L´altro non esiste
L’altro come
noi modernamente lo
intendiamo,
cioè
come individuo separato
che ha i nostri stessi diritti, non esiste.
Questo
concetto è solo una
proiezione del nostro egoismo
a
cura di Achille Rossi
Nonostante
l’età, Panikkar non
ha perso il gusto di rovesciare il tavolo della discussione e di
spiazzare l’uditorio, per fargli prendere coscienza dei propri
presupposti “L’altro come noi modernamente lo intendiamo non esiste”,
ha esordito l’anziano filosofo. “L’altro è l’altera pars di noi
stessi, non l’individuo separato, isolato, che ha i nostri stessi
diritti. Questo concetto dell’altro è solo una proiezione del
nostro egoismo”. E soggiunge di averlo scoperto dopo un’incursione in
una ventina di lingue.
Il pubblico, che gremisce fino all’inverosimile il Teatro Comunale,
affascinato da questo vegliardo che parla con l’entusiasmo e la
vitalità di un giovane, segue con attenzione il dipanarsi del
discorso: “Abbiamo misconosciuto quella frase che è la
ricapitolazione di tutto il messaggio evangelico: “Ama il prossimo tuo
come te stesso” e con le migliori buone intenzioni l’abbiamo intesa
come l’invito ad amare il prossimo come un altro stesso, come un tizio
da rispettare, ma non come parte di noi”. Panikkar è convinto
che dopo 50 o 60 secoli di esperienza umana storica è arrivato
il momento di prendere più sul serio l’altro come noi stessi:
“Allora non ci sarebbe bisogno né di fare una lotta contro gli
altri né di una difesa d’ufficio, perché saremmo
consapevoli di stare superando insieme la più grande tentazione
dell’uomo: l’egoismo”.
Insomma, l’altro spacca la nostra individualità e il filosofo lo
mostra raccontando un ipisodio accadutogli in India: “Stavo spiegando a
un giovane dalit che voleva proseguire gli studi che doveva imparare a
dire “io”, dato che nella lingua parlata si dice sempre “noi” e mai
“io”. Dopo alcune spiegazioni sociologiche e lessicali pensavo di
averlo convinto. Quando gli ho chiesto se aveva capito, mi ha risposto:
“Noi abbiamo capito”.
Concezioni diverse
Il concetto occidentale di altro
è talmente potente che persino
i teologi hanno parlato di Dio come totalmente Altro, sottolineando la
sua trascendenza e dimenticando la sua immanenza. Per l’Oriente invece
Brahman è talmente intimo e immanente che non si può
separare da niente. “Sono due concezioni diverse, che poi portano a
malintesi storici e trascendentali difficilmente superabili tra due
culture differenti”.
Panikkar sottolinea con forza che
le culture sono forme di vita e modi
di vedere la realtà diversi. L’interculturalità è
prenderne coscienza. “È l’imperativo storico e culturale
più importante per la sopravvivenza della nostra
umanità”, sentenza il filosofo. Non sembra però che il
mondo contemporaneo ne sia consapevole, attratto com’è dal
fascino della globalizzazione, di cui il primo esempio è la
Torre di Babele di Genesi 11. “A Babele Dio confonde il sogno di
un’unica grande costruzione, perché non vuole una costruzione
universale di tutto il mondo più o meno unificato, ma piccole
capanne a dimensione umana, dove la gente possa parlare nel proprio
dialetto, capirsi, per arrivare alla collaborazione e all’armonia tra i
diversi colori che costituiscono il fascino di questo universo”.
Malati di monoculturalismo
Purtroppo però l’Occidente
è malato di monoculturalismo:
pensa che le sue categorie e le sue conquiste siano universali e
valgano per l’umanità intera. “Siamo terribilmente provinciali e
non ce ne rendiamo conto. Alcuni esempi: pensiamo che la scienza sia
universale, mentre ha presupposti molto concreti; che il tempo sia un
fattore esterno e misurabile; che lo spazio sia un contenitore; che
l’essenza delle cose sia la loro differenza specifica”. Panikkar si
stupisce di questo indottrinamento e ironizza: “Tu pensi che un’ora di
angoscia, un’ora di piacere, un’ora di dolore siano tutte di 60 minuti?
Che il tempo sia una realtà esterna a te?” Di qui l’invito a
scoprire i momenti in-temporali nel trascorrere del tempo e a non
vivere soltanto per il domani: “Abbiamo perso questa esperienza del
presente in cui tutto è concentrato tempiternamente. Bisogna
riprendere il monito di S. Agostino: Ut sis, transcende tempus,
affinché tu sia trascendi il tempo”.
Panikkar invita perciò a
recuperare quella visione olistica,
intuitiva, che abbraccia la realtà senza bisogno di conoscerne
tutti i dettagli: “È la visione del terzo occhio, quello che i
medioevali chiamavano oculus fidei, che ci fa rendere conto della
profondità della vita e ci permette di vivere una esistenza
umana autentica”.
