Cari amici,
forse è il caso di ricordare che “Koinonia” non sono gli
incontri né il periodico, se prima non ci sono, alla base, la
solidarietà, la comunicazione e la collaborazione da cui tutto
nasce e a cui tutto torna come a quella comunione di amicizia e di
fede, che è il sale e il banco di prova di tutto il resto. E
questo, grazie a Dio, avviene, nei limiti e nei tempi di maturazione
necessari, diversi da quelli della pura organizzazione. Gli incontri e
il periodico vogliono essere strumenti e momenti di visibilità -
la punta di iceberg - di una circolazione umana in atto, per quanto
carsica, e che chiede solo di crescere con la partecipazione attiva di
ciascuno.
Forse siamo già quella “Chiesa dei gentili” - o convocazione
aperta - che andiamo cercando e che ci consente di solidarizzare
con tanti che si ritrovano o si ritengono “esclusi”, ma anche con
quanti, dentro la grande Chiesa Madre, si muovono sulla lunghezza
d’onda del “Vangelo per i non circoncisi” (Gal 2,7) (e cioè non
praticanti, non addetti, non affiliati, ecc…).
L’incontro con don Dano Stefanini a Ponte a Elsa ci ha confermato che
è possibile un incontro informale ma reale tra comunità
ed esperienze diverse di Chiesa, che abbiano come denominatore comune
il Vangelo per tutti e non pratiche varie. Questo suggerisce anche il
sentimento e lo stile di partecipazione alle attività di
Koinonia, che possono anche avere un interesse specifico e puntuale per
l’uno o per l’altro, ma che guardano prima di tutto ad un cambiamento
di prospettiva e di scenari di cui farsi interpreti. Non basta
cioè continuare a mettere vino nuovo in otri vecchi, ma è
il contesto e il tessuto di base che deve cambiare! E forse proprio il
vezzo di mettere toppe nuove su ciò che è logoro ci porta
a non venire a capo di nulla e a peggiorare le situazioni, a farci
ritrovare in brandelli! Ma chi se la sente di mantenere mano all’aratro
per una nuova semina?
Se c’è uno, ai nostri giorni, che ha vissuto con perseveranza,
in radicalità umana e biblica, il trapasso per una rinascita in
prospettiva ebraico-cristiana veramente nuova, è Sergio Quinzio,
a cui vogliamo tornare dopo che con Silvia Scatena abbiamo considerato
l’involuzione a cui è andato incontro il Concilio Vaticano II e
dopo che con Raniero La Valle, Massimo Toschi e Domenico Gallo abbiamo
ritrovato un percorso aperto verso un futuro tutto da sperimentare.
Sergio Quinzio è uno che ha sofferto la sua esistenza e il suo
dramma personale con dimensioni bibliche, nelle quali possiamo
inscrivere la nostra vicenda umana, di fede ed ecclesiale, ai nostri
giorni. Non si può leggere Quinzio e voler tracciare le
prospettive del suo pensare, senza tornare a lui e alla sua
qualità e statura di credente e di pensatore, da cui non si
può prescindere, come quando si leggono i profeti!
Ecco perché, al momento di presentare il tema dell’incontro del
16 marzo, mi è venuto spontaneo guardare a lui come all’”ultimo
o al primo dei cristiani”, quasi che in lui si verificasse la morte di
un tipo di cristiano e nascesse uno stile nuovo di essere cristiani.
Tutto questo sarà da chiarire e comprovare - come ipotesi di
lavoro - attraverso la “lettura insieme” del libro di Rita Fulco, per
vedere se e come Sergio Quinzio può offrirci una prospettiva
veramente nuova d’essere cristiani e diventare chiesa ai nostri giorni,
al di là di rifacimenti e imbiancature di sepolcri innalzati ai
profeti di un tempo: se la dimensione messianico-escatologica
può tornare ad innervare la vita dei credenti in questo
mondo e diventare l’asse portante della vita di una “Chiesa dei
Gentili” o per il mondo tutta da reinventare: “C’è un solo
cristiano che abbia il coraggio di dichiarare che attende il ritorno di
Gesù Cristo per poter finalmente posare la testa sul suo petto,
per bere con lui il frutto della vita, per vedere i morti risorgere e
regnare la giustizia nei nuovi cieli e nella nuova terra? (Diario
profetico, pp. 119-20).
