PER UNA RESISTENZA CULTURALE ESTREMA
Muore un po’ alla volta chi si arrende...
LETTERA 129
1 - Non accade
spesso, purtroppo, che la televisione mi
tocchi
“dentro”. L’ultima volta è capitato sabato scorso (26 gennaio)
mentre seguivo “Che tempo che fa”, e Antonio Albanese, uno dei nostri
migliori attori, stava dando voce e gesti a una sua creatura,
l’onorevole Cetto Laqualunque. Laqualunque, lo dico per chi non lo ha
mai incontrato sul video, è un parlamentare clientelista,
maschilista, prepotente, mafioso, ignorante – e, da uomo di potere,
orgoglioso della sua ignoranza. Improvvisamente Albanese si è
fermato, è ammutolito, in silenzio si è tolto la
parrucca, la giacca con le spalle “rinforzate”, la cravatta sgargiante,
insomma la “divisa” di Laqualunque. Ha guardato un attimo la
telecamera, con uno sguardo triste e forse disperato. Poi, invano
richiamato da Fazio, ha lasciato lo studio. Il messaggio mi è
parso chiaro. In quelle ore Laqualunque cessava di essere una
caricatura, era diventato un personaggio del tutto reale: era quel
senatore dell’ Udeur che poco prima, nell’aula di palazzo Madama,
sputava in faccia al collega, era quell’altro, di AN, col golfino rosso
sulle spalle, come se fosse in gita fuori porta, che masticava fette di
mortadella a bocca aperta, era quell’altro ancora, di Forza Italia, che
aveva stappato una bottiglia di spumante e la offriva ai colleghi. Con
la sua faccia triste da inerme cittadino, Albanese sembrava chiedere a
se stesso ma anche a noi: “Perchè continuare nella satira? Ormai
i Laqualunque hanno vinto”.
Siamo in molti, credo, a condividere quella desolazione. Ritornano (non
“al potere”: quello, più o meno legalmente, non l’hanno mai
perso davvero), ritornano alla direzione dello Stato, con una
forte maggioranza in Parlamento, Berlusconi & Co.,: il capitalista
brianzolo barzellettiere, irriso da tutti gli economisti del mondo, ma
anche temuto per le sue improvvisazioni, la smodata ricchezza,
l’astuzia predatoria; e i suoi manutengoli: quelli di stretta
familiarità (come Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni
di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo
grado per estorsione aggravata) e i mascalzoncelli ravveduti,
tornati a brucare la mano del padrone, come Casini; gli eversori della
giustizia piegata ad personam perchè poi il Capo possa vantarsi
di essere stato, “prima”, perseguitato; i Fini che fanno sapere ai
giornalisti di essere padri tenerissimi di figli neonati ma non
dimenticano di essere stati autori di leggi spietate; le Moratti
che, in base a quelle leggi, cacciano dagli asili comunali i figli
degli emigrati non “in regola”; i Bossi che si vantano di poter trovare
facilmente le armi per una rivoluzione padana; l’onorevole Storace che
insulta la signora Levi Montalcini...
Sono già sicuri di stravincere le prossime elezioni ed io credo
che non si sbaglino: il governo Prodi, i partiti che lo hanno sostenuto
e travagliato, hanno, quantomeno, sottovalutato l’urgenza di una legge
sul conflitto di interessi, di nuove norme per le elezioni.
Abbiamo davanti una catena di giorni più che difficili: una
campagna in cui la sproporzione dei poteri mediatici impiegati dall’una
e dall’altra parte ci farà sputare sangue, se vorremo
parteciparvi. Vinceranno le elezioni, alla grande. C’è un’Italia
poveraccia e infuriata dalla precarietà che già preme
idealmente alle porte dei seggi per votare contro tutto ciò che
possa sembrare “disciplina”. Un’ Italia mucillaginosa, dice il Censis,
un’Italia in cui, dice l’Eurispes, il 51 per 100 degli adulti non si
fida più di alcuna istituzione e addirittura l’89,6 per 100
considera in blocco l’universo dei partiti come una casta di
mascalzoni, tutti eguali fra loro..
