Repubblica, 2 Gennaio 2005
Questo intervento di Eugenio Scalfari, chiude il dibattito sul laicismo aperto con Il fondo Perché non possiamo non dirci laici (Repubblica, 7 novembre 2004)
Alla discussione hanno partecipato Stefano Rodotà (9 novembre 2004), Pietro Scoppola (10 novembre), Andrea Manzella (15 novembre), Mario Pirani (16 novembre), Ralf Dahrendorf (18 novembre), Arrigo Levi (23 novembre), Andrea Riccardi (29 novembre), Jean Daniel (3 dicembre), Giuliano Amato (9 dicembre), Giancarlo Cesana (28 dicembre), Predrag Matvejevic (29 dicembre)
Spetta dunque a me, visto che l'ho aperto, concludere questo dibattito sul laicismo che si è sviluppato con ampiezza sulle pagine di Repubblica per oltre due mesi valendosi di firme qualificate sia di laici sia di cattolici, di credenti e di non credenti, e che ha avuto larga eco anche su altri giornali e riviste.
Non nego che l'avvio a riprendere un tema plurisecolare ci è stato fornito dall'uso delle religioni nelle battaglie politiche e financo nelle guerre vere e proprie, condotte da terroristi organizzati e da eserciti regolari; un uso anch'esso plurisecolare, anzi addirittura plurimillenario che peraltro si sperava caduto finalmente in desuetudine. Non era così ed è infatti ripreso con nefasto vigore in questi ultimi anni e in questi ultimi mesi. Ma quel tema, del rapporto tra la religione e i principi della civile convivenza, tra le gerarchie che amministrano le chiese e quelle che gestiscono la polis, infine tra il peccato e il reato punito dalla legge, è ben più ampio di quello delle guerre di religione che ne radicalizzano uno dei molteplici aspetti.
Quel tema coinvolge la concezione stessa del divino, il senso della vita, l'autonomia della coscienza individuale e infine la crisi della modernità. Credo di non allargare indebitamente l'argomento che ci occupa, se dico che in questo dibattito c'è anche un ospite inquietante del quale non abbiamo neppure pronunciato il nome ma la cui presenza è stata data quasi per sottintesa in tutti gli interventi.
Quel nome deve essere ora reso esplicito poiché è con esso che dobbiamo fare i conti, laici e religiosi, credenti e non credenti, assertori di verità assolute e relativisti. E' con il nichilismo che dobbiamo fare i conti poiché è quello il nome che riassume la crisi della modernità.
Il nichilismo, la decadence, la disarticolazione dei valori, sono stati d'animo che hanno pervaso i nostri spazi mentali e modificato profondamente i nostri comportamenti. Hanno aggredito tutte le società - quelle occidentali in particolare ma non esse soltanto - che siano emerse dal livello della pura sussistenza e dell'appagamento dei soli bisogni primari. Sono penetrati nell'arte, nella filosofia, nella politica, nei rapporti interpersonali. Hanno capovolto i rapporti tra l'uomo e la tecnologia trasformando quest'ultima in un fine e gli uomini in altrettanti strumenti al suo servizio.
E' dagli ultimi decenni del XIX secolo che il nichilismo ha fatto la sua comparsa; negli anni a cavallo tra i due secoli sembrò aver raggiunto il culmine, ma non era: così. Ha continuato ad espandersi e a produrre i suoi effetti per tutto il Novecento che ne ha trasferito la virulenza al secolo in cui siamo appena entrati. Da questo punto di vista mi sembra dunque sbagliato trattare il Novecento come un secolo breve che sarebbe cominciato nel 1914 con la guerra e la fine della Belle Epoque e si sarebbe concluso con l'implosione del comunismo sovietico nel 1989.
Se infatti si guarda alla ferita profonda che si è aperta in Occidente con l'avvio del nichilismo, le date cambiano, il Novecento comincia a metà del XlX e non sappiamo ancora quando si concluderà. Parliamo spesso di transizione politica forse senza renderci pienamente conto che stiamo attraversando da 150 anni una fase di transizione epocale che ha travolto culture, religioni, modi vivere e di sentire.
Il dibattito sul laicismo, nelle forme in cui oggi si può e si deve condurre, non è dunque simile a quelli che ebbero luogo ai tempi del positivismo o, risalendo ancora più indietro, quando la società dei Lumi ne pose i fondamenti rovesciando le culture dell' Ancien Regime. Dopo Auschwitz, dopo i lager, dopo Hiroshima, tutto è cambiato. Il problema della gratuità del male ha intaccato la fede nella Provvidenza. Le nozioni stesse di peccato e di salvezza sono state sconvolte.