Occorre una trasformazione radicale
A questo punto della sua relazione
Panikkar si chiede quale
trasformazione sia richiesta alla nostra civiltà dalla
situazione interculturale che stiamo vivendo. “Una trasformazione
eroica”, si risponde. “Gli aggiustamenti non servono più, il
momento storico delle riforme è finito; ma nemmeno la
rivoluzione potrà creare qualcosa di nuovo, perché
è controproducente e inaccettabile. C’è bisogno di un
radicale cambiamento di mentalità che capovolga tutti i nostri
sistemi di valori”. Tutti siamo responsabili di questo cambiamento, ma
in particolare gli intellettuali.
“La trasformazione radicale –
continua Panikkar – presuppone che il
problema dell’altro diventi il nostro problema”. Con tutte le
implicazioni che comporta. E il filosofo cerca di esplicitarle: “La
trasformazione che sto evocando richiede, per riprendere la parola
evangelica, di “non resistere al male”. Noi istintivamente siamo pronti
ad arruolarci per una crociata contro il male e dimentichiamo che solo
il perdono e la riconciliazione interrompono la legge del karma, la
logica dell’occhio per occhio dente per dente. Altrimenti, come
ironizzava Gandhi, finiremmo tutti senza occhi e senza denti!”. Ma il
perdono, soggiunge subito Panikkar, non dipende da noi: “Io posso
evitare di fare del male per ritorsione, ma perdonare è solo
opera di Dio”.
Senza ascolto non c’è
dialogo
Per vivere l’atteggiamento della
riconciliazione è necessario il
dialogo, che presuppone una delle cose più difficili da
realizzare: l’ascolto. “Io non posso ascoltare se sono pieno di me, se
so cosa l’altro dirà, se mi metto in un atteggiamento critico.
La parola che indica l’ascolto è obbedienza, ob-audire, che non
elimina il discernimento, il saper distinguere una cosa dall’altra. Ma
se io sono consapevole che c’è una realtà divina nascosta
in ogni persona sarò disposto ad ascoltarla. Allora “obbedire”
all’altro potrebbe essere la rivelazione di quella parte di me che
ancora non conoscevo”. Il dialogo assurge così ad esperienza
rivelativa. “Crediamo troppo nella nostra individualità, nella
nostra differenza e abbiamo perduto la dimensione del noi, dimenticando
che ognuno di noi è parte di una umanità, è un io,
ma in relazione intrinseca con un tu e con un egli”.
La conclusione di Panikkar
è limpida e coerente: “Il lavoro che
dobbiamo fare in noi come degni rappresentanti della civiltà
occidentale è quello di superare tali divisioni nel nostro
pensiero. Allora, come un boomerang, il problema dell’altro si
trasforma nel nostro problema e noi abbiamo in mano la
possibilità di collaborare a questo eroico cambiamento”.
Impossibile dar conto del
dibattito che è seguito al discorso di
Panikkar: un fuoco di fila di interventi che si è protratto per
un paio d’ore e che ha toccato un’infinità di temi. Ma vale la
pena elencarli: l’ego è illusorio, come insegnano le grandi
tradizioni filosofiche dell’Oriente; l’identità è
indefinibile e non si risolve nell’identificazione, “se mi identifico
con una cosa o con l’altra perderò umanità”; il panteismo
è vero per tutto quello che dice, ma non dice abbastanza, “Dio
è relazione e in questa relazione ci siamo anche noi”; ognuno di
noi è specchio del tutto, perciò il pensiero analitico
non ci aiuta ed è indispensabile entrare nella mistica.
Ogni uomo è un re
Ma Panikkar ha insistito
soprattutto sul concetto di
tempiternità, che è la scoperta del nucleo intemporale
dell’esistenza: “La vita eterna del Vangelo non è il bios che
perdura, è la zoēeterna che non si esaurisce nella
temporalità”. Questa intuizione della tempiternità ci
permette di non disperarci di fronte alle tragedie storiche di cui
siamo spettatori: “È una vergogna colossale che metà
dell’umanità viva con meno di due dollari al giorno, quando gli
altri nuotano nell’abbondanza. Non vorrei però permettere a
questi fatti di portarmi alla disperazione né vorrei chiamarli
tragedia. Persino in un campo di concentramento la vita può
rimanere umana e gli aguzzini perdere la forza di minaccia che deriva
dalla paura. Mi puoi uccidere, ma non hai alcun potere sulla mia vita.
Ogni uomo è un re, in ogni uomo c’è qualcosa di divino su
cui nessuno può esercitare minaccia. Sta qui la forza della
fede”. E Panikkar ha concluso, a mo’ di esortazione rivolta a ciascuno:
“Tu sei unico, sei divino, credi in te stesso”.
L’applauso insistito e caloroso
con cui il pubblico ha sottolineato la
relazione ha espresso la gratitudine dei presenti per una testimonianza
in cui le parole e la persona sembravano fare tutt’uno.
13 12 2006
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