2 - Considero Albanese – l’ho già detto –un ottimo attore,
apprezzo molto gli autori di “Che tempo che fa” (non per niente
c’è fra loro Michele Serra) e penso che quello dell’altra sera
sia stato un eccellente coup de théatre. E però
lasciatemi dire che la psicosi del perdente perduto è il modo
migliore per rendere trionfale la vittoria dei Laqualunque. E questo
non è soltanto un problema politico, già di per sé
di fatale importanza.
Non basta, infatti, a mio avviso, elencare le difficoltà
economiche del momento, con una crescente “proletarizzazione” di fasce
sempre più ampie di ceto medio, né lo sgangherato
ansimare dei processi costituzionali che dovrebbero generare governi
saldi, politiche di giustizia , investimenti a lungo raggio e
così via. Non basta la certezza che il nuovo governo di
destra ripercorrerà la strada delle impunità, delle
leggerezze, del travolgimento dei diritti dei cittadini. Si tratta,
anche, di etica: di tornare a scegliere valori e prospettive. Si
tratta di dare, o di negare, qualità alla nostra vita.
Berlusconi lavora sui circenses, a pagamento. Basta seguire per
qualche ora la ottusa banalità dei programmi delle sue
televisioni, i film più belli massacrati dalla
pubblicità, i suoi tg bugiardi, i suoi “divertimenti”
goliardici, le sue “strisce” vagamente ricattatorie. per comprendere
quale devastazione culturale semini fra il gli utenti. Come sappiamo,
attraverso i suoi dipendenti infiltrati nella RAI, non si limita a
presenze istituzionali nella cosiddetta televisione pubblica,
piegandone i dirigenti. Del suo amico Craxi si diceva che governasse un
clan di nani e ballerine, Berlusconi non si interessa dei nani.
Temo fortemente che con il suo nuovo governo, l’onda (o dovrei
dire: l’orda?) montante della malacultura diventerà regime; e a
un regime non si può rispondere se non con un vasto e profondo
impegno culturale e morale. Forte sarà la tentazione di
rinchiuderci in noi stessi, mandando al diavolo la politica, anche
quella dei partiti cui abbiamo creduto. Berlusconi & Co.
faranno di tutto per convincerci che questa sarà saggezza. Forte
sarà la tentazione di serrarci in casa, di evitare problemi che
sembrano non toccarci personalmente, di cercare di difendere il futuro
dei nostri figli e nipoti, pagando, se necessario, qualche prezzo.
Faranno di tutto per convincerci che questa sarà realismo. Forte
sarà la tentazione di rispondere a chi venisse a sollecitarci
per qualche militanza politica. “Grazie, ho già dato”.
Forse tocca proprio ai vecchi come me, che hanno qualche cicatrice da
obiezione di coscienza, dire: “Badate, la vita è bella soltanto
quando è piena, cioè amorosa e coraggiosa. Non si tratta
di impugnare una clava e presidiare l’imboccatura della grotta di
famiglia, ma di vivere in modo che la sera, ponendo la testa sul
cuscino, si possa dire a noi stessi: “Beh, povero cane, anche
quest’oggi non hai perso la tua dignità né minacciato
quella degli altri”. Si tratta - e questo è il dono più
bello che possiamo fare ai nostri figli e nipoti - di creare reti di
consentaneità, di solidarietà, di amicizia
militante, non soltanto proclamata. Di ricordare gli antichi maestri.
Di ricordare le antiche resistenze. Di non cedere le speranze
più care.
3 – Amici che hanno vissuto questa sgradevolissima esperienza mi dicono
che l’incursione di un ladro in una casa non provoca soltanto danni e
perdita di oggetti che hanno un valore ben più alto di quello
venale, viene vissuta come una profanazione di qualcosa di sacro; ed
è umiliante, come l’incontro con un voyeur o un esibizionista..
