Il grande inverno della Chiesa
Nell’ultima
assemblea ecumenica europea, che si è svolta nel settembre
scorso a Sibiu in Romania, il cardinale Walter Kasper, presidente
del
Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, ha
pronunciato sul
futuro del dialogo tra cristiani un giudizio che voleva esser
costruttivo ed è apparso perentorio: «E’ finito
l’ecumenismo delle
coccole», ha detto, invitando a un confronto che non abbia le
gentilezze delle conversazioni. E’ necessario che ognuno affermi con
determinazione le proprie idee dottrinali ed etiche, senza temere
di
urtare l’interlocutore: la divisione tra cristiani, che secondo
Kasper
spiega l’Europa senza Dio e il suo «danzare sulla cima d’un
vulcano o
d’una polveriera», può esser superata solo se essi
si accordano su un
«insieme di principi basilari». Il cardinale invoca
l’unione ma è
chiaro che un’epoca si chiude, contrassegnata dall’entusiasmo
ecumenico acceso dal Concilio Vaticano II e da parziali realizzazioni.
Si continuerà a parlare di ecumenismo, ma oggi i
cristianesimi tendono
a rinchiudersi nei recinti delle rispettive identità,
spesso
nazionali. In una Lettera agli Amici scritta nel 1992, i monaci di Bose
avevano già messo in guardia contro il rischio di simili
chiusure,
denunciando il calare d’un «grande inverno
dell’ecumenismo» e la
tendenza sempre più estesa a «essere più cattolici,
più ortodossi, più
protestanti che cristiani».
Sono tante le conquiste del Concilio che il nuovo Pontefice ha
cominciato a mettere in questione, con una veemenza che secondo
alcuni
indica non solo l’aspirazione a precisare cose divenute poco
chiare,
ma un più sotterraneo desiderio di regolare i conti con se
stesso.
Secondo lo storico Alberto Melloni, Benedetto XVI non cessa di
essere
«l’esegeta di Joseph Ratzinger», tornando e
ritornando sulle proprie
esperienze e convinzioni degli Anni 60. E’ quello che lo ha spinto ad
attaccare la «situazione estremamente confusa e
irrequieta» che
regnava nel ‘68 dentro il clero oltre che nella società:
confusione
cui lui stesso confessa d’aver partecipato, in un’intervista a Johannes
Nebel (Corriere della Sera, 20-10-07). Che alla fine di giugno lo
ha
indotto a sottolineare per la seconda volta, dopo la
dichiarazione
Dominus Iesus redatta nel 2000 in nome della Congregazione per la
dottrina della fede, come solo la Chiesa cattolica e le Chiese
ortodosse abbiano il diritto di chiamarsi Chiesa (una
sottolineatura
che ha spazientito i protestanti, anche se fin dal Concilio
alcune
loro comunità rifiutano il nome di Chiese). Che lo ha convinto
ad
assecondare su alcuni punti (la messa tridentina) gli scismatici
di
Lefebvre che da principio osteggiano la svolta conciliare.
L’insistere instancabile su alcuni valori etici, riguardanti
soprattutto la famiglia, la nascita, la morte, nasce da una
visione
del mondo che non coincide sempre con quella del Concilio: è una
visione che misura la fedeltà a Cristo su norme che non
possono esser
violate pena un giudizio da parte del magistero che declassa
religioni
e culture diverse, e che sembra ritenere tale fedeltà normativa
più
preziosa dell’apertura all’altro, della carità verso il diverso.
La
stessa parola valori è scabrosa, e quel che dice il
giurista Gustavo
Zagrebelsky fa meditare: i valori ci stanno davanti, possono
condurre
a giustificare qualunque mezzo per raggiungerli. Meglio
«principi»: che
stanno alle nostre spalle, all’origine del nostro agire, e lo
determinano, orientano e limitano.
In Italia questi valori – detti non negoziabili – sono divenuti cagione
di uno scontro aspro con lo Stato, non diversamente da quanto
accade
in Spagna o Brasile. La secolarizzazione delle società
europee, il
desiderio di non perdere il controllo dell’America Latina, il timore
che la persona umana diventi vittima del progresso scientifico e
tecnologico nel momento in cui più lo controlla: le sfide
non sono
nuove, e il magistero sente il bisogno di un’antropologia che sia
all’altezza del nuovo mondo che l’uomo pensa di creare e che
rischia
invece di subire. Nobile bisogno, se non fosse che le conclusioni
cui
giunge la Chiesa sono scarne, in qualche modo inadeguate all’enorme
compito.
