27 gennaio 2012 - Nel 77° anniversario dell’apertura dei
cancelli di Auschwitz, si celebra in Italia il 12° "Giorno
della Memoria”. Noi vogliamo partecipare con un saggio inedito di
P. Bergamaschi sulla sofferenza della condizione umana, per
approfondire le motivazioni che hanno portato alla catastrofe
collettiva, scuotere le coscienze a comprendere che la ‘vittoria’ non passa attraverso
la distruzione del ‘cattivo’, bensì attraverso la
distruzione della ‘cattiveria’. E per i cristiani: La sconfitta di chi non usa violenza
contro qualcuno è l’affermazione della vittoria della
verità nella storia, ed ha un solo nome: martirio.
Sia santificata la sofferenza
Quel contrappeso della sconfitta
che si chiama martirio
La "sconfitta" dell'uomo giusto è già ipotizzata nel
II libro della Repubblica di Platone (Il vero giusto sarà impalato e crocifisso).
Ma poiché il vero giusto" non è Dio, bisogna
costruire un mondo in cui egli possa trovarsi a casa sua. Da qui
lo sforzo di Platone per costruire la polis perfetta. La quale va
ripulita, anzitutto, dai "cattivi" per definizione, e cioè
dagli atei; come risulta nel libro X delle Leggi. Questa soluzione
si spiega perché non potendo Platone identificare il vero
giusto con Dio stesso - e ciò per una ripugnanza mentale
che ha afflitto anche gli Apostoli quando Gesù
annunciò loro la sua "passione" - ha ipotizzato la
eliminazione pedagogica dei "cattivi" mediante il "sofronisterion"
(carcere di riabilitazione mentale). E del resto san Tommaso non
prevede la distruzione della "zizzania" qualora si riesca a
individuarla? Si noti che san Tommaso credeva nella
divinità di Cristo.
La sofferenza richiesta per la salvezza dell'uomo è la
stessa prevista dall'esame dell'uso della libertà: bisogna
rinunciare a mangiare il frutto proibito per essere felici. La
libertà di far solo il bene (come Dio) richiede la rinuncia
della libertà di fare il male. Cristo paga il prezzo di
quella sofferenza richiesta e introduce nel mondo la
possibilità della vittoria del bene sul male, almeno tra
quelli che accettano di credere in Lui. Ma la "vittoria" non passa
attraverso la distruzione del "cattivo", bensì attraverso
la distruzione della "cattiveria". E cioè di quel tanto di
"marcio" che è in ognuno di noi, mediante metànoia.
La "sconfitta" di chi non usa violenza contro qualcuno è
l'affermazione della vittoria della verità sulla storia, ed
ha un solo nome: martirio.
Le aspettative profonde, delle persone, quali sono? Sono,
ahimè, le vittorie etnocentriche dei buoni (noi) sui
cattivi (gli altri); dei Greci sui barbari, dei Romani sui
non-Romani, di Israele sui gentili, dei musulmani sui cristiani e
viceversa, degli Americani sui Russi e viceversa, degli Indiani
sui Pakistani e viceversa, e persino - come scappa detto a san
Paolo - di Cristo che metterà sotto i suoi piedi gli
avversari. Ancora oggi, molti cristiani aspettano una venuta
trionfale di Cristo per mettere ordine in un mondo sommerso da
troppi "cattivi". É l'idea del "messia guerriero"
assimilato ai grandi conquistatori. Gesù non è il
Dio di un "popolo" ma il Dio-con-noi. Se fosse sceso dalla croce,
avrebbe dimostrato di non essere il Dio che salva, ma il Dio che
vince distruggendo.
C'è il male nel mondo? Tutti lo gridiamo ma dimentichiamo -
se siamo cristiani - che l'abbiamo introdotto noi nella storia e
nostro è il compito di toglierlo. Gesù ci ha
insegnato la metodologia, essendo Egli salvatore intrinseco e non
estrinseco. Egli, cioè, è una "forza vitale" che fa
di ogni credente un grumo di lievito pronto al "martirio" e alla
rinuncia di sé, in quanto lievito, perché emerga il
"pane", una novità esistenziale che è salvezza per
tutti e vittoria della grazia sulla natura. Solo così ogni
credente, e tutti insieme, diventa l'anima mundi di cui parla
l'autore della lettera a Diogneto.