Occorre quindi avere il coraggio intellettuale di porre questo dibattito su nuove basi, essendo ben consapevoli che non si uscirà dal nichilismo rimettendo indietro le lancette dell'orologio e brandendo il vessillo del Dio degli eserciti contro il vessillo di chi affida allo stesso Dio un'appartenenza e un colore diversi. Dio è dunque una costruzione così antropomorfica che lo si può arruolare nella guerra santa di Al Qaeda o alla testa dei marines seguendo l'esempio di Costantino il grande o di re Carlo dalla barba fiorita? Chiaro che no.
In questo nostro dibattito c'è un punto che merita, io credo, d'esser chiarito. Nell'articolo di apertura ho usato il termine laicismo ma in molti degli interventi successivi al posto di quella parola e del concetto che essa esprime è stata usatala parola laicità. La quale esprime un concetto diverso.
La laicità appartiene sia ai credenti che ai non credenti e distingue tutti coloro che aderiscono e praticano la distinzione tra Spirito religioso e attività politica, Il date a Cesare ciò che è di Cesare con quel che segue è appunto il fondamento della laicità, la separazione di due sfere di influenza, i due soli dei quali parla Dante nel De Monarchia a proposito del Papato e dell'Impero. Va da se che l'Impero cui Dante si riferisce è pur sempre un regno cristiano il quale rivendica una sua autonomia rispettò alla gerarchia ecclesiastica chiamata a gestire la comunità dei fedeli in quanto tali. La dialettica tra quei due poteri riguarda dunque i rispettivi confini e la rispettiva legittimità; i contrasti avvengono quando quei confini siano messi in discussione ed eventualmente violati ora dall' uno ora dall' altro come infinite volte è storicamente accaduto.
Ho già osservato (e Pietro Scoppola nel suo intervento ha approfondito questo aspetto della questione) che la convivenza tra i due soli danteschi ha favorito l'evoluzione delle chiese cristiane, allontanandole da quel modello teocratico che ha invece ingessato l'Islam nonostante la ricchezza originaria e l'immenso deposito culturale di cui dispose nei primi secoli del suo fulgore.
Sorte in qualche modo analoga fu riservata alle chiese che dopo lo scisma, restarono sotto l'influenza bizantina e di lì trasferirono in Russia quell'ortodossia a canone inverso, accettando o dovendo subire una forma di teocrazia rovesciata che aveva l'imperatore a capo della gerarchia ecclesiastica. Proprio da questi confronti emerge la superiorità culturale delle chiese cristiane di occidente e in particolare di quella cattolica cui la compresenza di un potere civile, prima legittimato anch'esso dall'investitura sacra e poi da quella democratico-popolare, ha consentito un'integrazione e un'articolazione con la modernità, con la libera scienza, con culti e religioni diversi e quindi una sensibilità ai diritti civili e alle libertà che vi sono connesse, che il riflusso teocratico avrebbe impedito e spento.
In questo quadro il date a Cesare è diventato il fondamento di quella laicità partecipata al tempo stesso da credenti e da non credenti che, per quanto in particolare riguarda questi ultimi, costituisce uno degli elementi essenziali del loro laicismo. Il quale tuttavia contiene la laicità ma non si esaurisce in essa, così come la laicità costituisce la proiezione civile e politica dei Cristiani che rifiutano il temporalismo, coerenti con una fede imperniata sul messaggio evangelico dell'amore, del perdono, della dignità della persona del suo libero arbitrio nella scelta del Bene, nel faticoso cammino sorretto dalla grazia verso la salvezza e l' eterna beatitudine al cospetto di Dio.
Nel suo notevole intervento in questo dibattito, Giuliano Amato sostiene che i credenti hanno una marcia in più rispetto ai non credenti nel loro empito di fratellanza e di attivo amore del prossimo. Concorda con lui Arrigo Levi, che pure definisce fede civile quella dei laici; scrive Levi che l'amore che sostanzia quella marcia in più ha una portata mille volte più pervasiva della ragione e della severità su cui si fonda l'etica laica.
Può darsi che sia così, oppure può darsi di no: quest'immagine della marcia in più appartiene piuttosto al campo delle sensazioni non provate e non provabili. Si potrebbe obiettare (con Kant) che un'azione è etica solo quando non rechi beneficio a chi la compie. Mentre questo requisito manca per definizione in chi si affida alle opere per meritarsi la salvezza. Ma discutere di marcia in più o in meno non mi sembra inerente al tema di fondo del dibattito, a meno di non considerare il sentimento religioso soprattutto come un elemento utile alla coesione sociale. Il che è probabilmente vero, ma sminuisce il contributo spirituale che la fede nella trascendenza può diffondere nella società.
