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Quarant'anni
fa venne emanata la Populorum
Progressio,
primo fiore della Chiesa dei
poveri |
Un sacerdote francese, Paul
Gauthier, trasferitosi a Nazareth con alcuni amici per condividere la
vita di Gesù falegname (si erano definiti "Les compagnons de
Jésus"), insieme al vescovo grecomelchita di Cana mons. Georges
Hakim, si erano fatti promotori, fin dalla prima sessione del Concilio,
di un movimento di sensibilizzazione per "la Chiesa dei poveri".
Accolti dal card. Suenens e dall'episcopato belga nel loro collegio
romano (venivano chiamati "il gruppo del collegio belga") andavano
sollecitando vescovi e teologi per promuovere l'attenzione e l'impegno
per quel tema all'interno del Concilio.
La Chiesa dei poveri
Già di per sé il tema era complesso e non si pensava di
poter arrivare a uno specifico documento conciliare; si cercò
pertanto di inserire accenni e collegamenti all'interno dei documenti
in discussione. Inoltre Paolo VI temeva, per alcuni temi piuttosto
"caldi", che campagne di stampa orchestrate potessero orientare
l'opinione dei vescovi; fra essi (accanto, ad esempio, all'ordinazione
sacerdotale per uomini sposati o al problema della contraccezione) pare
vi fosse anche quello della "Chiesa dei poveri", forse col timore che
nascessero collusioni con movimenti ideologici, tipo quello della
"lotta di classe".
Se per gli altri temi si riservava di affrontarli in "Commissioni
pontificie", per questo sembra pensasse a un suo intervento successivo.
Per questo, Paolo VI chiese al card. Lercaro, che inizialmente era
stato coinvolto dal movimento per la Chiesa dei poveri, di preparargli
del materiale sul tema. Tre piccolissimi gruppi di vescovi lavorarono
in assoluto segreto per studiare l'argomento a livello
biblico-teologico, a livello sociologico, a livello pastorale.
A dire il vero, pare che non vi fossero grandi suggestioni, a parte la
premessa che affermava la prima forma di povertà di un aggregato
sociale quale la "trasparenza dei bilanci". Pare che due minori
decisioni siano derivate da quello studio: l'abolizione del simbolico
esercito pontificio e l'addio all'aristocrazia romana (presente nei
Pontificali del Papa attraverso un "Principe assistente al soglio",
proveniente a turno dalle antiche famiglie romane), ricevuta in udienza
particolare in ogni mese di gennaio.
Si coglie nella Populorum progressio questo respiro universale, direi
di anticipata consapevolezza della globalizzazione, nell'auspicio e
nell'impegno per una "globalizzazione solidale". Ma si coglie
soprattutto la preoccupazione per gli squilibri del sistema sociale
che, partendo da un liberalismo sfrenato, finisce col favorire la
libertà di chi è in grado di utilizzarla e difenderla, e
fa sì che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri
sempre più poveri. È una denuncia precisa che l'Enciclica
fa a un sistema che vede nel profitto il motore essenziale del
progresso economico, e nella proprietà privata dei mezzi di
produzione un diritto assoluto senza limiti e senza obblighi.
È un appello che viene fatto per un'economia che dovrebbe essere
sempre al servizio della persona, di tutte le persone e di ogni uomo e
donna. Un appello che, nella conclusione, viene indirizzato a tutti i
responsabili, a cominciare dai cattolici, che dovrebbero trovare in
questo impegno la verifica di autenticità del loro cristianesimo.
Un'Enciclica storica
L'Enciclica fa un richiamo al principio fondamentale della
"destinazione universale dei beni", di un mondo cioè destinato a
tutti gli esseri umani, ciascuno dei quali ha diritto alla
sopravvivenza, all'occupazione stabile, nella partecipazione alla
formazione degli orientamenti comuni, subordinando a tale diritto - di
singoli e di popoli - le varie forme di proprietà e le
articolazioni del commercio. Questi diritti vanno rivendicati vincendo
"la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla
dignità umana" (v. n. 30); ma si aggiunge subito (v. n. 31)
"salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti
gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo
particolare al bene comune del Paese"; ma tutto ciò fu
interpretato come una sponsorizzazione di certe guerriglie contro le
dittature, in continuità con le dottrine medioevali che
autorizzavano, in casi estremi, l'uccisione del tiranno (tanto che
l'anno successivo, nel messaggio per il Congresso Eucaristico
internazionale di Bogotà, Paolo VI dovette smentire tale
interpretazione).
