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Nando Bacchi

TRITTICO INTORNO CUI DIALOGARE CON SERENA PASSIONE

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I tre brevi saggi sono dedicati a tutti gli uomini nell'ostinazione di credere che solo il dialogo umile pacifico profondo tra le culture salverà il mondo portando a prevalere, nello spontaneo processo di globalizzazione, sull'imperium dei potenti più libertà e più giustizia per i deboli

 

I° - O laici o integralisti, e Dio è il primo laico

Premessa

C'è un virus talebano (un fondamentalismo spirituale prima ancora della violenza fisica) che sonnecchia sempre nel cuore di ogni uomo, di ogni morale o religione. Ha agito funestamente molto spesso nella storia sotto varie etichette come ha agito e continua ad agire nella secolare e ormai stereotipa contrapposizione tra laici e cattolici e persino nella pretesa di fare della libertà di coscienza un privilegio di pochi eletti (i parlamentari) anziché un diritto di ogni cittadino (elettore o meno che sia) (1).

C'è in giro, però, anche un profondo spirito autenticamente laico. Purtroppo il termine "laico" ha accumulato nella storia diversi significati, da quello originario di non appartenenza al clero (i christifideles laici) fino a quello di miscredente o ateo, oggi prevalente ma carico di malintesi e di confusione. Poiché il vocabolo in questione possiede una valenza culturale e politica enorme, riteniamo urgente contribuire a far diventare di uso corrente quel significato più genuino e chiarificatore che sembra decollare, sia pure a stento. Ci riferiamo al significato vaticinato da C. A. Jemolo di Società laica nella sua struttura giuridica (2).

 

Laicità e integralismo

La laicità, a nostro giudizio, non è una determinata filosofia morale che si pone a fianco o in antitesi ad altre filosofie morali di diverso orientamento (religioso o meno che sia). La laicità è semplicemente un atteggiamento etico di dialogo aperto tra culture che si traduce, sul piano del diritto, nell'assunzione da parte dello Stato del rispetto delle diverse etiche. La laicità, cioè, è una proprietà dello Stato in quanto non fa propria nessuna etica ma è il garante del pluralismo delle stesse. Al contrario, strumentalizzare lo Stato a una determinata etica per imporla a ogni cittadino è integralismo, fondamentalismo.

La tesi dello Stato garante del pluralismo etico non sottende, vale la pena di precisare, alcun relativismo morale né alcun agnosticimo né, addirittura, uno Stato senza valori. Garantendo la libertà delle differenti concezioni etiche, lo Stato non pronuncia e nemmeno nega giudizi di valore sui singoli temi morali, semplicemente li riconosce e li rispetta, mentre si attesta a sua volta su valori proprii, quelli civili comuni che si trovano delineati nei principi fondamentali della Carta costituzionale. Sono regole e norme basilari di convivenza sociale nelle quali ogni cittadino si riconosce indipendentemente dalla morale che professa. Questo perché la vita economica, culturale, morale e religiosa della società, nella loro varietà, possiedono una ricchezza che va oltre l'ordinamento statuale, preso nella classica divisione di potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Certo, lo Stato ha funzioni pubbliche di indubbio valore, quindi non è neutrale in senso assoluto, ma deve stare all'essenziale dei suoi compiti, comunque sempre al di sotto dei valori alti delle etiche e delle religioni (3).

Davanti alle scelte che toccano l'intimo della coscienza di ognuno lo Stato ha il dovere di fermarsi. E' oltremodo interessante riprendere in proposito una idea-guida di Dossetti espressa ai primi passi dell'attuazione della nostra Costituzione e in un preciso momento storico di recupero, da parte dei cattolici, del senso dello Stato abbondantemente smarrito nel lungo e difficile cammino risorgimentale. Sosteneva l'on. G. Dossetti che la reintegrazione nell'ordinamento giuridico della vita umana aumenta, in salvaguardia della libertà, mano a mano che si sale dalla vita economica alla suprema vita in Dio (4).

La laicità dello Stato, la vera laicità, come del resto in sostanza la democrazia, si gioca tutta sui confini posti all'ordinamento statuale dall'istanza di libertà delle multiformi forze presenti nella società (5).

Il diritto positivo non può invadere tutto il ricco territorio sociale. Le diverse weltanschauungen, pertanto, potranno testimoniare nella società la loro verità; il diritto naturale, ammesso e non concesso che esista, può dire la sua. Nessuno però può pretendere di avanzare la propria primogenitura nei confronti dello Stato: né chi si appella a valori assoluti ritenuti rivelati, né chi professa la sola "dea ragione" relativizzante o meno la democrazia, né chi afferra evolutivamente la forza creativa divina (che fa che le cose si facciano, come dice Teilhard de Chardin) realizzando in forme sempre parziali la Verità, il Bene e il Bello. Tutte le etiche, inoltre, hanno il dovere e il diritto di concorrere a rendere la legge positiva la più libera, la più giusta e più pacifica possibile ma non è dato ad alcuna di esigerne l'esclusivo asservimento (6).

 

Chiesa profetica in Stato laico

Ed ecco presentarsi subito uno dei temi italiani più caldi: il rapporto Chiesa-Stato (e più ampiamente fede-politica).
Nella storia di area cristiana si sono succeduti diversi modelli di detto rapporto. Li esponiamo schematicamente:

a) "potere diretto" (potestas directa), cioè il potere ierocratico medioevale, formulato da Papa Bonifacio VIII nella bolla Unam Sanctam e secondo cui il Papa gode di un diritto generale di controllo, di giurisdizione e di pena sul potere civile fino a comportare la facoltà di deporre i sovrani

b) "potere indiretto" (potestas indirecta), cioè il potere ierocratico esercitato solo per accidens (secondo la formula del card. Bellarmino), vale a dire il diritto di controllare e punire i sovrani ma solo in casi eccezionali

c) "potere direttivo", la rivendicazione all'autorità del Papa (o dell'etica cattolica quale mediazione della fede) del diritto di pretendere leggi cristiane dallo Stato o di realizzarle attraverso il braccio secolare dei cattolici presenti nella vita politica

d) il modello "cesarista", cioè il potere diretto o indiretto capovolto a favore dell'autorità civile, sia esso teocratico o secolare; e) il modello "sinfonico", cioè basato sull'armonia dei due poteri (modello ortodosso) (7)

Il conflitto tra le due sponde del Tevere non si risolve compiutamente se non si torna a prima della perversione costantiniana, cioè al Vangelo e alla Chiesa primitiva, se non si riguadagna, in altre parole, il modello "laico" (8).

Questo si regge sulla completa libertà reciproca, quindi sulla separazione dei poteri di giurisdizione e sulla esclusione dell'imperio di una qualsiasi etica specifica, secondo la formula detta cavouriana di libera Chiesa in libero Stato. Di certo anche il cristiano, come il credente di qualsiasi fede, è in quanto tale soggetto di storia, lo è però nel senso che è presente ed opera coerentemente nella società. Ma nella sua esperienza e testimonianza di fede esclude l'uso strumentale del potere temporale, per l'esattezza del potere statuale. Con Cesare Dio non ha nulla da spartire. Di Cesare Dio è sommamente rispettoso. Dio è il primo laico (9).