Ebbene, questa fede nella trascendenza è esattamente il centro del problema. La crisi della modernità e il diffondersi del nichilismo promanano infatti dall'affievolirsi progressivo di quella fede. La morte di Dio, prima che un proclama, è una constatazione. La morte di Dio (attenzione) non equivale alla morte del sentimento religioso né all'assenza del divino; tantomeno equivale al dominio esclusivo d'una razionalità che tutto spiegherebbe dissipando ogni mistero e illuminando ogni zona d'ombra. I philosophes dell'Enciclopedia, salvo i più grossolani tra loro come d'Holbach, non affermano mai questa banalità; tantomeno l'aveva affermata Spinosa.
Quanto a Nietsche, la sua religiosità è fuori discussione. In realtà la morte di Dio postula il deperimento della trascendenza e quindi dell'assoluto. Il nascere d'un nuovo tipo di metafisica, cancellata quando si analizzano le modalità di funzionamento della ragion pura, ma riproposta nell'ambito della ragion pratica o del mondo come volontà e rappresentazione.
E' evidente tuttavia che il deperimento della trascendenza, quello che lo stesso Giovanni Paolo II ha definito il ritiro di Dio dal mondo, il suo sconsolato (o irato) allontanamento di fronte al prevalere del Male scelto dagli uomini che hanno fatto pessimo uso della libertà di scelta che Dio stesso ha loro concesso nel momento in cui li ha gettati nella storia; quel deperimento è stato foriero di profonde modificazioni nei modelli mentali e comportamentali. I più importanti e i più gravidi di conseguenze etiche, sociali, politiche e soprattutto culturali, sono stati la filosofia dell' apparenza e il relativismo.
Lascio da parte la prima che ci porterebbe ad un discorso arduo da approfondire in questa sede; ma è il relativismo che entra in pieno nel nostro tema. Esso è un punto di discrimine decisivo tra la coscienza moderna e i puntelli della tradizione. Riguarda la disputa antica anzi antichissima tra oggettività e soggettività e quella, più recente, sulla verità.
Esiste una verità assoluta? Una verità da accertare da raggiungere passo dopo passo fino al momento in cui saremo interamente arrivati a possederla? Avremo allora trovato finalmente la chiave con cui potremo aprire la porta che nasconde i segreti del mondo e il senso della vita? Le grandi religioni monoteistiche ci hanno rivelato la strada per arrivare a quella verità; essa è scritta nei libri sacri e nelle parole dei fondatori e dei profeti.
Talvolta si tratta di parole arcane, misteriose quanto i misteri che vorremmo penetrare; parole dense di significati, parole ineffabili da percepire attraverso lo slancio mistico della fede e attraverso l'interpretazione autentica delle Chiese, autoproclamatesi come il tramite esclusivo tra la realtà visibile e la vera vita dell'oltremondo. Oppure quella verità assoluta sarà conquistata dalla scienza nel suo graduale processo conoscitivo che sta via via affiancando al metodo sperimentale una sorta di religiosità non mistica ma intuitiva, un affidamento crescente ai processi induttivi rispetto a quelli deduttivi.
Che la verità assoluta sia dominio della fede religiosa oppure d'una formula matematica capace di tradurre in numeri il divino, resta in ambedue questi modelli mentali, un'analoga tensione di ricerca dell'assoluto ed è proprio di lì che passa il crinale che segnala la differenza con la filosofia dell'apparenza. Essa postula la cancellazione (la morte) dell'assoluto. il relativismo della verità, il dominio del caso rispetto ad ogni ipotesi di destino, il riferimento all'autonomia della coscienza individuale e la responsabilità che ogni individuo non solo, si assume ma anzi rivendica come elemento della sua nobiltà. Mentre le altre specie si distinguono secondo la capacità di volare nell'aria o di camminare e strisciare sulla terra o di nuotare nelle acque dei mari e dei fiumi e in mille altri modi, la specie dell'uomo possiede una mente riflessiva capace di pensare se stessa e una coscienza resa ridica dalla memoria di se responsabile verso se stessa delle azioni che compie e degli effetti che esse producono.
Qui avviene l'incontro con la morale e con il cosiddetto diritto naturale. Per i credenti e per le chiese che li rappresentano si tratta di due assoluti; per i laici di concetti relativi, cioè variabili secondo i luoghi, le epoche, i risultati della scienza sperimentale, i costumi e soprattutto i risultati delle libere decisioni della coscienza individuale.