Se non si concentrassero su prescrizioni che sembrano tutelare un cosmo
già frantumato. Non hanno il respiro lungo dei testi di
Romano
Guardini, il teologo che già negli Anni Venti parlava di
un mondo che
l’uomo non padroneggia più, e che deve tornare a padroneggiare –
cioè
umanizzare – aderendo alla storia e al suo mutare («Il
nostro posto è
nel divenire», scrive Guardini, «il nuovo mondo
è caotico e agisce da
distruttore perché l’uomo idoneo a vivere insieme a lui non
esiste
ancora.(...) Si deve trovare la forza di sacrificare con cuore saldo
l’indicibile nobiltà del passato» (Lettere dal Lago
di Como,
Morcelliana ‘59).
Veri pensatori della rivoluzione tecnologica la Chiesa per il momento
non ne ha. Per il momento è più forte la tentazione
di rifugiarsi in
posizioni dogmatiche, e in particolare nell’idea che esista un
vasto
campo di diritti naturali, divini, sui quali i governi terreni non
possono, con leggi positive, intervenire. Per il momento non
sembra
esserci che un discorso sulle competenze, dunque sul rapporto di
forza
tra il magistero e gli Stati. E’ come se la Chiesa di Roma, sentendosi
ormai minoritaria in un mondo troppo complesso, cercasse riparo
nella
conquista-esercizio d’un potere di veto. Anche questo è un
prender le
distanze dalla tensione meno angosciata, più tranquilla,
che indusse
la Chiesa del Concilio – specialmente nella costituzione pastorale
Gaudium et Spes (1965) – a riconoscere «legittima autonomia
alle
realtà terrene», e alle «leggi e valori
propri» che da queste realtà
scaturiscono.
Il Concilio diventa qualcosa che non è più incandescente:
che va
raffreddato, forse rallentato. Che suscita troppe
diversità,
sperimentazioni. Oggi urge ribadire la continuità di
quell’evento, più
che la sua discontinuità e rottura (rottura che pure vi
fu: basti
ricordare il mutamento nei rapporti con l’ebraismo). Chi parlava
fino
agli Anni 80 di «rivoluzione copernicana», nelle gerarchie,
non ne
parla più. Il rapporto della Chiesa con i propri Anni 60 fa
pensare al
rapporto che il Vaticano ebbe con la rivoluzione protestante, nel
XVI
secolo al Concilio di Trento. E’ ora di riaccentrare a Roma
poteri,
autorità, sovranità. Il cardinale Karl Lehmann,
presidente della
Conferenza episcopale tedesca, ha tentato di limitare i danni: in
settembre, a Fulda, ha precisato che l’idea della Chiesa di
Cristo che
«sussiste» solo nella Chiesa romana non «contiene in
alcun modo un
giudizio di identità assoluta ed esclusiva».
Il difficile accostarsi della Chiesa al protestantesimo non appiana il
suo accostarsi alle società secolarizzate, inclusa la
società
italiana. Vero è che nel nostro Meridione la Chiesa è in
ripresa:
soprattutto in Sicilia, Campania, Calabria, Puglia (il 30-35 per cento
dei cittadini va a messa). Resta forte anche in Lombardia-Veneto,
con
un tasso di frequentazione del 30 per cento, e in Emilia, dove
esiste
una militanza cattolica formatasi nel conflitto con il comunismo. Ma la
Chiesa è oggi debolissima in Piemonte, Val d’Aosta,
Liguria, Toscana,
Umbria, con tassi di frequentazione della messa del 15 per cento.
La
battaglia sui valori dà frutti a Sud, né dà assai
meno al Centro-Nord.
Ed è qui che la Chiesa, innalzando muri attorno ai valori,
rischia di
affiancare all’inverno dell’ecumenismo un inverno non dissimile
nei
rapporti con la società.