Il miracolo non è la discesa dalla croce con la clava in
mano - la crociata contro i cattivi - ma è il sapore che
emerge dall'annullamento del blocco di sale nella pentola della
minestra. È il chicco di grano che "morendo" diventa
spiga e farina. Non a caso Nietzsche oppone Dioniso al Crocifisso.
Infatti, Cristo fermo sulla croce diventa luce, sale, lievito.
Dioniso, invece, sgambetta per la foresta senza legge e senza
pedagogia; esercita la "volontà di potenza" puntando a
essere il superuomo, dominatore degli altri, anziché a
essere l'uomo che supera se stesso per porsi come esemplare di
perfezione.
Per qualcuno il cristianesimo dà valore alla sofferenza
fisica. É purtroppo vero, ma nella misura in cui è
diventato "religione": deve allora predicare la "pazienza" a chi
soffre a causa delle strutture da lui stesso elaborate (si pensi
nel medioevo, alla presenza del ricco e del povero nella
civiltà cristiana per volontà divina). E d'altra
parte tutte le "religioni" magnificano le sofferenze fisiche
quando si tratta di far la "guerra santa". Lo stesso Hegel elogia
il musulmanesimo perché l'individuo è sempre pronto
a sacrificarsi per il tutto. Il martirio cristiano, invece,
è l'affermazione di valori assoluti per i quali, soltanto,
si può mettere in gioco la propria vita. Soprattutto
è la via - insegnata da Cristo - per vanificare il dualismo
vinto-vincitore, tipico dell'etnocentrismo laico o religioso.
Il cristianesimo - come qualcuno ha suggerito - non discende da
una croce, ma da un crocifisso, Non dimentichiamo: Gesù
muore (è condannato a morte) per due motivi: 1)
Perché contesta il sabato (creduto di istituzione divina);
2) Perché dice Dio suo Padre (negando così il Dio
degli eserciti). Gesù, dunque, annuncia la "crisi della
religione" e dello Stato nazionale (patria). S. Stefano è
ucciso perché contesta il "tempio" e le "istituzioni
mosaiche". I martiri successivi perdono quota progressivamente e
finiscono per accettare il connubio con uno Stato. Cessano di
essere testimoni di "novità esistenziali" e diventano
uomini "religiosi" vittoriosi sugli altri uomini "religiosi". Il
martirio doveva continuare, almeno per altri dieci secoli, per
dare un volto decente alla civiltà occidentale. Ciò
non è avvenuto e il cristianesimo è diventato, a sua
volta, religione armata come tutte le altre religioni, legate allo
Stato nazionale. Sic stantibus rebus, il cristianesimo reale
avrebbe potuto dare saggio di essere una "novità",
chiedendo, per esempio, di praticare l'obiezione di coscienza ai
cristiani presenti in tutte le nazioni implicate nella prima
guerra mondiale.
Avrebbe provocato martirio? Ebbene si sarebbe riportato dalla
palude "religiosa" al livello di "novità evangelica". Oggi
l'obiezione di coscienza è stata inglobata, furbescamente,
nelle nervature legislative e, da capo, non ha nulla di profetico.
La vera novità sul tema, consiste nel dichiarare
illegittimo lo Stato nazionale e sovrano, perché è
il primo ostacolo all'attuazione del primo e unitario precetto
evangelico ama Dio... e il
prossimo tuo come te stesso. Solo così la morte di
Cristo ("sconfitta") avrebbe virtualmente tolto dal mondo tutte le
sofferenze fisiche derivanti dalla guerra. Del resto la sofferenza
non è mai un valore se non è assunta per un fine.
Sia sul piano fisico che sul piano morale la "civiltà"
è frutto di rinunce.
Eros e Civiltà sono incompatibili persino per Freud.
Demostene, a un ubriacone che si stupiva della sua arte oratoria,
rispose: Plus olei quam vini
consumasi (ho consumato più olio di gomito o di
lucerna, che fiaschi di vino). Il 90% delle nostre croci sono
dovute alla incapacità di essere cristiani collettivamente
e dalla nostra stupidità razionale (il nostro accesso ai
bisogni avviene trasformando il mezzo in fine).
