un’istituzione dipendente
dal re, quindi inserita nella struttura burocratica dello Stato (come
del resto gli àuguri a Roma).
Tuttavia abbiamo una documentazione abbondante sull’esistenza
più in generale del fenomeno profetico, cioè dell’uomo
che parla a nome di una divinità indipendentemente dai gruppi
profetici; e questi profeti indipendenti erano noti, erano
riconosciuti; generalmente essi mandano i loro messaggi al re (non solo
a quello ebraico ma in tutta la zona siro-mesopotamica) attraverso
quelle che noi oggi chiameremmo le vie burocratiche; cioè si
rivolgono al governatore della zona, il quale pensa a mandare il
messaggio al palazzo, dove ci sarà un capo cerimonia che lo
porterà al re; e se noi oggi conosciamo queste lettere, è
perché poi venivano archiviate.
Questo fa vedere come questa profezia sia inserita nello Stato;
però questi profeti non rispondono ad una domanda, ma agiscono
motu proprio, partono di iniziativa loro, e sono ascoltati; c’è
una lettera di una profetessa di Mari che scrive al re - e la lettera
viene inoltrata regolarmente dal governatore - in cui si parla delle
relazioni dello Stato di Mari con gli Stati vicini, si avverte il re
che ci sono certi pericoli; ma questo vuol dire entrare nella politica
con tutti e due i piedi. Quello che non sappiamo è come reagiva
un re che si vedeva recapitare queste lettere; che faceva il re, ci
credeva, non ci credeva, questo non lo so, però è chiaro
che i profeti avevano un accesso veramente enorme, incredibile al
centro del potere.
Amos quando va a predicare al nord e predica davanti al tempio di Betel
viene cacciato in malo modo dal sacerdote di Betel il quale gli dice:
guarda questo è un tempio di Stato; siccome tu non appartieni a
questo Stato e non dici cose conformi alla struttura qui vigente per i
profeti, per favore levati di torno e vattene a casa tua. E lui
risponde ma io non sono un profeta,
cosa che la CEI traduce non ero
e così rovina ogni cosa, perché invece si tratta di un
presente: io non sono un profeta.
Che vuol dire io non sono un profeta? Vuol dire io non parlo come i
profeti, cioè come i profeti istituzionali; io sono un uomo
libero che parla perché così ispirato (da Dio); questo fa
vedere che tipo di rapporto hanno i profeti con il potere: lo possono
criticare, ci si mettono contro. Però quelli che noi chiamiamo
profeti, i profeti biblici, sono al di fuori dei movimenti profetici.
Tuttavia essi in qualche modo sono creduti e stimati proprio
perché esiste questo movimento profetico.
E qui bisogna distinguere nettamente tra i profeti del nord e quelli
del sud. Il profeta del nord generalmente - vedi Osea - è
avversario della monarchia. Osea, che appartiene anche lui a quella
fine dell’VIII secolo, dice che tutti i mali in Israele si risolvono
nel fatto che Israele si è dato un re; e Dio dice: nella mia ira ti ho dato un re, o Israele,
nel mio furore te lo toglierò. Quindi la monarchia
è la maledizione di Israele: profeta del nord.
I profeti del sud, invece, parlano con i discendenti di David e sono in
una tutt'altra sintonia con la monarchia; però, essendo in
sintonia con la monarchia e considerando l’istituto monarchico come
istituto fondamentale per la salvezza del popolo (salvezza del popolo
nel senso che dicevo prima, sempre come salvezza su questa terra,
salvezza sociale e politica), questi profeti del sud evidentemente non
facevano dei ragionamenti sulla giustizia simili a quelli dei profeti
del nord. Il profeta del nord sostanzialmente che cosa dice? Dice:
volete essere salvi, siate giusti, che poi è il fondamento
dell’ebraismo, l’idea che l’uomo redime se stesso, che la giustizia
è quella che salva.
Il profeta del sud dice anche lui: siate bravi, invita alla
bontà, alla generosità, invita ad evitare l’idolatria, fa
tutti questi inviti; però inserisce un discorso diverso sulla
giustizia. Per il profeta del nord la giustizia è lo strumento
per arrivare alla salvezza, per il profeta del sud è invece la
salvezza che sarà caratterizzata dalla giustizia; quindi ci
sarà un giorno un discendente di David, della dinastia al
potere, che sarà fornito di tali carismi, di tali
capacità, che instaurerà lui la giustizia; e la giustizia
sarà la salvezza: però è un qualche cosa che deve
venire e che non grava tutto sulle spalle dell’uomo.