Il cardinale Ratzinger, nello scambio di lettere con Marcello Pera, parla a lungo sul tema della coscienza individuale e del libero arbitrio. Si tratta infatti del nodo centrale di controversia tra la Chiesa e i laici e all'interno stesso della Chiesa. Per Ratzinger la libera scelta consiste nella scelta del Bene e della fede. Una scelta diversa si autocondanna all'esclusione. Bene e la fede comportano l'adesione alla precettistica morale indicata dalla gerarchia. Il credente dunque, quando si avvale della libertà di scelta che Dio gli ha concesso, non ha altra via da quella di rinunciare a quella libertà.
Questo modo di impostare la questione prelude ovviamente qualunque forma di dialogo tra credenti e non credenti che naufraga inevitabilmente sul tema dell'autonomia della coscienza individuale. Mi ricorda il dialogo che ebbero Blaise Pascal e monsignor De Saci, allora direttore spirituale del convento di Port Royal des Champs, quando Pascal chiese di entrare a far parte di quel gruppo e di quel movimento religioso.
De Saci l'interrogò a lungo sulle sue letture e sui libri preferiti. Pascal citò innanzitutto i Vangeli e Agostino, ma poi anche Epitteto e Montaigne. De Saci ascoltava silenzioso. Pascal gli chiese se conoscesse quegli autori, De Saci rispose di no, ne aveva sentito parlare ma non li aveva mai letti; non ne aveva bisogno. Pascal ne perorò l'importanza, disse che secondo lui quelle letture profane erano comunque propedeutiche per consolidare la fede o per arrivarci anche con il puntello della ragione, della mente in aggiunta al cuore. De Saci replicò che la fede non deve nulla alla mente e anzi arrivare alla fede seguendo la strada della mente è un atto di superbia. Alla fine concluse dicendo che, se Pascal voleva entrare nel gruppo di Port Royal, doveva fare proponimento di abbandonare quel tipo di letture.
Bene. La concezione di Ratzinger mi ricorda molto le prescrizioni di monsignor De Saci pienamente legittime per la mistica cristiana (agostiniana) della fede e della grazia, ma incomprensibili per chi, dalla sponda cristiana, si propone il problema di dialogare con i laIci non necessariamente credenti. L'incontro sulla morale è certamente il terreno fertile per un dialogo del genere, ma presuppone una religione che non continui a porsi come la sola depositaria d'una verità assoluta. Il relativismo non è nichilismo, al contrario. Il relativismo comporta un impegno continuo e responsabile sulle verità morali di volta in volta valide nell'epoca e nel luogo. Verità assolute nel luogo e nell'epoca, ma variabili secondo i mutamenti d'epoca e di luogo. Nulla meno di questo ma anche nulla di più.
In un articolo bellissimo oltre che importante anche ai fini di questo dibattito Repubblica del 24 dicembre, con il titolo I cristiani Pietro Citati ha Il scritto: L'idea della morte di Dio non dovrebbe preoccuparci. In alcune grandi religioni gli dei non sono eterni... , (ma) credo che una grande religione non muoia mai. La religione greca non è morta. Apollo o Ermes o Dioniso o Iside - Afrodite - Demetra non sono scomparsi dalla nostra esistenza. Dopo aver impregnato le immagini del cristianesimo antico, sono vivi ancora oggi come forme mentali o psicologiche. La compassione del Buddha ha modellato la sensibilità occidentale; il Tao ha influenzato la nostra intelligenza.
Dal canto mio aggiungo che Gesù di Nazareth ha modificato il Dio di Abramo, di Giobbe, del Qoèlet, il creatore del Leviatano, il Dio incontinente e tuonante dall'alto dei cieli. Il Figlio dell'Uomo ha modificato il Padre, anzi l'ha sostituito. Forse è proprio di lì che il vecchio Dio ha cominciato a morire. Questo discorso attiene ai credenti quanto ai laici. Esso può aiutarci a chiudere la minaccia del nichilismo e ridare senso alla vita. Non è un senso unico, cardinal Ratzinger. E' il senso che ciascuno di noi costruisce con fatica tenace, anche quando è consapevole che quel senso emerge da un caos insensato dove farà naufragio comunque, ma dal quale riemergerà come tutte le forme periture che la natura crea e alla natura ritornano per riemergere ancora, sempre nuove e sempre periture.
Non so dire se ciò abbia un senso. Ma credo che questo eterno processo sia indistruttibile: credo che il nulla sia l'ombra di Dio e che il divino sia dovunque, nel filo d'erba, nella rosa, nel passero, nel leone, nell'uomo. In questo ho fede.