A parte conferme o smentite che si potranno avere, basta leggere questo
testo per avvalorare questa ipotesi e prenderla sul serio, per capire
come procedere e verso dove: “Non penso, né per l’ebreo
né per il cristiano, a una conversione all’altro… Del resto
è la storia del mondo che dall’esterno li svuota loro malgrado
di significato. Ma forse non è impossibile che alcuni
dolorosamente vogliano ciò che comunque accade, e aprano
così la via alla consolazione messianica... Allora non ci
sarebbe più né ebreo né cristiano, perché
entrambi sono morti, e nella morte, come per il Cristo, si è
rivelata la loro verità. Solo nella resurrezione sarà
restituito fino all’ultimo capello del loro capo, del loro essere ebrei
e del loro essere cristiani” (Radici
ebraiche del moderno, pp. 125-26).
C’è qui tutta la tensione messianico-apocalittica necessaria
“fuori della quale non ha senso parlare di cristianesimo” (Diario
profetico, p.109) e forse è bene tenere presente che
l’uomo-cristiano Sergio Quinzio ha vissuto per primo e intensamente
questa tensione escatologica in solitudine e senza ruolo, ed è
possibile prenderlo come guida solo a queste condizioni, rimanendo al
di fuori di ogni ufficialità, con la libertà della
verità. La domanda è se una esperienza personale
così forte e una visione profetica così aperta possa
diventare modo di sentire e di vedere, mentalità e coscienza
diffusa, spiritualità messianica condivisa, di un Messia non
più “ebreo” e non ancora “cristiano”.
Ma chi ha la chiarezza e il coraggio di fare propria una
simile prospettiva di morte e resurrezione, sia singolarmente che
come comunità di credenti? “Mi
dicono - scrive Quinzio il 17
febbraio 1985 - che la mia è una ‘visione sempre meno
cristiana’. Penso che anche il cristianesimo, come Cristo, debba morire
nella storia: la fede era già una scommessa folle per Abramo, e
Paolo al tramonto della sua vita ringrazia di averla, malgrado tutto,
custodita. Sono passati altri venti secoli di delusioni,
contraddizioni, corruzioni. Non possiamo che essere alla fine. Il
cristianesimo è il tempo intermedio: all’inizio, Cristo non era
cristiano” (L’esilio e la
gloria, p. 84).
È con questa tensione di “rinascita pasquale” nel cuore che
vogliamo vivere la nostra Domenica delle Palme, giorno del Messia e di
Gerusalemme. E devo dire un grande grazie a Piero Stefani che è
il suggeritore e l’artefice di questo incontro, a dimostrazione del
fatto che “Koinonia” vuole essere - senza alcun ruolo preciso - uno
spazio vivo e recettivo (si può dire format?), in cui ciascuno
può prendere la parola e posto se e quando è possibile
sintonizzarci su una lunghezza d’onda che ci mette in ascolto di
ciò che lo Spirito dice alle chiese e al mondo. È stato
proprio Piero a metterci in contatto con Rita Fulco e ad invitare per
la riflessione del pomeriggio su Gerusalemme il geografo Massimiliano
Tabusi della Università di Siena. Non è di secondaria
importanza che ci sia con noi anche Anna Quinzio, per un ricordo non
solo di studio, ma di preghiera e di rendimento di grazie per Sergio.
Non si deve essere colmi di consolazione e di gratitudine per tutti
questi doni e tanta disponibilità di amici?
Verrebbe da dire, dopo aver preparato tutto: “Venite, è pronto!”
(Lc 14,17). Ma è chiaro che, oltre alla possibilità
materiale, ci vuole quella giusta tensione di speranza e di impegno,
che ci porti a guardare al di là dell’interesse immediato e ad
attendere la promessa che Gesù rinnova a quanti sono riuniti nel
suo nome: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre
ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che
scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta
la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At
1,7-8).