Una decente convivenza cristiana è un frutto che nasce
dalla rinuncia di sé e cioè dove tutti i battezzati
reprimono - in ciò la giusta sofferenza - le richieste
dell'Es. Del resto è inevitabile l'insorgenza del classismo
tra quelli che soffrono e quelli che fanno soffrire. In questo
caso il cristianesimo è già "religione" e tiene il
lume. La santità cristiana prevede la "sofferenza" per
costruire il Regno e non la sofferenza causata dai fratelli di
fede. Ecco perché il Fioretto francescano della "perfetta
letizia" non è la celebrazione del colpo di bastone (un
male non può rendere felici), ma è una tensione
esistenziale finalizzata alla costruzione del Regno, sia pure
attraverso la sofferenza. Per il cristiano il senso delle
cose è anteriore alle cose stesse. E anche le stimmate sono
state chieste da Francesco per assimilarsi a Cristo. E tuttavia
noi amiamo pensare che esse siano reazioni della
cristianità medioevale alle proposte radicali dell'alter
Cristus.
Chiudiamo - senza essere riusciti a dire tutto sul tema - citando
una delle più straordinarie intuizioni della "catecumena"
Simone Weil (L'ombra
e la grazia): Nessun avvenimento è un dono
di Dio, eccetto la grazia (...) Essere innocente vuol dire
sopportare il peso dell'intero universo. Vuol dire gettare il
contrappeso. Dunque la purezza non abolisce la sofferenza, anzi
la scava infinitamente, ma le dà un significato eterno
(...) La grandezza suprema del cristianesimo viene dal fatto che
esso non cerca un rimedio sovrannaturale alla sofferenza
bensì un impiego sovrannaturale della sofferenza.
Aldo
Bergamaschi
Ordinario
di Pedagogia presso l'Università di Verona
___
da : MESSAGGERO CAPPUCCINO, Bimestrale d’informazione dei
Cappuccini bolognesi e romagnoli, Anno 42 n° 4, Luglio-Agosto
1998
“GIORNO
DELLA MEMORIA” O MEMORIA DI UN GIORNO ?
Il girasole della memoria
Quando si vive in situazioni difficili o, peggio, estreme il
ricordo può sembrare un lusso. Le strettoie del presente
rendono angusti gli orizzonti. Sotto la sferza degli egiziani,
dice il libro dell’Esodo, gli ebrei si limitarono a gridare.
Dimentichi delle promesse del loro Dio, non pregavano neppure; si
limitavano ad alzare lamenti. Furono questi ultimi che, se
così si potesse dire, si incaricarono di turbare il Signore
ridestandone la memoria (cfr. Es 2,23-24).
Oggi in Italia la situazione è grave ma non ancora
catastrofica, serpeggia però la paura che lo possa
diventare. In questo clima celebrare i giorni della memoria
«per non dimenticare» (per di più se compiuti
«a norma di legge») ha senso solo se essi
diventano occasione di un autentico dibattito etico spoglio di
componenti celebrative e aperto verso un confronto e una
discussione autentici, in quanto tali già di per sé
espressione (e non certo tra quelle di minor profilo) della
morale. Non foss’altro per questo, Il girasole di Simon
Wiesenthal va giudicato uno dei grandi testi morali del Novecento.
Gli scritti morali raggiungono il proprio apice non quando
assumono la veste di trattati, saggi o sottili aforismi
individuali; per essere davvero all’altezza del loro compito,
debbono piuttosto testimoniare il vissuto e divenire nel contempo
interrogazioni attorno all’esperienza da essi narrata. Siamo
perciò agli antipodi della casistica, la quale parte dalla
teoria per poi impelagarsi nel vano tentativo di incasellare il
vissuto. In definitiva, le autentiche riflessioni etiche devono
avere caratteristiche paragonabili a quelle che emergono, ad
esempio, dal raffronto fra i due grandi testi che aprono e
chiudono lo scrivere di Primo Levi, Se questo è un uomo e I
sommersi e i salvati: se non ci fosse stato il primo non sarebbe
comparso neppure il secondo.