E. Scalfari
Immagine tratta da www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=336 (fede e nichilismo)
Come indiretta e differita risposta, non avendo potuto partecipare al dibattito sulla laicità, si ripropone il seguente saggio di p.Aldo e un intervento di Ivan Begio.
Crocifisso e Democrazia Ohe, amici di Micro Mega
anch'io son pittore (K.O.)Ci occupiamo della Lettera aperta agli amici credenti di Paolo Flores d'Arcais su Micro Mega 1/2004, p. 223 ss. Siamo tra quei cattolici che non vogliono avvilire mai la fede nel clericalismo, né bestemmiare la croce con tentazioni di neo-costantinismo. Per questo riprendiamo il discorso laddove lo avevano iniziato (o lasciato) i martiri dei primi tre secoli. I quali avevano capito che la rivelazione (o Messaggio) di Gesù aveva due obiettivi fondamentali da raggiungere: chiudere l'epoca delle religioni e denunciare la illegittimità dello Stato Nazionale in quanto primo ostacolo all'attuazione del secondo comandamento Ama il prossimo tuo come te stesso.
Ma andiamo con ordine. Paolo Flores d'Arcais cita la Francia (laica) che vieta alle ragazze di indossare il velo islamico; ma Ernesto Galli della Loggia (da noi peraltro citato e commentato) su Frate Francesco (febbraio 04) sul Corsera del 17 dic. 2003, afferma: Un Parlamento intenzionato a mettere ai voti i Dieci Comandamenti non è il culmine ideale di una società libera. Se solo l'essere cittadino è pubblico dove va la "dimensione collettiva e quella del passato?" Neanche l'esposizione, nelle scuole, dei simboli di tutte le fedi (diciamo meglio: religioni) sarebbe una soluzione. Il conflitto sarebbe istituzionalizzato. Ogni Stato, anzi ogni scuola, dovrebbe avere il suo Pantheon!
D'accordo nel rifiutare la tesi del Crocifisso inteso come simbolo culturale. E tuttavia noi non sosteniamo che la nostra tradizione culturale occidentale è fondate - come afferma Flores d'Aracais - "anche sul cristianesimo come è radicata nel pensiero greco che lo precede e in quello illuminista che gli è successivo". Per noi il cristianesimo cessa di essere una novità esistenziale al termine delle persecuzioni. Ciò che viene dopo è religione cristiana già dichiarata fallimentare, per il primo millennio, da Gioachino da Fiore e impallinata, nel secondo millennio, dall'umanesimo, dal rinascimento, dal protestantesimo, dalla rivoluzione francese e su su fino a Micro Mega (senza offesa!). Ed è questa caduta del cristianesimo al rango di religione che fa dire a Croce perché non possiamo non dirci cristiani. Ma Croce è storicista e vede nel Cristianesimo non una rivelazione ma una rivoluzione e, come tale passibile di momenti non poetici.
Croce, infatti, non esiterebbe a esporre nelle scuole l'immagine di Socrate e di Voltaire accanto a quella di Cristo; così come rivendica a sé il titolo di "cristiano" perché, insieme con i "filosofi della storia", ha portato vitamine e integrazioni al Cristianesimo "rivoluzione" imperfetta. Flores d'Arcais ritiene provocatorio e paradossale l'argomento del prof. Cacciari: Il Crocifisso dovrebbero volerlo tutti perché è il simbolo della sofferenza e degli ultimi. Il male si è che i cristiani, per primi, lo hanno declassato a crociata e a auto-da-fè. Flores d'Arcais guarda a costoro, Cacciari guarda - crediamo - a S. Francesco che resta una testimonianza nel deserto. Bando, dunque, alle ipocrisie: il Crocifisso nelle scuole è storicamente e di fatto solo il simbolo della religione cattolica (neppure della fede cristiana a prescindere dalle Chiese). E' quindi il "retaggio" corrente di una "religione di Stato" dalla quale ci si vuole svincolare solo incorrentemente, parzialmente". E' quanto pensiamo anche noi, sebbene con animo diverso. Non siamo, però, così certi che "la querrelle sul Crocifisso" non abbia nulla a che fare "con il conflitto o il dialogo tra cristiani e musulmani". Come non siamo così sicuri che "non siamo, neppure in forma parodistica e soft, all'assedio di Vienna e alla battaglia di Lepanto".