Nel discorso del profeta del nord tocca all’uomo fare tutto, e se
l’uomo non ci riesce la cosa è chiusa. Nel discorso del profeta
del sud c’è da un lato l’invito agli uomini a essere i migliori
che sia possibile; però si accompagna a questo invito il
proclama che un giorno verrà un discendente di David che
avrà capacità tali da realizzare lui quello che gli
uomini da soli non sono in grado di realizzare. Quindi si tratta di due
prospettive sulla giustizia piuttosto diverse, perché in un caso
abbiamo una giustizia che porta la salvezza esclusivamente sulla base
di forze umane; dall’altra parte invece abbiamo una giustizia che
è lo stato stesso di salvezza, ma che non può dipendere
esclusivamente dall’uomo; ci vuole un intervento messianico.
Il Deuteronomio (fine del VII secolo):
la giustizia sta nel Patto; le colpe dei padri
Passerei adesso rapidamente alla giustizia nel Deuteronomio e in
Geremia, il che vuol dire un secolo dopo, fine del VII secolo. Qui il
discorso è un po’ diverso. Cominciamo con un documento che
sembra molto radicato nel discorso tipo nord, quello di Amos: il
Deuteronomio. Il Deuteronomio contiene una legge, si può dire,
che deve avere avuto la sua prima formazione nel VII secolo, dopo si
è sviluppata, ma prendiamo adesso come data il VII secolo.
Questa legge si presenta con una caratteristica particolare: ogni
legge, ogni norma del Deuteronomio deve essere considerata come una
clausola di un patto che lega Dio agli uomini. È quindi come se
fosse stato fatto un contratto fra Dio e l’ebreo, per cui la
divinità accetta una regola di questo genere: se voi ebrei
osserverete queste leggi io vi proteggerò; avrete la salvezza se
voi osserverete queste leggi.
Questo è il pensiero di Amos che diventa addirittura concezione
dello Stato, perché il patto non è un qualcosa che
riguarda il singolo ebreo, ma riguarda tutti gli ebrei nel loro
insieme. L’interessante di questa concezione è il fatto che essa
si pone al di sopra della volontà del re. Mentre prima il re, in
quanto messia, in quanto “unto”, in quanto rappresentante di Dio in
terra si considerava libero di fare quello che credeva più
opportuno, adesso il re ha come obbligo quello di studiare la legge,
l’obbligo di applicarla e di farla applicare al popolo. Quindi la legge
diventa il patto fra Dio e l’uomo.
Ma nel Deuteronomio c’è un elemento ulteriore che apre un grande
problema a un profeta contemporaneo, uno dei più grandi profeti
di Israele, sul piano umano forse il più grande di tutti:
Geremia. Nel Deuteronomio c’è questa idea che se gli ebrei
osserveranno il patto saranno salvi. Però nel Deuteronomio
c’è anche un codicillo antipatico per gli ebrei di allora che
dice: le colpe dei padri si ripercuotono sui figli. Cosa vuol dire?
Vuol dire che il discorso del patto che salva se se ne osservano le
clausole può non funzionare, perché potrebbero ricadere
sul capo della generazione attuale le colpe dei padri precedenti.
Geremia (627-587 a.C.): la giustizia
da un nuovo patto che non si potrà trasgredire
Dunque non c’è nessuna certezza, e questo diventa un dramma per
Geremia. All’inizio del capitolo dodici c’è un discorso che
sembra quello di Giobbe: Signore io non capisco come tu faccia a
gestire la storia. Perché i malvagi, tutto sommato, se la cavano
bene? Tu sei troppo giusto perché io possa parlare con te,
però il discorso non torna. Geremia predica - capitolo VII - si
trova alle porte del tempio e dice agli ebrei che arrivano: guardate
non crediate che la vostra salvezza possa dipendere dal fatto che qui
c’è un tempio, perché non è sulla base del tempio
che voi vi salverete, ma sulla base della giustizia: e questo sembra il
discorso di Amos e del Deuteronomio.