Molti sacerdoti con cui parlo sono convinti che sul piano pastorale,
proprio come nel dialogo ecumenico, l’etica non rafforzi
necessariamente la fede. Che non svegli le coscienze questo
tornare a
parlar di «gregge», questa sfiducia nella capacità
del singolo di
vigilare se stesso. Dice ad esempio Guido Dotti, monaco della
comunità
di Bose, che l’ecumenismo, se si basa solo sull’etica, conduce a
una
comune afasia. Troppo divergenti sono le norme difese da altre
religioni, culture. Troppo trascurato è il momento
veramente
unificante, che s’identifica con la fede e non con una
determinata
condotta: «La ricerca di intesa sull’etica (comunque non facile,
come
dimostra la tensione sulla difesa della vita) è bene che
si allarghi
alle altre religioni e ai non credenti – ha detto Guido Dotti
dopo
l’assemblea di Sibiu, in un’intervista che uscirà sul
trimestrale
Interdipendenze – e tuttavia non potrà mai portare a una
comunione
ecclesiale. Questa mi pare l’impasse dell’ecumenismo oggi».
La stessa
impasse regna nella società.
E’ un’inquietudine che ho incontrato di frequente, nello studiare la
Chiesa italiana d’oggi. L’etica è diventata un mezzo cui
la Chiesa
ricorre per contare e contarsi, nell’agorà politica e
giornalistica.
Proprio questo tuttavia la conduce a divenire lobby, come scriveva lo
storico Pietro Scoppola; o a tramutarsi in «agenzia
etica», come
paventa qualche vescovo. L’inquietudine l’ho constatata anche
nelle
parrocchie: i sacerdoti sentono, spesso, l’inadeguatezza della politica
dei valori, sono alle prese con una società più
varia e
scristianizzata, soffrono le scelte di una gerarchia che si
concentra
sui rapporti con politici e giornali ma sembra aver poco tempo per
cittadini e fedeli che hanno la sensazione di essere inascoltati,
se
non abbandonati. Sono ascoltati i movimenti, e in particolare i
più
politicizzati (a cominciare da Comunione e Liberazione). Sono stati
meno ascoltati nell’ultimo decennio gli organismi con forti
radici
sociali, come la Caritas nata in Italia dopo il Concilio.
In una chiesa a Roma parlo con un sacerdote che chiede di non essere
citato, e mi confessa che lui, di etica, non parla mai nei
sermoni.
Non parla di controllo delle nascite né di morte assistita
né di
famiglia: avrebbe l’impressione di schierarsi politicamente, di
trasformare il popolo di Dio (dunque la Chiesa) in una pedina di
giochi che si fanno altrove: conferma così che l’etica è
divenuta un
campo di lotta politica. «La mia stella polare è la figura
di Zaccheo,
in Luca 19,1-10: il ricco esattore delle tasse che s’arrampica su
un
sicomoro solo per vedere com’è fatto questo Gesù di
cui si dicono
tante cose in giro. Solo quando Gesù lo riconosce, lo
interpella, lo
visita nella sua casa, Zaccheo capisce che dall’incontro
nascerà anche
un nuovo modo d’agire, un’etica: darà la metà dei
suoi beni ai poveri,
se avrà frodato qualcuno restituirà quattro volte
tanto».
E’ l’incontro a generare la morale cristiana e non viceversa, mi
dice
il sacerdote: l’incontro di Gesù con l’ultimo, il povero,
o il ricco
esattore. Gesù riconosce il folle desiderio d’incontro, in
Zaccheo: chi
s’arrampicherebbe, ricco e stimato, su un sicomoro nel mezzo
della
folla? Gesù riconosce l’inquietudine, e d’inquietudine
è fatta la
fede. L’inquietudine spirituale o etica che può avere un ateo,
ha
scritto recentemente Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose
(La
Repubblica, 28-2-07). L’inquietudine del pastore errante di
Leopardi
che interroga la luna sul senso dell’esistere, aggiunge il
sacerdote
che incontro a Roma e mi ricorda quel che disse un giorno Divo
Barsotti, fondatore della Comunità dei Figli di Dio:
«Manzoni è più
cattolico, ma Leopardi è più religioso».
Le difficoltà che nascono dalla nuova condizione di minoranza
vissuta
dal cattolicesimo sono percepite diffusamente, in Italia.
Benedetto
XVI stesso, mi fanno sapere, «è persuaso che si
possa fare pochissimo»
per cambiare le cose. Di qui l’aspirazione, tenace in molti sacerdoti e
vescovi, a dare più spazio all’annuncio e alla profezia
che non alle
regole etiche. Di occuparsi della vita intera della persona
umana, e
non solo dei nove mesi prima della nascita e dei nove prima della
morte. Sono scelte che comportano il distacco da quello che solo
in
apparenza dà forza alla Chiesa: l’apparire sui media,
l’applauso di
questo o quel politico o intellettuale.