È la speranza che dobbiamo essere pronti ad afferrare pur nella
delusione e nella disperazione dell’attesa e del ritardo, perché
“non so più se il Signore si manifesterà in un barlume di
consolazione, non ho più la forza di volerlo. Forse addirittura
non me ne importa più nulla. Troppo tardi. Sono disperato e
basta, ma sono disperato perché non posso uccidere in me la
speranza” (Dalla gola del leone,
p. 127). Vivremo
così la “Pasqua del Signore”!
Alberto
Pistoia, 9 marzo 2008
SERGIO QUINZIO
“Quella
strana e inconcepibile cosa che è un cristiano moderno”
Forse
nessun
carattere distingue così nettamente l'uomo moderno dall'antico
quanto il senso della storia. Dice Spengler: «Noi uomini della
civiltà europea occidentale siamo, con il nostro senso storico,
un'eccezione e non la regola; la storia universale è un'immagine
del mondo nostra, non dell'umanità». Non sono senza
significato, a questo proposito, l'idealismo tedesco e le varie forme
di evoluzionismo.
Nulla di simile era operante nell'animo degli antichi. Gli antichi
orientali e gli antichi Greci avevano della vicenda umana un concetto
ciclico, secondo il quale i diversi fenomeni si susseguono nel tempo
ripetendosi interminabilmente, di modo che oggi accade quel che
è già accaduto ieri e domani accadrà quel che
accade oggi. I fatti si succedono l'uno all'altro senza che della loro
successione si possa dir nulla, senza che nella loro successione vi sia
quel senso in cui consiste la storia. I loro storici sono piuttosto
scrittori di cronache, biografi, osservatori politici.
Donde proviene il senso storico che troviamo nell'uomo moderno?
Certamente dal cristianesimo: ciò è stato esplicitamente
riconosciuto da Hegel, che ha attribuito al cristianesimo la scoperta
radicale della libertà a cui si lega strettamente il senso della
storia. Il cristianesimo era stato annunciato dal profetismo, massima
espressione della spiritualità del popolo ebreo. Con i profeti
infatti, gli Ebrei, che avevano del tempo un concetto lineare, come di
una serie di vicende monotone e uguali, slegate, confuse e
insignificanti, vedono emergere sul tempo umano alcuni pochi eventi
fondamentali, non determinati dai precedenti e senza necessario
sviluppo nei successivi, opera eccezionale e gratuita di Dio, senza
alcun legame né alcuna proporzione con l'opera dell'uomo: la
creazione, la promessa ad Abramo, la liberazione dall'Egitto, il
Messia. Con il cristianesimo, nella dottrina del peccato di origine di
Paolo e nelle profezie apocalittiche circa il regno dell'anticristo e
la fine del mondo, finalmente nasce la storia. L'uomo cristiano
è sensibile e presente a ciò che è accaduto prima
di lui, dalla caduta alla promessa, alla croce, è aperto
all'attesa di qualcosa che deve farsi: pasta che lievita, seme che
cresce in albero, vigna che matura. Nasce l'idea di un'opera da fare da
parte di tutti gli uomini per tutti gli uomini, di un cammino
(«euntes docete») per giungere a un fine (ecco appunto la
«buona notizia»: «il regno viene a voi »).
Dopo l'età apostolica, con Agostino il cristianesimo dà
una compiuta filosofia della storia. Quando, dopo i lunghi secoli del
Medioevo, che avevano dato sintesi poderose della storia (basti
ricordare Gioacchino da Fiore e Dante), nasce 1'«uomo
copernicano», smanioso di liberarsi dai forti schemi medioevali e
fiducioso nelle sue capacità di sperimentatore e di
analizzatore, del cristianesimo egli prende e conserva, soprattutto o
forse esclusivamente, il senso della storia, di un iter da percorrere,
di uno sviluppo da compiere, di una meta da conseguire. Da Campanella e
Vico, ancora relativamente vicini alla fonte originaria,
all'illuminismo, fino a Hegel e a Marx, la tensione verso un
«progresso» sta ormai nel fondo più intimo di ogni
uomo, come sua unica fede o almeno bisogno di fede. Una vicenda che non
ha uno scopo, un itinerario che non ha una meta non sono storia, sono
nulla. L'uomo moderno, si voglia chiamare cristiano o comunque, non
è concepibile senza una attesa: vive fra la speranza e il timore
di quel che accadrà. La vicenda globale dell'umanità non
è più insignificante per lui: ha un significato
perché va verso una meta, segue una certa direzione. In questo,
implicitamente, l'uomo moderno accetta il cristianesimo. Suo malgrado.