Il concetto di potenzialità intuito da Aristotele per combattere i sofisti che non capivano - o fingevano di non capire - da dove venisse il rumore delle cascate del Nilo, se in una singola goccia d'acqua non si percepiva tale rumore, è una conquista perenne del pensiero critico. Flores d'Arcais dichiara preoccupante l'atteggiamento delle "religioni" nei confronti di coloro che le attaccano. Ecco subito un esempio clamoroso: Le religioni monoteistiche sodalizzarono con la fatwa che ostracizzava Salman Rushdie pur non approvando la condanna a morte. E noi aggiungiamo: Dante mette all'inferno Maometto, e Maometto nega che Gesù sia risorto. Flores d'Arcais rivendica il diritto alla critica e si trova in linea con Lucrezio Caro, il quale ha stigmatizzato le "religioni" come la causa di tutti i mali del mondo. E noi aggiungiamo: Il Cristianesimo caduto al rango di religione cade sotto il tiro di Lucrezio; il quale - guarda caso - fu elogiato dai primi scrittori cristiani per i quali il cristianesimo non era una "religione". Duplice il loro ritornello: si vedono i cristiani non si vede la loro religione () per il cristiano ogni paese straniero è patria; ogni patria è paese straniero. Il messaggio di Gesù dovrebbe mettere sotto tiro (critico) sia le "religioni" che gli Stati Nazionali (democratici e non). Flores d'Arcais precisa: Il Crocifisso non è più simbolo del Vangelo e dei valori che quelle pagine comandano (stare dalla parte degli ultimi). Ma in cauda c'è il veleno. No, caro Flores, quelle pagine non comandano di stare dalla parte degli ultimi. Sarebbe schieramento classista.
La prima beatitudine non dice "Beati i poveri in ispirito" ma "Beati i ricercatori dei valori spirituali" (testo greco). E cioè: Gesù si trova di fronte al mondo di sempre, composto di ricchi e di poveri; Gesù non si schiera, ma tenta di prosciugare i due aggettivi. Possono diventare "ricercatori di valori spirituali" - in ciò la novità di quelle pagine - sia i ricchi storici, sia i poveri storici. Sennonché entrando idealmente nella "ecclesia prevista da Gesù, devono perdere la connotazione di origine e diventare perciò uguali. Da qui la fratellanza e il superamento del dualismo classista.
D'accordo nel riconoscere - in forza della nostra tesi (caduta del Cristianesimo al rango di religione) - che il Crocifisso "sembra invece sempre più vuoto per i "fedeli" di una religione ridotta a ritualità e conformismo sociale". Ma abbiamo qualche dubbio sul fatto che i "non credenti" (proprio tutti?) si riconoscano in quasi tutti i valori umani del Vangelo. E ciò perché nel Vangelo non esistono valori umani non bisognosi di redenzione.
Tutti, infatti, dipendono da un nuovo rapporto a Dio per il tramite del Logos. Un solo esempio: l'amore fra gli uomini. Già Maria Montessori - la famosa pedagogista italiana - lo aveva notato: solo se ameranno Cristo, gli uomini si ameranno fra di loro; il solo legame "religioso" li renderà sempre più ostili e violenti. La vera sciagura dipende dal fatto che nemmeno i cristiani si amano come Cristo li ha amati cioè senza profitto. Ecco perché riteniamo che il cristianesimo potrà suggerire la sua soluzione "esistenziale" all'Europa e al terzo millennio, ma in un nuovo assetto mondiale delle etiche (come diremo).
Di fronte al malessere "epocale" conosciamo almeno tre iniziative da prendere. O quella del padre Giulio Tam, seguace di Mons. Marcel Lefebvre, il quale grida: "Mi candido alle europee perché contro l'islam forte serve un cristianesimo ancora più forte". O il lamento del Card. Ratzinger: L'islam avanza e l'Europa perde Dio e cioè L'Europa non ama più se stessa e rischia di perdersi perdendo elementi fondanti la sua identità, quali la dignità umana, la famiglia fondata sul matrimonio monogamico e soprattutto perdendo Cristo. O la scelta laica assoluta, malata comunque di etnocentrismo e di storicismo hegeliano. Oppure - lo diciamo con infinita umiltà - la nostra utopia che mira alla soluzione di due o tre problemi - tra i quali il tormentone della guerra in Iraq - in una sola mossa. Quella che abbiamo suggerito a Galli della Loggia da queste colonne (cfr. Frate Francesco, feb. 2004) e che qui riassumiamo.