Però dopo gli viene un dubbio - capitolo XIII, 23 - : non ho mai
visto un leopardo a cui la pelle cambi, se ha tutta una picchiettatura,
quella gli resta. Può mai l’uomo che è abituato a
compiere il male, ad un certo momento smettere e fare il bene? E se non
può, cosa significa la mia predicazione: siate migliori e vi
salverete? Significa: voi non diventerete migliori, ne sono
assolutamente certo perché chi è abituato a fare il male
non riuscirà mai a fare il bene; di conseguenza la mia
predicazione diventa la rovina inevitabile. Il ragionamento di Geremia
viene fuori chiarissimo: la rovina è inevitabile perché
chi è abituato a fare il male non potrà fare il bene.
Questo è il dramma, che appare nel capitolo 20 quando dice: io
voglio smettere di fare il profeta perché tanto non posso fare
altro che profetizzare rovina. Cosa vuol dire profetizzare rovina? Si
accorge che il suo invito ad essere migliori, ad essere più
giusti non si realizzerà mai e quindi non ci sarà mai la
salvezza, perché chi è abituato a fare il male non
farà il bene e quindi allora devo profetizzare rovina; questo,
dice, non lo vorrei fare e allora ho deciso di non fare più il
profeta, ma c’è un fuoco dentro le mie ossa che mi divora e non
riesco a stare zitto come vorrei. Quindi qual è la salvezza per
Geremia? La salvezza ci sarà quando Dio rifarà il patto
con gli uomini. Però quando sarà rifatto il patto ci
ritroveremo al punto di partenza. Un patto era già stato fatto
in antichità ma questo patto gli uomini, gli ebrei, lo hanno
tradito. Dio rifarà il patto ma saremo al punto di partenza,
corriamo il rischio di nuovo di avere un patto che può essere
trasgredito; la salvezza ci sarà quando avremo un patto che non
può essere trasgredito.
Questo patto che non può essere trasgredito sarà il patto
nuovo, che consisterà nel fatto che la legge sarà scritta
nel cuore degli uomini; tradotto in altri termini, quando gli uomini
saranno buoni per natura tutto andrà bene. E la cosa resta
lì, come un discorso che dopo verrà sviluppato in maniera
diversa dalla tradizione soprattutto cristiana ma che inizialmente
credo che per Geremia voleva dire questo: ci deve essere un momento in
cui Dio farà con gli uomini un patto diverso; ma perché
sia diverso non si tratta soltanto di fare clausole diverse, si tratta
di far sì che l’uomo sia diverso. Non è un discorso
semplice: è “un altro mondo possibile” (Geremia 31, 30).
Infatti, dice Geremia, bisognerà a quell’epoca, con questo patto
nuovo, che oltre a tutto Dio dimentichi tutte le colpe, bisogna che
cessi di essere valido il principio “le colpe dei padri ricadono sui
figli”, questo bisogna che cessi: finché questo principio
sarà valido non si può avere questo mondo nuovo; ma nel
tempo escatologico, come si dice oggi, cioè alla fine dei tempi
ci dovrà essere un momento in cui Dio rifarà la natura
umana e darà agli uomini un nuovo patto.
Ezechiele (VI secolo): ognuno risponde
delle sue azioni
E con ciò siamo al VI secolo con Ezechiele, una figura
grandiosa, forse da un punto di vista intellettuale il più
potente profeta di Israele. Egli vive la maggior parte della sua vita
in esilio a Babilonia e da un lato ci lascia una sua visione del cosmo
completamente nuova; le radici ideologiche, come si direbbe oggi, del
monoteismo credo che siano da ricercarsi qua dentro, in Ezechiele.
Ezechiele vive in Mesopotamia, conosce certamente bene la cultura
babilonese, e dalla cultura babilonese, non quella letteraria
religiosa, ma da quella scientifica, deduce il principio fondamentale
per lui che il cosmo è tutta una struttura, bene unitaria, una
struttura che ha la sua perfetta espressione nel rapporto tra tempo e
spazio. Come Dio è il padrone dello spazio, e ne è facile
l’intuizione, così Dio è anche il padrone del tempo,
perché il tempo è in qualche modo un aspetto dello spazio.