Il mondo ha potuto odiare e respingere il cristianesimo, ma non
ignorarlo. Affermato o negato, il cristianesimo è presente
nell'uomo moderno in quanto uomo, è il solo denominatore comune.
Quando il cuore dell'uomo moderno tende al progresso, è il
fermento cristiano che opera in lui, mentre lo nega. Il mito del
progresso è simia salvationis. Quando appare quella strana e
inconcepibile cosa che è un «cristiano moderno» (una
contraddizione in termini, perché l'uomo moderno è
appunto il portatore del cristianesimo stravolto, si chiami cristiano o
no), egli, quasi sempre inconsciamente, vive nel conflitto di due
storie, quella autenticamente cristiana e quella del cristianesimo
stravolto. « Per fede », come si usa dire, aderisce a una
storia che va dal peccato d'origine alla redenzione, al regno di Dio
(ma questa storia, in contrasto con la storia del mondo, resta in lui
staccata e non operante); e, come uomo moderno, non può non
aderire a una storia «scientifica», che va dalle
interminabili (e mitiche) ere geologiche agli ominidi, alle varie
religioni e filosofie sempre più evolute, a una meta finale che,
nella speranza, è di continuo progresso dell'umanità
nella pace, nella prosperità, nel benessere (l'ingenua attesa
acidamente derisa da Leopardi), e, nel timore, di fatale rovina nella
guerra e nella distruzione. (Nell'atteggiamento dell'uomo contemporaneo
nei confronti dell'«energia atomica» è evidente la
coesistenza senza equilibrio di questi estremi). L'uomo moderno ha in
sé due storie, e, non trovando fra loro alcun legame (il
cosiddetto «conflitto fra scienza e fede»), è privo
di normatività, come mai nei tempi passati: non ha una meta
univoca, pur avendone l'esigenza. L'uomo moderno sente che la storia va
per una strada: ma come operare in essa se non si sa che strada
è e dove porta? La «fenomenologia» conferma
vivamente questa scissione nell'uomo d'oggi, cristiano a Pasqua e a
Natale, moderno gli altri giorni; in giacca sportiva e automobile nelle
comuni circostanze, ha bisogno di parrucche e tricorni per le aule di
tribunale e per farsi portare al cimitero.
Il grande problema che si presenta all'uomo moderno, che ha sete di
storia, è questo. Poiché la «redenzione» non
ha determinato la fine della storia, quale significato ha la storia che
ne è seguita? E un itinerario ascendente verso una realtà
superiore (regno di Dio, regno dei cieli, Gerusalemme celeste, casa del
Padre, paradiso, iperuranio, assoluto, età dell’oro, ordine
nuovo, ecc.), sia pure contrastato e con ombre di male (che adempie
dialetticamente a una sua funzione positiva); oppure, visto che la
storia non può essere un insignificante percorso orizzontale,
è un cadere verso la rovina, in un continuo peggioramento che
dovrà concludersi con la distruzione per mezzo delle armi
atomiche o dei quattro cavalieri dell'Apocalisse? A quale di queste due
storie si deve credere, cosa dice il cristianesimo a questo proposito?
L'insegnamento della Chiesa è che verrà il regno di Dio,
ma assolutamente nulla insegna né circa il quando né
circa il come (importante più del quando). Né potrebbe
dircelo: non esiste una infallibile «risposta ufficiale»
circa il dove si è e il dove si va. La Chiesa, in quanto
visibile sociologica gerarchica istituzionale, è storia, e non
può uscire dalla storia per giudicarla. Così come furono
i profeti, l'eccezione, a parlarci della venuta di Cristo e non i
sacerdoti del tempio, la regola, che non potevano che rappresentarla
nel simbolo e nel rito, manifestazioni storiche. Nel cristianesimo, i
profeti non sono mancati, ma per molte ragioni sono stati presto
dimenticati, si sono fatti rari, e agli uomini manca questa guida,
tanto più necessaria oggi, quando alla sensibilità di
ciascuno appare chiaramente come gli eventi urgano e un destino
sovrasti.