Puntualizzazioni doverose. Anzitutto la presenza testimoniante nella società evita ogni riduzione della fede a un fatto privato. Non sembra inoltre condivisibile il concetto di medianità, cioè il confrontarsi tra credenti e non credenti sugli argomenti di rilevanza etica per seguire procedure consensuali di decisioni. Così pure si dica del concetto di complementarietà di incontro e di interazione in spirito di leale collaborazione tra l'azione della comunità politica e quella della comunità ecclesiale (10).

Le due proposte sono in un certo senso speculari e per entrambe vale il rilievo secondo cui il bene della comunità nazionale che Stato e Chiesa intendono perseguire si realizza integrandosi nella società, ripetiamo, non col tentare compromessi o col vantaggiare l'una o l'altra etica nella legislazione statale o regionale che sia. Nessun fondamentalismo, nessuna privatizzazione della fede, dunque, nessuna medianità o complementarietà, ma profeticità della Chiesa nella laicità dello Stato. Occorree chiarezza e lucidità per evitare l'integralismo sempre strisciante o i pasticci morali e legislativi che, coscientemente o meno, l'opportunismo politico spesso purtroppo utilizza, specie in questi tempi di allarmante populismo.

 

Corollari importanti

Da quanto sopra traiamo alcuni importanti corollari.

Primo: la vera contrapposizione non sta tra laici e cattolici ma tra laici e integralisti. Laico può essere tanto il credente (cattolico, islamico, buddista, protestante ortodosso, ecc.) quanto il secolare (ateo o credente in Dio senza alcuna specifica professione religiosa). Così come integralista può essere tanto l'uno quanto l'altro (11)

Secondo: la laicità dello Stato comporta tolleranza e rispetto anche delle etiche minoritarie. Quindi le controversie etiche concernenti la morale sessuale, la famiglia e le questioni bioetiche, alla pari delle altre manifestazioni religiose, non si risolvono a colpi di maggioranze parlamentari e nemmeno per via referendaria. Nessun referendum, nessun plebiscito come nessun populismo può violare il sacrario del diritto di vivere secondo le proprie credenze morali o religiose (12)

Terzo: il diritto alla libertà di coscienza vige per tutti. Spesso si sente insensatamente invocare per i deputati e senatori la libertà di coscienza come se i cittadini non godessero della stessa libertà di coscienza, come se discutere e decidere su temi che toccano l'intimo della coscienza umana si discutesse e si decidesse la costruzione del ponte sullo stretto di Messina e, peggio, come se l'eletto si collocasse al di sopra di tutti e di tutto. Certamente ogni parlamentare gode della libertà di avere e manifestare pubblicamente le proprie convinzioni etiche ma nel momento della sua attività legislativa ha il dovere di rispettare la libertà di coscienza di cui gode ogni cittadino. Una cosa sono le proprie convinzioni e un'altra cosa è la legge che approva per rispetto dei cittadini che la pensano diversamente (13)

Quarto: la laicità dello Stato, congiuntamente al legittimo e tardivamente riconosciuto pluralismo dei cattolici nelle opzioni temporali, toglie pure ogni ragion d'essere all'appello all'unità, sia partitica come accadeva una volta con la D.C. sia inter-partitica o super-partitica come si vorrebbe oggi. Cioè all'unità attorno ai cosiddetti valori cristiani trasversali agli schieramenti parlamentari (14)

 

Laicità ed etiche della vita

Il dibattito sulla vita si snoda attorno a sei grandi temi che si possono così enunciare: fecondazione e vita umana; bioetiche dell'infanzia; genetica; famiglia; sessualità; eutanasia. Attorno ad essi si sviluppano diverse etiche per il fatto che si incrociano in vario modo valutazioni fisiche, psicologiche, spirituali, relazionali e di dinamica evoluzionista. All'interno di queste valutazioni operano lecitamente i principii del minor male e della legittima difesa che motivano scelte diversificate tanto nell'ambito della libertà personale quanto nella più ampia problematica sociale come, ad esempio, nella pena di morte, nella guerra giusta o nell'intervento militare umanitario. Non esistono assoluti terrestri alla talebana, esiste invece lo sporcarsi le mani nella storia sempre precaria e provvisoria.

Strettamente connessa a questo discorso si presenta la questione della libertà della scienza. La scienza, naturalmente, non è un'altra filosofia morale però in questa o quella filosofia morale alla fine incontra un passaggio obbligato. Lo scienziato che studia il come sono o si fanno le cose non può non domandarsi se le cose che fa sono o meno da farsi. Lo scienziato diventa, cioè, inevitabilmente filosofo o insieme al filosofo deve rispondere al se è bene fare prima di procedere nel suo lavoro, inclusa la sperimentazione. Oltre al fatto che la scienza deve essere illuminata dalla filosofia come la filosofia deve essere illuminata dalla scienza affinché il loro dire sia chiaro e consapevole, resta comunque vero che al pari dell'arte la scienza è autonoma ma lo scienziato, al pari dell'artista, nel suo agire è soggetto in quanto uomo alla morale, a questa o a quella morale (15).

Il problema di fondo, piuttosto, rimane quello di definire i valori civili comuni entro i quali, abbiamo detto inizialmente, ogni cittadino alla pari esercita e vive i proprii diritti inalienabili di libertà. Su questo piano e solo su questo piano si gioca 1'autentica laicità. Non la si gioca imponendo la propria visione del mondo o, peggio, guazzando sfacciatamente nel dilagante opportunismo elettorale.

Per concludere, i criteri civili comuni che devono guidare in questo campo il legislatore riteniamo si possano sintetizzare così: promuovere sempre una sincera cultura della vita; rispettare depenalizzandole scelte in senso contrario oppure ricorrenti a nuove tecniche di ingegneria genetica, scelte fatte per serie e talora drammatiche ragioni comunque consapevoli, libere e personali (aborto, eutanasia, fecondazione artificiale); evitare attentamente la creazione di mostri o la manipolazione razzista o totalitaria senza creare, però, inesistenti fantasmi bensì vagliando con estrema prudenza la sperimentazione scientifica (clonazione, ecc.). Ovviamente, ognuno di questi argomenti meriterebbe più complessi e rigorosi approfondimenti. Ci basta qui aver delineata la mentalità generale con cui affrontarli.