Come esiste il tempio, che è spazio sacro rispetto al territorio
che circonda il tempio, così esiste il giorno sacro, il sabato,
che è uno spazio di tempo, il tempo sacro, distinto dal resto
del tempo; e questo si rivela attraverso la struttura di un calendario
particolare, non di 364 giorni, ma di 360, che non sono altro che i 360
gradi dell’orizzonte. In altri termini sono problemi di astronomia
babilonese, dove i segni dello zodiaco si chiamano mesi, dove i gradi
dell’orizzonte sono i giorni: immaginatevi l’astrolabio (esistevano
già da secoli gli astrolabi in Mesopotamia) che è una
descrizione del cielo; ma pensate che questa descrizione del cielo sono
i giorni, sono i mesi: cioè il tempo viene ad essere in qualche
modo strutturato nello spazio e tutto dipende da Dio; per conto mio la
riprova di questa nuova concezione dello spazio-tempo si ha anzitutto
dal fatto piuttosto interessante che Ezechiele data le sue profezie,
che per la maggior parte risultano tutte di venerdì o di
domenica, all’entrata del tempo sacro e all’uscita del tempo sacro,
cioè quando il profeta si trova in quel punto in cui sta per
entrare o è uscito dal sacro ma non è più nel
sacro e può parlare al profano, si trova in questo punto di
passaggio; e questo già per conto mio è piuttosto
interessante; ma poi l’altra cosa interessante di Ezechiele è la
sua concezione messianica che fa vedere una struttura ideologica nuova.
Parlando di David non dice, come aveva detto Isaia, come aveva ripetuto
Geremia: un giorno nascerà il rampollo di David, ma dice: un
giorno nascerà David. Quindi David non è più il
rampollo della dinastia davidica, David diventa il segno che certamente
ci sarà David, il David storico è il segno che certamente
ci sarà il David escatologico; in altri termini ha inventato il
tipo e l’antitipo; non c’è questa formulazione ovviamente in
Ezechiele, ma il suo modo di ragionare è evidente: il David
storico è esclusivamente il tipo del vero David che deve ancora
arrivare.
Ma lasciamo andare questi problemi che fanno vedere la grandezza del
pensiero e soffermiamoci soprattutto sul problema della giustizia.
Ezechiele si prende una grossa responsabilità a nome di Dio.
Dice: quel famoso proverbio che dice che i padri hanno mangiato l’uva
acerba ma si sono allegati i denti dei figli (che poi significa che le
colpe dei padri ricadono sui figli) non vale più; da questo
momento ciascuno pagherà per la sua colpa. Viene fuori il
capitolo 18 di Ezechiele, dove appunto si fanno tutti i casi possibili
ma che poi si riducono a questo principio generale: l’uomo che osserva
la legge vive; addirittura si usa la formula vive perché osserva la legge.
Quindi la legge in questo caso diventa un fatto personale: questo non
è il patto del Deuteronomio dove la legge è fatto
essenzialmente sociale per non dire politico o statuale; qui la legge
è un fatto personale e ciascuno vive in quanto osserva la legge;
chi non osserva la legge muore.
I commentatori scrivono che probabilmente diceva queste cose
perché voleva incoraggiare gli ebrei che stavano per rientrare
in patria, rassicurandoli che le colpe dei padri non ricadevano su di
loro: può darsi che questo sia stato il suo scopo, non lo so,
quello che è certo è che egli mise in moto un movimento
tremendo; perché fino a quel momento la buona ventura e la
sventura non potevano da nessuno essere messe in relazione alla propria
attività, alle proprie azioni, perché ognuno poteva
sempre pensare che la fortuna dipendesse dalla bontà dei padri e
le sventure dalla malvagità dei medesimi; una volta che uno ha
stabilito con fermezza che da questo momento ciascuno paga per le sue
colpe, il problema che angosciava Geremia diventa veramente grosso:
Signore, perché gli affari degli empi vanno bene? Finché
lo si diceva in una società che aveva fra i suoi punti di
riferimento mentale l’idea che le colpe dei padri ricadono sui figli,
il problema poteva fare scandalo, uno poteva arrabbiarsi con il buon
Dio, però tutto filava, non c’erano degli assurdi; adesso la
cosa può diventare assurda; e infatti dopo lo diventerà;
e quindi il discorso è chiarissimo.
I libri della Bibbia scritti dallo
storico di corte (VI secolo)
Il patto è il re; poi sarà il popolo