Mi è capitato di vivere questi sentimenti quando l’onorevole
Mastella, mentre sparava la sua lupara rosa contro il governo di cui
faceva parte, ha citato una poesia che anche lui, come me,
credeva di Pablo Neruda. Questa poesia, con l’amore e la gelosia
del discepolo (di Neruda, non di Mastella) io l’avevo fatta mia,
citandola agli amici che, il 14 febbraio 2003, circondavano me e
Clotilde nella festa per il cinquantesimo anniversario del nostro primo
incontro. Riconosco il mio arbitrio, e per di più adesso so che
la poesia non è di Neruda ma della scrittrice brasiliana Martha
Medeiros; ma non voglio che “Lentamente muore” rimanga soltanto
sui resoconti stenografici della Camera, legata, oltre a tutto, a una
brutta pagina della democrazia italiana: Perché (ringraziando
l’inconsapevole Martha) non farne un programma di resistenza alla
subcultura berlusconiana?
Un abbraccio
Ettore Masina
Lettera aperta al Presidente Romano
Prodi
Onorevole
Presidente,
mi permetta riprendere con Lei un uso che ebbi una trentina di anni fa,
quello delle "Lettere aperte".
Nel 1976 il Presidente del Consiglio, democristiano, per giustificare
il suo Governo dall'aver intascato "tangenti" per favorire l'acquisto
di aeroplani da una industria americana (il fatto fu così
pubblico che cadde il Presidente e fu cambiato il Segretario del
Partito), era uscito nell'affermazione che sarebbe stato ipocrita far
finta di ignorare che "in politica fanno tutti così!".
Mi chiedevo allora che senso avesse dichiararsi
cristiani in politica, ricevendo magari consensi e appoggi ufficiali
dalla Chiesa (come allora succedeva), se poi ci si giustificava col
fatto che "in politica fanno tutti così!". Iniziai a scrivere
"lettere aperte" ai politici (il mio compito all'interno di Pax Christi
poteva in qualche modo giustificarlo), rivolgendomi allora all'on.
Zaccagnini, nuovo Segretario della DC, per chiedergli che si impegnasse
in quest'opera di trasparenza e di onestà nella vita politica.
Mi appellavo a un documento pubblicato allora dalla CEI che richiamava
il dovere della "coerenza, della fedeltà e di un responsabile
discernimento cristiano", precisando che "questo si esprime non solo
nella difesa dei grandi valori, come ad esempio quello della vita,
della famiglia, della religiosità, ma innanzitutto nello sforzo
sincero e operoso per realizzare una società più giusta e
più solidale, in cui, fra l'altro, i valori stessi della vita,
della famiglia e della religiosità possano attuarsi
concretamente e universalmente, non limitandosi a dichiarazioni
superficiali o a privilegi settoriali".
Oggi lo faccio con Lei, non tanto per la comune
derivazione bolognese, tanto meno per entrare in giudizi o scelte di
carattere strettamente politico, lo faccio in un tempo in cui il
degrado della vita politica è evidente, in cui troppi rincorrono
interessi e privilegi particolari, in cui gli stessi grandi ideali,
proposti e difesi dalla Chiesa, vengono talora strumentalizzati anche
da chi nella sua vita personale ha sempre mostrato di non tenerne un
gran conto.
Sento di doverLa ringraziare anche come vescovo,
benché emerito, per l'esempio che Ella ha dato di stile e di
attenzione alla gente più in difficoltà. L'ultima
Settimana Sociale dei cattolici, fra l'altro egregiamente diretta dal
mio successore a Ivrea, ha puntualizzato come fine di una retta
politica sia il "bene comune", cioè la creazione di
quell'ambiente in cui i cittadini, le famiglie, le aggregazioni - ma
tutti i cittadini, tutte le famiglie, tutte le aggregazioni (non solo
chi è già più fortunato o più amico) -
possano perseguire una vita operosa e fiduciosa.