 

Note

1 - A proposito della stereotipa contrapposizione tra laici e cattolici si veda padre B. SORGE: Laici o cattolici? Cittadini, in Aggiornamenti sociali, 01-2001, p. 5

2 - La definizione è stata ripresa da S. Rodotà sulla rivista Micromega n. 4 dell'anno 2000 (dal tema Laico è bello) nell'articolo Alla ricerca della laicità perduta, p.52. L'autorevolezza dell'articolista e l'impegno della rivista lasciano sperare nella diffusione del senso autentico di laicità che ha animato il grande giurista scomparso, vero credente e vero laico

3 - Sbaglia G. E. Rusconi a definire questa delimitazione neutralità, equivoco e trucco clericale (cfr. Come se Dio non ci fosse, p. 9)

4 - E da buon solidarista Dossetti aggiungeva bisogna capire che può essere forse necessario per garantire veramente gli ultimi tratti, quelli che ci danno l'accesso alla suprema vita in Dio, porre delle limitazioni e forse delle compressioni radicali ai primi tratti, quelli che sono ancora legati prevalentemente al corpo, alla materia, alla animalità (Funzioni e ordinamento dello Stato moderno, Roma, Ed. Studium, 1953, p. 31)

5 - Stato e società sono dunque due aspetti ben distinti dell'intero corpo sociale, della nazione. Il discorso ovviamente vale anche per gli ordinamenti regionali come per gli ordinamenti e le organizzazioni super nazionali

6 - A questo punto torna spontanea l'eterna domanda: Quid est Veritas? (Cos'è e chi ha la Verità?). L'interrogativo, a nostro modo di vedere, non ha per nessuno una risposta apodittica ma soltanto una opzione ragionevole. Se si guarda la storia dell'umanità si incontrano mille verità, quelle fissate dalla sola ragione e quelle ritenute rivelate (nel senso di comunicate) direttamente da Dio. Ma anche Dio rimane pur sempre un mistero, un Infinito che la capacità della conoscenza umana finita non è in grado di afferrare esaustivamente. La nostra opzione di fede ci porta a pensare a un Assoluto che snoda la sua forza creatrice nell'evoluzione dell'universo (dal big-bang iniziale alla fine dei tempi) nella misura in cui viene accolta dalla creatura. In questa luce la verità non è data una volta per sempre né in linea diacronica né sincronica ma resta continua ricerca in dialogo (verità dialogica) tra tutti i pensanti che tentano di dare una risposta (sempre provvisoria) alle inevitabili domande: perché l'essere e non il nulla?, che senso ha il continuo e non sempre lineare cammino dell'uomo?. Il pensiero umano, in conclusione, non è tanto debole da escludere tensioni valoriali e realtà veritative ma non è nemmeno tanto forte da poter fissare conquiste definitive e assoluti terrestri

7 - Oggi il mondo cristiano ortodosso parla di modello "dialettico" su cui non siamo (ancora in grado di dare una esatta interpretazione e meno ancora di esprimere un giudizio ma che, a prima impressione, non si discosta un gran che dal potere direttivo

8 - Chiamiamo perversione costantiniana e la croce poste sulle insegne e la donazione di Costantino, risultata poi falsa comunque apostrofata con veemenza da Dante: Ahi! Costantin di quanto mal fu matre / non la tua conversion ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre. Giusta veemenza, precisiamo, non solo perché fonte di simonia ma anche perché radice dell'integralismo

9 - E' corretto pertanto parlare di laicità dello Stato e di laicità della Chiesa (cfr. L. Rossi in La Rocca, 15 marzo 2001, p. 53). La verità non si impone che in nome della stessa verità, la quale penetra le menti soavemente e con vigore (Dignitatis humanae, I, vv, 1). L'affermazione del Concilio Vaticano II è riportata anche nell'enciclica wojtyliana Tertio millennio adveniente. Papa Giovanni Paolo II, però, su questo tema non sfugge all'ambiguità del potere direttivo che vorrebbe essere laico ma in realtà è fondamentalmente integralista. In un testo letto nell'ottobre 1988 a Strasburgo davanti al parlamento europeo si legge: Dinnanzi a tale diversità di punti di vista, la funzione più elementare della legge è quella di garantire in egual misura a tutti i cittadini il diritto di vivere in accordo con la loro coscienza e di non contraddire le norme dell'ordine morale naturale riconosciute dalla ragione (in L. ACCATTOLI, Quando il Papa chiede perdono, Milano, Mondadori, 1997, p. 141). L 'ordine morale naturale, secondo la ragione di Papa Wojtyla, se si fa imperio per la legge positiva viene meno per tutti i cittadini il diritto di vivere in accordo con la loro coscienza illuminata da un altro modo ragionevole di leggere l'ordine morale naturale. E ricorrentemente il Papa invita i governanti a legiferare secondo il suo ordine morale naturale

10 - Riguardo alla medianità si veda G. E. RUSCONI, Come se Dio non ci fosse, Torino, Einaudi, 2000, a parte il fatto che la formula di Bonhoeffer viene qui male applicata. Per quanto concerne la complementarietà vedere Laici o cattolici ? Cittadini, op. cit., pp. 6- 7, con l'osservazione che essa difficilmente si armonizza con l'affermazione precedente del gesuita la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Sul piano concreto, ciò significa che entrambe, avendo natura e missione diverse, devono essere libere di perseguire ciascuna il proprio fine, e di usare gli strumenti proprii di cui dispongono. In pratica, la Chiesa non può invadere l'ambito politico e o servirsi della politica a scopo religioso e lo Stato non può invadere l'ambito religioso o servirsi della religione a scopo politico

11 - Il termine secolare sostituisce il corrente laico onde appunto eliminare l'uso equivoco denunciato. Il laicismo è una degenerazione della laicità come il clericalismo è la degenerazione della credenza religiosa

12 - Ci pare molto azzeccato e pieno di buon senso l'articolo di P. Ostellino in margine alla legge sulla fecondazione Lo Stato laico un po' assistito (Corriere della sera, 20 giugno 2002, art. di fondo)

13 - Questa collocazione arbitraria e violatrice delle fondamentali libertà degli elettori si manifesta anche nel virus sempre in agguato della parlamentocrazia, residuo ottocentesco duro a morire. La democrazia è governo di popolo non governo di eletti dal popolo. Ciò deve dirsi tanto in relazione alla libertà di coscienza quanto, sia pure posto su un altro piano, in relazione alla fedeltà al mandato ricevuto dagli elettori. l'eletto non può tradire o passar sopra alla volontà di chi lo ha eletto (vedere ad esempio il caso dei ribaltoni delle maggioranze elettorali)

14 - Anche in questo campo, anzi a maggior ragione in questo campo, l'Istituzione ecclesiastica dovrebbe rivedere le proprie posizioni. I mea culpa circa gli errori del passato non possono non implicare, umilmente e coerentemente, che anche nel presente si può sbagliare. E' la fallibilità propria di ogni interprete e attore provvisorio della presenza creatrice continua di Dio nell'evoluzione del creato

15 - Un'opera può essere artistica sia se il contenuto è buono sia se è cattivo. Cosi si dica del prodotto scientifico. A proposito del bello artistico O. Wilde ha efficacemente affermato: Il fatto che l'uomo sia un avvelenatore non reca alcun danno alla sua prosa

 

II° - Per una precisa funzione pubblica della scuola statale e privata
Oltre la solita e sbagliata guerre scolaire

I1 dibattito scuola statale-scuola privata per molti ha perso mordente per altri è ancora vivo, ma qualche è purtroppo grave è che nella maggior parte degli uni e degli altri si dimostra ancora inficiato da vecchi ideologismi e vecchi schemi. Questo lo si constata nella politica sia del centrosinistra che, peggio ancora, del centrodestra. Ad ogni modo il problema, volenti o nolenti, rimane di primaria importanza anche per le sorti della scuola nel suo complesso, e non può quindi venire eluso (1). Si parla qui, è bene precisare, della scuola che va dai cinque o sei anni ai diciotto; sono cioè escluse la scuola materna e l'università per le quali va fatto un altro discorso ovviamente con diversificate motivazioni.