La risposta cristiana a questa domanda, appunto perché
cristiana, non è quella che agli occhi dei più sembra
più probabile o più desiderabile. La risposta è
questa: la storia involve, la storia va verso il basso, la storia
precipita. Il regno di Dio non è il tranquillo porto al quale
tende la ben calcolata rotta delle nostre navi, la meta alla quale
spontaneamente giunge la scala delle nostre fatiche; ma il regno di Dio
sopraggiunge quando nessuno lo attende, come un ladro di notte, come un
padrone che sorprende i servi traditori, quando la vicenda umana
avrà compiuto la sua discesa e palesata la sua intrinseca
insufficienza. Dio sopravviene nella storia come giudice della storia.
E’ il vinto della storia; e al grande capovolgimento, alla palingenesi,
sopraggiunge con la sua vendetta, come le aquile che «si
precipitano sui cadaveri», come il « lampo che esce
dall'Oriente ». Questo è il vangelo, « la buona
notizia », la cattiva notizia per il mondo.
La storia non include Dio, e per questo la storia è la strada
che va verso la rovina. Che questa verità sia lontana dalle
opinioni e dai gusti degli uomini è certo: proprio come è
certo che il cristianesimo non piace agli uomini, perché gli
uomini « preferiscono la tenebra alla luce».
Sergio
Quinzio
Diario profetico, n.273, pp.
195-200
MICHEL SABBAH
GERUSALEMME, GERUSALEMME
È un dovere parlare di Gerusalemme. Di fatto, di cosa posso
parlare io, se non di Gerusalemme: «Se ti dimentico,
Gerusalemme... » (Sal 136,5).
Sono nato a Nazaret e sono cresciuto a Betlemme, esattamente il
contrario di ciò che ha fatto Gesù, che è nato a
Betlemme ed è cresciuto a Nazaret. In tutti i casi, come il
Cristo, spero di avere la grazia di morire a Gerusalemme. La mia
missione è testimoniare Gesù nella terra in cui lui
stesso è vissuto. Oggi la Chiesa di Gerusalemme è
piccola, ma è la Chiesa madre: «Tutti là siamo
nati». È una Chiesa che vive intensamente e l’ultimo
Sinodo che abbiamo celebrato in Terra santa ne è la prova. Una
Chiesa che è cosciente anche della sua vocazione universale, che
sente il dovere di accogliere e di servire tutti i credenti che
arrivano a Gerusalemme. Qui ci si trova di fronte a uno dei più
grandi misteri di Dio nella storia dell’umanità. Dio ha scelto
Gerusalemme, la città posta in mezzo al popolo che ha prediletto
e amato. Ha scelto questa città per rivelarsi a tutti i popoli e
a tutte le nazioni. Gerusalemme avrebbe dovuto unire e raccogliere
tutti i credenti in Dio: da secoli e fino a oggi, questa città
è al centro di conflitti in cui ci si combatte in nome di Dio.
È una città che dovrebbe essere luogo di riconciliazione
e di pace per tutta l’umanità, ma che resta incapace di donare
pace e riconciliazione ai suoi figli.
Mistero di Gerusalemme...: fu il centro dell’ebraismo, divenne il
centro della cristianità. Fu anche uno dei più importanti
luoghi dell’islam. Oggi, come durante i secoli passati, le tre
religioni sono presenti a Gerusalemme e rivendicano i loro diritti.