Nei giorni scorsi qui, in Piemonte, in un incontro
con i politici di ogni provenienza, il Cardinale Arcivescovo di Torino
(Poletto)e lo stesso Vescovo di Ivrea (Arrigo Miglio)auspicavano "una
nuova politica imperniata sui valori, non la politica-spettacolo... o
la politica come semplice somma degli interessi, piccoli o grandi, di
lobby e corporazioni... Un 'elogio della politica alta', un appello a
tutti, cattolici e laici, per un nuovo servizio alla società,
nella linea della promozione del bene comune, del dialogo, secondo le
indicazioni della Costituzione conciliare 'Gaudium et spes'" .
Dovremmo tenere più presente questa politica
alta noi cristiani, e la CEI stessa deve continuare a richiamarcela con
insistenza e precisione, evitando tutti, più che mai oggi, anche
solo l'apparenza di compromissioni, di silenzi significativi, di
comportamenti interessati. Come è stato autorevolmente
ricordato, forse il vero modo di "dare a Dio quello che è di
Dio", in questo campo, è "dare a Cesare quel che è di
Cesare", cioè serietà, onestà, solidarietà.
Non sta a me giudicare quello che il Suo Governo ha
fatto; ma ritengo che gli intenti che L'hanno guidata, la
serietà, la coerenza, il dialogo, la pazienza, con cui ha agito,
pur fra mille difficoltà, anche nelle ultime ore, costituiscano
un forte esempio dello stile con cui tutti, proprio a cominciare dai
cristiani, dovrebbero porsi al servizio del "bene comune", e di come
sia possibile, quindi perseguibile, una "politica alta"
Grazie, Presidente. E auguri.
+ Luigi Bettazzi
Vescovo emerito
di Ivrea
Albiano di Ivrea, 27 gennaio 2007
http://www.peacelink.it/mosaico/a/24961.html
Il vecchio che avanza
Basterebbe fare una
semplice operazione aritmetica - due più due
uguale quattro, ad esempio - per fugare parecchi equivoci sulla caduta
di Prodi e vedere l’Italia così come s’accampa davanti a chi sa
vedere: nello stesso momento in cui il governo di centro sinistra
è sfiduciato in una delle due Camere, l’opposizione che si
prepara a tornare al potere fa quadrato attorno a personaggi del ceto
politico o dell’amministrazione condannati dalla giustizia: attorno al
governatore della Sicilia Cuffaro, condannato a 5 anni per
favoreggiamento a mafiosi e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici;
attorno a Contrada, condannato definitivamente a 10 anni per concorso
esterno in associazione mafiosa; attorno a chiunque chieda che il
politico o l’alto funzionario dello Stato non sia, come ogni cittadino,
imputabile quando infrange la legge. Cuffaro ieri si è dimesso
ma Casini insiste ad accusare gli «sciacalli» che avrebbero
screditato un’onesta persona.
Questa è l’evidenza matematica che abbiamo di fronte:
nell’Italia che sta richiamando Berlusconi ai comandi non ci si fida di
Prodi ma ci si fida di Cuffaro, di Contrada, di Dell’Utri, condannato
in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in
associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata. Non
ci si fida di Prodi, ma si fa capire a Mastella che la magistratura,
caso mai dovesse giungere a un giudizio negativo sul suo operato in
Campania, non avrà l’autonomia per farlo. Quando si parla di
tramonto del prodismo e di una scommessa invecchiata e morta conviene
tenere a mente questa realtà, limpida e ben visibile. Quel che
viene offerto oggi agli italiani non è un nuovo che
caccerà il vecchio, non è la fine dello spadroneggiare
dei partiti sulla cosa pubblica, come chiesto da tanti cittadini. I
partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno
alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione
d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso. Di
questa restaurazione Berlusconi è principe, e tutto quel che ha
detto nell’ultimo decennio sul teatrino della politica si copre di
polvere e frana. Il teatrino è imperante, e quel che vediamo non
è quel che appare. Prodi non è riuscito a imporre il
nuovo, ma nuovo resta pur sempre quel che ha proposto e tentato. L’aura
di novità abbandona Berlusconi e quel che propone è in
realtà il vecchio.