 

1 - Distinguere anzitutto "gestione" da "funzione" di servizio pubblico senza attardarsi sul dettato costituzionale

Per affrontare seriamente il tema scuola pubblica-scuola privata occorre, in via preliminare, tenere distinto l'aspetto "gestione" dall'aspetto "funzione" di ogni tipo di servizio pubblico. Oggi sembra comunemente assodato che, riguardo alla gestione, il privato può essere legittimamente associato in determinati servizi o beni pubblici. Pertanto è conseguente finanziare con i soldi dello Stato l'ente privato (scuola compresa) chiamato a gestire un bene pubblico.

Per quanto concerne la scuola è inoltre opportuno sgombrare il terreno dal frequente richiamo all'inciso dell'articolo 33 della Costituzione "senza oneri per lo Stato". Correttamente è stato da più parti osservato che l'inciso si riferisce alla "istituzione" di una scuola e non alle spese di gestione. Con maggior correttezza inoltre si è messo in evidenza, anziché la lettera, lo spirito reale del costituente che non era contrario alla erogazione di finanziamento da parte dello Stato (2).

Se poi si aggiunge l'eventualità non più tanto remota di una modifica della Carta costituzionale, il ricorrere all'inciso dell'articolo 33 non è una ragione seria e vincente a sostegno dell'esclusione del finanziamento statale ad enti e privati che istituiscono scuole.

 

2 - Quando può dirsi pubblica la funzione della scuola

Il nodo cruciale della vexata quaestio a nostro giudizio sta altrove e, precisamente, nel definire con obiettività ed esattezza quand'è che la funzione della scuola può dirsi pubblica, quindi legittimamente finanziata con i soldi dei contribuenti, sia essa gestita dallo Stato, dalle Regioni o da privati. All'uopo si deve partire da una delineazione chiara dei due compiti inscindibili proprii della scuola: la mera istruzione e l'educazione (3).

Dal punto di vista dell'istruzione si tratta, da parte dello Stato, di definire gli obiettivi e gli standard di formazione in base alle istanze di una società in continuo cambiamento, standard misurabili e verificabili sia nella scuola statale che non statale. Questo coi dovuti adattamenti regionali e locali ma senza il tradimento degli obiettivi di fondo dell'istruzione nazionale, aperta alle prospettive dell'Europa e della globalizzazione. Dal punto di vista dell'educazione, poi, si tratta di garantire il diritto alla libertà di apprendimento dell'educando, considerato come singolo e come cittadino.

Il diritto uti singulus comporta che sia data allo studente la possibilità di scegliere liberamente la propria weltanschauung, cioè i valori vitali personali in cui credere. Orbene, lo studente può esercitare un tale diritto se viene posto nella condizione di poter scegliere tra più sistemi di valori, non se un altro (genitore compreso) sceglie per lui. Il diritto-dovere dei genitori di educare i proprii figli va inteso come diritto-dovere di offrire ai figli (oltre il sostentamento materiale, la sicurezza affettiva e le norme di convivenza familiare e sociale) la condizione educativa della scelta, non di sostituirsi nella scelta (4). E la scuola soddisfa la libertà della scelta quando è pluralista, non quando è a senso unico; Le briglie non fanno crescere persone libere e responsabili.

Il diritto uti socius, inoltre, postula che l'educando cresca nella esperienza del tessuto connettivo della società democratica cui appartiene. Per il cittadino l'appartenenza alla polis è contestuale alla appartenenza alla parte (religiosa, ideologica e politica, ecc). Anche per questa ragione, cioè, la scuola deve poter offrire la condizione di un dialogo ravvicinato e non per opposte trincee. Sarebbe un controsenso che proprio la scuola favorisse il pericolo di una balcanizzazione del tessuto culturale e sociale (5).

Pluralismo di valori in dialogo aperto e un ben definito standard di istruzione costituiscono, dunque, la funzione della scuola per potersi dire veramente pubblica. A supporto di questa tesi sarebbe utile leggere il lontano e inascoltato intervento dell'on. F. Bernini fatto in sede costituente a sviluppo rigoroso e coerente della titolarità, da parte dello studente, del diritto a una istruzione-educazione non delegabile a terzi (famiglia, Chiesa e Stato). Titolarità allora affermata in astratto anche dall'on. A. Moro poi dallo stesso di fatto contraddetta (6).

Molto opportuno, in proposito, torna l'appello fatto di recente da un gruppo di studenti ove si afferma lucidamente: l'apprendimento è una qualità della persona stessa. l'ordinamento lo deve riconoscere come diritto naturale garantendone il libero e responsabile svolgimento. Gli studenti hanno il diritto di un percorso formativo ispirato a valori costituzionali, a una scuola pubblica e laica che rispetti tutti gli orientamenti culturali, politici e religiosi e ne favorisca il libero confronto (7). Un serio e dettagliato discorso meriterebbe in questo contesto l'insegnamento della religione. In breve, non ci convince in alternativa dell'attuale insegnamento della religione cattolica un insegnamento della storia delle religioni, che va bene a livello universitario.

Neppure ci convince un insegnamento distinto per confessioni religiose tra cui ogni alunno, o peggio chi per lui, dovrebbe scegliere poiché ciò porterebbe a costruire trincee all'interno di una medesima scuola, per non dire della stessa classe, privando l'alunno della possibilità di conoscere e confrontarsi con le altrui confessioni religiose. La soluzione ideale pensiamo debba consistere in un insegnamento etico-religioso pluralista e rivolto a tutti: un interrogarsi insieme sul senso della vita e sui valori fondamentali dell'esistere umano. Il che ovviamente richiede una organizzazione disciplinare strutturata in cicli successivi diversificati durante l'anno scolastico in cui tutti possano confrontarsi con le varie confessioni religiose e le differenti weltanschauungs secolari.

 

3 - Una seconda rivoluzione copernicana anche oltre i falsi liberals

Siamo consapevoli che porre la libertà di apprendimento a fondamento della libertà di insegnamento vuol dire collocarsi in una posizione inedita rispetto al tradizionale modo di pensare di molti (credenti o no che siano). La rivoluzione copernicana in pedagogia che è stata finora concepita come centralità del fanciullo limitata al piano didattico, cioè alla partecipazione dello studente nell'esecuzione del piano educativo elaborato dal docente, deve raggiungere un ulteriore traguardo. Pertanto non ci sottraiamo al compito di propugnare questo guadagno culturale storico anche se ostacolato dal prevalere dell'adultismo liberistico.

