Nessuno Stato arabo, e nemmeno l’Autorità nazionale palestinese,
è in guerra con Israele. Eppure la guerra è divampata
durante l’estate in Medio Oriente. Ne è stato vittima il Libano,
che non è uno Stato canaglia, non costruisce bombe atomiche, non
sponsorizza il terrorismo internazionale e non è una dittatura
da redimere.
Quella che invece è in atto da tempo, è una lotta armata
tra Israele e le milizie irregolari di Hezbollah e di Hamas. Essa
è contrassegnata da azioni cruente da una parte e dall’altra. Il
25 giugno un commando palestinese ha rapito un soldato israeliano a
Gaza; per parte sua Israele aveva sequestrato e imprigionato numerosi
ministri del governo di Hamas e il presidente del Parlamento
palestinese; il 12 agosto le milizie di Hezbollah operanti dal Libano
hanno preso due soldati israeliani ed altri ne hanno uccisi; Israele da
parte sua aveva compiuto omicidi mirati di esponenti politici e
militari di Hamas e di Hezbollah, aveva rioccupato Gaza e vi aveva
iniziato una serie di rappresaglie. Esclusa, ormai da molto tempo una
soluzione politica, la spirale di violenza tra le due parti era
destinata a durare all’infinito.
È a questo punto che Israele ha giocato la carta che, sulla base
delle esperienze passate, credeva vincente: la guerra. Israele gode di
una differenza rispetto agli Stati arabi della regione: grazie alla sua
potenza militare e all’appoggio degli Stati Uniti, è l’unico che
può fare la guerra. Nessuno Stato arabo, come dimostra da ultimo
l’esempio dell’Iraq, può stare in guerra con Israele e con gli
Stati Uniti e sopravvivere.
Tuttavia Israele non ha vinto la guerra. Ha bombardato il Libano, ne ha
distrutto le infrastrutture, lo ha invaso, ha fatto scendere
paracadutisti e commando nelle città, lo ha cannoneggiato dal
mare, ha fatto pagare alla sua popolazione un alto prezzo di vittime;
ma a un certo punto ha dovuto smettere senza essere venuto a capo di
nulla. E ciò perché il Libano aggredito non è
sceso in guerra con Israele, neppure per difendersi. Non un soldato,
non un mezzo militare, non una batteria contraerea dell’esercito
regolare libanese ha accennato una minima reazione di difesa. Non
perché il Libano abbia sposato la non-violenza, e nemmeno
perché le Forze armate abbiano avuto paura di combattere. Ma
perché sarebbe stato un suicidio; la guerra sarebbe diventata
una guerra tra Stati, Israele avrebbe avuto titolo per giungere fino a
Beirut e per assoggettare il Paese. Così il Libano ha lasciato
che a resistere fossero gli irregolari di Hezbollah, che sono divenuti
eroi nazionali. E su questa impraticabilità della guerra si
è inserita l’azione internazionale (in particolare dell’Italia)
e ha potuto scendere in campo una forza dell’ONU.
Come andrà a finire nessuno può dirlo. Ma in tal modo
Israele ha perduto la sua differenza, e l’esercito è stato
inutile. Ciò non vuol dire che Israele non ha più nemici,
ma sono nemici senza Stato e la guerra non è atta a debellarli.
L’idea di costruire degli Stati nemici da sconfiggere in una vera
guerra, l’Iran e la Siria, per ora non funziona, e il mondo non ci sta.
Ciò crea una situazione potenzialmente nuova in Medio Oriente.
Con l’unilateralismo della forza, anche preponderante, non si
può chiudere nessuna partita. Ciò è stato vero
fino ad ora, nonostante le illusioni via via nutrite dai governanti
israeliani, di risolvere il conflitto con i fatti compiuti, le colonie,
la repressione, la decapitazione del movimento palestinese e da ultimo
il tentativo di rinchiudere i Palestinesi in riserve indiane circondate
da un muro. Ma adesso la dimostrazione della tragica inutilità
della forza è giunta fino alla prova che neanche con l’esercito
più potente si può contare su una guerra che serva allo
scopo. E allora se non si può fare la guerra, ci vuole qualche
altra cosa. Quest’altra cosa è la politica, è il
negoziato, è la ricerca di soluzioni per le quali tutti possano
vivere. A questo Israele non sembra oggi in grado di arrivare da solo.
La reazione del primo ministro Olmert dopo lo scacco libanese è
stata di dichiarare non più attuale qualunque progetto di ritiro
anche parziale dalla Cisgiordania, e di promuovere nuovi insediamenti e
una più grande Gerusalemme. E intanto Gaza è
ridotta alla fame. Ma se Israele da solo non è in grado di
cambiare la sua prospettiva, potrebbe finalmente farlo con lo spinta e
l’appoggio della comunità internazionale, e soprattutto
dell’Europa, che è tornata lì non solo con i soldati, ma
per inventarsi una pace che finora nessuno è riuscito a pensare.