Occorre rompere il guscio dello Stato Nazionale sovrano - l'Europa dovrebbe fare da traino e in essa i sedicenti "cristiani" - e chiedere l'insediamento di un solo Stato Planetario - che non sia la gigantografia degli stati attuali - il cui compito primario sarà quello di passare subito alla "divisione delle etiche" o Libera determinazione dei gruppi o democrazia compiuta. Per non dover mettere ai voti i Dieci Comandamenti occorre istituire una società in cui ognuno possa praticare i suoi Comandamenti, senza imporli, come che sia, a chi non li condivide in tutto o in parte. Il compianto Norberto Bobbio sognava una democrazia interamente fondata su voto di opinione. Per cui una società basata soltanto sulla rappresentanza degli interessi particolari era una degenerazione della democrazia. Giustissimo, ma per avere una democrazia interamente fondata sul voto di opinione, occorre ipotizzare uno Stato Planetario nel senso da noi indicato.
A chi si pone il problema del futuro del cristianesimo in un simile assetto globalizzato rispondiamo: proprio il cristianesimo - inteso come messa in crisi della Religione e dello Stato Nazionale in quanto ostacoli all'attuazione del secondo comandamento - prevede lo Stato Planetario e la divisione delle etiche per trovare lo spazio entro cui potrà mostrare finalmente al mondo la soluzione dei problemi della convivenza. Infine, a chi teme che la divisione delle etiche rechi turbamento al cosiddetto dialogo, inteso come via all'unità; proponiamo - da subito - sotto l'egida dell'ONU, l'introduzione in tutte le scuole del mondo, di una lingua comune neutra (per es. l'Esperanto) accanto alla lingua materna per cominciare a esorcizzare ogni forma di egemonia culturale in questo settore e nello stesso tempo superare la maledizione di Babele, onde rendere possibile il vero dialogo tra eguali e riappropriarsi, in pace, la conquista del cielo.
p. Aldo Bergamaschi
Far emergere l'umanità di Ivan Begio www.forma-mentis.net Occorrerebbe puntualizzare, prima di procedere ad altre considerazioni, alcune cose attorno ai seguenti brani tratti dell'articolo di Scalfari:
In un articolo bellissimo oltre che importante anche ai fini di questo dibattito Repubblica del 24 dicembre, con il titolo I cristiani Pietro Citati ha Il scritto: L'idea della morte di Dio non dovrebbe preoccuparci. In alcune grandi religioni gli dei non sono eterni... , (ma) credo che una grande religione non muoia mai. La religione greca non è morta. Apollo o Ermes o Dioniso o Iside - Afrodite - Demetra non sono scomparsi dalla nostra esistenza. Dopo aver impregnato le immagini del cristianesimo antico, sono vivi ancora oggi come forme mentali o psicologiche. La compassione del Buddha ha modellato la sensibilità occidentale; il Tao ha influenza to la nostra intelligenza.
Il divino sopravvive come forma mentale e psicologica e anche storica. Questo sarebbe un bene. Occorre tenere presente che considerare bene un fatto accidentale e storico rispetto a un'eventuale fondazione metafisica della morale che, nelle intenzioni dei credenti, è l'unico praticabile, presenta i tratti di quel nichilismo che si vorrebbe combattere. Secondo quanto scrive Citati, è un bene, dunque, che il divino sia utilizzato strumentalmente dall'atteggiamento pragmatico contemporaneo perché presenta, nelle sue forme storiche, qualità possibili di utilizzo da parte di una lotta contro il nichilismo. Nell'argomento di Citati questa relatività storica viene in qualche modo attribuita al concetto del divino, ridotto al rango di accessorio dell'intelligenza applicata ai problemi pratici. L'argomento di Citati è dannoso alla lotta contro il nichilismo quanto il nichilismo stesso.
Scalfari continua nell'errore:
Dal canto mio aggiungo che Gesù di Nazareth ha modificato il Dio di Abramo, di Giobbe, del Qoèlet, il creatore del Leviatano, il Dio incontinente e tuonante dall'alto dei cieli. Il Figlio dell'Uomo ha modificato il Padre anzi l'ha sostituito. Forse è proprio di lì che il vecchio Dio ha cominciato a morire. Questo discorso attiene ai credenti quanto ai laici. Esso può aiutarci a chiudere la minaccia del nichilismo e ridare senso alla vita. Non è un senso unico, cardinal Ratzinger. E' il senso che ciascuno di noi costruisce con fatica tenace, anche quando è consapevole che quel senso emerge da un caos insensato dove farà naufragio comunque ma dal quale riemergerà come tutte le forme periture che la natura crea e alla natura ritornano per riemergere ancora, sempre nuove e sempre periture. Non so dire se ciò abbia un senso. Ma credo che questo eterno processo sia indistruttibile: credo che il nulla sia l'ombra di Dio e che il divino sia dovunque, nel filo d'erba, nella rosa, nel passero, nel leone, nell'uomo. In questo ho fede.