La tentazione di plagio è purtroppo il frutto di una arroganza fondamentalista dell'adulto che vuole imporre ai giovani il proprio modo di pensare. Ed è un vizio che oggi vede alleati, molto per opportunismo politico e non importa se con fini divergenti, parte del vecchio progressismo e parte del vecchio liberalismo (entrambi anticlericali) con il tradizionale confessionalismo clericale, un tempo in aspro conflitto. Non sarà, però, il sacrificio del diritto-dovere di promuovere una genuina educazione liberatrice nella solidità del tessuto democratico a rafforzare il sempre auspicabile superamento definitivo degli storici steccati (8).

 

4 - Articolazione conseguente del sistema scolastico unitario-integrato e relativo finanziamento statale

Fatta salva la funzione pubblica nei suoi due aspetti educativo e istruttivo, il problema della gestione della scuola e il relativo finanziamento vanno risolti secondo metri moderni di efficienza, evitando sia il burocraticismo statale sia una frantumazione selvaggia. l'autonomia e il privato sociale (qui inteso come iniziativa privata svolgente un servizio di pubblica utilità) sono strade percorribili se seriamente regolate, comunque da finanziare alla pari senza discriminazioni.

Rimane allora una domanda: alle scuole che intendono mantenere un proprio orientamento confessionale (cattolico, protestante, buddista, islamico, .ecc.) o ideologico (ideologia tecnocratica compresa) neanche un euro del finanziamento pubblico? Risposta: data la libertà democratica di istituire scuole private, le scuole confessionali e ideologiche vanno prese in considerazione limitatamente al compito della istruzione che assolvono, ovviamente secondo lo standard pubblico e per il quale le famiglie non possono essere gravate due volte. Ciò comporta, a nostro giudizio, contributi finanziari ridotti in rapporto a quanto lo Stato spende per un ugual numero di utenti delle proprIe scuole. A parziale servizio pubblico (quello dell'istruzione) parziale finanziamento statale, il cui tetto massimo è da fissare attorno al 20%.

Contributi così ridotti non per pesare sulla bilancia in modo sperequato la dimensione educativa e quella istruttiva ma per evitare incentivazioni tali che tornerebbero a sicuro detrimento della scuola che invece assolve integralmente il servizio pubblico, di quella scuola che non può non restare la forza trainante di tutto il sistema nazionale (sia pure regionalmente adattato) in quanto l'unica deputata a rispondere adeguatamente all'ineludibile primato della libertà di apprendimento.

Rispettando i principi sopra esposti ne deriva, in sintesi schematica, la seguente articolazione tipologica del sistema scolastico unitariamente integrato:

a) una scuola pubblica a gestione statale completamente finanziata dallo Stato, con contributi degli studenti nel grado superiore e in relazione al reddito familiare
b) una scuola pubblica a gestione privata o scuola paritaria nel vero senso della parola, con gli stessi criteri di finanziamento detti sopra
c) una scuola complementare (la scuola confessionale o ideologica a gestione privata) con parziale finanziamento come s'è detto innanzi
d) scuole libere (o meramente private), libere negli obiettivi culturali e formativi, non soggette ad alcun vincolo e controllo statale che non riguardino i limiti imposti dalla legge sull'ordine pubblico. A dette scuole non può essere erogato naturalmente alcun finanziamento pubblico

 

5 - Osservazioni finali

La libertà di apprendimento, metro di misura per la fondazione e la ristrutturazione dell'intero sistema scolastico, si presenta come il principio più rispondente al nuovo ethos mondiale che avanza. Il diritto positivo non dovrebbe sottrarsi al fatto che dal punto di vista politico-culturale si marcia "in direzione di una cultura post-ideologica orientata in senso global-pluralistico" (9).

Ci sono, però, ritardi culturali che hanno fatto e continueranno a far sentire il loro peso. Questo si è constatato nella politica del centrosinistra: si vedano la legge nazionale sulla parità scolastica, alcune leggi regionali sostanzialmente analoghe (compresa quella della Regione Emilia-Romagna) e altre intese locali tra amministratori pubblici e scuole private. In esse il contributo finanziario pubblico praticamente modesto e condivisibile non viene purtroppo motivato sulla base della complementarietà, cioè del parziale servizio pubblico (quello della istruzione) bensì sulla base di una generica parità poi disattesa nelle sue logiche conseguenze. Ciò ha tutto il sapore di un opportunistico compromesso politico (10).

Il peso del ritardo culturale, poi, si fa oggi sentire maggiormente con la politica di centrodestra. Si vedano i prodromi del buono-scuola legiferato dalla Regione Lombardia nonché i primi atti concreti e le esplicite dichiarazioni di liberismo selvaggio del Ministro della P.I.

Il connubio clerico-falso liberal fa leva evidentemente su due argomentazioni facili quanto fuori tempo: il diritto di scelta della famiglia e l'esempio delle legislazioni scolastiche europee. Per quanto concerne la scelta dei genitori si è detto ampiamente in precedenza, rilevando il tradimento della massima maxima debetur puero reverentia che finisce col fare del figlio un giocattolo o; peggio, un cane al guinzaglio. Ad ogni modo, anche le famiglie che non si sottraggono alla tentazione di plagio dovrebbero, al pari delle altre agenzie educative ( chiese, associazioni e organizzazioni varie) libere e legittimamente impegnate nella diffusione nella società dei loro messaggi valoriali, dovrebbero vedere - ripetiamo - come parte integrante della loro azione un luogo comune critico e di sereno confronto. Cioè, una scuola pluralista ove non si dice all'alunno se deve essere cristiano, libero pensatore o marxista ...ma di esserlo lucidamente, da uomo responsabile che sa perché e come si impegna, perché e come altri si impegnano diversamente da lui (Jougelet).

Debole pure, per non dire infido, appare l'appoggiarsi alla legislazione dei paesi europei (11). Per prima cosa osserviamo che le legislazioni europee sono alquanto più complesse di quanto si sostiene da noi. In secondo luogo vogliamo far presente la piccola ma significativa inversione della marcia verso i ghetti operata in Belgio negli anni successivi alla seconda guerra mondiale con la normativa che prevedeva l'obbligo dell'assunzione di docenti di diversa estrazione culturale-ideologica anche nelle scuole private come condizione del finanziamento pubblico. Ma soprattutto sottolineiamo l'avanzare del discorso interculturale (a livello del Consiglio d'Europa compreso) sul privilegio del rapporto con l'altro.

La scoperta dell'alterità è quella di un rapporto, non di una barriera, ha scritto Claude Levi-Strauss. Rapporto esperienziale per cui il ragazzo può vivere e assumere con piena coscienza le diversità etniche, ideologiche e religiose. Così dunque, mentre l'Europa, la cui legislazione scolastica paritaria è in complesso il frutto invecchiato del liberalismo ottocentesco, va alla ricerca di nuovi cammini educativi, i governanti d'Italia, a dimostrazione di scarsa sensibilità culturale, fanno tornare indietro l'orologio della storia sfasciando il sistema scolastico a funzione pubblica (vera pericolosa controriforma!).