Il libro di Wiesenthal ha entrambe queste caratteristiche, con
l’aggiunta di presentare un dibattito contraddistinto da
un’accentuata nota di coralità. Nato da un’estrema
esperienza personale, il testo è infatti diventato,
con gli anni, un luogo di sempre maggior confronto a più
voci sul ruolo assunto dal perdono nella vita individuale e
collettiva.
Durante la guerra lo Häftling Wiesenthal, un
giorno, fu condotto fuori dal lager per svolgere, assieme ad
alcuni suoi compagni, il compito particolarmente ingrato di
eliminare residui provenienti dalle camere operatorie del
politecnico di Leopoli (dove Wiesenthal si era addottorato in
architettura) allora trasformato in ospedale militare. Mentre
stava svolgendo quella mansione, un’infermiera lo convocò
in modo inatteso al capezzale di un giovane SS morente, il
quale, dopo avergli raccontato il proprio coinvolgimento in una
efferata strage di ebrei, chiede a lui in quanto ebreo di essere
perdonato per le atrocità commesse. In quel frangente,
l’anonimo deportato veniva, dunque, considerato una specie di
rappresentante collettivo dell’intero popolo ebraico. Di fronte
alla richiesta Wiesenthal, che prima aveva a lungo ascoltato, se
ne andò in silenzio senza dar corso alla supplica
rivoltagli da una persona che giaceva sul letto di morte. Alla
fine della guerra, Simon Wiesenthal, dopo faticose ricerche,
visitò la madre del defunto, non osando, tuttavia, svelarle
quanto compiuto da quello che lei riteneva ancora il suo
«bravo ragazzo».
La vicenda, stesa per iscritto, fu inviata dal suo autore, negli
anni sessanta, a eminenti personalità a cui fu chiesto di
formulare una valutazione sul comportamento assunto da Wiesenthal
in quella drammatica circostanza. Successivamente i commenti sono
cresciuti con l’intervento di persone non direttamente
interpellate da Wiesenthal. Nella sua veste attuale questo libro
si presenta, anche al di là del caso specifico in oggetto,
come una specie di riflessione polifonica di filosofia e/o
teologia morali sul tema del perdono. In esso prospettive
ebraiche, cristiane e laiche si confrontano su un caso che non
consente schematiche semplificazioni e in cui è impossibile
indulgere a facili retoriche perdonistiche. Anche il lettore
è costretto a decidere; ma, se è sincero, non lo
può fare né a priori, né in base a un
semplice schierarsi. Al di là della risposta a cui si
può giungere (o anche non giungere), l’appello morale del
testo si estrinseca appieno già nella sua capacità
di mettere in moto la coscienza di ciascuno.
L’approccio corretto ha bisogno di smascherare falsi
presupposti. Uno tra essi sta nel fatto che tutto quanto concerne
la Shoah, la sua memoria e i suoi interrogativi sia, in
definitiva, un avvenimento che riguarda in modo precipuo e quasi
esclusivo gli ebrei, operazione quest’ultima che, volente o
nolente, attenua l’attenzione da riservarsi ai persecutori. Nel
caso a cui stiamo qui riferendoci, qualora si assumesse un simile
approccio, l’interrogativo e la valutazione morale tenderebbero
inevitabilmente a incentrarsi più sul tema del
perdono non concesso dal perseguitato che sulla forza devastante
di un regime totalitario che ha potuto trasformare un «bravo
ragazzo», educato religiosamente, in un vero e proprio
carnefice. Anche per questa via si approderebbe perciò a
quella metafisicizzazione di Auschwitz, visto come «male
assoluto», che, nel suo apparente radicalismo, invece di
incrementare il senso di responsabilità, non fa che
attenuarlo.
Piero Stefani
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[1] S. Wiesenthal, Il girasole, Garzanti, Milano 2000. In
quest’ultima edizione le voci che commentano il racconto sono
ben quarantasette. A puro titolo esemplificativo tra i primi
interpellati citiamo la presenza del grande pensatore ebreo A.
J. Heschel, di Primo Levi, di H. Marcuse, del teologo riformato
tedesco H. Gollwitzer, di prestigiosi pesatori cattolici come G.
Marcel e J. Maritain, del card. F. König e
l’«architetto di Hitler» Albert Speer, ecc.
___
dal Forum 292 di
Koinonìa di gennaio 2012