Anzi è vecchissimo. Poco prima del voto al Senato, il capo
dell’opposizione fece capire che se Prodi avesse ottenuto la fiducia in
ambedue le Camere, lui si sarebbe appellato alle Piazze. Bossi ha
rincarato la dose assicurando che quelle piazze avrebbero
«trovato facilmente le armi», per una rivoluzione. Hanno
detto queste cose nell’indifferenza generale: della destra, dei leader
di sinistra, di stampa e televisione, delle Istituzioni della
Repubblica. Anche questo non è davvero nuovo. Nella storia
recente d’Europa c’è memoria viva di tempi simili, quando si
pensava che le parole non pesassero e invece pesarono: la Repubblica di
Weimar aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica,
questi demagoghi. Due più due non ha fatto cinque nella storia
passata e non farà cinque neppure in quella che si sta tessendo,
opaca ma consequenziale, sotto il nostro sguardo.
La storia presente non è tuttavia fatale, così come non
lo è il futuro. A differenza del passato, il futuro che
fabbrichiamo oggi è aperto a soluzioni molteplici, è
libero. Ed essendo libero consente domande che sono decisive e che
dunque vale la pena porsi: sono veramente nuove le politiche proposte
da chi affossando Prodi assicura una sorta di palingenesi o comunque
un’alternativa migliore? C’è una sinistra, c’è una destra
che hanno fatto i conti con l’esperienza di centro sinistra e che
avendo fatto tali conti sanno discernere una categoria politica
dall’altra, e distinguere quindi tra il ritorno al potere cui anelano e
il piano di governo su cui pervicacemente tacciono?
Dicono che il nuovo consiste in modifiche profonde della Costituzione,
che diano più poteri all’esecutivo e diminuiscano quello dei
partiti. Dicono non senza ragione che il Presidente del consiglio
è fallito perché i particolarismi potenti nella
maggioranza hanno corroso la sua autorevolezza, il suo governare, il
suo desiderio di risanare non solo l’economia ma l’etica pubblica. Ma
le forze vincenti sono ben più vecchie dei vecchi impedimenti
che hanno reso così difficile il compito di Prodi e che ce
l’hanno mostrato negli ultimi venti mesi così solo, come Franca
Rame ha scritto con cristallina sconsolatezza sulla Stampa del 25
gennaio: «Prodi, in quel suo governo, di fatto, si è
trovato come un condannato agli arresti domiciliari con manco un cane
che gli portasse le arance... non l’avete mai considerato? Andavano da
lui solo a imporgli, a chiedere e a ricattare. Bella gente!».
Questa bella gente gli ha impedito di fare quel che si era ripromesso:
una legge sul conflitto d’interessi, una legge che sottraesse le
televisioni al dominio dei politici. Questa bella gente ha chiuso e
chiude gli occhi davanti alla triplice violazione della Costituzione di
cui Berlusconi si è reso colpevole: delegittimazione non solo
dell’iniziale voto alle legislative ma anche del voto delle Camere (il
ricorso alle piazze in caso di fiducia del Senato vuol dire questo);
controllo dei mezzi televisivi da parte di un candidato alla guida del
Paese; corruzione dei senatori come appare dalle intercettazioni dei
colloqui tra Berlusconi e Saccà, manager della Rai.