 

6 - Mobilitazione civile

Concludendo, invitiamo tutte le forze sociali e politiche, sensibili agli ideali più profondi della vera educazione-istruzione, a mobilitarsi al fine di evitare, se possibile, lo scempio della lottizzazione ideologica e mercantile della scuola appena messa in moto. Spetta naturalmente agli studenti gridare alto in prima fila il diritto di formarsi nella condizione educativa di poter scegliere liberamente, in dialogo diretto con i portatori di valori diversi, quelli in cui impegnare la propria vita. La libertà di insegnamento cammina soltanto percorrendo la strada maestra della libertà di apprendimento.


Note

1 - M. PIRANI, Povera scuola italiana tra Moratti e Cofferati, Repubblica, 25 giugno 2001.

2 - In verità il dettato costituzionale è ambivalente, frutto di un compromesso politico. La parte parlamentare tendenzialmente favorevole alla scuola non statale aveva in precedenza ottenuto il riconoscimento, insieme all'accentuazione dei caratteri della "parità", della "piena libertà" e di un "trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuola statale" (ved. capoverso quarto dell'art. 33) e, in più, la dichiarazione dell'on. Corbino (primo firmatario dell'emendamento "senza oneri per lo Stato") "noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti privati, diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. E' una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare e di non dare". La parte sfavorevole alle scuole non statali (per lo più, allora come adesso, "confessionali") oltre ad avere inserito, con una determinata maggioranza parlamentare, il "senza oneri per lo Stato" otteneva dagli oppositori dichiarazioni a sostegno delle scuola statale, quali ed esempio quelle dell'on. Dossetti circa una "preminenza" appunto della scuola statale sia pure "non esclusiva e totalitaria" e (a proposito proprio della "parità di trattamento") "non abbiamo mai inteso con questo risolvere il problema di eventuali aiuti economici da parte dello Stato alla scuola non statale"

3 - Ci pare una forzatura priva di serietà l'asserzione di S. Cassese: La scuola, al fondo, consiste in una attività tecnico-professionale che può essere collegata ad una impresa non meno di qualunque attività di produzione di servizi. La cultura dei pedagogisti italiani ha enfatizzato, erroneamente, l'aspetto della scuola che attiene alla formazione delle coscienze, dimenticando da un lato l'aspetto tecnico di esso ... (S. CASSESE, La scuola italiana tra Stato e società: servizio pubblico statale e non statale, in Il foro italiano, 1991, pag. 218). La sottovalutazione del fattore educativo sostenuta dall'autore non sembra nemmeno consona allo spirito degli organizzatori del Convegno al quale fu fatta la relazione citata (cioè allo spirito della Federazione Istituti di Attività Educative della Campania, Napoli, marzo 1991, che mirava a sostenere la scuola cattolica)

4 - I figli non sono nostri, è stato detto. Non sono una proprietà privata ma persone che devono maturare gradualmente i propri valori vitali in dialogo con gli altri

5 - Incentivare oltre misura con denaro pubblico la libertà della scuola crea ideologismi contrapposti (cattolici, islamici, buddisti, atei, tecnologi, ecc...) che frantumano pericolosamente il tessuto culturale-sociale dimenticando anche che nella società aperta di oggi si fa sociologicamente sempre più visibile che il senso di appartenenza matura più per scelta che per tradizione

6 - Affermava l'on. Moro: C'è anzitutto il diritto dell'uomo alla istruzione ed educazione ... E' un diritto che spetta in proprio al fanciullo come uomo in fieri, senza che questa sua incompleta formazione devii verso terzi, famiglia o Stato, la sua titolarità (A. MORO, I principi dei rapporti sociali (culturali), Relazione alla I Sottocommissione Costituente, in La nuova Costituzione italiana, Roma, Ed. Studium, 1947, pag. 105). Attraverso poi "l'incapacità naturale del fanciullo ad esercitare" il diritto suddetto l'on. Moro viene condotto a consegnare al genitore l'esercizio di tale diritto. L 'intervento più coerente dell'on. Bernini, per il quale valeva realmente la massima res sacra puer, può essere letto in Scuola pubblica e libertà di insegnamento davanti alla Costituzione, Modena, Guanda, 1946

7 - Cfr. il paragrafo Diritto alla libertà di apprendimento in La scuola che vogliamo, L 'Ulivo 1995. Il termine laico, sottolineiamo, viene qui esemplarmente usato come atteggiamento etico di rispetto, da parte dello Stato, del pluralismo delle etiche e delle religioni, e non invece, come capita purtroppo spesso, come contrapposto al termine cattolico o credente in genere

8 - Gli odierni falsi liberals (falsi perché, consapevolmente o meno, sono liberali verso gli adulti ma per niente liberali verso i giovani) sono gli anacronistici eredi, depurati dall'anticlericalismo (e questo è bene), del principio liberale ottocentesco: la libertà di insegnamento intesa anche come libertà della scuola. Nell'ottocento, va precisato, si sosteneva tale principio in teoria, cioè come traguardo da raggiungere, mentre di fatto lo si impediva perché la scuola privata era quasi esclusivamente gestita dalla Istituzione Ecclesiastica contraria al Governo liberale e al regime di separazione tra Chiesa e Stato. Scriveva polemicamente il liberale B. Spaventa: Noi di certo vogliamo la libertà in tutto e per tutto; ma l'applicazione assoluta di questo principio suppone l'uguaglianza in tutte le condizioni civili; finché una parte della nostra società rimane in possesso di privilegi i quali si risolvono in una disuguaglianza sociale, noi crediamo giusto di togliere a quella tanto di libertà che nella concorrenza universale non abbia il potere di restare padrona del campo (B. SPAVENTA, La libertà di insegnamento, Firenze, Vallecchi Editore, 1921, pag. 52). Oggi la politica scolastica del centrodestra, nonostante la convergenza con quella ecclesiastica, nasconde sottilmente una divergenza di fine, che è quello di legare la scuola alle imprese con buona pace dell'educazione delle coscienze. Abbiamo l'impressione di essere davanti ad un connubio anomalo dove agisce l'arte dell'intramontabile piatto di lenticchie. Non possiamo qui non fare una chiosa pure a U. Eco. Questi, ha elencato con buone argomentazioni i pericoli del liberismo selvaggio anche in campo scolastico, riprendendo il principio classico secondo cui ognuno ha il diritto di esercitare le proprie libertà purché questo esercizio non rechi danno alla libertà degli altri (Se nasce una scuola laica, in Repubblica, 31 agosto 2001). Pure Eco sembra però che si sia fermato alle libertà degli adulti. A monte infatti della generale libertà di costruire la casetta in riva al mare col diritto che nessuno venga a mettersi sulla spiaggia davanti per fare baccano o gettare lattine di coca-cola pensiamo che esista nel caso della scuola un'altra libertà da rispettare, quella dello studente. Un diritto di cui lo studente non ha matura coscienza ma che tale maturazione realizza solo crescendo in condizione pluralista. Bisogna far partire il discorso dall'utente della scuola, diversamente si gira attorno al problema senza risolverlo. Non si fanno gli ospedali per i medici, ma per gli ammalati