Profondi i tratti del nichilismo in questo brano conclusivo: il divino è mutevole, storico, diverso in ragione dell'evoluzione del pensiero umano. Si ripropone quanto detto per Citati. Ma la radice del nichilismo che si vorrebbe combattere emerge potente nei passi successivi di Scalfari, dove egli afferma, in un filotto di frasi che esemplificano bene i tratti del senso comune contemporaneo che quel senso emerge da un caos insensato dove farà naufragio comunque (echi di Jaspers), che credo che il nulla sia l'ombra di Dio e che il divino sia dovunque, nel filo d'erba, nella rosa, nel passero, nel leone, nell'uomo. In questo ho fede (una sorta di deriva panteista che è la naturale conseguenza di un vago deismo diffuso, oggi come oggi, conseguente alla contemplazione delle meraviglie del cosmo, già presente nei presupposti del deismo illuminista).
Il nichilismo, che viene rappresentato come deriva dei valori che non permette di dare alcun senso positivo alla vita, è in realtà gia presente nelle parole che vorrebbero superarlo, come un nemico già in casa allorché ci si accinge a barricare porte e finestre, non sapendo che, partendo da tali presupposti, la guerra contro il nichilismo è già persa.
La distinzione tra laici e non laici è possibile solo se esiste il presupposto di tale distinzione, e tale presupposto è la presenza della fede. In un mondo che non si fonda su alcuna fede, laici e non laici non esisterebbero. Ma la fede è oggi vista da molti laici come possibile alleata nella lotta contro il nichilismo (e quindi viene riconosciuta come soggetto storico), per cui la distinzione viene comunque e sempre alimentata da ciascuna delle due parti.
La possibilità di superare stabilmente il nichilismo sarebbe realizzabile solo tentando l'inosato: capire che non vi è fede che possa salvarci dal nichilismo, e capire che, al contrario, la comprensione della nostra umanità, il riconoscere nell'altro le nostre stesse problematiche, sono l'unica possibilità che conduce all'affermazione dell'unico valore, l'unico spendibile non per una considerazione relativa a una contingenza storica che oggi è presente e domani non più, ma perché l'unico valore autentico e che mai tramonta in presenza degli uomini.
La strada è difficile perché comporterebbe capire che la religione storica e temporale è quella divisa che nasconde e allontana la comprensione della propria umanità. Questo tipo di religione impedisce il riconoscimento della propria umanità e deresponsabilizza gli uomini di fronte agli altri uomini. Sarebbe insolito auspicare, in nome dell'umanità, che gli uomini di Chiesa smettessero le proprie divise e si avvicinassero agli uomini da uomini, sarebbe insolito pensare che solo l'uomo, il luogo in cui si mostra l'accadere del mondo, è bastevole a fondare una forma così alta di etica.
Il nichilismo trova terreno fertile tra gli uomini, i quali hanno paura che il nulla possa minacciarli, che la distruzione completa del proprio essere sia una possibilità, e per questo interiorizzano in sé questa violenza che si mostra a loro nel destino al quale dovranno rassegnarsi. Ogni cosa può essere distrutta, l'uomo è una cosa, è un corpo tra i corpi, un oggetto tra gli oggetti. Il destino si mostra terribile quando si pensa alla distruzione di sé. Dagli spettacoli della distruzione nasce il terrore e la violenza stessa che gli uomini usano praticare sugli altri uomini, consci che tutto è possibile di annientamento, e che questo annientamento è legge del mondo.
Quantomeno, per risolvere queste tendenze fondamentali e mai sopite, occorrerebbe uno sforzo della ragione maggiore e un coraggio lucido di fronte al destino, un coraggio che pochi dimostrano, dimentichi dell'umanità che riposa in fondo ad ogni individuo, in attesa che sia liberata dal timore e dalla paura che tutto, intorno a noi, possa potenzialmente minacciarci.
In questo quadro di nichilismo il divino assume nelle varie epoche storiche i tratti del salvatore dalla distruzione. Il divino è ciò che gli uomini vogliono che sia. Da questa dialettica tra volere umano e volere divino nascono tutti i problemi connessi alla percezione del divino (qualcuno afferma che la distinzione tra volere umano e divino, la loro dialettica, è fasulla, poiché in questo processo è solo l'uomo che vuole; altri affermano, all'opposto, che solo il divino vuole).
Concludendo, non è nel divino che dobbiamo trovare la salvezza, ma nella nostra stessa umanità, la nostra capacità di riconoscere nell'altro le nostre stesse istanze. Solo appellandoci all'evidenza di questa realtà, all'evidenza dell'esistenza condivisa da ogni essere umano, è possibile affrontare un progetto di vita autentico.