I partiti che hanno partecipato all’esperienza Prodi escono
particolarmente malconci, perché più d’ogni altro si
prestano all’equivoco, scambiando il vecchio per il nuovo. Cosa resta
infatti del centro sinistra? Resta lui, Prodi, che si è battuto
usando la forza durissima della sua testa («Sembra un ferro da
stiro o il muso di un’escavatrice», scrisse Eugenio Scalfari) e
che contro praticamente tutti ha deciso di contare i fedeli in
Parlamento e dunque di far politica pubblica in pubblico, non nelle
segrete dei partiti. Resta un’estrema sinistra, che ha fatto il
tentativo di governare contro se stessa, contro il proprio istinto, che
ha ripetutamente teso la corda ma sarà influenzata da un
esperimento di gestione responsabile che non è stata lei a
rompere.
Ma soprattutto resta il Partito democratico, che il nuovo pretende di
costruirlo seppellendo l’Unione come fosse un logoro vestito di cui
spogliarsi. Per la verità non si sa che partito sia, che
programmi di governo abbia, che militanza vanti, che alleati cerchi.
Anche in questo caso, è il potere ciò cui sembra aspirare
e non il governare, e l’equivoco è esistito in fondo sin dalle
primarie del 14 ottobre, che suscitarono l’adesione di più di
tre milioni di cittadini ma a questi cittadini non chiarì, per
l’occasione, né quale fosse il programma né quale fosse
la politica di alleanze. Chiarì che Veltroni sarebbe stato il
leader, creò innanzitutto una personalità, alla maniera
berlusconiana. Il 19 gennaio, a Orvieto, Veltroni ha poi detto che il
suo partito «correrà da solo alle prossime
elezioni», e con questo ha di fatto screditato la scommessa di
Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla
maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi). Per suggerire che cosa,
anch’egli, che non sia il vecchio, e cioè un partito che si
presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma
governerà? In una lettera a Repubblica, il 2 settembre 2006,
l’odierno segretario citò Tahar Ben Jelloun: «I nostri
passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti». Il
libro da cui sono tratte queste parole è un romanzo, Creatura di
sabbia.
Ma la politica non è letteratura, e nel libro è scritto
anche questo: «Nella vita bisognerebbe poter avere due facce...
sarebbe bene averne almeno una di ricambio. Oppure, e questo sarebbe
ancora meglio, non avere nessuna faccia, semplicemente... essere solo
delle voci.. un po’ come i ciechi». Può darsi che Veltroni
ce la faccia, ma grande è il rischio e strana la velleità
di sconfitta che lo anima: lui avrà insegnato al partito
democratico i vizi della prima repubblica, mentre Berlusconi
continuerà a battersi con vaste alleanze tipiche del
bipolarismo.
C’è un passaggio nel discorso di Prodi al Senato, che vale la
pena rimeditare: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la
nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la
scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la
debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi;
non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei
confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi
extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica
al potere politico». È un passaggio che nessuno a sinistra
ha fatto proprio, e non stupisce oltre misura. I partiti riprendono il
potere, e presentano tutto questo come Nuovo che avanza.
Ma i partiti sono come gli Stati nazione: la loro forza sovrana
è del tutto fittizia. Un partito che decide di correre da solo e
poi di allearsi con chi vuole è un partito in costante
metamorfosi coatta, non è sovrano, è più che mai
prigioniero delle forze extraparlamentari (mezzi di comunicazione,
istituti di sondaggio, potentati non eletti) che hanno voluto la fine
di Prodi.
La parola «popolo delle primarie» non significa niente; se
non significa nulla non ha poteri. È un’illusoria figura.
Immagino che la stragrande maggioranza degli elettori di Veltroni lo
sappia: la loro forza, i loro diritti-doveri, il loro peso, sono
infinitamente più insignificanti del peso e dei diritti che nei
vecchi tempi avevano gli iscritti, figura scomparsa nel vocabolario del
Pd. Chi ha forza sono i poteri che perdurano nonostante il voto, sono
le Piazze sempre di nuovo invocate, sono gli uomini con capacità
di dominio sui telegiornali, e sono, non per ultimi, i politici decisi
a riconquistare l’impunità che per un breve lasso di tempo hanno
visto minacciata.
Barbara Spinelli
La Stampa 27/1/2008