9 - H. KUNG, Progetto per un'etica mondiale, Milano, Rizzoli 1991, pag. 37

10 - Ci ha lasciato a suo tempo perplessi "l'onorevole compromesso" ipotizzato nell'editoriale di Scuola e Città (n. 516 del 1996) e analogo a quello di Nuove idee per la scuola, documento firmato da intellettuali di varia estrazione culturale che ritengono contraddittoriamente di poter conciliare il pluralismo dei valori educativi con il monismo di uno specifico orientamento confessionale o ideologico. Così pure ci ha lasciati sconcertati l'idea che si possa salvare il pluralismo dell'offerta educativa con l'accesso alla scuola di tutti i cittadini senza distinzione di razza, di credo religioso o politico (cfr. la Bozza programmatica dell'allora Ministro Berlinguer, anno 1997, e la proposta di legge dei deputati Galliani e Lombardo del gennaio 1996). Salvaguardare soltanto il pluralismo dei fruitori del servizio scolastico non è altro che, data la malleabilità degli utenti, offrire un gradito e gratuito campo di proselitismo agli erogatori del servizio, a qualsiasi religione o a qualsiasi ideologia essi appartengano

11 - Ci limitiamo a ricordare in proposito due interventi emblematici, quello del dott. Morguo al Convegno Nazionale F.I.S.M. dell'aprile 1999 tenutosi a Reggio Emilia e quello del Ministro L. Moratti al Meeting riminese di Comunione e Liberazione dell'agosto 2001

 

III° - Il Dio di tutti. Per un vero dialogo interreligioso nell'era della globalizzazione

Dimmi che Dio hai - affermava B.B. Spinosa - e ti dirò chi sei. Questo vale per definire sia l'identità di ciascuno sia il rapporto con gli altri. Tutti abbiamo un Dio. Quelli che vedono il mondo una cosa che si accende e si spegne per puro caso, quelli della dimenticanza dell 'essere che rende schiavi del limite (E. Scalfari), i nichilisti, i veri atei, insomma, si contano sulle dita delle mani. Tutti gli altri credono in Dio, sia pure in un proprio Dio, per cui giustamente si può dire che è meglio distinguere tra pensanti e non pensanti che tra credenti e non credenti ( card. C.M. Martini). La resurrezione di Dio è attestata inconfutabilmente dalla realtà delle molte lingue religiose, dal continuo risorgere del sacro, anche nelle forme non tradizionali e non confessionali, e dalle diffuse affermazioni di credenza non legate ad alcuna espressione tipicamente religiosa.

Ebbene, sotto le facce di questo poliedro umano-religioso c'è un unico Dio. Molti lo affermano senza avere però il coraggio di trarne più esigenti conseguenze. Qui vorremmo dire, per punti schematici, una parola che possa aiutare a percorrere il filo che cuce le mille facce dell'Unicum.

 

Primo punto: Teodicea di base

Dio è il nome dell'Uno, dell'Assoluto, fondamento originante, significante e unificante il molteplice. "Se l'Uno non esiste allora nulla esiste, aveva affermato Platone. L 'Uno è il "Qualcosa" che costituisce e dà senso all'essere di tutte le cose. Certo, la ragione trema di fronte all'Uno, anzi a volte può arrestarsi prima dichiarando solo il senso del mistero (N. Bobbio). Liberi dalla schiavitù del limite, però, il senso del mistero è pur sempre il mistero dell'Essere-Uno. Il problema si fa piuttosto più complesso e più incerto quando si cerca come rapportare l'Uno con il molteplice.

Secondo punto: Ogni soluzione del rapporto Dio-Mondo può trovare solo motivazioni ragionevoli, mai apodittiche

L 'immanentismo panteista di tipo parmenideo-spinoziano-severiniano si giustifica dichiarando il non essere per nulla incidente sull'essere per cui esiste solo l'immobile unicum esse. L'immanentismo di tipo eraclieto-hegeliano-marxiano-heideggeriano si giustifica dialettizzando l'essere e il non essere nel divenire dell'unicum esse. Entrambi, però, al di là degli artifici concettuali non spiegano la contraddizione di identificare metafisicamente l'effimero molteplice con l'Assoluto Essente.

La trascendenza duale (l'affermazione del Totalmente Altro) sfugge alla contraddizione dell'Uno come identificabile metafisicamente con il molteplice ma non sfugge alla contraddizione che l'unicum o absolutum possa essere il fondante creativo (cioè la possibilità di essere) del molteplice, del finito naturato di non essere. Come è, infatti, concepibile che il Perfetto sia origine prima di un mostriciattolo, di un coacervo di vita e di morte, di bene e di male? L'obiezione regge sia quando il limitato e il finito sono visti come prodotti o manufatti dell'Illimitato e dell'Infinito sia quando sono visti come reazione del vuoto e del nulla alla continua azione creatrice divina. Il pan-enteismo e la buddista "non dualità" sono concetti mediani che in se a nostro parere non reggono e quindi devono venire risolti o nell'immanenza o nella trascendenza di Dio.

Terzo punto: Dio è mistero incatturabile

L'impossibilità di stabilire con certezza inattaccabile un rapporto conciliativo o risolutivo tra l'Uno e il molteplice, tra Assoluto e contingenza, tra Eternità e tempo è insita nella ragione umana che in quanto espressione del finito non può cogliere a fondo l'Infinito. Se lo si comprende - sosteneva S. Agostino - non è più Dio. Nella sua radicalità Dio, l'Uno, è silenzio totale, è mistero ineffabile e inafferrabile. Insondabilità che dà le vertigini come la propedeutica domanda "perché l'essere e non il nulla?".

Altro che dogmatiche certezze in nome delle quali si fabbricano assoluti terrestri che non esistono, come la storia si è incaricata di dimostrare e continuerà a dimostrare. Nello spazio di invocazione l'uomo può parlare con Dio in umile spirito di ricerca continua di incarnarne l'Amore e può parlare di Dio con affermazioni negative oppure analogiche, sempre più o meno ingenuamente antropomorfiche. Il singolo e il Tutto non comunicano tra di loro che attraverso illimitato orizzonte umano, posto al confine tra cielo e terra.

Quarto punto: Evoluzione creatrice come accoglienza

Secondo la nostra motivata ma non apodittica opzione di fede in linea con la trascendenza, Dio è forza creatrice, coestensiva a tutta l'evoluzione del creato (come sostiene Teilhard de Chardin, T.d.C.), che si realizza nella misura in cui viene accolta dalla o nella creatura.

La categoria dell'accoglienza rende coprotagonisti non concorrenti creatura e azione creatrice della meravigliosa storia del mondo. Non concorrenti perché tra accoglienza e azione creatrice non vi è rapporto di alterità ma di circolarità, di insidenza (apertura della creatura a ciò che costituisce il proprio essere ed agire). Dio non è un artigiano e non governa la storia dal di fuori, provvidenzialisticamente (da burattinaio o marionettista) ma, per citare ancora T.d.C., fa che le cose si facciano. Nel farsi delle cose c'è la presenza di Chi rende possibile che esse si facciano. Perciò, tutta la storia nei suoi eventi salvifici è l'epifania di Dio.