Una Chiesa che dipende dai media ha bisogno d’arroccarsi, di
mostrarsi
più compatta e impenetrabile di quanto ne abbia bisogno
pastoralmente.
Il rifiuto dei funerali religiosi a Welby è nato dal timore
dell’uso
che i giornali ne avrebbero fatto, e questo timore è
diventato
infinitamente più importante della carità, del
chinarsi sulla
sofferenza dell’uomo. La verità, conclude Melloni, è che
per gran parte
delle gerarchie quod non est in video non est in mundo:
«Quel che non
esiste sul video non esiste nel mondo. E’ come se non esistessero
i 7
milioni di italiani che vanno in chiesa. A volte si ha
l’impressione
che conti poco perfino la fede».
All’assemblea di Sibiu, il pastore Thomas Wipf, presidente della
Comunità delle chiese protestanti in Europa, ha auspicato che le
chiese contribuiscano alla costruzione di una nuova Europa, ma
non con
l’obiettivo segreto di farne nuovamente un continente cristiano:
«L’Europa non ha bisogno di religione. Non ha neanche
bisogno di
cristianità né delle Chiese. L’Europa ha bisogno del
Vangelo perché ha
bisogno di riconciliazione e di speranza, e quel che ci deve
interessare è (...) un’Europa umana, giusta e
pacifica».
Guido Dotti non è del tutto d’accordo. Valori come la pace, la
vita, la
giustizia non sono specificamente cristiani, ricorda
nell’intervista a
Interdipendenze: «Ciò che ci deve stare a cuore,
è che Cristo sia
annunciato e testimoniato all’interno di un’Europa umana, giusta e
pacifica. Altrimenti cadiamo nella ricerca di un mero accordo etico su
alcune istanze - come la giustizia, la pace, la salvaguardia del
creato - e dimentichiamo che lo ricerchiamo in quanto crediamo in
Gesù
risorto e annunciamo il suo Vangelo. Se l’Europa ha bisogno del
Vangelo, occorre qualcuno che l’annunci. Conosco moltissimi non
cristiani che hanno a cuore un’Europa giusta, umana e pacifica, e
non
per questo devono diventare cristiani».
La battaglia sui valori rischia di trasformare la Chiesa in strumento,
adoperato da politici ansiosi di gareggiare su chi otterrà
più assensi
oltre Tevere. Ma una Chiesa che cerchi aiuto per queste vie
faticherà
a essere ascoltata. Il sostegno che viene da intellettuali che
adoperano la Chiesa politicamente anziché religiosamente
è utile, ma
non più di un giorno o due.
Per la società ritrovare l’etica è urgente. Ma a volte si
tratta di
limitare i danni e ottenere il male minore, più che di
trovare il Bene
assoluto. Si tratta di tenere i piedi ben piantati nella storia,
come
nel mito del gigante – Anteo – condannato a morire se non toccava
più
la terra. Diceva Dietrich Bonhoeffer, negli anni in cui resisteva
al
nazismo, che la sete di redenzione ha tanta forza perché –
come nel
mito – si rivolge alla terra e non all’aldilà. Che bisogna
imparare a
valutare gli uomini più per quello che soffrono che per
quello che
fanno o non fanno: così il pastore ucciso da Hitler
è evocato
nell’ultimo libro del teologo Giuseppe Ruggieri, La verità
crocifissa
(Carocci 2007). Bonhoeffer sosteneva che si vive dinanzi a Dio in
un
mondo senza Dio, e questo è credere in grande.
Uno dei primi modestissimi passi, a mio parere, è stare attenti
al
proprio vocabolario: perché le parole non descrivono il
mondo ma lo
creano, gli danno il particolare profumo e colore che ha. Una
parola
da eliminare è: non-credenti. Ci sono grandissimi credenti fra
chi non
ha religione. Ci sono credenti deboli tra chi la religione ce
l’ha, a
cominciare dai fondamentalisti e tradizionalisti. Già
Gesù lo dice a
più riprese nei vangeli, quando loda la fede che trova presso
pagani,
samaritani, siro- fenici. O quando apostrofa come
«ipocriti» gli
uomini religiosi del suo tempo.
Barbara Spinelli
La Stampa, 27 novembre 2007