Gerusalemme è una realtà incomparabile: appartiene al
patrimonio religioso dell’intera umanità. Deve dunque godere di
uno statuto particolare, che risponda alle aspirazioni nazionali dei
due popoli e alla vocazione universale della città. Uno statuto
che la metta al di sopra delle guerre e delle rivalità,
affinché diventi veramente una città di pace e di
riconciliazione, aperta a tutto il mondo in tutti i tempi. L’esperienza
storica mostra che è impossibile per uno Stato o un governo
garantire questa libertà assoluta a Gerusalemme. Chi l’ha
governata nel corso dei secoli ha chiuso o aperto questa città
secondo le proprie esigenze: l’ha chiusa in tempo di guerra e aperta in
tempo di pace. Ciò è accaduto e accade ancora oggi a
Gerusalemme. È per questo che chiedo uno statuto particolare con
garanzie internazionali affinché Gerusalemme sia una
città aperta a tutti i credenti di tutti i Paesi. Lo statuto
particolare dovrebbe tener conto dei cinque componenti della
città santa: i due popoli e le tre religioni. L’esclusivismo a
favore di un popolo o di una religione è contrario alla natura
della città e sarà causa di guerre e di
instabilità. Ci deve dunque essere uguaglianza di diritti e
doveri tra i cittadini, in modo che nessuno domini l’altro. Palestinesi
e israeliani oggi hanno la responsabilità di trovare una
soluzione politica al conflitto, ma anche di definire bene questo
statuto particolare che appartiene alla città santa e che deve
rispettare le speranze e i diritti dei due popoli e delle tre
religioni. Gerusalemme è un simbolo e una promessa della
presenza di Dio, della fraternità e della pace, per tutto il
genere umano, in particolare per i figli di Abramo: ebrei, cristiani e
musulmani.
Mi appello a chiunque comprenda e accetti la natura e il significato
profondo di Gerusalemme, città di Dio, di cui nessuno può
appropriarsi in modo esclusivo, affinché Gerusalemme riacquisti
la sua vera dimensione universale e diventi il luogo santo della
riconciliazione dell’umanità.
Gerusalemme dovrebbe essere una città governata da israeliani e
palestinesi. Ma le due sovranità dovrebbero assicurare la
libertà della città.
È Gerusalemme «la chiave» per risolvere il problema
mediorientale: la città santa deve essere aperta a tutti e
governata dai suoi cittadini.
Gerusalemme è la chiave della pace nella regione: una soluzione
imposta con la forza non condurrà alla pace: una soluzione che
non è basata sulla giustizia resterà fragile e, a lungo
andare, condurrà di nuovo alla violenza. Senza giustizia, il
cammino verso la pace resta fermo. Allo stesso modo, la politica del
« fatto compiuto » non conduce a una vera pace,
perché non è basata sulla giustizia.
La vera pace allora sarà un dono di Dio, un dono che
verrà da lui. È lui che ci riunisce per formare una sola
famiglia, tutti figli di Dio, figli dello stesso Padre. Allora
Gerusalemme sarà veramente la città di Dio, la
città che Dio ama.
Oltre a essere una piccola Chiesa e a essere segnata dalla croce, la
nostra Chiesa di Gerusalemme è plurale. Oggi sono tredici i capi
delle Chiese cristiane: ognuno con una sua giurisdizione autonoma a
Gerusalemme e in tutta la Terra santa. Tre patriarchi risiedono a
Gerusalemme: il patriarca greco-ortodosso, il patriarca
cattolico-latino e il patriarca armeno-ortodosso. Dieci altri
arcivescovi e vescovi vi risiedono: tre ortodossi (siriano, copto ed
etiope), cinque cattolici (melchita, maronita, siriano, armeno e
caldeo), due protestanti (anglicano e luterano). Dobbiamo riconoscere
con un sentimento di gioia e di soddisfazione che le relazioni tra
queste Chiese sono calde e fraterne. Ci incontriamo spesso per
questioni di interesse comune. Inviamo messaggi comuni ai nostri fedeli
e prendiamo anche decisioni comuni.
Sul piano umano Gerusalemme, città di Dio, è disputata
dagli uomini. Malgrado le dispute politiche e religiose, essa resta la
sorgente di salvezza per tutti. Solamente riconoscendo la natura di
questa città, i responsabili politici arriveranno alla pace.
Gerusalemme appartiene a tutti i figli di Dio. Ogni figlio di Abramo,
ogni uomo, perché tutta l’umanità senza distinzioni
è chiamata alla salvezza, porta la responsabilità della
pace di Gerusalemme. I profeti, nella parola di Dio e attraverso i
segni dei tempi, ci parlano incessantemente: ascoltiamoli, per scoprire
con loro il disegno del Padre e la sua volontà.