Quinto punto: Dicendo e facendo il Vero, il Bene e il Bello si rivela o disvela l'azione creatrice gratuita e continua di Dio

Ogni essere umano, pertanto, può dirsi facitore o uditore della Parola di Dio, ermeneuta di Dio. Ci sono, però, rivelatori o disvelatori eccezionali (persone singole, comunità o popoli) i cui messaggi di salvezza ci vengono raccontati in libri fondamentali: sono le sacre scritture di ogni religione.

In esse la Parola divina (espressione metaforica per significare la forza creatrice accolta nella creatura) è presente non perché dettata miracolosamente dall'esterno bensì in quanto incarnata nelle differenti e molteplici esperienze di fede vissute nello spazio e nel tempo. Questa pluralità di cammini storici implica che si faccia di ogni sacra scrittura una lettura ermeneutica attenta, mai assolutizzante ne unica ai fini della salvezza.

Sesto punto: Cosa dire di Gesù Cristo quale unico salvatore in quanto Verbo di Dio incarnato?

La questione cristologica, a nostro giudizio, può trovare una soluzione compatibile con quanto detto sopra se si adotta il modello epifanico. Questo evita sia lo scoglio del dualismo (esasperata distinzione ontologica della natura umana di Gesù da quella divina), sia lo scoglio del monofisismo (l'unicità della natura di Cristo dopo l'unione ipostatica per cui la natura umana di Gesù non conserva una propria autonomia perché assorbita dalla natura divina) senza incorrere nella fallacia ipostatica (secondo cui in Gesù c'è un soggetto unico trascendente che opera alternativamente attraverso la natura umana o la natura divina).

In base al modello epifanico Gesù - afferma don Carlo Molari - non ha rivelato Dio perché nella sua realtà fosse divino ma perché è stato così umano da essere traduzione del progetto che Dio ha per l'uomo, così trasparente alla presenza di Dio da consentirne la piena manifestazione nella carne. Nella affermazione Gesù è Dio la divinità va intesa non in senso predicamentale ma analogico.

Gesù Cristo, inoltre, nella esperienza di fede cristiana è sicuramente il Figlio Primogenito di Dio ma ai fini della salvezza umana non è ne esclusivo, ne inclusivo o comunque decisivo degli altri messaggeri divini. Col modello epifanico si accorda quindi costruttivamente la tesi del pluralismo religioso (le diverse forme storiche del Regno in attesa del Regno Ultimo). Un pluralismo religioso convergente che non è qualunquismo, nomadismo o sincretismo, poiché i valori salvifici presenti nelle diverse rivelazioni (o nelle diverse incarnazioni simboliche) non possono non essere visti ed evolutivamente vissuti che in funzione dell'unica fonte creatrice, l'unico Dio, alfa e omega della storia dell'universo.

Evidentemente ciò implica un umile atteggiamento mentale: l'abbandono di ogni infallibilismo e la revisione radicale della infallibilità. Gli errori non vanno addebitati soltanto al passato bensì al limite intrinseco, ovviamente sempre perfettibile, dell'uditore della Parola in ogni tempo (oggi compreso).

Settimo punto: Identità pellegrinante

Ogni creatura realizza, dunque, storicamente l'azione creatrice divina e in culture diverse e sempre in forme parziali e provvisorie. Dio sta misteriosamente oltre tutte le esperienze di fede, al di là di ogni religione statica e di mediazioni culturali etnocentriche.

Alla specificità di ogni esperienza religiosa, allora, si deve anteporre il pellegrinare in orizzontale verso le altre (dialogo e appartenenza interreligiosa concretamente vissuta) e il pellegrinare in verticale convergente verso la misteriosa unicità divina (siamo tutti pellegrini dell'Assoluto). L'atto del pellegrinare, cioè, deve precedere (non ancora cancellare) ogni specifica identità religiosa, anche per vincere in itinere la tentazione fondamentali sta e chiesastica di ognuna di queste e delle relative etiche, di cui sono doverose le testimonianze incarnate nella società ma non legittime le pretese di strumentalizzare a se le strutture dello Stato (oppure delle unità giuridico-politiche sia più piccole che più grandi). Questo per salvaguardare l'autentica laicità di ogni potere temporale, il quale, fondato costituzionalmente su valori civili comuni ha il compito di gestire il pluralismo di tutte le religioni le etiche, presenti ormai in ogni comunità.

La priorità dell'identità pellegrinante entro il pluralismo delle molteplici esperienze religiose mentre rispetta il valore salvifico di ognuna favorisce pure il crescere dello Spirito della Terra (T.d.C.), l'andare cioè unificante pur se tortuoso e non deterministico della storia verso l'unica comune meta finale. Un camminare universalizzante della noosfera verso l'approdo in Dio che non ci è dato, ora, di definire ulteriormente perché ancora lontano nei recessi del mistero della salvezza ultima. Noi chiamiamo questo cammino teogenesi anziché cristogenesi, essendo Gesù di Nazareth, detto il Cristo, una accoglienza di Dio propria di una determinata esperienza di fede (mediata quindi da una specifica cultura) tra le diverse altre già avvenute e che potranno avvenire nella globale evoluzione dell'Universo verso il suo punto omega.

Cieli nuovi della nostra terra incroceranno mondi nuovi nell'universo fino all'ultimo misterioso porto per tutti: il regno finale di Dio. Il nomade e il relativista, per i quali una religione vale l'altra, sembrano non avere il faro di un porto unico comune, il pellegrino sì.


SCUOLA E CITTADINANZA. La liberta' di apprendimento oltre la tormentata questione scuola privata-scuola statale di Ernestina e Nando Bacchi (Prefazione di Aldo Bergamaschi) - 1997, pp. 176, € 12,39, ISBN 86043-32-5


da Preghiera di Raimon Panikkar

Da millenni prega la gente.
Dai tempi remoti i pandit (gli eruditi)
"la sanno più lunga" e tessono teorie.
Usano molte parole
e pronunciano molti nomi.
Talvolta sono termini generici, tutti
significano potenza:
Signore, bhagavan, creatore, pati...
e io provo timore

Talvolta usano nomi propri: Visnu,
Yahweh, Allah...
e mi sento confuso.
Anch'io ho la mia istadevatà (eikona),
ma non oso dire il suo nome,
per timore che altri, e io stesso,udendolo,
lo scambi per l'Assoluto.
Lo dico solo quando essa può perdonare il mio ardire,
e la mia pretesa

Può darsi che la preghiera divida noi uomini ?
O che combattiamo, perché Tu non sei il Tu di tutti ?
È possibile solo pregare insieme in silenzio ?
È proibito godere della sinfonia ?
O vogliamo che sia il nostro Dio a dirigere l'orchestra ?
È meglio allora non pregare ?
Non posso credere che ci sia guerra anche in cielo