Altre puntualizzazioni specifiche vengono fatte in negativo, ad
esempio, sull'ingiustizia di troppe relazioni commerciali e sulla fuga
all'estero di capitali ottenuti in patria; in positivo sulla promozione
dell'alfabetizzazione, sull'aiuto alle famiglie, sulle organizzazioni
professionali e il pluralismo sindacale. Credo che il compito storico
di questa Enciclica sia stato quello di indicare come il cammino della
pace è strettamente collegato a una maggiore giustizia
planetaria, e come responsabili ne siano i Paesi più fortunati,
chiusi nel loro egoismo, affidato a una difesa violenta. Ci limitiamo
troppo a verificare il nostro cristianesimo - di singoli e di popoli -
su alcuni temi di morale individuale, dimenticando le
responsabilità sociali, mentre, al dire di Giovanni (1 Gv 4, 19)
"se uno dice 'amo Dio' e odia il suo fratello, è un bugiardo.
Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare
Dio che non vede".
Un'Enciclica comunista
Ritengo che di qui sia nata l'idea di questa Enciclica, la Populorum
progessio, una delle più forti scritte da un Papa, tanto che
giornalisti anche famosi la definirono "un'Enciclica comunista",
parlando ironicamente - per assonanza - di una involuzione della
Chiesa: "Populorum progressio, Ecclesiae regressio". Essa in
realtà sviluppava il germe posto da Giovanni XXIII nella Pacem
in terris del 1963, e dalla Costituzione conciliare Gaudium et spes del
1965, approfondendo il tema della pace, identificata, già nelle
prime parole, con "lo sviluppo dei popoli" (Populorum progressio).
È questa puntualizzazione che costituisce il progresso di questa
Enciclica nel cammino della cosiddetta "Dottrina sociale della Chiesa",
e che porterà Giovanni Paolo II nell'Enciclica Sollicitudo rei
socialis - con cui volle, inoltre, celebrare il ventesimo anniiversario
della Populorum progressio - a indicare nella solidarietà il
nuovo nome della pace.
Luigi
Bettazzi (Presidente emerito di Pax Christi)
30 gennaio 2007
La
dittatura del mercato
Su queste condizioni nuove della società si è
malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come
motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge
suprema dell'economia, la proprietà privata dei mezzi di
produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi
sociali corrispondenti. Tale "liberalismo" senza freno conduceva alla
dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice
dell'"imperialismo internazionale del denaro" (22). Non si
condanneranno mai abbastanza simili abusi, ricordando ancora una volta
solennemente che l'economia è al servizio dell'uomo (23). Ma se
è vero che un certo "capitalismo" è stato la fonte di
tante sofferenze, di tante ingiustizie e lotte fratricide, di cui
perdurano gli effetti, errato sarebbe attribuire alla
industrializzazione stessa quei mali che sono dovuti al nefasto sistema
che l'accompagnava. Bisogna, al contrario, e per debito di giustizia,
riconoscere l'apporto insostituibile dell'organizzazione del lavoro e
del progresso industriale all'opera dello sviluppo.
Populorum
Progessio 26
Per ritrovare la compassione
Oggi viviamo in un mondo che si presenta a noi sempre più
lacerato e segnato da profonde divisioni, conflitti e fratture, da
disuguaglianze economiche e sociali, differenze di opportunità
per le persone e i popoli, disparità nella possibilità di
uso dei beni della terra. Vivere oggi la compassione significa attuare
esperienze di accoglienza dei migranti, di vicinanza alle vittime, di
disponibilità al dialogo con tutti coloro che vivono una fede
religiosa o un modo di pensare diverso dal nostro. Nel contesto di una
globalizzazione che produce ingiustizia e separazione siamo chiamati a
scoprire in modo nuovo la compassione come il carattere fondamentale
della spiritualità del nostro Ordine. Questo giubileo
dell'Ordine, occasione per ripensare la nostra missione in termini
nuovi, coincide con un altro importante anniversario: quarant'anni
dalla pubblicazione del documento Populorum progressio (26 Marzo 1967).
[...] Vi proponiamo quindi innanzitutto di leggere la Populorum
progressio con la finalità di ripensare che cosa significa per
noi oggi "sviluppo" e [...] "sviluppo integrale" nel senso di un
umanesimo pieno. Le questioni legate allo sviluppo e alla
dignità umana sono sfide non riservate solamente a esperti in
economia o nel campo dei diritti umani, piuttosto costituiscono una
dimensione fondamentale della nostra spiritualità quale
spiritualità dell'incarnazione, che ci chiede di essere presenti
alla nostra storia.
Dalla
Lettera dei Co-promotori
generali per la Giustizia e la Pace dell'Ordine dei Domenicani