Michel
Sabbah
Voce che grida nel deserto,
Paoline Ed., Milano 2008, pp. 53-56
1 - PROGRAMMA DELL’INCONTRO
GIORNATA IN MEMORIA DI SERGIO QUINZIO: L'ULTIMO O IL PRIMO DEI
CRISTIANI NEL NOSTRO TEMPO?
Saranno con noi Anna Giannatiempo Quinzio, Piero Stefani e Rita Fulco,
autrice del libro “Il tempo della fine. L’apocalittica messianica di
Sergio Quinzio”
Ore 9.30 - Liturgia eucaristica
Ore 11.00 - «A GERUSALEMME NON SALIRÒ MAI FINO AI GIORNI
DEL MESSIA» (Sergio Quinzio)
Sul libro di Rita Fulco: Introduce Piero Stefani
intervengono Anna Giannatiempo Quinzio e l’Autrice
Ore 13.00 - Pranzo (con prenotazione entro il 13/3)
Ore 15.30 - GERUSALEMME: UNA CITTÀ, UN SIMBOLO
Piero Stefani: IL MURO OCCIDENTALE E LE SUE SIMBOLOGIE
Massimiliano Tabasi: RIDISEGNARE I CONFINI TRA INCLUSIONI ED ESCLUSIONI
ANNA GIANNATIEMPO QUINZIO - Anna Giannatiempo Quinzio è
associato di
Estetica presso l’Università di Perugia. Fra i suoi scritti
segnaliamo:
L’estetico in Kierkegaard (Napoli 1992) e Filosofia e paradosso.
Scritti di Soren Kierkegaard (Torino 1993). Insieme a Francesco
Permunian ha curato una raccolta di scritti di Sergio Quinzio: L’esilio
e la gloria. Scritti inediti 1969-1996 (Bologna 1998).
RITA FULCO - Nata a Messina nel 1972, dottore di ricerca in Metodologie
della Filosofia, è attualmente titolare di una borsa di studio
post-dottorato e collabora alla cattedra di Filosofia Morale presso
l'Università degli Studi di Messina. Si è occupata di
filosofia del
Novecento, con particolare attenzione al pensiero delle donne e
all'ebraismo. Ha pubblicato un volume sul pensiero di Simone Weil
(Corrispondere al limite. Simone Weil: il pensiero e la luce, Studium,
Roma 2002) oltre ad articoli e saggi in libri collettanei e riviste
(tra cui: «Simone Weil. L'infinito invocare: bellezza e
soprannaturale», in Il filo(sofare) di Arianna. Percorsi del
pensiero
femminile nel Novecento, a cura di A. Ales Bello e F. Brezzi, Mimesis,
Milano 2001, pp. 147-164; «L'istante necessario: tracce per un
ethos
del tempo», in Tempo sacro e tempo profano, a cura di A. Sindoni
e L.
De Salvo, Rubettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 321-336; «Etty
Hillesum: kairòs e dono assoluto», Studium, anno 2002, n.
5, pp.
671-68).
PIERO STEFANI - Nato a Ferrara, si è laureato in Filosofia nel
1972 a
Bologna. Noto studioso di ebraismo, dal '95 al '99 ha lavorato, per
incarico del Ministero della Pubblica Istruzione, presso Biblia,
associazione laica di cultura biblica con sede a Settimello (Firenze)
quale coordinatore nazionale; è titolare del corso di "Dialogo
con
l'ebraismo" presso l'Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di
Venezia. Collabora regolarmente con varie associazioni che operano nel
campo biblico ed ecumenico e da anni è uno dei più
significativi
protagonisti italiani del dialogo cristiano-ebraico. Dall'85 è
redattore della rivista Il Regno
di Bologna.
MASSIMILIANO TABUSI - Laureato in scienze politiche alla Sapienza
di
Roma, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in geografia
economica. Ricercatore presso l'Università per Stranieri
di Siena,
dove insegna Geografia e Geografia economico-politica. È stato
per
alcuni anni segretario generale della Società Geografica
Italiana, che
continua a rappresentare presso EUGEO (il consesso europeo formato
dalle maggiori società di geografia in Europa).